area dibattito

dibattito

Care/i, compagne/i,

apriamo oggi questo spazio riservato alla discussione interna del e sul partito e la fase politica che vive il paese. I risultati delle ultime elezioni politiche e la nascita del governo M5S-Lega segnano uno scenario inedito dentro cui collocare il nostro impegno. Riteniamo opportuno che si sviluppi il dibattito in forme diverse da quelle tipiche dell’epoca dei social network che tendono a produrre fraintendimenti e polemiche infinite e spesso distruttive invece che riflessione collettiva e scambio fecondo di analisi e proposte.

La nostra partecipazione a Potere al popolo, il tentativo di costruire uno schieramento di sinistra popolare alternativo ai poli esistenti, la tenacia con cui ci proponiamo di rilanciare il progetto di Rifondazione Comunista sono terreni di discussione tra compagne e compagni. E più in generale riteniamo opportuno dotarci di uno spazio permanente di dibattito che consenta di confrontarsi.

Di questo sarebbe utile discutere in tale spazio, evidenziando le criticità che si incontrano ma anche proponendo soluzioni e avanzando proposte ed evitando di far diventare la discussione un proseguo inutile di quanto si legge ogni giorno sui social network. In questo spazio le compagne e i compagni debbono trovare il luogo in cui articolare il proprio pensiero, i propri dubbi, le proprie proposte, per provare a rafforzare l’azione politica del partito tutto.

Da ultimo alcune avvertenze: si chiede di mantenere la lunghezza dei contributi nell’ambito delle 4000 battute, spazi inclusi, non si tratta di un vincolo ma di un suggerimento affinché si venga letti fino in fondo.

Chi curerà questo spazio cercherà nei limiti del possibile, di provvedere nei tempi più rapidi alla pubblicazione ma si tenga conto che a volte la pubblicazione avverrà qualche giorno dopo l’invio.

I pezzi vanno inviati a stefano.galieni@rifondazione.it

Ci auguriamo che questa opportunità venga colta ed utilizzata per favorire una migliore comunicazione e circolazione orizzontale delle idee e delle esperienze tra i territori, il nostro corpo militante e nei gruppi dirigenti.

Buon lavoro

 

 

 

DIBATTITO / L’identità di Rifondazione Comunista

Pubblicato il 24 set 2018 in dibattito

Stefano Galieni

In questi mesi ho avuto modo di partecipare a numerosi momenti pubblici del nostro partito, dalle feste agli incontri tematici e a quelli interni (comitati politici federali ed attivi). Con tutte le particolarità e le articolazioni che fanno parte della nostra storia comune e che ho visto esprimersi anche nella festa nazionale, ne sono uscito rinfrancato. Siamo forse spesso stanchi, ci dilaniamo in contrasti che hanno radici profonde certi ognuna/o di avere a cuore sopra ogni altra cosa le sorti del Partito, ma siamo vitali, abbiamo competenze e mantenuto sistemi di relazione non ancora totalmente esplorati e valorizzati. Se – ed  è un problema non solo di carattere comunicativo – qualcuno si stupisce ancora della nostra esistenza, se le tante alleanze elettorali sperimentate in questi ultimi 10 anni, hanno disorientato molte/i nostri simpatizzanti, la presenza di una sede, di una bandiera, di un volto noto anche in un piccolo paese di provincia, rassicura spesso, più dell’esposizione mediatica, che ostinatamente ci siamo e non per sopravvivere ma in quanto soggettività che si propone di realizzare cambiamenti che vanno oltre le nostre forze. Necessari ma non sufficienti, così da tempo ci autodefiniamo e così ci muoviamo in relazione col vasto e frammentato arcipelago della sinistra di alternativa, indisponibili ad accettare diktat ma permeabili ad ogni suggerimento che porti alla costruzione, come nel resto d’Europa, di una soggettività plurale e includente.

Per questo confesso di comprendere poco alcuni atteggiamenti distruttivi messi in campo dalla nascita di Potere al Popolo, distruttività a mio avviso presente in modalità terribilmente speculari fuori e dentro il Prc.

Una premessa è però necessaria: quando, dopo il fallimento dell’esperienza del “Brancaccio” e la scelta saggia operata da Rifondazione Comunista di non cercare uno strapuntino elettoralistico nel percorso che ha dato vita (credo breve) a LeU, abbiamo incontrato le compagne e i compagni dell’Ex Opg sembrava si fosse aperto uno spiraglio salutare nella palude politica italiana. Non solo l’irruzione di generazioni nuove che si sono affacciate alla politica ma l’esigenza, condivisa, di dar vita ad un movimento politico e sociale in grado di riportare le nostre parole nel conflitto. Un movimento capace di sottrarre non solo al M5S ma e soprattutto all’indifferenza, la rabbia e i bisogni di coloro che non vedono più praticabile una risposta di sinistra in totale rottura con le precedenti esperienze. Una risposta che non divenisse mera rottamazione del passato e delle sue organizzazioni sociali e politiche ma capace di trarre, chi si voleva mettere in gioco, il meglio da ognuna/o per ridefinire totalmente e radicalmente un campo. Un campo in cui esistere come comuniste e comunisti ma che avesse una “bassa soglia di accesso” fondata sui fondamentali, quelli tanto sapientemente definiti nel manifesto e nel programma elettorale di Potere al Popolo. In un simile spazio le/i militanti di Rifondazione Comunista hanno dato e possono ancora dare un contributo utile, in termini di radicamento, in termini di vertenze seguite, in termini di elaborazione futura, sapendo che le relazioni debbono essere paritarie e orizzontali, anche per rimanere inclusive.

E se si tratta di un movimento in cui le componenti organizzate non pretendono, giustamente, rappresentanza ma mantengono un loro grado di leale autonomia, viene da se che Rifondazione Comunista non esaurisce il proprio agire e le proprie prospettive in PaP senza per questo non sentirsi, come ogni altro soggetto, legato a vincoli di lealtà e di trasparenza.

Un percorso faticoso e affatto indolore che, se non si interrompe, cambierà ognuna/o di noi, presumibilmente in meglio, ma che va curato e seguito con attenzione e intelligenza. Chi ci sostiene è giustamente stanca/o dei nostri tentativi naufragati, dei nostri errori e delle nostre inadeguatezze di fronte ad una sfida che diviene ogni giorno più dura. L’impunità con cui le squadracce fasciste aggrediscono nostre/i compagne/i è solo l’epifenomeno di un paese che cambia velocemente e a cui rispondiamo ancora in maniera insufficiente.

E personalmente mi convinco sempre più di due fattori. 1) la stretta organizzativa che è stata imposta a PaP, nei tempi e nei modi, rischia di debilitarne il potenziale. Non si tratta solo (ma conta assai) della contrapposizione fra due statuti, ma di un insieme di comunicazioni distruttive che rischiano unicamente di allontanare chi in noi, e sottolineo il noi, ha trovato finalmente un approdo. Sappiamo bene che dietro queste contrapposizioni ci sono concetti diversi di percepire il movimento, una delle quali poco compatibile con lo stesso nostro statuto, ma a monte credo ci sia un ragionamento non ancora compiuto in merito a come intendiamo dispiegare le forze che si stanno attraendo. A mio avviso un movimento non può nutrirsi, come appare, di sondaggi e di aspirazioni elettorali e su questo non può neanche basare le proprie divisioni. Credo sia soprattutto compito di questo movimento affiancare vertenze, costruire mobilitazioni, radicarsi laddove si è ancora assenti per poter sviluppare veramente dal basso forme di partecipazione fondate sui contenuti e su una radicalità di cui in questo paese c’è enorme bisogno. A mio avviso è questo lo spirito che ha permesso il realizzarsi di PaP e troverei ingiusto tradirlo. Significa ignorare le scadenze elettorali o lasciare alle organizzazioni preesistenti mano libera per comportarsi come meglio credono? No, significa rendere l’approccio a tali scadenze un risultato e non una precondizione che ognuno interpreta con la propria soggettività. Io credo che se non si tiene conto di questo e si rafforzano i messaggi di conflittualità interna non si fa altro che rendere meno significativo un progetto ambizioso, quello di “fare le cose al contrario”. Il fatto che già alcune forze organizzate abbiano preso le distanze dal nostro progetto dovrebbe essere utile indicatore, il malessere che giunge da molti territori anche. E non sono i partiti vecchi che rallentano il percorso, è la necessità di renderlo più condiviso e non fondato unicamente sul bisogno di riaffermare la propria presenza. Inviterei molte/i di coloro che accusano più o meno esplicitamente il Prc di fare da zavorra di parlare meglio con le attiviste e gli attivisti che hanno cominciato a guardarci con simpatia senza avere mai avuto una tessera in tasca o avendo gettato, per delusione, quella che avevano precedentemente.

