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Care/i, compagne/i,

apriamo oggi questo spazio riservato alla discussione interna del e sul partito e la fase politica che vive il paese. I risultati delle ultime elezioni politiche e la nascita del governo M5S-Lega segnano uno scenario inedito dentro cui collocare il nostro impegno. Riteniamo opportuno che si sviluppi il dibattito in forme diverse da quelle tipiche dell’epoca dei social network che tendono a produrre fraintendimenti e polemiche infinite e spesso distruttive invece che riflessione collettiva e scambio fecondo di analisi e proposte.

La nostra partecipazione a Potere al popolo, il tentativo di costruire uno schieramento di sinistra popolare alternativo ai poli esistenti, la tenacia con cui ci proponiamo di rilanciare il progetto di Rifondazione Comunista sono terreni di discussione tra compagne e compagni. E più in generale riteniamo opportuno dotarci di uno spazio permanente di dibattito che consenta di confrontarsi.

Di questo sarebbe utile discutere in tale spazio, evidenziando le criticità che si incontrano ma anche proponendo soluzioni e avanzando proposte ed evitando di far diventare la discussione un proseguo inutile di quanto si legge ogni giorno sui social network. In questo spazio le compagne e i compagni debbono trovare il luogo in cui articolare il proprio pensiero, i propri dubbi, le proprie proposte, per provare a rafforzare l’azione politica del partito tutto.

Da ultimo alcune avvertenze: si chiede di mantenere la lunghezza dei contributi nell’ambito delle 4000 battute, spazi inclusi, non si tratta di un vincolo ma di un suggerimento affinché si venga letti fino in fondo.

Chi curerà questo spazio cercherà nei limiti del possibile, di provvedere nei tempi più rapidi alla pubblicazione ma si tenga conto che a volte la pubblicazione avverrà qualche giorno dopo l’invio.

I pezzi vanno inviati a stefano.galieni@rifondazione.it

Ci auguriamo che questa opportunità venga colta ed utilizzata per favorire una migliore comunicazione e circolazione orizzontale delle idee e delle esperienze tra i territori, il nostro corpo militante e nei gruppi dirigenti.

Buon lavoro

 

 

 

Il tempo è ora

Pubblicato il 17 feb 2020 in dibattito

Il tempo è ora

di Paolo Benvegnù

Come fuoriuscire dalla condizione di difficoltà in cui ci troviamo come Rifondazione Comunista e come sinistra tutta? Come tornare a fare movimento, egemonia politica? Quali innovazioni apportare al nostro agire politico e modello di partito? Riguardo a queste questioni e sul “che fare” avanzo una proposta di confronto rivolta alle compagne e ai compagni di Rifondazione Comunista di altri territori. Per quanto mi riguarda, lo faccio a partire da alcune riflessioni e pratiche di lavoro sociale e politico che stiamo portando avanti in Veneto. Pratiche che, pure in un contesto di difficoltà, stanno riorientando e rimotivando l’iniziativa del nostro partito, con qualche risultato sul terreno dei legami sociali.

All’orizzonte si profilano non solo scenari di guerra, con ulteriore estensione del conflitto permanente che attraversa già oggi aree geografiche importanti, si profila ed è ormai entrata nella consapevolezza di larghe masse, la stessa insostenibilità di questo modello di produzione e consumo. Nella sua ossessiva e necessaria rincorsa al profitto, “come se in corpo ci avesse l’amore” scriveva Carlo Marx, citando i classici, il capitale divora le basi stesse della vita sul pianeta e schiaccia la maggioranza dell’umanità in condizioni materiali ed esistenziali insostenibili. L’insieme delle contraddizioni che questo modello provoca, l’enorme disparità nella distribuzione della ricchezza che ne deriva, non possono non determinare un aumento dei conflitti sociali e ambientali. Sul piano globale questi conflitti, con straordinaria intensità, sono già in atto.
Milioni di giovani e non solo, sono scesi in piazza ovunque nel mondo, mostrando una grande consapevolezza della non sostenibilità del modello sociale ed economico dominante a fronte di una crisi ambientale foriera di grandi pericoli per un futuro che è già qui. Se non è solo propaganda quello che diciamo, né inutili chiacchiere, dobbiamo trasformare la nostra consapevolezza, condivisa da molte e molti, in concreta capacità di mobilitazioni, lotte e vertenze concrete. Grande, di dimensione planetaria, è anche il movimento delle donne che sta mettendo in crisi l’ordine patriarcale come parte dell’impianto oppressivo della società capitalistica. Un movimento che si articola resistendo e trasformando in ogni campo con campagne di solidarietà e azioni globali e cresce nella tensione unitaria internazionalista che ogni anno impegna forze e intelligenze per costruire lo sciopero femminista. Quest’anno, l’8 e il 9 Marzo. Siamo in una fase della storia dell’umanità dove grandi sono i pericoli, ma allo stesso tempo altrettanto grandi e significative sono le spinte verso la critica della logica del profitto, sulla base della stessa realtà e nel crescere di nuove consapevolezze. Dall’America Latina al Medioriente, dall’Asia all’Africa e nella stessa Europa, dei movimenti di massa sono in campo da mesi, con una forte connotazione di classe, figli della rottura delle compatibilità imposte dalle relazioni sistemiche, dagli equilibri di potere locali e globali. Con nuovi protagonismi e con pratiche di lotta che hanno i tratti di una nuova forma del conflitto sociale e politico. Dirompente è certamente la dimensione e la durata delle manifestazioni di massa in Libano e in Iraq, dove l’unità di classe supera e travolge sistemi istituzionali fondati sull’equilibrio tra settarismo religiosi ed etnici. Il segretario del Pc libanese, partito presente in maniera significativa nelle lotte in corso nel suo paese, in una intervista abbastanza recente ha fatto riferimento alla esperienza dei Gilets Jaunes francesi come fonte di ispirazione e di insegnamento per i movimenti in Libano e altrove. Una riflessione che condivido.
Quando nel novembre del 2017 quel movimento è cominciato in Francia nel modo che sappiamo, non era facile vederne le potenzialità e la prospettiva che apriva per la sua piattaforma e per le forme di mobilitazione che metteva in campo. Per la sua radicale contrapposizione ai sindacati e ai partiti, anche di sinistra, per la presenza, in un primo tempo di esponenti provenienti dalle destre francesi, per la campagna mediatica della stampa mainstream, è stato letto in Francia ed anche in Italia come movimento di impronta populista ma non popolare, né di rottura con l’ordine neoliberale. Quello che vediamo oggi ci parla invece di altro. Ci parla della felice contaminazione tra il movimento di lotta di importanti settori sindacali contro la riforma macroniana della previdenza francese e il movimento di lotta dei Gilets Gialli; dell’estensione delle forme di lotta, delle pratiche dei Gilets Gialli all’insieme dei settori sociali che con progressione estensiva sono protagonisti oggi della lotta di classe in Francia. Nonostante in Francia, dopo il 2016, ci sia stata una permanenza del conflitto sociale e delle mobilitazioni, nessuno aveva previsto né poteva prevedere una sollevazione sociale di tali dimensioni e portata come quella che si è determinata a partire dal novembre del 2017. Una rivolta im/mediata per necessità, priva di referenti politici e/o sindacali. E quando qualcuno ha provato a trasformarla in lista elettorale ha clamorosamente fallito l’obiettivo, poiché il movimento trae tutta la sua forza dalla massificazione della lotta dal basso: processo costituente di un contropotere. Una rivolta, necessaria e un chiaro riferimento per chi lavora, come noi, alla ripresa dei conflitti sociali in tutta Europa.
Il contesto in cui ci troviamo ad agire è caratterizzato infatti dalla messa in discussione del welfare e del compromesso sociale ad esso sotteso. Sono messi in discussione gli impianti costituzionali e gli equilibri determinatisi dopo la seconda guerra mondiale e nei trent’anni successivi. La risposta capitalistica al ciclo di lotte degli anni ‘70, che si è dispiegata nel lungo periodo con velocità differenti nei diversi contesti, ha mirato ad abbattere più o meno ovunque i modelli costituzionali e gli apparati di mediazione che il conflitto sociale aveva utilizzato a suo favore. “Eccesso di domanda e di democrazia” l’aveva definita la Trilateral nel1973).
A partire dagli anni ‘80, sono radicalmente messe in crisi il welfare, la permeabilità delle istituzioni rappresentative alle rivendicazioni sociali e la contrattazione sindacale.
Questo deve essere un punto di consapevolezza fondamentale. La crisi del sindacato, dei partiti di massa, delle costituzioni del dopoguerra, hanno origine in questo cambio radicale di paradigma. Il ridursi e il ridefinirsi del ruolo politico e dell’importanza del terreno della rappresentanza maturano in questo contesto. La fine di ogni sostanziale mediazione mette all’ordine del giorno il tema della rivolta e del mutualismo solidale e conflittuale come possibili terreni di sviluppo della lotta di classe. Prima di essere una acquisizione teorica è un dato di realtà che trova la sua rappresentazione evidente in ogni punto di crisi su scala globale. Il processo di demolizione delle grandi concentrazioni di capitale e lavoro, cuore della composizione di classe dell’operaio massa, della sua forza, ha trasformato le stesse basi della struttura materiale della forza lavoro, l’ha dispersa e frantumata, ne ha modificato nel profondo la stessa composizione anche politica. Le modalità con cui si sviluppano i conflitti, senza stati maggiori, senza leadership riconosciute, dice che larga parte della nostra storia recente, di quella italiana in particolare, è stata superata.

Vado dritto al punto. Noi, non solo per motivi anagrafici ma anche per la nostra cultura politica abbiamo spesso lo sguardo rivolto a formule passate e rincorriamo modelli organizzativi e politici, protagonismi e pratiche del conflitto, che non sono superati in sé ma chiedono una nuova definizione e nuovi approcci. Il lento e progressivo deperimento della dimensione di massa del partito, può anche essere figlia di scissioni ed errori, ma la nostra difficoltà di fase deve essere letta anche nello

smottamento di quelle che sono state tradizionalmente le bassi
di massa della sinistra e in particolare del Partito comunista italiano. Figli e in parte eredi di quella
storia, abbiamo gestito il progressivo deperimento delle sue fondamenta. Solo una svolta netta
può rigenerare il terreno, sulla base di un nuovo impianto.

