12-13 marzo 2021 di  Dino Greco –

Non vi è dubbio alcuno che il ventennio successivo alla Liberazione e al varo della costituzione repubblicana fu segnato più dall’anticomunismo che dall’antifascismo. La reazione delle classi dominanti, preoccupate del carattere di lotta di classe che aveva assunto l’epopea resistenziale e del ruolo centrale che in essa aveva svolto il partito comunista, si traduce in una controffensiva restauratrice, perfettamente in linea con la “guerra fredda”, conseguente alla divisione del mondo in aree di influenza.

In seguito alla sconfitta del nazifascismo, per tutto l’Occidente il nemico fondamentale torna ad essere a Est, come dopo la rivoluzione sovietica.

Dopo la parentesi della guerra, il sistema delle alleanze torna a scomporsi e a ricomporsi lungo i binari del conflitto di sistema. E Si fronteggiano, nelle loro varianti, due idee del mondo contrapposte.

Il recupero del fascismo in funzione anticomunista assume in Italia tratti evidentissimi.

Lo Stato repubblicano eredita in blocco la vecchia architettura fascista e il personale del ventennio.

Un solo dato: ancora nel 1966 tutti i prefetti e i viceprefetti, tutti i questori e i vice questori in attività avevano iniziato la loro carriera sotto il regime fascista.

I fascicoli personali aperti dall’Ovra nei confronti dei comunisti si inoltrano sino alla soglia degli anni Settanta ed oltre. Il linguaggio dei rapporti di polizia ricalca espressioni, giudizi, formule abituali nel ventennio, circostanza non ascrivibile a semplice inerzia burocratica, ma riflesso di una precisa disposizione politica che riproducendo lo stigma dei “pericolosi sovversivi” legittima un’investigazione coperta e sotterranea sui comunisti.
C’è un tratto che emerge prepotentemente sin dai primi anni della Repubblica. L’offensiva anticomunista si salda sempre alla repressione delle lotte sociali, sia operaie che contadine, al Nord come al Sud.

La prima strage di Stato, nel 1947, quella di Portella della Ginestra, avviene quando circa duemila lavoratori, in gran parte agricoltori, tornarono a festeggiare il 1º maggio, a manifestare contro il latifondismo, a favore dell’occupazione delle terre incolte e a festeggiare la recente vittoria del Blocco del Popolo, l’alleanza tra i socialisti di Nenni e i comunisti di Togliatti alle elezioni dell’assemblea regionale siciliana.

Immediatamente dopo la strage di Portella, il ministro dell’Interno Scelba mandò nelle strade i reparti celere con in dotazione mitragliatori, autoblinde e mortai: decine di manifestanti in tutta Italia furono uccisi in pochi mesi. Il 22 giugno furono assaltate le sezioni comuniste di Partinico, Carini, Borgetto, San Giuseppe Jato, Monreale e Cinisi: nove morti e decine di feriti. Furono assassinati sindacalisti e capilega.

Ho indugiato su questa vicenda perché pare a me paradigmatica di ciò che sarebbe avvenuto nel futuro: l’intreccio fra mafia, banditismo, poteri dello Stato, servizi, fascismo, intelligence statunitense.

Non è certo un caso se quel primo maggio 1947, il segretario di Stato Usa Jorge Marshall inviò una lunga lettera all’ambasciatore in Italia James Dunn, in cui si possono leggere queste parole: «il dipartimento di Stato è profondamente preoccupato delle condizioni politiche ed economiche italiane, che evidentemente stanno conducendo ad un ulteriore aumento della forza comunista e ad un conseguente peggioramento della situazione degli elementi moderati, con i comunisti che diventano sempre più fiduciosi e portati ad ignorare l’attività del governo».

L’impressionante sequenza di tentativi di golpe conferma questo intreccio perverso.

Nel 1964 il “Piano Solo” del generale Giovanni de Lorenzo, si proponeva di assicurare all’Arma dei Carabinieri il controllo militare dello Stato per mezzo dell’occupazione dei cosiddetti «centri nevralgici» e, soprattutto, prevedeva un progetto di «enucleazione», cioè la cattura, l’arresto e l’imprigionamento in un centro allestito dal Sifar in Sardegna di 731 uomini della sinistra e del sindacato.