Ma accennavo prima ad atteggiamenti speculari. 2) Anche al nostro interno e in maniera spesso virulenta, sono emersi non dubbi o perplessità ma veri e propri atti di ostracismo verso chi ha guardato con interesse l’esperienza di PaP. Non parlo di chi pone riflessioni, di chi avanza sane critiche partendo anche dalle esperienze nei propri territori, di chi, giustamente non considera questa l’alfa e l’omega di tutto ma una parte del percorso da seguire che ovviamente non deve snaturare o essere snaturato dal ruolo del Prc.

Parlo di chi ormai si è lasciato trascinare in una logica binaria secondo cui chi guarda con interesse PaP è per la dissoluzione del Partito, non vuole fare il quarto polo, stravolge le nostre regole democratiche. Mi verrebbe da sorridere, se la situazione non fosse tragica, pensando a quando apprendevo la linea politica del partito su Repubblica o guardando Porta a Porta, mi sovvengono tanti passaggi in cui, in nome della necessità di decidere si è, con disciplina di partito, passati sopra ogni forma di regole e vincoli statutari. Ma la prendo bene, significa che questo partito, lentamente, si sta democratizzando e sta divenendo più vicino alle soggettività di cui questo secolo ha bisogno. Ma si tratta di regole che debbono valere per tutte/i e che debbono avere come base il rispetto verso ogni forma di dissenso, il rifiuto dell’insulto come categoria politica (una volta i comunisti erano diversi anche per questo), non debbono basarsi sull’utilizzo degli organismi di garanzia come luogo da cui far discernere le scelte politiche da attuare. Non ne va soltanto delle nostre relazioni interne già adeguatamente compromesse, ne va della credibilità di un partito per cui tutte e tutti coloro che siamo rimaste/i ci spendiamo ogni giorno, rinunciando spesso agli affetti, ad una vita serena, anche mettendo a repentaglio la salute. E ne va anche della credibilità nelle relazioni esterne, con soggetti organizzati, nelle realtà di cui si fa parte, come ad oggi è PaP, e nella ricostruzione di un tessuto sociale in cui il rancore e la sfiducia non possono costituire elementi aggreganti.

Resto convinto che fermare il treno prima che si schianti contro un muro fatto di carenza di adesioni, di rumors di fondo di compagne e compagni, interni o esterni al partito che vogliono poter ancora discutere e non vogliono giungere ad una conta che sarebbe esiziale resti la strada migliore da percorrere per il bene di PaP e della costruzione di un ambito di sinistra plurale alternativo radicalmente ad ogni compromesso con quello che resta del centro sinistra.

Ma resto anche dell’idea che le compagne e i compagni del Prc debbano impegnarsi, senza dimenticare per un momento il lavoro nel partito, ad aderire a Potere al Popolo nei tempi prestabiliti e, se si dovesse giungere a votazione, nel fare in modo che lo Statuto numero 2 riesca ad affermarsi.

Ne guadagnerebbe non tanto Rifondazione quanto la possibilità di estendersi di PaP e di aumentare la propria presa attrattiva rimanendo luogo reale, anche a livello territoriale, di partecipazione e confronto.

DIBATTITO / La democrazia maggioritaria fondata sul click non aiuta la crescita di Potere al Popolo

Pubblicato il 23 set 2018 in dibattito

Dino Greco

Nel suo contributo alla discussione sullo statuto di Pap, Ilaria Borimburini, del coordinamento nazionale, ha giudicato impraticabile la possibilità di pervenire ad un’unica proposta per due fondamentali ragioni: le visioni “molto diverse” che stanno alla base delle ipotesi in campo e la necessità di non perdere tempo, considerate le tante cose che dobbiamo fare.

Ora, che i due testi propongano differenze importanti è evidente e non sarebbe giusto banalizzarle, visto che non stiamo parlando di tecnicalità o di mere soluzioni organizzative, ma della forma della democrazia su cui incardinare il movimento.

Lo statuto è sotto ogni aspetto la casa comune di tutti e di tutte, dunque la ricerca tesa a sciogliere i nodi e non a tagliarli con una rasoiata dovrebbe essere ritenuto un vincolo irrinunciabile, tenendo conto del carattere plurale e composito del movimento e della volontà da tutti espressa con enfasi di costruire un progetto inclusivo, fondato su un’estesa pratica democratica e sul criterio della decisione condivisa.

Viola Carofalo ha ragione quando dice che “non sarà possibile fare uno statuto che piaccia a tutti al cento per cento”, ma risolvere il problema con un referendum significa che a chiudere la partita con una scelta oggettivamente divisiva basterà il 50%+1.

La ricerca della decisione condivisa, se la formula non è solo un espediente retorico, deve essere sostenuta da una regola che la faccia vivere, e quella della maggioranza qualificata, dei 2/3 almeno, lo consente. L’altra no, perché spinge a tagliare corto.

Se la ricerca del consenso, diciamo pure: della mediazione, viene interpretata come la ricaduta in vecchie pastoie paralizzanti che impediscono di librarsi nei cieli del nuovo, si rischia di perdere pezzi per strada, uno dopo l’altro.

Nel coordinamento nazionale ho sempre sostenuto, mi era parso senza incontrare obiezioni, che il metodo della condivisione dovesse consistere nel suscitare la massima discussione possibile ad ogni livello e su ogni argomento, e nel mettere a fattor comune tutto ciò che unisce, presentandolo nello spazio pubblico come Potere al Popolo e che quanto invece non appartiene all’elaborazione condivisa fosse lasciato all’autonoma iniziativa dei soggetti collettivi che hanno tutto il diritto di agire in proprio. Poi ho sempre pensato che l’abitudine a lavorare insieme, senza pregiudizi, favorisca processi di ibridazione fra culture diverse, processi che hanno bisogno di tempo, non di scorciatoie.

Ilaria sostiene che si sarebbe sì potuto procedere con un unico testo con emendamenti sui singoli punti ma, aggiunge, “in fase di votazione sarebbe stato un delirio”.

Ma perché sarebbe stato “un delirio”? Esattamente perché il voto è gestito attraverso la piattaforma on line, dove, per definizione, trionfa l’espressione in forma binaria: a o b, sì o no. Nessuno scampo per l’approfondimento, per la dialettica reale: o di qui o di là.

Alla pedagogia della partecipazione si sostituisce il gesto risolutivo del click a distanza.

A mio avviso, questo è un limite, grave, di entrambe le proposte di statuto che accettano, o subiscono, l’infatuazione per la dimensione puramente virtuale del coinvolgimento personale, dove il campo si divide fra chi fa e chi, guardando, si limita a giudicare sommariamente chi fa.

Ilaria chiede a tutti noi “di usare energie e capacità a riflettere su come migliorare uno statuto o l’altro, oppure di presentarne uno totalmente nuovo se nessuno dei due rappresenta a grandi linee la vostra visione”. Condivido senza riserve questa indicazione. Osservo, semmai, che contrasta piuttosto ruvidamente con la sottolineatura che tutti i tentativi sono già stati fatti, mentre tutte le sirene invitano a chiudere presto il conto, piuttosto che a dispiegare intelligenza e creatività.

A Brescia ci siamo sforzati di mettere in pratica questo suggerimento, proponendo, fra molte altre cose, che non tutte le decisioni, ma senz’altro quelle politicamente rilevanti siano assunte a maggioranza qualificata nelle assemblee costituite ad ogni livello del movimento. E come si stabilisce se una questione è “politicamente rilevante”? Si può prevedere che lo è se ritenuta tale dal 10% delle assemblee territoriali, da quella nazionale o del coordinamento. Tutelare le minoranze non è un ubbìa democraticista, ma uno dei tratti distintivi della democrazia.