In primo luogo, la ristrutturazione del lavoro politico della Rifondazione Comunista passa per la rivisitazione della centralità che il terreno della rappresentanza, ed in particolare le vicende elettorali, hanno avuto nella vita del partito. Dalla consapevolezza che il vecchio ciclo di lotte si è concluso ed è stato comunque superato nelle sue basi materiali dalla iniziativa capitalistica, che si è sviluppata stravolgendo fabbriche, territori, le stesse gerarchie tra produzione, distribuzione, consumo delle merci, fino alla sussunzione della intera sfera delle attività umane e relazionali nella produzione di valore e plusvalore, deve nascere la consapevolezza per noi di un necessario adeguamento e riposizionamento del nostro partito nelle dinamiche culturali, antropologiche di profondo cambiamento sociale dell’oggi. Dobbiamo vivere nel presente e con lo sguardo rivolto al futuro, non con gli occhi e la mente rivolti a un passato che va difeso, e da cui vanno tratti insegnamenti, ma che è comunque passato.

Anche se non possiamo dire -non possiamo dirlo nel nostro paese -, che un nuovo ciclo di lotte vive dispiegato in un forte movimento di massa, è comunque altrettanto vero che oggi qui ed ora, il terreno principale di iniziativa che va assunto non può essere quello della rappresentanza, ma quello della costruzione di una soggettività capace di alimentare i conflitti, praticando internità alla nuova composizione di classe e ai ceti popolari.
Questo richiede un posizionamento politico di alternatività agli altri poli politici presenti nel panorama politico e chiede di costruire attorno a questa prospettiva il massimo di aggregazione di forze che a partire dalle lotte, dai conflitti sociali ed ambientali, praticandoli, sia anche in grado di presentarsi alle elezioni e possibilmente di consolidare un simbolo.

Il partito deve quindi ristrutturare il suo lavoro politico mirando a:

1) Sviluppare una comunicazione efficace attorno alla divisione in classi della società e sull’individuazione dell’avversario nelle élites dominanti, ingaggiando una battaglia politico-culturale e sul piano della comunicazione, contrastando la narrazione prevalente della scarsità, opponendo il tema della distribuzione della ricchezza e della sua riappropriazione sociale.
Declinando il tema della necessaria riduzione del tempo di lavoro come condizione della crescita della società e delle relazioni umane, e non solo dell’occupazione. Incrociando questi temi con quelli della lotta contro i cambiamenti climatici e quello della lotta a tutte le forme di oppressione, come ci insegna l’esperienza del Confederalismo democratico.

2) Costruire esperienze comunitarie capaci di unire conflitto e pratiche mutualistiche (di mutualismo solidale). In questa direzione è necessario che si formino quadri di partito, più interessate/i all’inchiesta, alla conoscenza delle realtà di classe nei loro territori, e meno alle estenuanti discussioni sulle collocazioni in chiave elettorale. Solo il radicamento sociale, il protagonismo concreto permette di agire con qualche autorevolezza, peraltro, anche su questo piano della iniziativa politica.

3) Puntare a costruire elementi di conflitto sociale sulle contraddizioni di volta in volta ritenute centrali, cercando di rendere visibili e riconoscibili le nostre proposte. Un esempio può essere l’attuale campagna nazionale che richiama il movimento francese è i 62 anni per la pensione.

In altre parole, da un partito che ha progressivamente fatto del posizionamento politico e della propaganda la cifra della sua esistenza, ad un partito che faccia della battaglia politica, sociale e culturale la sua cifra prevalente. Si tratta quindi di riconvertire in larga parte il lavoro politico del partito e di porsi anche l’obiettivo di aggregare quei militanti che oggi non sono in Rifondazione Comunista ma che sono interessati a questo progetto. Il punto della mia riflessione è la prospettiva. È del tutto evidente che se restiamo fermi, inchiodati nella descrizione di un eterno presente, nella contemplazione della nostra crisi e della sinistra nel nostro paese, non possiamo che partorire risposte che restano tutte interne a ragionamenti di tipo politicista, comunque privi di una proiezione che dal presente guardi al futuro. Io la leggo così. Oggi la situazione italiana è quella che è ma non sarà immutabile. Le linee di crisi e di conflitto che agitano il quadro internazionale, l’intero pianeta, investiranno anche il nostro paese. Si tratta di fare una scelta. Il tempo è ora!
La presenza diffusa del Partito a livello nazionale, il generoso attivismo di molte compagne e compagni, è ancora una forza che può essere spesa e valorizzata dentro la sfida della anticipazione.
Questo testo leggetelo per quello che è. L’invito a discutere senza alcuna logica preordinata di schieramento, tra di noi, fuori dalle liturgie, semplicemente come compagne/i di rifondazione comunista impegnati a dare una prospettiva al nostro partito che vogliamo far crescere e rafforzare. Invito tutte/i a partecipare all’incontro che si terrà sabato 7 marzo nella sede di Verona del Prc a partire dalle ore 10. Per adesioni/partecipazioni, inviate un’email a info@rifondazione.padova.it.

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Sardine, vita da branco

Pubblicato il 2 dic 2019 in Democrazia, dibattito, Interni

Antonio Bianco*

In questi giorni è apparso nelle piazze un movimento spontaneo, autoconvocatosi con il passa parola ed il tam-tam dei social-midia, recitano il loro mantra brandendo il logo con le Sardine contestando la politica di Salvini. Con toni pacati e le facce pulite entrano nelle nostre case, corteggiati dalla TV, mostrati nelle adunate in piazza, i loro portavoce intervistati dall’Annunziata nella trasmissione televisiva su RAI 3 in “Mezza ora in più”. Rivendicano il loro sacrosanto diritto di far politica, con un linguaggio semplice, privo di contenuti, nulla dicono sul modo di cambiare la politica ed i suoi riti bizantini lontani dai bisogni dei cittadini. Non hanno bandiere, non sono di destra o di sinistra, un guazzabuglio forse condito di buone intenzioni che ha il merito di riempire le piazze occupate, nei mesi precedenti, dal leader della Lega Nord. L’unico loro tema sembra la contrapposizione alla politica populista del leghista Salvini, non è cosa da poco, ma ben altre questioni bollono in pentola. Le crisi aziendali di Taranto ed Alitalia potrebbero mandare a gambe all’aria la traballante politica economica ed occupazionale nazionale con esiti imprevedibili sulle relazioni sociali nel nostro paese. Ma anche ed ancor di più, l’autonomia regionale differenziata, progetti presentati dal Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, avallati dal PD dell’ex Governo Gentiloni, che, se attuati, cristallizzerebbero, il divario socio-economico tra il Nord ricco ed il Sud escluso da qualsiasi riscossa sociale.

Nulla dicono della iniqua e sperequata ripartizione delle risorse finanziarie, basata sulla spesa storica, a tutto vantaggio del Nord che ha privato il Mezzogiorno, negli ultimi dieci anni, di circa 62 miliardi all’anno, fatto che ha escluso 20 milioni di persone dal novero di cittadini.

Nulla dicono dei 2 milioni di persone migrate negli ultimi dieci anni dal Sud Italia in cerca di lavoro.

Nulla dicono della migrazione sanitaria di circa 120 mila persone nel 2016, secondo i dati forniti dallo Svimez, verso le regioni del Nord per ricevere cure adeguate e tempestive. Transumanza dovuta ai criteri di calcolo della ripartizione del FSN basato sull’iniquo criterio della spesa storica che ha prodotto la riduzione di servizi e dei posti letto che allungano le liste di attesa.

Questa è l’Italia divisa, iniqua, disuguale dove la cura della persona, dalla nascita alla bara, non è legata ai diritti indicati dalla Costituzione ma è collegata al codice di avviamento postale (CAP) del luogo dove siamo nati: se il territorio è ricco godi di diritti diversamente sei condannato all’oblio ed all’emigrazione.

Far politica, a mio avviso, significa sporcarsi le mani ed affrontare i temi sul tappeto con realismo, senza banalizzarli. Il Comitato Gaetano Salvemini parteciperà al flash mob che si terrà il 30 novembre in Piazza Dante a Napoli. L’evento vede fra i suoi coordinatori e protagonisti Bruno Martirani il quale, sin dalla prima ora, si è battuto per l’eliminazione del regionalismo differenziato difforme dal dettato Costituzionale, vergognosamente penalizzante per il Mezzogiorno già in condizioni socio-economiche mortificanti. Vogliamo unire alla freschezza giovanile di questo movimento la nostra lotta per la nascita dell’Italia unità, coesa e solidale. Il branco si unisca al branco, rinasca lo spirito costituente e di accoglienza, insieme progettiamo la casa comune ed un nuovo modo di far politica.

Auspico che il sogno diventi realtà e “Sempre per sempre dalla stessa parte mi troverai” (Francesco De Gregori).

*Segreteria regionale Campania PRC-S.E.

A proposito di “sardine” e di lotta alle destre populiste

Pubblicato il 20 nov 2019 in dibattito, Interni

 

di Ezio Locatelli*

Si moltiplicano in queste ore le piazze delle cosiddette “sardine” in chiave antilega, contro la politica della paura, dell’odio, dei muri. Un movimento fluido e molecolare convocato tramite social network. Nessun vestito o distintivo politico, siamo apartitici tengono a precisare i promotori. Un entusiastico editoriale del quotidiano il Manifesto parla delle “sardine” nei termini di  “contagiosi anticorpi contro le destre”. Ieri eravamo in presenza dei girotondi, del popolo viola contro Berlusconi oggi fanno la loro comparsa “inarrestabili banchi di sardine…contro l’odiatore seriale a capo della Lega”.