Il piano fallì e nel ’67 fu istituita una commissione parlamentare d’inchiesta che definì il tentato golpe null’altro che «una deviazione deprecabile» ma non come un tentativo di colpo di Stato.

Ci riprova il principe nero Junio Valerio Borghese nel dicembre del 1970.

In accordo con diversi vertici militari e membri dei Ministeri, il piano prevedeva l’occupazione del Ministero dell’Interno, del Ministero della Difesa, delle sedi Rai, dei mezzi di telecomunicazione e la deportazione di dirigenti comunisti, socialisti e di quanti sospetti di collusioni a sinistra.

Anche in questo caso il tentativo fallisce, ma la Procura della Repubblica di Roma dispone l’archiviazione dell’indagine per mancanza di prove. Si tentò di avallare nell’opinione pubblica italiana il convincimento che si fosse trattato dell'”operazione grottesca di un manipolo di vegliardi”. Tutto fu archiviato con la sentenza della Corte d’Assise, “perché il fatto non sussiste”. I giudici disposero l’assoluzione di tutti i 48 imputati dall’accusa di cospirazione politica, persino per coloro che avevano ammesso di avervi preso parte, aggiungendo che tutto ciò che era successo non era che il parto di un «conciliabolo di 4 o 5 sessantenni».

Già dal 1956 era stata costituita  l’organizzazione paramilitare Gladio, appartenente alla rete internazionale Stay-behind, con un protocollo d’intesa tra il servizio segreto italiano e la Central Intelligence Agency  per contrastare una possibile invasione nell’Europa occidentale da parte dell’Unione Sovietica e dei Paesi aderenti al Patto di Varsavia, attraverso atti di sabotaggio, guerra psicologica e guerriglia dietro le linee nemiche, con la collaborazione dei servizi segreti e di altre strutture.

Ma la vera funzione di Gladio fu chiarita da Luigi Tagliamonte, capo dell’ufficio amministrazione del SIFAR: «Si effettuavano dei corsi di addestramento alla guerriglia, al sabotaggio, all’uso degli esplosivi al fine di impiegare le persone addestrate in caso di sovvertimenti di piazza, nel caso che il Pci avesse preso il potere”.

Il magistrato veneziano Felice Casson trasmise il fascicolo sull’organizzazione, per ragioni di competenza territoriale, alla Procura di Roma, la quale dichiarò che la struttura Stay-behind non aveva nulla di penalmente rilevante.

Amos Spiazzi (generale dell’Esercito Italiano inquisito durante gli anni settanta-ottanta come presunto partecipante al cosiddetto “Golpe Borghese”) fonda nel 1973 la Rosa dei venti, un’organizzazione segreta italiana di stampo neofascista, collegata con ambienti militari. L’organizzazione – spiegò Spiazzi – si propone di proteggere le istituzioni contro il marxismo. Al vertice dell’organizzazione stanno senz’altro dei militari, ma non ne fanno parte solo militari, bensì anche civili, industriali e politici. Soltanto un vertice conosce tutto e ai vari livelli si rinvengono dei vertici parziali (…) La filosofia ispiratrice è quella dell’appartenenza dell’Italia al blocco occidentale inteso come immutabile, mobilitato permanentemente contro il comunismo e finalizzato ad impedire l’ascesa alla direzione del paese da parte delle sinistre”. Anche in questo caso la copertura fu totale: il pubblico ministero Claudio Vitalone invocherà il segreto di Stato e sulla questione cadrà il silenzio.

Poi, la Loggia massonica P2, guidata dal venerabile maestro Licio Gelli, che intervistato da Klaus Davi disse: «Avevamo l’Italia in mano. Con noi c’erano l’Esercito, la Guardia di Finanza, la Polizia, tutte nettamente comandate dagli appartenenti alla P2. Non solo i capi, che erano di nomina politica, ma anche i funzionari più importanti, di consolidata carriera interna».