 

 

DIBATTITO / Potere al Popolo: la nostra battaglia di unità contro le derive settarie

Pubblicato il 22 set 2018 in dibattito

di Ezio Locatelli*

Nessun tentennamento. A fronte del rischio di stravolgimento dello spirito unitario, plurale, partecipativo che ha connotato Potere al Popolo in questi mesi occorre più che mai portare avanti una battaglia culturale, politica di unità. Dentro e fuori a Potere al Popolo. Di unità e ricostruzione di un campo di forze antiliberiste, anticapitaliste, antagoniste in alternativa a centrodestra, centrosinistra, M5S. Forze che devono ritrovare la capacità di fare movimento, egemonia, di costruire senso comune. L’intento esclude qualsiasi visione totalizzante, derive autoreferenziali, centralizzazione marcata dell’organizzazione, pretese di detenere il segreto della “linea giusta”.

Allora, fuori dai denti, c’è qualcuno che vuole costruire l’ennesimo partitino a uso e consumo di questo o quel gruppo invece che dare corso a un’aggregazione unitaria come da progetto originario? Anziché suscitare polemiche strumentali, fondate sul nulla, gli esponenti di ex Opg ed Eurostop rispondano a questa domanda. Così come diano conto della loro indisponibilità ad addivenire a un’ipotesi unitaria di Statuto. Con i diktat non si va da nessuna parte! Spieghino perché mai si dovrebbe cassare il manifesto costitutivo di Potere al Popolo, condiviso da tutti, là dove si parla di “costruzione di un movimento … che coinvolga partiti, reti e organizzazioni della sinistra sociale e politica … che in questi anni sono stati all’opposizione e non si sono arresi” a favore di una formulazione che, di fatto, disconosce le forze e i movimenti di resistenza che hanno retto in questi anni. La rottamazione al posto della valorizzazione di storie ed esperienze diverse?

E ancora, gli esponenti di ex Opg ed Eurostop motivino l’abbandono di una modalità decisionale basata sul consenso a favore della logica maggioritaria. Diano conto dello svuotamento del ruolo delle assemblee territoriali e nazionali, del disconoscimento di qualsiasi rappresentanza democratica. Diano conto della proposta di eleggere i due portavoce nazionali, oltretutto senza limiti di mandato, per via plebiscitaria, tramite piattaforma digitale. Al confronto Ceausescu rischia di apparire un modello di democrazia. Battute a parte siamo in presenza di proposte sbagliate, subalterne alla politica dominante di questi anni il cui risultato, dietro la parvenza di un movimentismo liquido, è di attuare il massimo di centralizzazione, di personalizzazione, di decisionismo politico.

Questo è un momento in cui abbiamo bisogno gli uni degli altri. Proprio per questo si tratta di organizzare la convergenza nel rispetto del principio democratico della diversità. Principio da perseguire con senso di apertura in rapporto al ventaglio dei movimenti di resistenza e di lotta, a organizzazioni di natura e statuti differenti, partiti politici, sindacati, associazioni sociali, singoli. Qualcosa di molto simile all’utopia creatrice della Prima Internazionale, al tempo della fase nascente del movimento delle lavoratrici e dei lavoratori, cui diede un contributo fondamentale Karl Marx. Facciamo rivivere quest’utopia contro settarismi, divisioni.

Potere al Popolo, come da ispirazione originaria, sia la casa comune di tutte e tutti. Ci si tolga dalla testa dal mettere in discussione l’esistenza di Rifondazione Comunista così come di qualsiasi altra esperienze politiche, associative. Costruiamo la casa comune a partire  dai movimenti di lotta e di opposizione, sul versante della ricostruzione di una sinistra di società.  Per tutto ciò nessuno stia alla finestra. Aderiamo a Pap e prendiamo parola. Così recita un celebre aforisma di Bertolt Brecht: “chi combatte può perdere, chi non combatte ha già perso”. Un aforisma che sintetizza bene l’atteggiamento che dovrebbe tenere, in qualsiasi circostanza, una forza comunista, di cambiamento.

* segreteria nazionale-responsabile nazionale  organizzazione Prc-Se

DIBATTITO/ Il vero problema non è lo statuto di PaP, ma il destino di Rifondazione comunista

Pubblicato il 22 set 2018 in dibattito

 Gianluigi Pegolo

Ho preso visione del video in cui il compagno Ferrero sposa di fatto la posizione di Eleonora Forenza e Dino Greco, invitando il gruppo dirigente di PaP a fare un passo indietro per evitare la conta sui due statuti. Che ciò avvenga mentre alcuni dirigenti del PRC stanno battendo sistematicamente a suon di telefonate i gruppi dirigenti locali del partito per invitarli a far iscrivere i compagni a PaP, in modo che questi poi votino lo statuto sponsorizzato dal gruppo dirigente del PRC, è già piuttosto curioso. Quello che, tuttavia, mi sfugge è il senso di tale pronunciamento. Ci si è reso conto che far nascere un nuovo soggetto politico (PaP/partito), dopo che ci si è contati sui meccanismi di gestione di tale soggetto, è la prova che si sta lavorando su una base politica comune fragilissima e che quindi è meglio soprassedere per evitare una figuraccia? Oppure, non essendo sicuri sull’esito delle votazioni, si preferisce arrivare a un qualche compromesso per evitare di finire nella parte perdente? Non so francamente cosa rispondere. Quello che però mi pare incontrovertibile è che, sia che si proceda con la conta sullo statuto, sia che si arrivi a una sintesi, il problema dell’adesione di Rifondazione a PaP resta ugualmente. Mi spiego. Lo statuto elaborato da Ferrero e da alcuni dirigenti di Rifondazione emenda in parte lo statuto dell’attuale maggioranza del gruppo dirigente di PaP su alcune questioni, tipo: l’apertura di PaP a nuovi soggetti, il meccanismo decisionale basato su una maggioranza qualificata dei due terzi anziché del 51%, una modalità di elezione dei portavoce non smaccatamente plebiscitaria e la formazione dell’assemblea nazionale di PaP eletta a partire dalle assemblee di base. Si potrebbe dire: un tentativo di democratizzare un po’ la struttura di PaP e quindi (aggiungo io), di evitare di esporsi al rischio di essere marginalizzati dalla maggioranza vincente. Il punto che elude Ferrero e Acerbo, così come Dino Greco ed Eleonora Forenza, è che queste misure o la sintesi che ne venisse fuori con la maggioranza di PaP, non fanno e non farebbero venir meno la sostanza di quello che si è già deciso, e cioè un modello di PaP che comporta la liquidazione dell’autonomia di Rifondazione comunista, perché la sussume di fatto in un nuovo partito. Sono giudizi troppo forti? Parliamoci chiaro. Quando si prevede di cedere gran parte della propria sovranità di partito a PaP (come già fatto nella comunicazione mandata a suo tempo da Ferrero al gruppo dirigente di PaP senza consultare prima alcun organismo dirigente del partito), quando si accetta che singoli militanti di Rifondazione, in deroga all’art. 3 del nostro statuto, possano iscriversi a PaP, quando si sostiene che i gruppi dirigenti di PaP e le sue decisioni sono il risultato delle scelte dei singoli aderenti e non delle forze politiche che ne hanno dato vita, Rifondazione in primis, si sostiene nel concreto che si vuole costruire  un nuovo partito in cui, indipendentemente dal numero di compagni di Rifondazione che vi s’iscriveranno, le decisioni diventeranno vincolanti (in quasi tutti i campi) per il nostro partito. Cosa si voglia di più per dimostrare che la via scelta è quella dello scioglimento di Rifondazione in un nuovo soggetto, non lo so. Certo i vari sostenitori di questa proposta si guardano bene dal dirlo, ma i fatti parlano chiaro. E questo è il motivo sostanziale del dissenso che i sostenitori dell’appello reso pubblico qualche giorno fa manifestano nei confronti delle posizioni di Ferrero e di quei dirigenti che, a titolo diverso, accettano questo sbocco. Il punto, quindi, non è quello di allinearsi alla schiera dei sostenitori di uno statuto, né di sponsorizzare la sintesi degli statuti. Occorre, invece, dire a chiare lettere che Rifondazione comunista è disponibile solo a ritornare all’ispirazione originaria di PaP, come movimento alternativo unitario e non come partito o quasi partito, composto da soggetti che conservano la loro autonomia e decidono sulla base della sola condivisione. Se il gruppo dirigente di PaP è disponibile a tornare a questo, ci si sta, altrimenti no. È quello che ha mosso i Comunisti italiani e Sinistra anticapitalista ad allontanarsi, quando hanno capito che quello che gli si chiedeva era di rinunziare al loro ruolo per confluire in un nuovo partito. Rifondazione avrà uno scatto di dignità o continuerà a cedere fino a sciogliersi in un nuovo partito rissoso, poco unitario e spesso settario, magari conservando il proprio logo, come specchietto delle allodole? Noi abbiamo scelto: che Rifondazione conservi una propensione unitaria, ma che difenda tenacemente il proprio ruolo di partito autonomo.