Ben venga tutto ciò che è sussulto democratico, mobilitazione antifascista, moto di opinione ispirato ai valori della Carta Costituzionale. Moto che, nell’immediato, può produrre qualche incoraggiamento politico, qualche spostamento elettorale, il che è già qualcosa, ma nulla di più. La questione dirimente è un’altra. Riguarda lo scontento sociale gigantesco che c’è in questo momento nel Paese. Oltre un certo limite – limite che è stato abbondantemente superato in Italia – le disuguaglianze sociali, la disoccupazione, la precarietà lavorativa, il peggioramento delle condizioni di vivibilità sono all’origine del crollo della credibilità della politica, delle istituzioni, sono all’origine di tutte le patologie sociali.

Il populismo di destra è una patologia sociale che può essere contrastata solo in presenza di risposte positive in tema di diritti sociali, lavoro, redditi, pensioni, sanità, di lotta alle ruberie e alle disuguaglianze sociali venute avanti in anni di sciagurate politiche neoliberiste impersonate dalle forze di centrodestra e centrosinistra. In assenza di un’azione di contrasto a politiche ingiuste che hanno messo in stato d’accusa il sistema precedente e le forze che lo costituivano, il populismo di destra rimane in tutto e per tutto un possibile esito della crisi in atto. Dunque, bene che si manifestino movimenti critici di cittadini ma più che mai rimane urgente, indilazionabile la necessità di una ribellione al furto di diritti, di reddito, di dignità operato dal liberismo, la necessità di affrontare il tema della costruzione di una politica alternativa. Da affrontare avendo riguardo per le molteplici forme di impegno politico, sociale e culturale di tutti coloro che oltre a riconoscersi nei valori della Costituzione antifascista si battono, non da oggi, per chiederne la pratica applicazione.

*Direzione nazionale Prc-S.E.                                                                                               

XI Congresso del PRC: risparmiateci l’ennesima conta sulla linea politica

Pubblicato il 19 nov 2019 in dibattito

Nei giorni scorsi è arrivata la convocazione del Comitato Politico Nazionale che darà il via alla fase pre-congressuale di Rifondazione Comunista, per i prossimi 30 novembre e 1 dicembre.

Peccheremmo di ingenuità però, se non ci dicessimo che l’aria pre-congressuale nel partito si respira già da un po’.

Dal rimpasto della segreteria nazionale a fine luglio fino al recente dibattito del partito che riguarda le elezioni regionali, fino al nervosismo che attraversa una parte del gruppo dirigente.

Chi scrive, a discapito dell’età, i congressi del partito se li è vissuti tutti quanti da Chianciano in poi, votando sempre documenti di minoranza ma adoperandosi affinché, prima di tutto, il partito si sviluppasse a prescindere nella propria organizzazione e visibilità politica.

Questa lettera aperta alle compagne e ai compagni del PRC nasce dall’esigenza, avvertita da molti, di avere per il 2020 un tipo di congresso diverso da tutti gli altri.

Non un congresso dove si vada, per l’ennesima volta, ad una conta sulla linea politica sul tema delle alleanze, pur importante, ma su cui dovremmo già da tempo aver fatto chiarezza nell’impostazione del partito.

È mia impressione, infatti, che dietro alla forte discussione avuta dal partito in questi mesi sul tema delle elezioni regionali, si nascondesse il tentativo di orientare il dibattito interno facendo fare ad alcuni regionali fughe in avanti, derubricando all’ultimo posto le due esigenze che per i comunisti dovrebbero avere le competizioni elettorali: incidere nei rapporti di forza tra le classi e rafforzare il partito.

A scanso di equivoci, ciò è avvenuto su opzioni politiche diverse, ma in ogni caso il risultato ottenuto è stato il medesimo: la mancata presentazione del partito alle competizioni regionali.

Se quindi vogliamo che Rifondazione Comunista torni ad avere compattezza ed efficacia, dovremmo avere il coraggio di non impostare il prossimo congresso come un braccio di ferro analogo ai precedenti, tra presunte “destre” e “sinistre” interne.

Non è accettabile che, ancora, i gruppi dirigenti (di maggioranza e di minoranza) si inventino un “nemico interno” per poter legittimare la propria perenne immutabilità di fronte ad un quadro politico italiano che è in continuo rinnovamento.

I nemici non sono i nostri compagni che la pensano diversamente, ma sono i fascisti e i liberisti ovunque collocati!

Così come non è accettabile che il “nemico interno” lo si trovi facendo leva su elementi di cultura politica, perché la forza storica di Rifondazione Comunista è proprio quella di aver saputo fare sintesi tra culture politiche differenti nell’ambito del comunismo.

Un congresso senza conte è anche la condizione necessaria (ma non sufficiente) per potersi dire apertamente cosa in questi anni non ha funzionato della nostra azione politica.

Credo che nessuno nel partito pensi che la situazione sia idilliaca, né che ci siamo mossi bene.

E l’unico modo per affrontare i problemi e risolverli, è che essi non vengano strumentalizzati né negati.

Occorre che al centro della discussione poniamo il ragionamento su come la nostra azione politica torni ad essere efficace e gratificante per i compagni che faticosamente resistono sul territorio: perché la politica, soprattutto quando fatta senza soldi, non può essere solo fatica e frustrazione, ma deve essere prima di tutto entusiasmo.

Dell’entusiasmo che possiamo (e dobbiamo) tornare a sprigionare possiamo vedere qualche piccolo seme nella nostra organizzazione giovanile, i Giovani Comunisti/e, che seppur non sempre con logiche diverse da quelle del partito adulto, mette faticosamente in campo un rilancio a livello politico e generazionale.

Quindi intanto il congresso dovrebbe essere aperto da una bella inchiesta sociale sulla percezione che i nostri referenti sociali hanno di noi, per misurare punti di forza e di debolezza.

E una volta individuate le direttrici politiche su cui lavorare, possiamo con serenità pensare ai migliori gruppi dirigenti per svilupparle.

È noto che dentro il partito quello del gruppo dirigente è sempre un tema che suscita reazioni contrastanti, tra difensori e detrattori, tra apocalittici e integrati.

La cosa più saggia e lungimirante quindi in questa fase, più che chiedere improbabili epurazioni o riconferme, è quella di consegnare agli iscritti con la massima democrazia interna possibile, la possibilità di scegliere il prossimo gruppo dirigente:.

Occorre quindi che nel su undicesimo congresso, il Partito della Rifondazione Comunista adotti come normale metodo di lavoro e di elezione l’utilizzo delle liste aperte.

Fin dall’elezione delle commissioni pre-congressuali, all’interno del CPN, per poi proseguire con commissione per il congresso, delegati e nuovi organismi dirigenti: viene eletto chi prende più voti dai compagni di base, non chi dà più garanzie al capo-corrente.

Peraltro, in un contesto di partenza come il nostro, la tutela delle diverse sensibilità politiche è garantita dal fatto che i documenti congressuali uscenti sono due, ciascuno con una quota prefissata per statuto.

Non ci sono quindi alibi per non praticare uno degli strumenti più avanzati di democrazia interna a nostra disposizione: e può sicuramente chiederlo 1/5 del CPN, ma sarebbe un segnale politico importante se la proposta arrivasse direttamente dalla presidenza.

Il XI congresso del PRC ci mette di fronte una opportunità enorme per riflettere sulla nostra società e sul nostro ruolo storico nella sua trasformazione in senso socialista: non sprechiamola!

 

Nicolò Martinelli

Collegio Nazionale di Garanzia

Contributo del Circolo cittadino “K. Marx” di Bari, ai lavori dell’assemblea di Firenze di domenica 22 settembre 2019

Pubblicato il 25 set 2019 in dibattito

Questo documento è il frutto della discussione dei compagni e delle compagne del circolo K. Marx di Bari, per i lavori di questa assemblea, nella prospettiva che si apra un percorso aperto sui nodi politici e sulle forme organizzative.

Per comprensibili difficoltà logistiche ed economiche non siamo presenti fisicamente ai lavori dell’assemblea,  ma assumiamo con questo contributo, certo non esaustivo e necessariamente sommario, l’urgenza di praticare ogni occasione di confronto che favorisca la condivisione delle voci dei territori della militanza.

Siamo molto preoccupati  dello stato del nostro partito, della sinistra, della condizione delle classi popolari e del mondo del lavoro deprivato di rappresentanza politica e sociale.

La sinistra è in difficoltà in tutti i paesi, ma non in tutti è annientata come nel nostro.

Dopo l’ennesimo tonfo elettorale delle elezioni europee, ci saremmo aspettati una capacità reattiva e di resilienza di altro livello, un percorso di ricerca e di elaborazione stringente ed aperto: fare un bilancio, in modo franco, senza pregiudizi né colpevolizzazioni, degli errori e delle debolezze di una linea spesso contraddittoria e dagli esiti catastrofici, sull’altare della quale abbiamo sacrificato la cura e la credibilità del partito come soggetto socialmente utile. Non mettiamo in atto processi, né sottovalutiamo le difficoltà del contesto e gli ostacoli che abbiamo dovuto affrontare, e neppure il settarismo e gli opportunismi di compagni di strada con cui ci siamo trovati a condividere percorsi dettati da esigenze elettorali contingenti più che  da condivisione di obiettivi e di pratiche. Dovremmo farne tesoro ed evitare la riproposizione di ricette che aggravano i mali, con la conseguenza dell’avvilimento della militanza, sballottata da un tentativo all’altro e frustrata dai numerosi fallimenti.

Se riteniamo ancora che la rifondazione comunista sia necessaria per le classi popolari, dobbiamo mettere mano ad una difficile ma inevitabile opera di ricostruzione dalle basi, evitando in ogni modo tanto le analisi autoconsolatorie quanto la rissosità interna da ceto politico, entrambe frutto dell’inconsistenza di una proposta credibile.