Come è noto, il “Piano di rinascita democratica” di Gelli prevedeva di portare la magistratura italiana sotto il controllo del potere esecutivo, separare le carriere dei magistrati, superare il bicameralismo perfetto e ridurre numero dei parlamentari, abolire le province, rompere l’unità sindacale e riformare il mercato del lavoro, controllare i mezzi di comunicazione di massa, trasformare le università in Italia in fondazioni di diritto privato, adottare una politica repressiva contro avversari politici.

Ebbene, malgrado la Commissione parlamentare di inchiesta sulla loggia massonica P2, presieduta dal ministro Tina Anselmi, avesse chiuso il caso P2 denunciando la loggia come una vera e propria «organizzazione criminale» ed «eversiva»,

gli appartenenti alla P2 e Gelli furono assolti con formula piena dalle accuse di «complotto ai danni dello Stato» con le sentenze della Corte d’assise e della Corte d’assise d’appello di Roma tra il 1994 e il 1996.

Ma è tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta che

lo scenario politico e sociale dell’Italia muta radicalmente.

Il 20 maggio 1970 entra in vigore lo Statuto dei diritti dei lavoratori. E’ una vera rivoluzione perché, per la prima volta dalla fondazione della Repubblica, la Costituzione varca le stanze chiuse di ogni luogo di lavoro. La fabbrica non è più una zona franca, dominio esclusivo del padrone. Si riconosce e formalizza in modo cogente che i lavoratori hanno il diritto di organizzarsi e di tutelare i propri interessi in forma conflittuale, l’attività antisindacale viene punita in quanto reato, i licenziamenti di cui sia dimostrata l’illegittimità vengono revocati, la tutela dell’integrità psico-fisica dei prestatori d’opera viene con forza affermata. Da universo concentrazionario dove è possibile ogni arbitrio padronale la fabbrica diventa luogo dove in forza di legge è possibile affermare i diritti di cittadinanza, la libertà di pensiero, di attività sindacale.

Ma lo Statuto non piove dal cielo. Esso è il frutto di una straordinaria stagione di lotte operaie che conquistano sul campo parte rilevante dei risultati che ora trovano una legittimazione legislativa.

Il contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici del 21 dicembre 1969, firmato dopo oltre 180 ore di sciopero, viene vissuto dai vertici confindustriali come uno smacco insopportabile.

Ma il movimento operaio che era stato protagonista di quella impetuosa stagione non si ferma. E realizza forme inedite di rappresentanza sindacale che prevedono un intreccio di democrazia diretta e democrazia delegata e rimodellano lo stesso rapporto fra sindacato esterno e rappresentanza interna. Nascono i consigli di fabbrica.

Questa potente iniezione di democrazia, che sorge direttamente dalla base, diventa l’elemento propulsore, direi scatenante, di una capillare vertenzialità quale non si era mai vista in precedenza.

I padroni non mandano giù il rospo e ogni vertenza produce uno scontro di grande durezza. Davanti ai cancelli si consumano veri e propri corpo a corpo, con i crumiri e con i fascisti che appaiono sempre più frequentemente sulla scena, sistematicamente spalleggiati dalla polizia e dai carabinieri.

Il padronato si riorganizza, si moltiplicano le riunioni di associazione nelle quali essi manifestano tutta la propria rabbia per quella che chiamano un’usurpazione, una violazione della proprietà privata, la fabbrica divenuta teatro di un conflitto di potere quotidiano. Un sentimento si fa strada sempre più acuto nel padronato: “bisogna fermarli. A qualsiasi costo”.

Torna a galla “il marcio di Salò”, la parte più intrisa di fascismo, strutturalmente ostile al sindacato, abituata a trattare con il bastone i rapporti sociali.

Giorgio Almirante si incontra con gruppi di imprenditori, soprattutto siderurgici, garantendo loro sostegno attivo. Vengono assunte squadre di picchiatori fascisti con il solo compito di intimidire i lavoratori.