 

 

DIBATTITO / Prima rifondazione comunista, per l’autonomia politica e organizzativa del Partito

Pubblicato il 21 set 2018 in dibattito

Da alcune/i compagne/i 
A seguito degli appelli usciti nelle ultime settimane da parte di alcuni compagni di partito, abbiamo voluto precisare la nostra posizione nell’articolo che segue. Non un ulteriore appello, quindi, ma un contributo alla discussione, per ripartire prima di tutto dal nostro Partito.

<<Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio.>>

Siamo compagne e compagni del Prc fortemente preoccupati per il futuro del Partito. Per questo abbiamo voluto cominciare questo nostro contributo alla discussione interna con una citazione di Antonio Gramsci, che a nostro avviso esprime la necessità per Rifondazione di uscire da un pericoloso circolo vizioso: quello della ricerca spasmodica di alleanze nelle sempre più scarse fila della sinistra, senza porsi, o ponendosi inadeguatamente, il problema della base su cui costruirle nè tanto meno quello dell’egemonia culturale, oggi saldamente in mano alla destra della borghesia.

Dopo anni trascorsi a dar vita ad accrocchi elettorali dal profilo sfocato, la nascita di Potere al Popolo, un soggetto dalla chiara natura anticapitalista, sembrava poter riaprire per il Prc una stagione di conflittualità ed elaborazione teorica. Ritenevamo ed auspicavamo che Pap potesse essere un fronte di lotta ampio, in cui partiti, realtà sociali e individualità potessero ricominciare a parlarsi e organizzarsi attorno a campagne e iniziative comuni, nel rispetto delle identità, senza avviare processi frettolosi. Purtroppo, l’accelerazione organizzativista successiva alle elezioni del 4 marzo 2018 ha portato alla luce l’intento, da parte di alcune delle realtà che compongono Pap, di costruire non un fronte ampio per coordinare l’azione di soggetti politici organizzati e individualità, ma un nuovo partito. Perchè, al netto delle decine di espressioni alternative che si possono trovare, un soggetto che richiede un’adesione formale dietro pagamento di un contributo, che produce attività politica e che ha voce in capitolo autonoma in ambito elettorale è di fatto un partito. Nel caso specifico, uno con caratteristiche movimentiste e antagoniste ben lontane da quelle di un partito comunista, per quanto rinnovato.
Ciononostante, negli ultimi mesi abbiamo assistito ad una svendita del nostro, di Partiti: dalle adesioni individuali a Pap invece che come soggetto organizzato, prevedendo il cammellaggio nelle assemblee come orizzonte politico per i nostri iscritti, all’organizzazione di Pap a livello provinciale, senza essere chiari sulle relazioni che i livelli più vicini alla base (circoli e federazioni) debbano tenere con le assemblee, soprattutto a livello elettorale. Tutto questo senza avviare alcun tipo di consultazione della base, anche quelle più rapide da costruire, come un referendum interno.

Dall’altro lato, vediamo compagni che auspicano il ritorno ad un Brancaccio 2.0, ora chiamato “quarto polo”, tanto più pericoloso nella misura in cui il Pd dovesse effettivamente cambiare nome nel tentativo (pessimo) di recuperare un consenso che il sostegno al governo Monti prima (vedi legge Fornero) e i governi Letta-Renzi-Gentiloni poi hanno definitivamente eroso. Per noi questa strada è impraticabile se vogliamo riempire di significato il nostro nome: Rifondazione Comunista. Per i comunisti/e, la necessità di mantenere una propria fisionomia e autonomia politica si manifesta nella definizione di un programma minimo che delinei i punti caratterizzanti per una svolta in senso socialista della società su cui impegnare il partito, e da cui partire nella costruzione di alleanze sociali e politiche con altre forze e soggetti, nella prospettiva di un nuovo blocco storico tutto da costruire.

Il risultato di dieci anni di carrozzoni elettorali deboli ha avuto come risultato l’abbandono progressivo del nostro simbolo e di conseguenza della nostra visibilità, che riteniamo di dover recuperare anche in ambito elettorale. Abbiamo mantenuto l’orgoglio della nostra appartenenza, ma spesso abbiamo dovuto nasconderlo, pena le continue accuse di “volerci mettere il cappello” da parte di moltissimi dei nostri compagni di strada. E’ il momento di invertire la rotta, per non affondare.

Vogliamo lavorare affinché prevalga la razionalità e la ponderazione nelle posizioni, senza progressivi svuotamenti del ruolo del nostro Partito a favore di qualche percorso o processo contingente, che viene puntualmente visto come salvifico o come “ultima spiaggia”.
Quello che vorremmo è il recupero del ragionamento su di noi e sul nostro ruolo come soggetto collettivo, e l’apertura di una fase di approfondimento dell’analisi della situazione e della proposta politica.
Un decennio di progressiva marginalizzazione del Prc dalla vita politica e istituzionale ci ha convinto che anziché lanciarci di contingenza in contingenza, o perderci nella continua discussione sui “contenitori”, dobbiamo fermarci a riflettere sui contenuti ed elaborare una proposta politica che possa davvero ristabilire una connessione anche sentimentale con le nostre categorie storiche di riferimento, e non solo con loro, per iniziare a costruire un possibile blocco sociale tendenzialmente maggioritario nel paese.

Senza un adeguato innalzamento del livello dell’analisi e della proposta crediamo di non poter uscire dall’ininfluenza e dalla marginalità sia come partito autonomo e indipendente, sia partecipando ad un qualsivoglia aggregato più vasto.

 

DIBATTITO / Una risposta incongruente

Pubblicato il 21 set 2018 in dibattito

Marco Gelmini

Raffaele Tecce

Come cofirmatari confermiamo, con ancora maggior forza, l’Appello a non aderire a Potere al Popolo “ prima che sia stata discussa democraticamente nel Partito la proposta di modifica statutaria di PAP” e prima che  sia precisato lo Statuto di Pap e siano conosciute le linee che si intendono seguire.

Non crediamo che la nostra posizione possa essere definita inopportuna, giocando su  artifici retorici e rileggendo l’Appello come un invito a non aderire mai, quando sono in discussione tempi, modalità,contenuti ed obiettivi !

La risposta del Segretario Maurizio Acerbo parte dall’assunto che  l’Appello di cui siamo cofirmatari contesti l’adesione a Pap  in sé e per sé, mentre è ben evidente l’intento dei firmatari di raggiungere  il fine comune a tutti  nel PRC-SE di costruire il quarto polo insieme a l’Altra Europa, Rete delle Città in Comune,Dema,Diem,Pap e tante altre soggettività politiche e di movimento” per dare vita ad “un’alternativa popolare al governo gialloverde come al Pd neoliberista”.

E’ proprio a questo fine che i firmatari dell’Appello e tutte/i  le/i militanti  del PRC- SE, incluso lo stesso Segretario, devono puntare prioritariamente come deciso dal CPN.

Il Segretario si contraddice poi quando spiega che de Magistris  ha dato la sua disponibilità ad assumersi l’onere di costruire una lista-coalizione  ponendo come condizione l’adesione di Altra Europa, Pap, Dema e Diem  e che  se Pap non dovesse aderire si andrebbe alla frammentazione e alla scomparsa di questa possibilità: quindi,secondo Acerbo, sarebbe determinante la volontà di Pap ed a ciò si vorrebbe subordinare la stessa collocazione del PRC?!