Ci saremmo aspettati l’avvio di un percorso di elaborazione critica che affrontasse nodi politici strategici non più rinviabili, dall’Europa al sindacato alle forme dell’organizzazione e della comunicazione, della struttura stessa del partito; un lavoro indispensabile di ricostruzione,  forse doloroso e dall’esito per niente scontato, ma inevitabile se si vuole salvare l’idea della rifondazione comunista e la sua agibilità nella società. Prenderci lo spazio del pensiero critico e autocritico, essere promotori e non semplici commentatori e censori del discorso pubblico. Darci un progetto.

Dobbiamo constatare che non si sta seguendo questa la strada. L’assemblea di oggi sarà irrilevante se non produrrà una rottura della ritualità annuale e non avvierà un capillare lavoro di ricucitura politica e organizzativa. Ne aspettiamo gli esiti, ai quali vogliamo contribuire.

Gli ultimi mesi sono stati segnati da capovolgimento del sistema politico, la Lega si è estromessa da sola (non certo per merito di un’opposizione istituzionale e sociale) da un governo dominato da pericolose derive razziste, populiste, con tratti eversivi. Ora siamo di fronte ad un governo segnato dall’europeismo neoliberista del PD e dal trasformismo populista dei 5*, con l’internità di coloro che caparbiamente abbiamo considerato nostri interlocutori e compagni di strada della sinistra.

Mentre interi settori sociali anche progressisti e di sinistra guardano con speranza al governo 5*-PD-LEU, l’unica opposizione e connessione sentimentale con il “popolo” è quella di Salvini.

Organizzare in queste condizioni un’opposizione di sinistra e comunista è un compito arduo, che richiede la scelta di priorità, la costruzione di un credibile progetto politico, la capacità d’iniziativa autonoma: un partito. Ciò non significa chiudersi in patetici recinti settari, ma essere all’altezza di un confronto autorevole con una pluralità di soggetti sociali e di movimento.

Non conosciamo la realtà di altri territori del partito e siamo sicuri che ci siano circoli, federazioni, regioni che possono vantare risultati encomiabili sul piano politico, di insediamento sociale e perfino una rappresentanza istituzionale.

Conosciamo la realtà pugliese e ne siamo allarmati, come abbiamo evidenziato da tempo, perlopiù inascoltati, sia in ambito regionale che ai livelli nazionali: in Puglia il partito regionale non esiste, non esprimendo alcuna minima vitalità politica, spogliato dei luoghi di discussione e di confronto, a partire dal cpr. Nonostante la regione sia attraversata da contraddizioni fortissime che avrebbero una rilevanza nazionale, il partito non ha prodotto una sola iniziativa in questi anni.  In tali condizioni ci avviamo ad affrontare l’imminente campagna elettorale regionale, con una legge elettorale che prevede lo sbarramento all’8%, senza averne mai discusso.

Le federazioni provinciali non comunicano fra di loro, attraversate da una consistente difficoltà di militanza.

La federazione di Bari ha visto un preoccupante avvicendamento di segretari (gli ultimi 2 si sono dimessi non per motivi personali ma per segnalare le difficoltà sin qui riassunte) e attualmente è gestita per gli affari correnti da un coordinamento dei segretari degli unici circoli attivi della provincia (Bari, Molfetta, Ruvo).

Le recenti amministrative comunali del capoluogo, dove abbiamo dato vita ad una lista sociale di sinistra, hanno avuto un risultato inconsistente, per enormi difficoltà oggettive e per debolezza soggettiva del partito.

A tutto ciò si aggiungono le difficoltà finanziarie, acuite dal fatto che si sono interrotti i contributi del nazionale; i costi della sede regionale, che ospita anche la federazione provinciale e il circolo di Bari, gravano unicamente sui compagni e le compagne della città, i quali ultimamente stanno facendo grossi sacrifici per tamponare una situazione che dovrebbe allarmarci a tutti i livelli.

Non ci sfuggono le difficoltà del contesto, il pericolo di frantumazione del Paese, stretto fra i diktat europei e la secessione dei ricchi. L’attuale governo, che ha comunque alimentato la fiducia di chi si sente appagato dall’essersi momentaneamente sbarazzato di Salvini al governo e rincuorato dagli annunci del nuovo, potrebbe inciampare nelle sue contraddizioni; per questo è necessario individuare le priorità che possano connotare sul piano della concretezza una prospettiva alternativa.

Crediamo che la questione dell’autonomia differenziata e di una nuova questione meridionale come questione nazionale, in un’ottica di coesione e di ricomposizione del blocco sociale, debba essere una priorità politica. Riprendere dal Sud, in una prospettiva di critica e di opposizione ai disegni europei di ristrutturazione geopolitica del capitale.

A questo, il circolo di Bari sta dedicando gran parte delle sue energie, in forma autonoma con seminari  dibattiti (il prossimo sabato 28 settembre nell’ambito della festarossa cittadina) e all’interno del Comitato per l’Unità della Repubblica.

E’ necessaria la ricomposizione del partito come comunità politica, la rifondazione di pratiche e di culture; per questo chiediamo che da questa assemblea parta l’impegno per un percorso di assemblee territoriali come lavoro istruttorio per un momento pubblico nazionale, aperto e trasparente, che parli a noi e fuori di noi.

Quello che dobbiamo evitare è continuare nella riproposizione di scelte sconfitte dalla realtà e portare il partito ad affrontare in queste condizioni un congresso definitivo.

Al lavoro e alla lotta!

Bari, 22 settembre 2019                                                        Le compagne e i compagni del circolo K.Marx di Bari

 

Contributo al dibattito per la Rifondazione di un Partito Comunista utile alla fase storica

Pubblicato il 15 set 2019 in dibattito

Cari compagni, care compagne

Come militanti del Partito della Rifondazione Comunista viviamo una fase della nostra storia particolarmente difficile, in cui è necessario guardare al passato con chiarezza e senza preconcetti, abbandonando ogni vincolo di appartenenza correntizia per provare insieme a ragionare sul “che fare” per cambiare decisamente direzione.

Indipendentemente da ciò che intorno a noi si muove (la crisi di governo, la riorganizzazione di maggioranze politiche alternative a quella giallo-verde, ma sempre collocate nel campo neoliberista) la storia recente del nostro partito, particolarmente debole ed in difficoltà anagrafica e progettuale, ha mostrato come l’attuale assetto organizzativo del PRC, non ci abbia permesso di raggiungere gli obbiettivi congressualmente prefissati, l’unità della sinistra di classe ed il contrasto efficace alle politiche neoliberiste dei governi nazionali e dell’unione europea.

Ogni progetto politico, ogni alchimia elettorale più o meno recente non ha raggiunto il risultato sperato e soprattutto di fronte a noi, nel campo comunista ed anticapitalista, abbiamo oggi una situazione di enorme frammentazione, impotenza, carenza d’entusiasmo, che sembra destinata a non cambiare se non si invertirà decisamente la rotta.

Credo sia importante soprattutto analizzare le due ultime esperienze importanti (e fallimentari) del partito, dal punto di vista progettuale ed elettorale, per provare a costruire qualcosa di realmente nuovo ed auspicabilmente funzionale.

 

  1. L’esperienza di Potere al Popolo, sinteticamente, dimostra che il PRC non è oggi attrezzato per affrontare organicamente ed efficacemente un percorso Costituente.
    Il nostro partito è liquido, sfibrato, incapace di agire compattamente.
    Abbiamo gettato alle ortiche un progetto ricompositivo inizialmente molto interessante, finalmente coerente ed anticapitalista, teoricamente ben connesso con le lotte, appetibile per le generazioni più giovani ed in grado di rinnovare l’esperienza del PRC dando al nostro percorso nuova linfa.
    Durante l’esperienza di PaP non siamo stati in grado di gestire i rapporti all’interno ed all’esterno del partito, spaccandoci come una mela di fronte al che fare (la riunione dei dissidenti di Firenze), cercando soluzioni alternative (gli incontri paralleli con De Magistris a progetto ancora in corso) e dimostrando i limiti organizzativi di un partito che, pur avendo più di 10.000 iscritti, si è fatto mettere all’angolo, politicamente parlando, da una organizzazione politica costituita da poche decine di compagni e da un centro sociale.

 

E’ palese che l’esito negativo del percorso di Potere al Popolo come progetto di aggregazione anticapitalista, non è solo colpa del PRC e moltissime sono state le responsabilità dei nostri interlocutori, ma deve esser chiaro che per poter migliorare occorre innanzitutto fare autocritica, apprendendo dai propri errori, mentre un gioco inutile è l’attribuzione esterna di responsabilità, visto che ciò che dovrebbe interessarci primariamente è quello che NOI siamo in grado di fare e mettere in campo.

 

  1. L’esperienza della “sinistra” credo invece che dimostri il fatto che la classe che vorremmo rappresentare ed il nostro stesso elettorato storico, ha ormai le tasche piene di accrocchi elettoralistici e progetti da riciclo di ceto politico privi di qualsiasi connessione reale con chi lotta ogni giorno contro la violenza capitalista e con le giovani generazioni.
    I lavoratori ma anche i compagni storici ed i nostri stessi elettori hanno ormai fatto gli anticorpi a manovre pre-elettorali che trasudano pressapochismo ed incoerenza.
    Non basta un buon programma da sbandierare nei volantinaggi… non si può costruire un “progetto” politico ad un mese dalle elezioni.

Ma non si può neanche immaginare di avviare e portare avanti un percorso comune con una formazione politica che proprio in questi giorni persegue la ricostruzione di un nuovo centrosinistra, andando al governo col PD di Zingaretti e del redivivo Renzi, oltre che col movimento 5 stelle…
Un percorso politico di questo tipo è in realtà destinato a fallire prima di esser nato, indipendentemente dalla volontà di chi, magari in buona fede, cerca di tenerlo in vita. Sempre che, per il PRC e per tutti i suoi militanti, sia ancora pienamente valido l’obiettivo della costruzione della sinistra di classe IN ALTERNATIVA E CONTRAPPOSIZIONE AL CENTROSINISTRA TARGATO PD.
Anzi, su questo punto io credo davvero che sia necessario aprire un reale dibattito e un franco chiarimento interno perché, se per qualcuno nel PRC l’alternativa al centrosinistra ed al PD ad ogni livello, non è una discriminante, penso sarebbe importante esplicitarlo chiaramente arrivando ad un divorzio consensuale, vista l’impossibilità di far coesistere in un solo partito due progetti politici sostanzialmente opposti.