All’impetuoso sviluppo del movimento operaio, di cui i comunisti sono componente essenziale, fa da riscontro un poderoso processo riformatore che si sviluppa sino alla metà degli anni Settanta e che ha nel Pci il suo principale protagonista.  Alle conquiste sindacali si salda un’imponente attività legislativa di impronta sociale (Statuto dei lavoratori, legge di tutela delle lavoratrici madri, riforma sanitaria, delle pensioni, della casa, della psichiatria), lungo un percorso di rafforzamento del welfare e del sistema di protezione sociale. E ancora, la riforma del diritto di famiglia, l’introduzione del divorzio. Lo scuotimento è fortissimo.

Mutano profondamente i rapporti fra le classi e l’impetuosa avanzata elettorale del Partito comunista conseguita nelle elezioni del ’75 e del ’76 apre concretamente il tema del governo del paese lungo una traiettoria mai prima verificatasi.

L’ondata terroristica, lo stragismo nero e di Stato, da piazza Fontana al treno Italicus, da piazza della Loggia alla stazione di Bologna, all’attentato al rapido 904, tracciano una ininterrotta scia di sangue e delineano una strategia eversiva il cui obiettivo è quello di ricacciare indietro il movimento operaio e impedire con ogni mezzo l’avvento del partito comunista al governo del paese.

In tutte le stragi sono emerse connivenze, complicità, depistaggi, diretto coinvolgimento dei servizi segreti italiani e stranieri.

Non a caso, in quasi tutti i processi susseguitisi per decenni non si è venuti a capo della verità giudiziaria, anche se quella storica e politica si può considerare ampiamente acquisita.

Valga per tutti i casi ciò che scrisse il giudice Zorzi nella sua durissima requisitoria nel quarto processo sulla strage di piazza della Loggia, a quarant’anni dall’eccidio, quando denunciò l’esistenza di un meccanismo “che fa letteralmente venire i brividi, soprattutto di rabbia, in quanto è la riprova, se mai ve ne fosse bisogno, dell’esistenza e costante operatività di una rete di protezione pronta a scattare in qualunque momento e in qualunque luogo”. Nelle motivazioni della sentenza si possono leggere queste drammatiche parole, sufficienti a spiegare quali forze si sono mosse per nascondere la verità sotto una colata di cemento: “Lo studio dello sterminato numero di atti che compongono il fascicolo dibattimentale porta ad affermare che anche questo processo, come altri in materia di stragi, è emblematico dell’opera sotterranea portata avanti con pervicacia da quel coacervo di forze individuabili con certezza in una parte non irrilevante degli apparati di sicurezza dello Stato, nelle centrali occulte di potere che hanno prima incoraggiato e supportato lo sviluppo dei progetti eversivi della destra estrema e hanno sviato, poi, l’intervento della magistratura, di fatto rendendo impossibile la ricostruzione dell’intera rete di responsabilità. Il risultato è stato devastante per la dignità stessa dello Stato e della sua irrinunciabile funzione di tutela delle istituzioni democratiche, visto che sono solo un leader ultraottantenne e un non più giovane informatore dei servizi, a sedere oggi, a distanza di 41 anni dalla strage sul banco degli imputati, mentre altri, parimente responsabili, hanno da tempo lasciato questo mondo o anche solo questo Paese, ponendo una pietra tombale sui troppi intrecci che hanno connotato la mala-vita, anche istituzionale, dell’epoca delle bombe”.

Del resto, fu Henry Kissinger, il segretario di Stato Usa negli anni di Richard Nixon e di Gerard Ford, protagonista del golpe di Pinochet e dell’assassinio di Salvador Allende, a dichiarare con la consueta schiettezza: “Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un Paese diventa comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli“.

E con la stessa determinazione gli Usa si mossero nei confronti dell’Italia, quando l’accordo fra Aldo Moro ed Enrico Berlinguer aveva portato il Pci alla soglia del governo del paese.