Processi fondamentali per la difesa delle istanze di alternativa popolare non possono dipendere dalla volontà di  singole soggettività individuali, politiche e sociali e non crediamo che il nostro Partito debba essere sottoposto alle condizioni poste da terzi o che gli interessi di chi pone “condizioni” possano prevalere sugli interessi generali.

Quale dovrebbe essere il motivo per annullare,addirittura in via preventiva, l’autonoma soggettività del nostro Partito?

Perché non dovremmo verificare  prima se la creazione del quarto polo plurale,con tutti,sia effettivamente una volontà condivisa e dialogare direttamente con e dentro PAP, come con e dentro Altra Europa,con  Diem e Dema,etc?

Perché  bisognerebbe aderire ad un organismo senza sapere prima che posizione assumerà nei confronti dell’iniziativa di DeMagistris ,se parteciperà alla creazione del quarto polo e quale sarà la forma di democrazia e decisione interna?

O qualcuno pensa che sarebbe serio e possibile “ritirarci” se la ipotesi statutaria indicata da Ferrero non passasse nel voto “on line” ?

Non si può negare che l’attuale assetto di Potere al Popolo è cosa assai diversa da quella iniziale: si sta passando da un “movimento” aperto  capace di  cogliere le aspettative  di quel popolo che si è fatto coinvolgere in pericolose istanze populiste dei 5 stelle  alla volontà esplicita di dare vita ad una “nuova  organizzazione politica”.

Riteniamo giusto essere interlocutori diretti  di Altra Europa, Dema, Dem e chiunque altro voglia aderire alla formazione  di un polo alternativo,anche insieme a PAP, se sceglierà questa prospettiva: è questo quanto deciso dal nostro Partito in tutte le sedi ed è questo che si dovrà perseguire non per spirito settario, ma perché al lavoro comune si arriva quando tutti gli elementi da valutare sono stati espressi e definiti.

Come cofirmatari dell’Appello insistiamo ad invitare tutti alla giusta cautela non certo in prospettive divisive ma da sostenitori di percorsi unitari, della necessità di unire nell’azione forze anche diverse che convergono su obiettivi antiliberisti e sociali come quelli espressi nella piattaforma iniziale di Potere al Popolo,mantenendo autonomia e sovranità dei soggetti coinvolti ed in particolare del PRC-SE.

Come abbiamo scritto nell’appello la nostra iniziativa è stata assunta “con profondo senso unitario” verso tutte le iscritte e gli iscritti del PRC-SE.

 

DIBATTITO/ Appello per Rifondazione:ieri, oggi, domani

Pubblicato il 15 set 2018 in dibattito

Firmato da un gruppo di compagne e compagni a vario titolo dirigenti del partito

Con questo appello noi firmatari, compagne e compagni militanti e dirigenti, locali e nazionali del PRC-SE, intendiamo assumere un’iniziativa per la salvaguardia ed il rilancio del ruolo storico, politico e culturale del PARTITO della RIFONDAZIONE COMUNISTA, messo oggi in discussione, a nostro avviso, dall’invito a tutte le iscritte e gli iscritti di aderire a Potere al Popolo!, addirittura entro il 30 settembre, prima che sia stata discussa democraticamente nel Partito la proposta di modifica statutaria di PAP; proposta che qualcuno intende come costruzione di una nuova forza politica e non di un’associazione unitaria e plurale della sinistra alternativa al PD ed alla socialdemocrazia europea.

Proposta di modifica statutaria che rischia seriamente di essere incompatibile con le norme dello Statuto del PRC.

Si chiede, insomma, di aderire al buio a PAP, mettendo a rischio l’esistenza stessa di RIFONDAZIONE COMUNISTA.

Ciò a maggior ragione, avendo già anticipato la volontà di cessione di gran parte della sovranità del partito a PAP, rinunciando ad un ruolo esplicito come Partito ed avendo accettato anche forme decisionali che non danno alcuna garanzia al Partito di un’effettiva capacità di influenza sulle scelte del futuro soggetto.

Questa scelta è, a nostro avviso, anche in contrasto con la scelta politica di fondo del documento votato all’ultimo CPN del 15 e 16 luglio di lavorare per la costruzione del quarto polo, che rischia di essere vanificato e stravolto da future decisioni assunte da PAP.

Noi vediamo invece che si lavora più per incentivare le adesioni degli iscritti a Potere al Popolo!, mentre occorrerebbe concentrarsi sul tesseramento al Partito, vediamo che anziché impegnarsi per la costruzione di un quarto polo tanto più urgente di fronte all’assenza di iniziativa contro questo governo ed alla necessità di costruire un’ampia, coerente ed efficace opposizione, si impegnano quasi esclusivamente su PAP le energie locali e nazionali del Partito.

Per questi motivi abbiamo deciso di dar vita, con profondo senso unitario, ad una assemblea nazionale di tutte le compagne ed i compagni che vogliono salvare e rilanciare il PRC-SE per sostenere una battaglia di opposizione nel paese, per mobilitare le energie disponibili a contrastare un governo xenofobo con contorni populisti e per costruire, a partire dalle prossime elezioni europee, una lista ed un’esperienza unitaria, di cui PAP può essere un pezzo importante ma non esclusivo, tesa ad offrire a tutte le donne e gli uomini più colpiti dalla crisi, un’alternativa che migliori le loro condizioni di vita, battendosi per il lavoro contro ogni forma di precariato, per le pensioni, contro le devastazioni ambientali e per una società più giusta fondata su una parità di genere come chiesto da milioni di donne in lotta in tutto il mondo.

In questa assemblea decideremo collettivamente quali iniziative assumere.

DIBATTITO / Condividendo il dispositivo del Cpn i dubbi sulla propria sovranità in PaP