 

Parallelamente all’analisi dei progetti politico-elettorali, credo che per avviare una discussione sul nostro futuro occorra anche fare velocemente il punto sulla connessione del partito con la classe e le lotte, nei territori e sui posti di lavoro.

Lo sappiamo, in ogni lotta esistente nel paese, in ogni territorio, in ogni sindacato, sono presenti i nostri militanti. Ma in che forma siamo presenti? Quale ruolo svolgiamo?

 

In molti movimenti importanti, da quelli contro il razzismo, a quelli contro la discriminazione di genere, a quelli per la difesa dell’ambiente, a quelli contro l’autonomia differenziata, alcuni nostri compagni e compagne svolgono ruoli di rilievo, anche se non sempre vengono supportati adeguatamente. Abbiamo probabilmente un problema organizzativo, che non ci consente di sfruttare al meglio il nostro potenziale in modo da usare il partito per fare reale egemonia in questi movimenti, declinandoli nella direzione della contrapposizione di classe, che da comunisti dovrebbe caratterizzarci.

In questo senso grave è la situazione di organizzazione del partito soprattutto sul fronte sindacale, ambito in cui il conflitto capitale-lavoro si esplicita con più chiarezza. Non abbiamo una linea ne un modello organizzativo di intervento sindacale, non abbiamo ambiti di confronto stabile dei lavoratori iscritti al PRC per cui non operiamo insieme, non riusciamo ad acquisire spazio nei sindacati più importanti modificandone l’operato…

 

E forse ancor più grave è la nostra incapacità di intervento tra i giovani e gli studenti, con una “giovanile” del partito in enorme difficoltà, mai adeguatamente supportata e da ripensare in toto.

Altrettanto inefficace poi, mi sembra il lavoro che svolgiamo coi nostri presidi territoriali
I nostri circoli spesso sono scollegati tra loro, non agiscono insieme, non riescono ad essere strutture di organizzazione del dissenso e a parte qualche esempio virtuoso, perdono iscritti ed hanno diverse difficoltà. Il più delle volte sono disconnessi dal territorio o meglio, non riescono ad essere attrattivi per i tanti proletari, lavoratori, disoccupati, giovani e studenti che abitano nei nostri quartieri e che invece di frequentare i nostri circoli, vengono attratti dai centri sociali, dalle case del popolo (dove ce ne sono) o da altre realtà politico-sociali e non…
E’ dunque l’articolazione per circoli territoriali la migliore struttura possibile per un partito come il nostro?

 

 

Sette punti programmatici di discussione per il rilancio della Rifondazione Comunista e la ricostruzione del Partito

 

Premessa:
Ci troviamo in una fase politica nuova e difficile, con un altra recessione economica alle porte, una crisi di governo trasformatasi in un teatrino della politica, le tre forze politiche più forti e le due fazioni oggi esistenti (le destre ed il PD-M5S) tutte ostili agli interessi dei lavoratori e mai come in questa fase tocchiamo il minimo storico in termini di coscienza di classe e di organizzazione.
Il nostro partito, sempre più debole ed “anziano” ha oggi una segreteria sostanzialmente “monocolore” espressione dell’area che da Chianciano in poi è alla guida del PRC, una minoranza “di sinistra” indebolita da tante uscite (in direzione PaP, o PC, o altro…), un altra minoranza “di destra” nata dopo la riunione di Firenze… ed un congresso da fare nell’anno 2020.
Anzi, dopo l’ultimo CPN è evidente che siamo, lo si voglia o no, già in fase pre-congressuale…

 

Sarebbe importante, in una situazione di questo tipo, arrivare alla discussione congressuale confrontandoci con coraggio sui temi politici ed organizzativi fondamentali, piuttosto che ripetere un asfittico ed inconcludente scontro tra correnti ingessate utile solo a fare la conta di chi pesa percentualmente di più, ma che da anni si traduce in un progressivo declinio dell’organizzazione senza momenti di reale, strutturale e duraturo rilancio.

 

E’ chiaro che ad un cambiamento di contenuti deve corrispondere necessariamente anche un cambiamento della dirigenza, ma sarebbe davvero importante, in questa fase difficile della nostra storia, avviare un confronto franco e aperto sul futuro del partito, con l’organizzazione di una vera conferenza d’organizzazione,  specifiche assemblee straordinarie ed ipotizzando magari per il prossimo congresso formule di confronto alternative, come quella del documento unico a tesi emendabili… del resto esistono gli strumenti per dare un peso politico-percentuale alle tesi che risulterebbero vincenti anche in un confronto di questo tipo…

 

In ogni caso credo davvero che per dare un futuro al nostro partito, ed al movimento comunista in generale, occorra oggi avere il coraggio di uscire dagli schemi, evitando di fare sempre gli stessi errori e magari rischiando di farne di nuovi…

Invio dunque una proposta di discussione “a tutto il partito”, che mi piacerebbe poter far arrivare ai dirigenti del CPN e dei CPF, ai segretari delle federazioni e dei circoli, a tutti i militanti… ma da allargare auspicabilmente, nell’ottica di una discussione ampia sul futuro dei comunisti in Italia, anche ai compagni non iscritti al PRC, nelle forme in cui sarà più utile farlo.
Perché una cosa penso sia chiara a tutti: per uscire dalle secche in cui siamo sprofondati occorrerà guardare dentro di noi, ma anche e soprattutto fuori da noi. I comunisti dichiarati o potenziali, fortunatamente, sono molti di più dei 10.000 iscritti al nostro partito e delle altre poche migliaia iscritti nelle tante (troppe) organizzazioni marxiste del paese…

 

I 7 punti di discussione:

 

  1. La formazione di un nuova generazione di militanti e quadri ed il rilancio nel nostro paese della cultura comunista, attraverso l’organizzazione, in collaborazione con realtà vicine, anche esterne al partito, di scuole quadri, corsi organici ed incontri di approfondimento e di analisi sugli autori ed i temi classici:
    Marx, Engels, Lenin, Luxemburg, Gramsci, Trotzki, Stalin, Mao, Guevara, Castro, Ho Chi Minh, Chavez ecc, ecc.
    Lo sfruttamento, il plusvalore, la concezione materialistica della storia, l’egemonia, la rivoluzione permanente, il socialismo in un solo paese, l’uomo nuovo, ecc, ecc

Una formazione dai contenuti “classici” quindi, ma strutturata, confezionata in modo nuovo, contestualizzata nel presente, rivolta particolarmente ai giovani, nell’intento della costruzione del necessario “partito dei quadri” utile alla fase.

 

  1. L’unità dei comunisti:
    In una situazione di estrema parcellizzazione dei comunisti e della sinistra di classe, il PRC nonostante l’estrema debolezza attuale rappresenta ancora oggi l’organizzazione comunista più numerosa e strutturata, ed ha quindi una responsabilità storica legata alla necessità della riaggregazione comunista.
    Riaggregazione su cui sarà necessario lavorare “dal basso” e “dall’alto”:
  • dal basso attraverso l’attività dei militanti del PRC nei territori, nelle scuole e negli spazi di aggregazione giovanile e sui luoghi di lavoro, alla ricerca di un lavoro coordinato con compagni/e di altre organizzazioni o senza tessera (cfr. punti 3, 5, 6 e 7.2)
  • dall’alto, avviando in modo organizzato una serie di incontri bilaterali o multilaterali, anche partendo dal punto 1, con tutte le organizzazioni, i collettivi, gruppi e partiti che si dichiarano marxisti o comunisti, nell’ottica dell’attivazione di un processo nella direzione di un unificazione comunista in alternativa e contrapposizione al centrosinistra.

 

  1. La creazione di un fronte ampio antiliberista e anticapitalista autonomo e contrapposto ad ogni livello tanto alle destre quanto al centrosinistra-PD-M5S
    formato da partiti, organizzazioni politiche-sindacali-sociali, gruppi, movimenti, collettivi della sinistra antiliberista-anticapitalista, antagonista e antimperialista, ma anche in grado di attrarre i tanti compagni/e senza tessera, per rilanciare a livello nazionale e locale l’azione contro qualsiasi governo di ispirazione neoliberista, su lotte di scopo e/o su un programma minimo di classe (percorso utile anche alla realizzazione del punto 2).

 

  1. La definizione di una linea di sintesi, chiara e condivisa, in riferimento alla politica internazionale
    Uno dei punti di debolezza della sinistra di classe è stato proprio quello dell’atteggiamento nei confronti dell’UE e più in generale le divisioni sui temi delle politica internazionale. Definire una linea che riesca a far operare assieme chi crede sia utile costruire un movimento internazionale di lotta e disobbedienza antiliberista-anticapitalista in seno all’UE e chi crede sia necessario uscire dalla stessa (e/o dall’Euro) sarebbe molto importante ed utile a compattare tutto il movimento su obiettivi comuni. In questo senso, l’esempio del francese Melenchon e della strategia piano A-piano B, in cui pur organizzando la lotta all’interno dell’unione, si tiene in considerazione la possibilità di uscirne, può esserci realmente utile per definire una linea politica complessiva logica e di sintesi contro un UE ritenuta ormai, da tutti noi, irriformabile.
    Parallelamente, occorrerà operare per il rafforzamento dei contatti internazionali con le organizzazioni (anche extra-SE ed extra-UE), i gruppi, i collettivi, i partiti, i governi socialisti o antimperialisti e le comunità dei lavoratori immigrati per combattere le organizzazioni internazionali dei capitalisti (UE, BCE, FMI, BM, OCSE, BRI ecc, ecc), la loro influenza sulla coscienza dei lavoratori in Italia, rafforzando la coscienza comunista e l’organizzazione internazionale del proletariato.