Queste le parole di Kissinger, recentemente desecretate dall’Intelligence Usa:

“Il governo marxista di Allende può diventare un ‘modello’(…) gli effetti di un governo marxista eletto avrebbero sicuramente conseguenze di grande rilievo in altre parti del mondo, a partire dall’Italia”. Del resto, si sa che gli Usa non risparmiarono attacchi al leader Dc, come raccontò in tribunale la moglie di Moro, Eleonora, riferendo delle minacce ricevute dal marito, negli Usa, nel 1974, durante la visita ufficiale italiana a Washington, dove Moro si era recato con il presidente Giovanni Leone. Moro era considerato un destabilizzatore degli accordi di Yalta. “O tu cessi la tua linea politica oppure pagherai a caro prezzo per questo”, gli disse a muso duro Henry Kissinger. Ed è noto con quanta precisione egli mantenne la promessa.

Il sequestro e l’assassinio di Moro ad opera delle Brigate rosse è il punto di massimo livello cui giunse l’attacco alla democrazia e alla sovranità del nostro paese.

La storia dovrà essere ancora scritta per intero, ma quanto è già emerso è che gli esponenti più autorevoli delle Br – oggi a piede libero malgrado i vari ergastoli loro comminati – intrattenevano legami con i servizi segreti, i cui uomini erano presenti nel luogo dove avvenne il sequestro di Moro e che durante la sua detenzione depistarono le indagini che avrebbero potuto condurre al luogo in cui egli era detenuto.

Le Br furono non solo infiltrate, ma almeno in parte eterodirette dai servizi segreti per la semplice ragione che, in definitiva, le loro azioni, malgrado i sedicenti proclami rivoluzionari e le altrettanto presunte velleità insurrezionali, furono oggettivamente rivolte ad impedire una svolta radicale nella politica italiana.

La fine politica delle Br e dell’alone di solidarietà o di tolleranza che poté per una fase riscuotere dentro una parte del movimento operaio ebbe nell’assassinio di Guido Rossa – operaio dell’Italsider di Conigliano, iscritto al Pci e alla Cgil e membro del CdF – ebbe il suo snodo cruciale. Rossa aveva denunciato un operaio della stessa azienda, trovato a diffondere materiale di propaganda delle Br. Questo episodio suscitò una presa di coscienza diffusa e concorse in modo determinante all’isolamento delle Br, avviandole progressivamente verso una crisi irreversibile. Nella coscienza popolare non si trattava più di “compagni che sbagliano”, ma di avversari del movimento operaio.

Fu il procuratore generale presso la corte d’appello di Roma, Luigi Ciampoli, ad affermare che “Il caso Moro è stato il prodotto di un intrigo internazionale che ha visto la partecipazione di servizi segreti, soprattutto della Mossad. Chi in senso attivo, chi in senso omissivo, in molti hanno collaborato alla vicenda del rapimento e dell’omicidio. In tutto questo ci sono state le responsabilità di pezzi della magistratura italiana, pezzi delle forze dell’ordine, mentre la cupola maggiore è stata la P2, che poi è il governo di tutti questi fenomeni criminali”.

Possiamo concludere che l’intera strategia stragista e il terrorismo siano state una fase (e una modalità) della lotta di classe in Italia. Una fase nella quale le classi dominanti e parte cospicua del loro personale politico hanno usato il fascismo e il terrore per impedire una profonda trasformazione dei rapporti sociali in italia.

C’è un’ultima riflessione da fare, una riflessione da riprendere in altra sede, ma del tutto congrua ai fatti che oggi abbiamo esaminato: nel nostro Paese i conti con il fascismo non sono mai stati fatti e la stessa promulgazione della Costituzione, sortita dalla lotta di Liberazione, è stata vissuta come una parentesi dalle classi dominanti, il cui latente sovversivismo è pronto a riemergere ogniqualvolta la situazione lo richieda.

Vale infine la pena di chiedersi, a quasi mezzo secolo di distanza, se questa consapevolezza, che fu così forte in quel tempo, sia ancora tale, oppure, come a me pare, se l’oblio non sia ampiamente calato su quel tratto di storia, divenuta tristemente estranea alle nuove generazioni e in parte rimossa dalla memoria di quelle più anziane. Il danno è grave e chiama in causa molte recidivanti, colpevoli amnesie, troppe indulgenze e troppe indolenze, il cui effetto più nefasto è quello di avere consentito che rientrassero in circolo tossine, veleni di cui pensavamo di esserci liberati per sempre.

 

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