Pubblicato il 7 set 2018 in dibattito

Luciano D’Aiello*

L’esito delle elezioni generali del 4 marzo scorso ha segnato un vero e proprio terremoto politico, un evento di prima grandezza che ha travolto gli assetti e gli equilibri su cui si è retta, per oltre due decenni, la seconda repubblica, modificandone profondamente il profilo.
Lo scenario che si è venuto a delineare presenta per la prima volta in Europa la sconfitta pesante dei partiti che da sempre fanno riferimento alle due principali, storiche, famiglie politiche continentali, quella democristiana e ‘popolare’ e quella socialista, e l’affermarsi di forze politiche che fanno del richiamo al populismo, variamente declinato nelle versioni di destra e in quelle movimentiste e (apparentemente) post ideologiche, il loro tratto primario. La svolta è senza dubbio di portata storica ed è sempre meglio tenere a mente – facendo tesoro delle lezioni della storia – che l’Italia, in più di un’occasione, si è rivelata essere laboratorio di inedite sperimentazioni politiche e anticipatrice di tendenze e movimenti che si sono rivelate essere ben più estese e ampie delle dinamiche interne e dei confini nazionali.
Il Partito democratico, che sin dalla sua costituzione ha rappresentato nel Paese l’espressione principale del capitalismo finanziario egemone in Europa e costituito la forza politica più convintamente aderente ai dettami delle tecnocrazie europeiste di Bruxelles e della Troika, ha subito una gravissima sconfitta, che va oltre gli stessi numeri e i dati percentuali. Altrettanto grave è stata la sconfitta delle residue forze della sinistra del nostro Paese, già fortemente debilitate da un decennio di arretramenti, di divisioni, di scollamento oggettivo da quel popolo che pure voleva rappresentare e che, seppur parzialmente, in passato ancora era riuscita a rappresentare. Liberi e Uguali, una aggregazione di ceto politico di svariata provenienza, in più di un caso preoccupato più che altro di non perdere definitivamente la propria collocazione in parlamento, ha ottenuto un risultato al di sotto di ogni più pessimistica previsione, riuscendo a superare lo sbarramento elettorale del 3% di appena qualche decimo di punto. Potere al Popolo,  formazione politica nata appena 100 giorni prima della data delle elezioni, ha raggiunto il minimo storico della sinistra comunista e radicale in Italia, ottenendo poco più dell’1%, fin qui il dato più basso della sua intera storia.
A fronte di un tale quadro, difficilmente contestabile – che descrive nella sostanza un cratere, una devastazione, un paesaggio desertico per l’intera sinistra italiana, comunque articolata, mentre vede, all’opposto, un grande consenso, oltretutto crescente, per le forze che sostengono l’attuale governo – il CPF di Foggia ritiene che il compito dei comunisti e di Rifondazione in particolare, non sia quello di arrendersi o quello di rifugiarsi in un accogliente e rassicurante minoritarismo, ma, ancora una volta e pazientemente, quello di riprendere a tessere i fili della tela che riporti alla costruzione di un rinnovato campo della sinistra antiliberista. Un campo largo e inclusivo che non solo chiami a raccolta tutte quelle forze e movimenti che in questi anni non si sono arresi e hanno continuato a tenere in piedi una prospettiva di trasformazione, ma che sappia suscitare nuove esperienze e attrarre i nuovi soggetti che la crisi del capitale comunque continua a produrre.
Il CPF di Foggia condivide la linea del Partito così come emersa all’ultimo Cpn, ritenendo corretti e utili gli obbiettivi del rafforzamento del Partito, dell’investimento politico in Potere al Popolo e nella necessaria e oramai indifferibile costruzione del quarto polo della sinistra antiliberista e popolare. Tuttavia, proprio tale condivisione rende evidenti una serie di perplessità e dubbi che rendono quanto meno problematica la applicazione concreta di tale linea nella realtà di tutti i giorni e all’interno dei territori. Si registra, anzi, una sorta di contraddittorietà interna tra gli obbiettivi che il Partito si è dato, che determina un disorientamento tra i compagni di Rifondazione. Come conciliare, infatti, il sempre riaffermato obbiettivo del rafforzamento del Partito con la cessione di sovranità che il Partito medesimo si appresta ad operare, invitando ai suoi iscritti di aderire a PaP (chiedendo di fatto agli stessi un doppio tesseramento)? Come conciliare l’autonomia del Partito, di cui Rifondazione è andata sempre giustamente fiera, con l’adesione ad una forza politica di cui nemmeno si conosce lo statuto (o addirittura gli statuti)? Come perseguire l’obbiettivo da quasi tutti condiviso della costruzione del quarto polo, se poi si è all’interno di un soggetto politico che, in sue non secondarie componenti, mediaticamente prevalenti, già percepisce se stesso come ‘quarto polo’? Le domande potrebbero continuare a lungo.
Il CPF di Foggia, pertanto, chiede che il Partito voglia meglio precisare e articolare la sua proposta politica, sciogliendo i dubbi che attraversano larga parte di Rifondazione e rendendone chiari i passaggi. L’incertezza e la mancanza di chiarezza non hanno mai portato da nessuna parte. Per quanto ci riguarda, siamo convinti che Rifondazione Comunista si rafforza non mediante cessioni di sovranità (oltretutto al buio), ma impegnandola concretamente nella costruzione di un campo largo della sinistra antiliberista; che Rifondazione si rafforza se investe con intelligenza in Potere al Popolo, avendo però del tutto chiaro che Potere al Popolo non è e non può essere in nessun caso e in alcun modo l’esito della storia di Rifondazione e il suo obbiettivo strategico; che Rifondazione si rafforza e torna ad avere il ruolo che le spetta se contribuisce, come solo Rifondazione può fare e come la sua storia ci dice, alla rinascita di una Sinistra, antiliberista e anticapitalista, ampia e unitaria, che torni a contare nel Paese.

*Il testo è stato condiviso dal Cpf di Foggia

DIBATTITO / L’Europa e l’errore strategico di Rifondazione Comunista

Pubblicato il 11 ago 2018 in dibattito

Alessandro Pascale

Propongo questo mio articolo come contributo per la Tribuna dedicata al dibattito politico interno al PRC. Invito l’intera comunità politica del Partito ad una riflessione profonda su questi temi e a ragionare sulle critiche più approfondite mosse al PRC, così come al resto movimento comunista italiano, nell’opera “In Difesa del Socialismo reale e del Marxismo-Leninismo” (cap. 21, dicembre 2017, scaricabile gratuitamente da www.intellettualecollettivo.it). Voglio sperare infatti che questa comunità di comuniste e comunisti che più volte hanno rifiutato di sciogliersi in un’indistinta sinistra plurale, possa tornare a capire le ragioni e le tattiche più adeguate per rilanciare la lotta per il comunismo in Italia. Credo che questo sia interesse farlo per un’organizzazione che si sta avvitando su sé stessa ormai da anni, assottigliandosi sempre di più tra lo stupore e la stanchezza di molti suoi militanti e quadri di lunga durata. Tanti sono gli errori che sono stati fatti. Su tante cose c’è stato bisogno di riflettere. Io spero che nell’opera sopra citata possiate trovare quello stimolo a ripensare tutto daccapo, passando la spugna sugli ultimi decenni di revisionismo che hanno indebolito sempre di più il Partito della Rifondazione Comunista. Partito che per tutti questi anni è stato quello quantitativamente più rappresentativo della classe lavoratrice comunista italiana. Se oggi non lo è più, e questo occorre dirselo, è perché sono stati fatti errori storici. Come quello che segue. “Mi sono convinto che, anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio. […] Occorre armarsi di una pazienza illimitata…” (Gramsci)

Di seguito l’intervento di Lucio Magri (19.02.1932 – 28.11.2011) contro la ratifica del Trattato di Maastricht sull’Unione Europea tenuto a nome di Rifondazione Comunista nella seduta della Camera del 29 ottobre 1992. Nel prosieguo i risultati del voto, con i posizionamenti politici, e un commento critico.

IL DISCORSO DI LUCIO MAGRI

“Signor Presidente, i deputati del gruppo di Rifondazione Comunista voteranno contro il disegno di legge di ratifica del trattato di Maastricht. In questa scelta siamo, qui ed ora, molto isolati, una esigua minoranza a fronte di uno schieramento quasi unanime. Ancora qualche mese fa la nostra sarebbe apparsa una scelta di pura testimonianza, rilevante solo per chi la compie. […] Quali sono dunque, in sintesi, le ragioni del nostro «no»? Innanzi tutto, il rifiuto di una Europa che nasca con un segno marcatamente autoritario. L’unità nazionale è nata in connessione con i primi passi della democrazia moderna; non vogliamo che l’unità continentale corrisponda al suo declino. Ma è questo che sta accadendo, già nel modo in cui il trattato è stato discusso e definito — un accordo cioè tra Governi rispetto al quale i parlamenti nazionali possono solo dire «sì» o «no» —, ma ancora di più nella struttura di potere reale che l’accordo produce. I veri centri promotori e regolatori del processo di unificazione sono e saranno il consiglio delle banche centrali e l’integrazione delle strutture militari. E, se mai, del tutto parzialmente, resta in campo una sede politica che può avere influenza su di loro, tale sede è quella del concerto dei Governi.

A questo punto, dunque, si ratifica e si conclude un processo che durava da anni, che è un processo di trasferimento di potere non solo dallo Stato nazionale al livello sovranazionale, ma, attraverso questo, dalle istituzioni direttamente legittimate dalla sovranità popolare ad istituzioni politiche autonome o a puri poteri di fatto. Il ruolo di comparsa in cui è sempre più relegato il Parlamento europeo, proprio in quello che dovrebbe essere il passaggio dalla Comunità economica all’unione politica, simboleggia questa realtà rovesciata. E mi pare incomprensibile, anzi patetico, il discorso di chi vota il trattato augurandosi che si possa presto completarlo con istituzioni politiche democratiche: Maastricht va esattamente nella direzione contraria.

La seconda ragione del nostro voto non è meno importante, ma anzi lo è ancora più ed è soprattutto più trascurata. Il trattato non fissa solo delle regole e dei soggetti abilitati ad applicarle; fissa anche, direttamente e indirettamente, un indirizzo. L’indirizzo è definito in estrema sintesi così: il funzionamento pieno di una economia di mercato, ma non nel senso — badate — ovvio e banale del riconoscimento del mercato, bensì nel senso di una radicale e sistematica riduzione di ciò che sussiste di non mercantile, cioè di tutti quegli strumenti attraverso i quali le democrazie europee nell’epoca keynesiana, cioè dopo gli anni Trenta e soprattutto dopo il 1945, avevano appreso a governare gli eccessi del gioco cieco del mercato.