 

  1. La politica sindacale
    I compagni e le compagne del partito devono essere incentivati all’azione sindacale o comunque ad agire nel conflitto capitale-lavoro, partendo ove possibile dalla propria situazione lavorativa. Troppi compagni/e svolgono la loro attività di comunisti al chiuso dei propri circoli, dimenticandosi di agire marxisticamente proprio sul proprio luogo di lavoro.
    Il nostro partito deve dotarsi necessariamente di una linea di intervento sindacale, che punti a far sì che ciascun compagno/a, indipendentemente dal sindacato in cui milita, porti avanti in modo organizzato, di concerto con gli altri compagni del partito, la parola d’ordine della costruzione dei consigli dei lavoratori e dell’unità sindacale in ogni luogo di lavoro.
    A tal fine occorre metter mano anche all’organizzazione stessa del partito per favorire questo tipo di intervento (cfr. punto 7.1).

 

  1. l’organizzazione giovanile
    Un problema enorme per il nostro partito è la carenza di giovani e la progressiva disconnessione col mondo studentesco, che si traduce in un invecchiamento complessivo del nostro corpo militante. Da tempo la nostra giovanile è inefficace, priva di progettualità e inadeguatamente supportata da tutti noi. Abbiamo in realtà un partito che attrae poco i giovani per via forse delle pratiche burocratiche, di modalità di impegno intellettualistico e poco attivo in termini di conflitto, di poca attenzione all’identitarismo ed all’appartenenza.
    Se vogliamo dare un futuro al nostro percorso politico il problema va affrontato urgentemente ed efficacemente, dando supporto ai GC nella progettazione di un intervento efficace nelle scuole, nei sindacati studenteschi e nei centri di aggregazione giovanile, modificando le nostre pratiche (feste e campeggi della giovanile, incontri di formazione specifica e di aggregazione) e dando anche un nuovo volto agli stessi GC (il lavoro svolto da organizzazioni come il FGC o recentemente “Noi restiamo” può essere un utile esempio). Ma anche rivedendo le nostre modalità  di organizzazione dei presidi territoriali (trasformando i “vecchi” circoli in sezioni operanti nelle case del popolo – cfr. punto 7.2)

 

  1. La riorganizzazione del partito – anche attraverso modifiche statutarie – che porti:
    1. Alla creazione di aggregazioni di militanti non sulla base del territorio ma del lavoro: pensionati, metalmeccanici, lavoratori della scuola (ma anche studenti – cfr. punto 6) ministeriali, edili, ecc. a seconda del corpo militante. In prospettiva i militanti dovrebbero esprimere gli organi di governo (comitati politici) non solo su base territoriale, ma anche su base lavorativa (cfr. punto 5)
    2. Alla trasformazione dei circoli in sezioni (non autonome dunque, ma funzionali all’azione del partito) che trovino spazio fisico ove possibile nei luoghi di lavoro, oppure in case del popolo, in cui possano coesistere con movimenti, strutture mutualistiche ed altre realtà politico-sociali della sinistra di classe, con un attenzione particolare ai giovani (cfr. punto 6), nell’ottica della costruzione del fronte ampio (cfr. punto 3) ed in prospettiva dell’unità comunista (cfr. punto 2).
    3. Ad un centralismo democratico che sia tale e che impedisca a ciascun militante ed a ciascuna federazione di continuare a perseguire i propri obiettivi quando questi sono in contrasto con la sintesi politica e di disinteressarsi alla realizzazione della linea politica.

Parimenti, al dovere della maggioranza di trovare una sintesi che consenta alla minoranza di riconoscersi nelle decisioni finali e di concorrere attivamente alla loro realizzazione (il centralismo deve essere democratico, non burocratico), ferme restando alcune discriminanti inconciliabili (in primis l’autonomia e contrapposizione assoluta al centrosinistra, ad ogni livello nazionale e locale)

  1. Alla semplificazione delle strutture territoriali: quelle regionali obiettivamente servono a poco, alcune federazioni particolarmente deboli, possono essere accorpate, così come molti circoli/sezioni.
  2. Elezione, nel rispetto degli esiti congressuali, di tutti i membri della Segreteria e dei Comitati Politici, evitando una cooptazione complessiva per correnti.
  3. Alle modifiche necessarie per realizzare i punti da 1 a 5

 

Proviamo ad aprire una discussione ampia, seria e priva di calcoli opportunistici e rigidità correntizie, sul nostro futuro e su quello dei comunisti del paese.

 

Saluti comunisti

 

Roberto Villani
Segretario circ. “Pagnozzi” (Valmelaina-Tufello), CPF Roma, CPN

Rifondazione Comunista nella nuova fase politica

Pubblicato il 15 set 2019 in dibattito, Interni

La crisi di agosto è nata con tratti eversivi (i “pieni poteri”) ed ha esposto il Paese al rischio che da elezioni immediate uscisse una schiacciante maggioranza parlamentare di estrema destra, in grado di scardinare la Costituzione, anche nei suoi principi fondamentali.

La riconduzione della crisi alla dialettica parlamentare prevista dalla Costituzione porta alla sconfitta di Salvini ed alla nascita del governo M5s-Pd-Leu, dotato peraltro di una maggioranza parlamentare più ampia di quello precedente, è bene ricordarlo, si è costituita dopo le elezioni politiche del 4 marzo 2018.

La stessa presenza di Leu nel governo non si spiega solo con la naturale attitudine governista dei suoi esponenti, ma anche con il riavvicinamento al Pd di settori che avevano rotto col renzismo fino alla scissione di “padri nobili” quali Bersani e D’ Alema, che oggi individuano nel programma di governo un profilo che giudicano più avanzato.

Per composizione politica, programma, collocazione internazionale si tratta di un governo nettamente europeista ed  euro-atlantico, con un profilo democratico e  riformatore (revisione del trattato di Dublino, fisco, investimenti, aumento del deficit) reso possibile anche dalla tendenza, non priva di resistenze, da parte della rinnovata tecnocrazia europea, a una revisione del patto di stabilità, per far fronte alla recessione economica tedesca e a un rallentamento complessivo dell’economia della Ue.

Simbolicamente e politicamente, non deve essere sottovalutato, nell’immediato, l’impatto positivo che il governo Conte-bis può avere nel vasto arcipelago della sinistra sociale, associativa e sindacale in termini di aspettative e di consenso. L’ interruzione del corso politico esplicitamente reazionario rappresentato dalla Lega e da Salvini, con la piena complicità del movimento 5stelle, produce un effetto “sospiro di sollievo” su questo stesso mondo dopo un anno e mezzo di progressivo imbarbarimento reazionario.

Non essendo un governo che rompe col liberismo, e i vincoli europei non può essere il “nostro” governo: sul medio periodo è necessario costruire un opposizione politica e sociale, che  non assuma, nell’ immediato un carattere pregiudiziale e frontale,  ma che si misuri su temi concreti e contenuti verificabili, attorno ai quali aggregare le forze necessarie alla costruzione dell’alternativa di sinistra; serve, in sostanza, un rilancio programmatico per poter ricostituire un efficace alternativa politica che sia in grado di misurarsi con la sfida di possibili provvedimenti “riformatori” del governo (le annunciate politiche di taglio del cuneo fiscale a favore del lavoro dipendente, il salario minimo, le misure di sostegno al reddito, il superamento della Bossi-Fini, il blocco dell’ aumento dell’ IVA, la proposta di legge elettorale proporzionale) e di contrastare le misure più organicamente liberiste.

Naturalmente, il governo può durare e riuscire a contrastare le forze reazionarie, ancora molto forti nel Paese , solo se nelle condizioni materiali di vita (casa, lavoro, reddito, salute  pensioni, ambiente e trasporti) sarà capace di produrre qualche passo in avanti, a differenza di quanto  accaduto negli ultimi anni, certamente grazie anche al centrosinistra: qui si colloca la possibilità, per tutta l’opposizione di sinistra, di svolgere un ruolo politico importante in termini di pressione , critica, rivendicazione  di politiche coerentemente antiliberiste; se questa dialettica tra intenti riformatori e spinta  antiliberista non si produrrà, la sinistra di alternativa verrà messa all’angolo ma  soprattutto riprenderà vigore l’ opposizione reazionaria, e il nastro sarà riavvolto all’ indietro, fino a ai giorni del massimo consenso alla destra.

Il metodo di governo illustrato dal Presidente del Consiglio che si configura come concertativo, che se, nelle intenzioni, sembra voler condividere con tutti gli attori scelte di rilievo, quali ad esempio quella sull’ immigrazione, rischia anche di spingere ancora più all’ angolo le forze di classe, sia attraverso una nuova legge sulla rappresentanza sindacale, sia grazie al recupero di forze associative, di base, cattoliche e civiche che hanno una manifestato una certa vivacità nell’opposizione al  governo gialloverde.

Il profilo tenuto dal nostro partito durante la crisi di agosto, sia pure debole quanto ad iniziativa autonoma e verso “LA Sinistra” è stato corretto: nel punto più alto del consenso a Salvini, abbiamo richiamato la politica al dovere di fermare la reazione.

Ora è necessario, a nostro parere, ritessere la trama della costruzione di una Sinistra Alternativa, a partire dall’ esperienza de “La Sinistra”, autonoma, non settaria né identitaria, aperta a tutte quelle forze sociali, reti associative locali e nazionali, sindacali, ambientaliste che in questi anni hanno mantenuto una visione antiliberista ed hanno animato gli ultimi mesi di lotta e disobbedienza al salvinismo, lasciando accesa la fiammella dell’umanità anche nei momenti più bui.

E una fase in cui diventa centrale la ripresa della mobilitazione sociale su contenuti radicali, antiliberisti e antifascisti, visti anche i tentativi di rimonta fasciosalvinista, che non mancheranno, a partire dalla preannunciata manifestazione del 19 ottobre a Roma.

La SINISTRA che vorremmo al governo del Paese, o perlomeno in grado di pesare sugli equilibri dati (come fanno ad esempio il PCP ed il Blocco portoghesi, o Unidos podemos in Spagna) non esiste, e non esiste neppure una sinistra che esprima una qualche visibile rappresentanza politica degli strati sociali subalterni.

Noi riteniamo che, per tutta la prossima fase, la scelta di costruire una soggettività politica nuova, larga, popolare, in grado di competere per la conquista del consenso e l’avvio di politiche realmente antiliberiste, sia una scelta giusta.

Per tale motivo riteniamo indispensabile un momento di confronto largo, di respiro nazionale, tra tutti coloro che hanno voglia di affrontare la sfida programmatica e politica che la nascita di questo governo c’impone (anche con giudizi differenziati su di esso) senza cedere né al settarismo inconcludente né all’opportunismo.

Parimenti è necessario che il nostro Partito sviluppi una autonoma interlocuzione a livello politico-istituzionale ed elabori, proponga e sostenga scelte normative di segno popolare, utilizzando anche gli istituti di partecipazione popolare previsti, come tutti gli spazi istituzionali, in una sorta di “negoziazione conflittuale” sui temi programmatici nostri e di movimento.

Vale a dire che in questa fase, di imprevedibile durata, di tiepida aspettativa verso il nuovo governo, è necessario che il PRC dimostri e comunichi efficacemente la propria utilità sociale impugnando alcuni temi -chiave, (dalla legge proporzionale al jobs act, dalle pensioni alla scuola, dalla salute all’ambiente), e su questi tenti di conquistare risultati “targati” Rifondazione Comunista.

 

Direttivo circolo PRC “ Karl MARX- 100Celle “ – Roma

Il ritorno dell’#Amazzonia (La paura del fuoco nella #crisidigoverno)

Pubblicato il 27 ago 2019 in dibattito

Eleonora Forenza

Era il marzo 1989, quando nel ‘congresso dell’Amazzonia’ del Pci, Achille Occhetto incominciò a segare le radici dell’albero, in un percorso di ‘innovazione’ di cui tutti conosciamo le conseguenze.
Oggi l’Amazzonia ritorna prepotente, a ricordarci come sia il #capitalismo e non il #fuoco la causa della deforestazione che sta mettendo a rischio il pianeta.
Quel Bolsonaro, con cui gli attuali leader europei hanno siglato il trattato di libero commercio #Mercosur, rivendica per sè la possibilità di fare quanto già accaduto in Europa: deforestazione, per fare spazio all’agribusiness.
Sappiamo essere radicali, quando si parla dell’Amazzonia. Sappiamo nominare quella parola così old-fashioned, capitalismo. Sappiamo andare alla radice dei problemi senza ‘paura’ di essere considerati ‘irresponsabili’.
Poi invece suonano le campane della realpolitik, che producono il febbrile riflesso a voler partecipare a tutti i costi a una partita a #risiko a cui non siamo stati nemmeno invitati. Ma ci va bene anche il ruolo di commentatori o tifosi pur di partecipare. E allora vai, trasformiamo la paura del fuoco di Salvini nell’unico sentimento responsabile. Per la precisione non del fuoco di Salvini, ma del consenso popolare a Salvini misurato dai sondaggi, insomma del voto.
Diamoci al tifo indicando il dovere degli altri (che per i nostri c’è tempo): viva il governo Pd-M5S! Decidiamo che per spegnere l’incendio Salvini vadano bene #pompieri #piromani: #Conte (sì Tap, sì Tav, sì decreti sicurezza), Casalino, Di Maio, Di Battista, #Gentiloni (viva la Nato), #Minniti (più lager, meno sbarchi), l’onestah repressiva che torna a riempire le carceri. Per non parlare dell’autonomia differenziata (Gentiloni, Bonaccini) e del taglio dei parlamentari, delle mani di Taverna sulla Costituzione. Ci sentiamo in dovere di distinguere tra liberismo e liberismo, senza contemplare la logica conseguenza che a quel punto il bivio sarebbe uno soltanto: ci trasformiamo in un correntone esterno o interno al Pd?
Addirittura si sono appalesati i marxisti per #Orsola, intesa non solo come nuova maggioranza parlamentare a la Prodi, ma proprio come futura Presidente della Ec che, bontà sua, vuole destinare milioni di euro pubblici per finanziare le multinazionali made in Europe per vincere nella competizione globale.
Compà, Salvini non si vince con la paura, perché è con la paura che Salvini costruisce il suo consenso e fa politica.
Restituiamo rappresentatività al Parlamento con una legge elettorale #proporzionale, certo. Ma soprattutto torniamo a spendere quella parola, responsabilità, verso la nostra funzione storica: ridare forza (e dignità) a un progetto anticapitalista, femminista, ambientalista. Casa per casa, strada per strada, lotta per lotta.
Che i comunisti e le comuniste che hanno paura del popolo, che sentono il dovere del commento e non della proposta e dell’organizzazione, meritano di scomparire. E certo non salveranno l’Amazzonia.

DIBATTITO / Quale futuro per il nostro partito?

Pubblicato il 16 dic 2018 in dibattito

La fase che il nostro partito sta attraversando, tra grandi difficoltà e contraddizioni, ed oggi tenta di superare, è  caratterizzata dall’insuccesso di entrambe le ipotesi di aggregazione politica  scaturite dal fallimento del Brancaccio nel 2017; vale a dire “Liberi e Uguali” e “Potere al Popolo”; la prima di fatto sciolta, e l’altra in evidente affanno, dopo l abbandono di quasi tutti i soggetti organizzati che l’avevano promossa e che per il Prc ha avuto un carattere essenzialmente reattivo e difensivo, vista la costrizione temporale per la presentazione delle liste alle elezioni politiche del 4 marzo. Una ulteriore prova che sia il moderatismo subalterno che il settarismo minoritario non sono adeguati né al momento storico che caratterizza la fase politica generale nel nostro paese, similimente a quanto succede in Europa e a livello internazionale, né a fornire risposte utili alla crisi della sinistra.
L’affermazione del governo della Lega e del “5 Stelle” segna infatti un salto di fase politica molto rilevante nel paese: la politica trasformista dei “5stelle”, per sua natura ambivalente e opportunista è surclassata e fagocitata dalla politica “coerentemente” reazionaria della Lega, che vede, non a caso, raddoppiare i suoi consensi in soli 9 mesi. Sono presenti nel governo posizioni esplicitamente sessiste ed omofobe ed avanza un populismo fiscale, penale, sociale, etnico, costituzionale, che si fa azione di governo. Siamo di fronte ad un governo “di riequilibrio“, espressione di una parte della borghesia italiana, (settori produttivi e ceti professionali che influenzano amplissimi strati di lavoratori, disocuppati, inoccupati) che mira a ricontrattare politicamente il proprio ruolo in ambito europeo, per ottenerne vantaggi economici rilevanti. A questo scopo mostra un cinismo disumano sui migranti, sollecitando istinti esplicitamente razzisti e realizza, con l’approvazione del cosidetto “decreto sicurezza”, un passaggio decisivo verso una stretta autoritaria nel paese.
La crudeltà e l’egoismo sociale di cui è portatore il governo, aumenta in parallelo alla sua incapacità di mantenere le mirabolanti promesse elettorali, mostrando il suo volto più duro verso ogni “eccedenza” rispetto al nuovo ordine che propone.

La scadenza obbligata delle Elezioni Europee del 2019 appare, quindi, per noi decisiva, eppure non sufficiente a metterci nelle condizioni di superare la difficoltà in cui il Partito si trova, che piuttosto risiede nella programmazione ed esecuzione di alcune attività virtuose, ancora tutte da intraprendere: la definizione e l’adozione di un progetto sulla comunicazione, la sistematica formazione dei quadri, la cura e la riorganizzazione digitale e cartacea del tesseramento, la valorizzazione delle esperienze positive locali, anche al livello dei gruppi dirigenti, l’investimento pieno ed indiscutibile sulle politiche di genere e sui giovani.
Per le elezioni europee il richiamo, valoriale, politico e strategico, al GUE, resta per noi imprescindibile e deve costituire un riferimento di fondo, non negoziabile, per la sinistra che immaginiamo: antiliberista, internazionalista e antirazzista e femminista. Riteniamo di grande importanza, in questo contesto, l’avvio di un processo ricompositivo di un soggettività comunista adeguata ai tempi, come parte autonoma di una piu ampia sinistra alternativa di massa e di livello europeo, che pur non avendo oggi nè il tempo nè le condizioni per esprimersi sul terreno delle elezioni europee, può essere in parte facilitato da questo percorso elettorale. Le Elezioni Europee offrono, dunque, rispetto alle prospettive appena indicate, una possibilità che sta a noi arricchire e qualificare esprimendo i contenuti politici che possano adeguatamente rappresentare il nostro rifiuto dell’ Europa turboliberista e xenofoba.