Così è esplicitamente e rigorosamente stabilito che le banche centrali non possono finanziare il debito pubblico; che è vietato stabilire prezzi e tariffe privilegiate per imprese o amministrazioni pubbliche; infine, che si istituisce una moneta unica emessa da una banca centrale indipendente dalle istanze democratiche, così come lo erano prima della grande depressione o come lo è oggi la banca tedesca, di cui pure si critica l’ottusità deflazionistica. Ciò che si crea non è dunque solo un potere concentrato, ma un potere usabile in molte direzioni: è, nel contempo, una certa struttura ed una sua direzione di marcia.

Un discorso analogo, anche se meno pregnante, si potrebbe fare sull’unificazione militare. Anche qui, non c’è alcuna unificazione di progetti politico-economici, di politica estera, ma solo la creazione di un apparato che, per sua natura e composizione materiale, è rivolto a garantire possibilità di intervento per arginare crisi che nascono alla periferia dell’Europa e che non si sa come prevenire. Non meno conta, però, l’indirizzo che si definisce in modo indiretto. Ad esempio, con la perdita dell’autonomia monetaria restano allo Stato nazionale gli strumenti della politica di bilancio, ma solo in parte ed apparentemente, perché le politiche fiscali non unificate sono vincolate, anzi, dalla circolazione libera dei capitali a farsi concorrenza nel senso di essere più permissive per attirare risorse. Vincoli monetari e vincoli fiscali si sommano così nell’imporre la via obbligata del contenimento strutturale e non congiunturale della spesa pubblica, degli investimenti sociali o comunque a lungo termine.

Tutto ciò ovviamente non è del tutto nuovo. Ieri il Presidente Amato ha riconosciuto con insolita franchezza che l’Italia vive ormai in un regime di sovranità limitata, e non solo l’Italia, se è vero, com’è evidente, che anche paesi come l’Inghilterra, che non hanno un grande disavanzo pubblico, o come la Svezia ormai sentono il peso di un potere esterno cui non riescono ad opporsi. Ma di questa sovranità limitata Maastricht è una sorta di ratifica, di legittimazione definitiva, e il prossimo prestito che l’Italia otterrà dalla Comunità comincerà a definire già il primo protocollo delle sue clausole. Non è allora esagerato dire che disoccupazione e taglio dello Stato sociale sono inerenti al contenuto del trattato; il prezzo scontato della linea di politica economica in esso implicita ma molto rigorosa.

Vengo così alla terza ed ultima ragione del nostro «no». Nella logica di questo tipo di unificazione europea (ecco il punto che si dimentica) è non solo prevedibile, ma fatale, la prospettiva dell’aggregazione selettiva delle aree forti e dell’emarginazione ed esclusione delle periferie e semiperiferie. Non è vero, e soprattutto non è vero in questa fase, che il gioco di mercato, la supremazia dei parametri finanziari, la priorità del cambio tendano a promuovere un allargamento della base produttiva. Anzi, è evidente proprio il contrario: in assenza di politiche attive di sviluppo, le aree più deboli, financo all’interno dello stesso paese, regrediscono. E così, mentre si solidifica un centro forte che tende ad attrarre ed integrare regioni limitrofe anche fuori dalla Comunità, si emarginano interi paesi più deboli.

La linea di confine — lo sottolineo — tra i due processi attraversa nel profondo la realtà italiana, il nord e il sud. Cosicché, se da un lato è probabile che l’Italia nel suo insieme non sia in grado di rispettare gli esorbitanti vincoli posti da Maastricht per il 1997, e sarà dunque costretta ad una rincorsa insieme affannosa e perdente, dall’altro lato in questa prospettiva dell’Europa a due velocità troviamo una chiave di lettura ed un moltiplicatore travolgente delle spinte secessioniste nell’Italia, nel prossimo futuro.

Maastricht non promette allora l’unità dell’Europa, ma in compenso promuove la divisione dell’Italia e, più in generale, una moltiplicazione, che già si registra ovunque, di spinte, passioni, interessi localistici e di subculture nazionali. Non è un passo imperfetto e parziale verso l’unità europea, ma il rischio della sua crisi.

C’era e c’è un’altra strada? C’era, a mio parere, e c’è. È quella coraggiosa di una costituente politica europea che produca insieme istituzione e soggetti politici unitari e democratici. È quella, dall’altra parte, dell’unificazione delle politiche economiche effettive come strumento di sviluppo orientate sulla priorità dell’occupazione, del risanamento ambientale, dell’allargamento della base produttiva regionale. Ma per percorrerla occorrerebbe costruire una sinistra politica e sindacale, riconquistare un’autonomia culturale rispetto alla genericità retorica dell’europeismo degli ultimi anni. Su questo terreno il ritardo è però grandissimo. C’è, e opera, un soggetto politico culturale forte, organizzato nel capitale internazionale. Esso ha i suoi strumenti nella circolazione dei capitali, addirittura una lingua propria: l’inglese impoverito dei managers.

La sinistra invece, e in generale le forze politiche democratiche, come soggetto europeo quasi non esiste. L’Internazionale socialista è ormai un involucro in gran parte vuoto. L’Internazionale comunista non c’è più, quella verde non è decollata, un’Internazionale cattolica non è mai esistita. Ecco, a maggior ragione, occorre per questo trovare un punto di partenza da cui invertire una tendenza, da cui risalire una china che porta ad una unità dimidiata e ad un’unità dai contenuti che ho descritto. Il problema, per noi, è allora proprio questo. Il «no» a Maastricht e la lotta contro le sue conseguenze nei prossimi anni saranno una battaglia che permetterà di cominciare a costruire un’Europa diversa, un Europa democratica nelle sue istituzioni, socialmente definita nei suoi traguardi e nei suoi obiettivi. Le ragioni del nostro «no» sono dunque contestuali ad un «sì» per un’Europa diversa. E constatiamo con grande stupore come tanta parte della sinistra italiana, su questo terreno, non abbia saputo trovare quanto meno gli accenti di una diversità, di un’alternativa. Come si fa a volere un’alternativa in Italia, con questa ammucchiata senza forma sui grandi temi delle prospettive dell’Europa?”

 

I RISULTATI DEL VOTO E I POSIZIONAMENTI POLITICI

 Il risultato finale del voto alla Camera  stato di 403 voti favorevoli, 46 contrari e 18 astenuti. Commento del giornalista Leopoldo Fabiani per “La Repubblica” da cui emergono anche le altre prese di posizioni politiche sulla questione: “se ieri il voto ha richiamato in Parlamento un numero notevole di deputati, non si può nascondere che nei giorni scorsi, durante il dibattito di merito a qualche deputato è capitato di parlare all’aula deserta. E sì che, dopo la decisione di partecipare alla guerra nel Golfo, questa è la più importante scelta di politica estera presa dall’Italia negli ultimi anni […]. Il governo ha respinto anche tutti gli ordini del giorno che comportavano emendamenti o “riserve” sul trattato che va “approvato o respinto così com’è” come ha spiegato anche il presidente della Camera Giorgio Napolitano.

 

Sono stati invece accolti come “raccomandazioni” ordini del giorno presentati dall’ opposizione, come quello del Pds firmato da Massimo D’Alema o quello dei Verdi di Francesco Rutelli. I Verdi si sono poi astenuti nel voto finale (altrettanto ha fatto la Rete) perché chiedono un maggiore impegno sulla democratizzazione della Comunità. Contrario il Msi: “Il trattato è un mostriciattolo giuridico e costituzionale che non salvaguarda gli interessi nazionali”, ha detto Mirko Tremaglia. E anche Rifondazione comunista: “Nasce un’ Europa autoritaria decisa dalle banche centrali e dalle stutture militari”. Il gruppo di Marco Pannella, in nome di Altiero Spinelli, non se l’è sentita di votare contro né di astenersi. Ma ha lasciato in aula un solo deputato a votare a favore. Infine i deputati ‘pacifisti’ del Pds che hanno parecchie riserve sul trattato, si sono riconosciuti nella “sofferta decisione” di approvare annunciata dal capogruppo D’ Alema. Ora che il trattato è approvato, l’Italia si è assunta un impegno tutt’altro che leggero. C’è il sentiero del risanamento finanziario, obbligatorio per rispettare i criteri previsti dall’ Unione monetaria, stretto, ripido e molto faticoso, soprattutto per quello che riguarda il deficit pubblico.”