La proposta politica illustrata dal Sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, è – per certi versi ed anche contro la sua stessa intenzione- figlia della introduzione della soglia di sbarramento nel sistema proporzionale ( per le Europee fu introdotta al 4% da Veltroni, nel 2009), e della deriva leaderistica propria dei sistemi elettorali maggioritari introdotti negli ultimi decenni.
Ma è una proposta di stampo “populista”? Solo in parte .
Lo è perché si misura su un terreno comunicativo e politico largamente egemonizzato dalla “cifra” populista; non lo è nella misura in cui evoca un protagonismo dal basso più socialmente definito: quando parla di “masse popolari”, sembra superare in avanti il concetto “di popolo”, in direzione degli strati subalterni della società, con un linguaggio che evoca il Pci del nostro Meridione dei decenni passati, ben più di quanto ricordi il “M5s”.
Quella che ci sembra si stia definendo con De Magistris, è una proposta democratico-radicale, costituzionale, antifascista, che ci pare adeguata al livello dello scontro contro una compagine reazionaria, nel governo, nella società e nel senso comune che non ha precedenti nell’ italia postbellic.
Non si tratta di una proposta immediatamente “socialista” ( che pure è ricompresa nel principio costituzionale di uguaglianza sostanziale) né tesa a raccogliere tutte le possibili manifestazioni del conflitto di classe e delle insorgenza sociale ( che pure è lambita dal concetto di disobbedienza alle leggi ingiuste): si tratta di una proposta, in una fase di vittoria schiacciante dell’avversario di classe, inevitabilmente difensiva ma che già allude ad una possibile dinamica positiva da fronte democratico – popolare, nitidamente antifascista e con il richiamo centrale alla Costituzione, innervata da un appello mobilitante alla lotta contro il governo Lega/5stelle, nella prospettiva della costruzione di un alternativa popolare.
La centralità della costituzione positivamente evocata da De Magistris richiede però una qualificazione precisa: il riconoscimento, oltre che delle forme in cui si manifestano le idee e la partecipazione dei cittadini, anche di quella in cui si manifesta la rappresentanza, cioè i partiti politici.
Nella nostra costituzione la democrazia diretta ha i suoi istituti, quella plebiscitaria oggi molto in voga non è neppure nominata mentre quella che scaturisce dalla lotta politica per la formazione della rappresentanza popolare è incentrata sui partiti.
E’ bene perciò che il Sindaco di Napoli non cada nella contraddizione di voler difendere e applicare la costituzione senza il pieno riconoscimento del ruolo dei partiti. La lista che egli propone deve perciò essere espressione di tutte le soggettività in cui si organizzano l espressione politica e la partecipazione dei cittadini e dei lavoratori: associazioni, comitati, movimenti, sindacati, partiti popolari ed antifascisti.
Crediamo che il nostro partito debba muoversi in questa direzione, trattando, sulla base della piena internità dei partiti politici alla lista, adeguate condizioni riguardo alla presenza, alla visibilità, alle candidature e, cosa più importante di tutte, al 2x 1000 e qualificando, al contempo, il profilo di questa possibile aggregazione sul piano dei contenuti economici e della difesa delle condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici. Il programma elettorale può e deve essere da noi arricchito e determinato proprio sui temi del lavoro ( salari, pensioni, art. 18, precarietà, sicurezza sul lavoro, contrattazione ) e dell’ economia ( fisco, patrimoniale, rinegoziazione del debito ) coerentemente con il nostro voto parlamentare contrario al trattato di Maastricht, nel lontano 1992.
La proposta di De Magistris per essere adeguata al livello dello scontro con la reazione, deve evocare una sorta di CLN, come apertura di una prospettiva democratico-radicale e di avanzata popolare e il ruolo del Prc può essere determinante per la definizione di questo profilo politico.
Non deve trattarsi dell ennesimo “autobus”, o listone indistinto, per il PRC, nè della riproposizione di un esperienza aggregativa simile a quelle fallite negli ultimi dieci anni. Si tratta di un investimento nuovo in una fase nuova, coerentemente alla nostra vocazione tanto unitaria e radicale, quanto orgogliosa di ciò che siamo, il Partito della Rifondazione Comunista, il più antico Partito del panorama italiano, insieme alla Lega: noi contro di loro, nemici da  b sempre e per sempre.

Vincenzo Salvitti, cpf Roma
Marco Schettini, cpf Roma
Cristina Franchini, Cpr Piemonte
Carlo Forletta, Cpf Frosinone

DIBATTITO / Sulla lettera contro acerbo

Pubblicato il 5 dic 2018 in dibattito

Dino Greco

Cari compagni e care compagne,

si può anche dissentire dalla lettera di Maurizio Acerbo, come è legittimo e del tutto utile che il dissenso possa liberamente esprimersi nel partito su ogni questione.

Per quel che mi riguarda, ho passato non piccola parte della mia vita “dissentendo” e so quanto preziosa sia la dialettica fra le posizioni in campo, dunque non mi preoccupa la discussione franca, nemmeno quando espressa con ruvidezza.

Per farlo, i compagni e le compagne (tutti dirigenti a vario titolo del Prc) hanno scelto in questo caso la strada della lettera al compagno Acerbo e alla Direzione. Dunque una lettera interna al partito. Che tale avrebbe dovuto rimanere.

Peccato che, in tempo reale, anzi, prima ancora di ricevere la lettera in quanto componente della Direzione, la sera del 4 dicembre, mi sia stato inviato il testo da parte di PaP Franciacorta, un’assemblea territoriale che si staccò anzitempo da PaP provinciale Brescia e che si è distinta per la violenza degli insulti e degli attacchi rivolti ai compagni e alle compagne di Rifondazione, una campagna che ancora perdura senza sosta.

Ciò significa che qualche solerte compagno/a di Rifondazione che si dice preoccupato per l’iniziativa di Acerbo (giudicata “lesiva dello stesso ruolo del Prc”), non si è fatto scrupolo di giocare su due tavoli e utilizzare la dinamica interno/esterno per sparare sul segretario a palle incatenate.

In un attimo la lettera si è trasformata in un fenomeno virale ed è subito parso evidente che quel “ci dissociamo apertamente”, dichiarato sin dal titolo della lettera dai firmatari, si è rivelato per quello che è: non un’espressione utile a rendere esplicito un dissenso e ad aprire un legittimo confronto, ma ad intentare un processo nello spazio pubblico.

Sono troppo vecchio per non sapere che queste cose non avvengono mai per caso e, una volta di più, mi interrogo su quale concezione di partito (comunista) alberghi nella testa (e nei comportamenti) di non pochi compagni/e.

Questo al di là del merito, che pure c’è, e di cui vorrei discutere con gli estensori della lettera. Che ha un andamento singolare.

Si comincia con due affermazioni lapidarie: “l’infondatezza” dell’incompatibilità fra Prc e Potere al Popolo e l’errore (di Acerbo) di contestare, con metodi “burocratici e amministrativi” l’uso del simbolo da parte del nuovo gruppo dirigente di PaP.

Poi segue l’ammissione che, in effetti, “la svolta avvenuta negli ultimi mesi contraddice i contenuti e gli obiettivi del Manifesto originale di Potere al Popolo” e che PaP rischia di ridursi “ad una nuova formazione che si aggiunge a quelle già esistenti”.

E’ detto in modo molto, molto pudico, ma il senso è chiaro: ex-Opg, Eurostop Rete dei comunisti e dintorni stanno trasformando PaP in un partito. Un partito – per la verità – che considera zavorra tutto ciò che si muove fuori dal proprio perimetro.

Infine, l’invito ad Acerbo a dismettere un tono da leguleio, a cambiare registro e a “confrontarsi per trovare insieme le soluzioni giuste”.

Per fare cosa? La risposta è: per “prendere atto dell’interruzione di un percorso comune, lasciando aperta la strada ad un lavoro unitario su ciò che ci unisce”.

Ora, cari compagni, dovete essere più chiari. E’ doveroso esserlo, in modo che tutti capiscano, scansando ogni ipocrisia.

Intanto sulla questione principale, alla quale bisogna rispondere.

Ogni partito è – per sua natura – in competizione con ogni altro e anche coloro che oggi sfruttano in proprio il brand di PaP lo sono, tanto che non lesinano quotidiani colpi di clava contro Rifondazione Comunista, considerata un’escrescenza terminale della vecchia sinistra (lo hanno persino scritto nel loro statuto).

Fino al punto che sembra prevalere fra loro l’orientamento a non partecipare a prossime liste elettorali nelle quali sia presente il Prc!

La domanda allora è: come si può far parte di entrambe le formazioni politiche (come dite voi stessi, in contrasto fra loro per “contenuti e obiettivi”) senza entrare in una contraddizione senza scampo?

Credo in nessun modo, a meno che non si stia da una parte ma si penda dall’altra.

E’ poi chiaro che chi invece la contraddizione non la vede (sorbole!), chi pensa che si può “interrompere il percorso comune” e, contemporaneamente, tenere un piede di qua ed uno di là non può neppure porsi il problema della evidente schizofrenia che si produce.

Capisco che allora diventi del tutto irrilevante anche la questione del nome e del simbolo, scippati con un colpo di mano, in violazione del solo statuto legittimo, perché approvato da tutti, comprese le rigorose clausole che ne consentono la modifica.

Se è certo che “non abbiamo bisogno di dispute legali”, vorrei però conoscere quali sono – secondo voi – i modi “trasparenti e propositivi” per affrontare quelle che con bizzarra equidistanza definite le “divergenze” aperte.

Più precisamente, meriterebbe sapere, così, per chiarezza, se pensate che simbolo e nome vadano semplicemente abbandonati, per bon ton, nelle mani di chi se li è portati via, lasciando i compagni di Rifondazione a litigare fra loro fra “fuoriusciti” (secondo la nomea affibbiataci dalla coppia Cremaschi-Carofalo) e “unitari” che ancora convivono nella rifondata compagine di PaP.

Allo stesso modo, sempre per chiarirmi le idee, chiedo ai compagni autori del J’accuse contro Acerbo cosa pensino dell’iniziativa lanciata con la lettera “Compagne e compagni”, promossa proprio per non disperdere quanto di positivo aveva prodotto e poi rinnegato Potere al Popolo, per rilanciare il progetto di un fronte largo del campo antiliberista e anticapitalista fondato sul metodo (il solo che può funzionare) della decisione condivisa.

Investiamo su questa impresa o credete si tratti di un ballon d’essai destinato a sgonfiarsi?

E’ vero, ci sono in giro confusione e sconcerto, soprattutto nelle nostre file, frutto non solo dell’altrui doppiogiochismo, ma anche di nostri evidenti errori su cui dovremo ancora riflettere.

Ma se per noi è un imperativo “concentrare ogni energia nell’opposizione al governo ed ai vincoli europei”, la cosa peggiore che può accadere è stare a metà del guado, portando acqua al mulino di chi pensa (e ormai dice apertamente) che Rifondazione ha fatto il suo tempo e che il “nuovo” e il “puro” passa attraverso il suo scioglimento.

Poi non ho dubbi che nelle piazze e nelle lotte ci ritroveremo, perché questo impone la drammatica fase che stiamo vivendo.

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