LA LOTTA REVISIONISTA PER LA DEMOCRATIZZAZIONE DELL’EUROPA 

L’analisi di Magri è tuttora di grande attualità, mostrando come l’Europa che nascesse fosse un’Europa dei Capitali, della Borghesia. Un modello nato secondo linee anti-democratiche e che trovava il modo di far diventare paesi a sovranità limitata i suoi aderenti. Il tutto facendo presagire l’attacco allo Stato sociale e l’impoverimento relativo della grande maggioranza della popolazione italiana. Un’analisi di fase eccellente, seppur contingente e incapace di coglierne la natura profonda, ossia la controffensiva in atto da parte dell’imperialismo in ambito globale a seguito della caduta dell’URSS (1991). Questa carenza mina profondamente la parte finale del discorso di Magri, da cui scaturisce una proposta politica di lottare per la democratizzazione dell’Europa.

I comunisti votavano contro la costituzione dell’Europa imperialista e promettevano di avviare una lotta per la sua democratizzazione; non per la sua distruzione quindi, come insegnavano invece chiaramente Marx, Engels, Lenin e Gramsci. Per avanzare verso il socialismo le strutture e le sovastrutture della Borghesia si possono solo distruggere, non certo riformare. Il revisionismo era però parte integrante da anni ormai del complesso del movimento comunista italiano, che aveva ripudiato in massa il marxismo-leninismo, pur nella protesta diffusa della base militante. Una delle massime espressioni politiche della candida “via italiana al socialismo”, la mente marxista di Lucio Magri, mostrava qui tutti i suoi limiti con una proposta politica utopistica che dimenticava gli insegnamenti della storia del movimento comunista internazionale.

La convinzione di dover e poter riformare l’Europa diventa negli anni successivi la tomba del movimento comunista italiano e della sua avanguardia politica. Il Partito della Rifondazione Comunista si rivela, sia nella sua fase parlamentarista (periodo Bertinotti, 1994-2008), sia in quella extra-parlamentare (periodo Ferrero, 2008-2017), sempre incapace di riscoprire la dottrina leninista dell’imperialismo, incappando così in disastrose analisi e nelle conseguenti proposte politiche sempre meno incisive. L’accumularsi degli errori politici ha avuto l’effetto di distogliere milioni di proletari, che avevano retto ideologicamente alla caduta dell’URSS, dal marxismo e dalla consapevolezza sulla necessità di avere un’organizzazione politica rivoluzionaria e marxista alla testa delle lotte di classe quotidiane.

Il PRC non ha perso quindi solo la fiducia delle avanguardie della classe lavoratrice, ma ne ha favorito con i propri errori un allontanamento popolare dalla teoria più avanzata a disposizione degli oppressi per la conquista della propria emancipazione politica e spirituale: gli insegnamenti del marxismo-leninismo e del socialismo “reale”. Alle nuove generazioni-avanguardia spetta ora il compito di ricostruire con calma e determinazione la connessione sentimentale tra la classe lavoratrice e la lotta di classe organizzata. Quando si avrà la forza di portare l’attacco al cuore per distruggere l’Europa imperialista, si avrà anche la forza per prendere il potere politico lanciando la rivoluzione socialista.

[fonti: Partito della Rifondazione Comunista Bergamo, “Lucio Magri e il No di Rifondazione Comunista al Trattato di Maastricht”, 28 novembre 2017, disponibile su http://www.prcbergamo.it/2017/11/28/28-11-2017-lucio-magri-e-il-no-di-rifondazione-comunista-al-trattato-di-maastricht/, L. Fabiani, “L'Italia approva Maatricht”, “La Repubblica”, 30 ottobre 1992, disponibile su http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1992/10/30/italia-approva-maastricht.html; il pezzo è stato ripreso da "L'AntiDiplomatico" ed è disponibile su https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-leuropa_e_lerrore_strategico_di_rifondazione_comunista/82_25054/]

 

DIBATTITO / Marchionne l’uomo della provvidenza per i soci FCA

Pubblicato il 29 lug 2018 in dibattito

Antonio Bianco

La morte di Marchionne ex AD di FCA ha lasciato un vuoto incolmabile fra i suoi cari ed incertezze sugli investimenti in Italia. L’azzeramento del debito certificato a luglio dopo la sua morte pone nuove prospettive di sviluppo ma anche tante incertezze dovute alla cessata produzione della Punto a Melfi con la messa in cassa integrazione degli operai. Risvolti negativi che potrebbero riflettersi su tutto l’indotto nonché sugli altri stabilimenti FCA presenti in Italia. I traguardi lusinghieri di FCA sono stati raggiunti con una politica di drastica riduzione del personale ridotto a poco più di ventimila unità, al trasferimento all’estero della sede fiscale ed amministrativa, ai mancati investimenti sui nuovi modelli pur di ridurre il debito, al Jobs Act che ha consentito, non solo a FCA, di asservire i lavoratori a logiche neocapitaliste di sfruttamento del personale, costretto a tacer sugli infortuni in fabbrica pur di conservare il posto di lavoro. I tanti licenziati lasciati da soli senza alcun sostegno pur avendo contribuito a rendere grande, nel mondo, FCA. Non posso tacere tutto questo e vorrei che almeno la morte ci rendesse tutti uguali anche davanti al Parlamento, il quale ha dedicato un minuto di silenzio all’annuncio della morte dell’ex AD di FCA. Vorrei che lo stesso atteggiamento fosse tenuto per i tanti morti sul lavoro, circa quattro ogni giorno, almeno una volta al mese. La morte rende tutti uguali ma in Italia anche questo ineluttabile e naturale evento ci divide in classe sociale, individua la casta di appartenenza, il censo e solo i più alti nel rango sociale meritano un ricordo, gli altri sono dei pària. La grandezza di un manager si vede dalle sue doti di condurre in porto battaglie epiche che non devono calpestare i diritti Costituzionali e quelli del lavoratore, considerato una macchina obsoleta da sostituire o eliminare quando il mercato impone dei sacrifici.

In questo cordoglio generale delle Istituzioni e delle parti Sociali, giusto e doveroso, occorre fare una riflessione attenta anche sul comportamento del Sindacato che, in questi anni, ha avallato la politica di eliminazione dei diritti garantiti dalla Costituzione. Il sindacato che offre servizi e non protegge il lavoratore, che abdica al suo compito, che pur di preservare l’unità sindacale, sottoscrive un contratto di lavoro, scaduto circa sette anni fa, che riconosce aumenti salariali lesivi della dignità del lavoratore. Un sindacato fatto di parole vuote, incapaci di incidere nella vita di ognuno di noi, che non combatte la precarietà e tutte le forme di flessibilità.

Da questo sindacato, oggi e per sempre, vorremmo una dichiarazione di guerra alle morti sul posto di lavoro, definite bianche, ma che hanno il colore nero del lutto indossato dai familiari dei lavoratori deceduti. Evento luttuoso provocato dalla scarsa formazione del lavoratore, dal mancato rispetto delle regole sulla sicurezza che incidono pesantemente sull’integrità fisica degli operai. Senza prevenzione e controlli dell’Ispettorato del lavoro il gioco è fatto: si assicura il massimo profitto all’imprenditore e si mette a rischio la vita del lavoratore.

Vorremmo dal Sindacato la guerra, condotta con le armi della legalità alle disuguaglianze, alla precarietà, alle ingiustizie sociali e culturali. Una lotta senza quartiere alla delinquenza organizzata, quest’ultima causa ed effetto della distruzione del tessuto lavorativo sano e che sottrae risorse da investire nel recupero ambientale, in quello del patrimonio edilizio e ancor più del patrimonio storico-culturale, forse, unica strada per la rinascita del nostro Paese e la creazione di nuovi posti di lavoro.

FCA ha azzerato il debito, azione utile solo ai soci, ma ha mortificato la dignità della persona, ridotto i diritti e precarizzato il rapporto di lavoro. Manca il senso di equità e giustizia cardini di una Comunità civile e solidale vocata alla valorizzazione del Bene Comune. Se queste sono le premesse, la morte di Marchionne, ex AD di FCA, ha evocato negli italiani scenari di isolamento e di disoccupazione e non ha rappresentato una fase di riflessione e cordoglio, ma solo di scontro sociale.

PRIVACY



Sostieni il Partito con una


Campagna di autofinanziamento. Moduli RID