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Care/i, compagne/i,

apriamo oggi questo spazio riservato alla discussione interna del e sul partito e la fase politica che vive il paese. I risultati delle ultime elezioni politiche e la nascita del governo M5S-Lega segnano uno scenario inedito dentro cui collocare il nostro impegno. Riteniamo opportuno che si sviluppi il dibattito in forme diverse da quelle tipiche dell’epoca dei social network che tendono a produrre fraintendimenti e polemiche infinite e spesso distruttive invece che riflessione collettiva e scambio fecondo di analisi e proposte.

La nostra partecipazione a Potere al popolo, il tentativo di costruire uno schieramento di sinistra popolare alternativo ai poli esistenti, la tenacia con cui ci proponiamo di rilanciare il progetto di Rifondazione Comunista sono terreni di discussione tra compagne e compagni. E più in generale riteniamo opportuno dotarci di uno spazio permanente di dibattito che consenta di confrontarsi.

Di questo sarebbe utile discutere in tale spazio, evidenziando le criticità che si incontrano ma anche proponendo soluzioni e avanzando proposte ed evitando di far diventare la discussione un proseguo inutile di quanto si legge ogni giorno sui social network. In questo spazio le compagne e i compagni debbono trovare il luogo in cui articolare il proprio pensiero, i propri dubbi, le proprie proposte, per provare a rafforzare l’azione politica del partito tutto.

Da ultimo alcune avvertenze: si chiede di mantenere la lunghezza dei contributi nell’ambito delle 4000 battute, spazi inclusi, non si tratta di un vincolo ma di un suggerimento affinché si venga letti fino in fondo.

Chi curerà questo spazio cercherà nei limiti del possibile, di provvedere nei tempi più rapidi alla pubblicazione ma si tenga conto che a volte la pubblicazione avverrà qualche giorno dopo l’invio.

I pezzi vanno inviati a stefano.galieni@rifondazione.it

Ci auguriamo che questa opportunità venga colta ed utilizzata per favorire una migliore comunicazione e circolazione orizzontale delle idee e delle esperienze tra i territori, il nostro corpo militante e nei gruppi dirigenti.

Buon lavoro

 

 

 

Contributo al dibattito per la Rifondazione di un Partito Comunista utile alla fase storica

Pubblicato il 15 set 2019 in dibattito, Prima pagina

Cari compagni, care compagne

Come militanti del Partito della Rifondazione Comunista viviamo una fase della nostra storia particolarmente difficile, in cui è necessario guardare al passato con chiarezza e senza preconcetti, abbandonando ogni vincolo di appartenenza correntizia per provare insieme a ragionare sul “che fare” per cambiare decisamente direzione.

Indipendentemente da ciò che intorno a noi si muove (la crisi di governo, la riorganizzazione di maggioranze politiche alternative a quella giallo-verde, ma sempre collocate nel campo neoliberista) la storia recente del nostro partito, particolarmente debole ed in difficoltà anagrafica e progettuale, ha mostrato come l’attuale assetto organizzativo del PRC, non ci abbia permesso di raggiungere gli obbiettivi congressualmente prefissati, l’unità della sinistra di classe ed il contrasto efficace alle politiche neoliberiste dei governi nazionali e dell’unione europea.

Ogni progetto politico, ogni alchimia elettorale più o meno recente non ha raggiunto il risultato sperato e soprattutto di fronte a noi, nel campo comunista ed anticapitalista, abbiamo oggi una situazione di enorme frammentazione, impotenza, carenza d’entusiasmo, che sembra destinata a non cambiare se non si invertirà decisamente la rotta.

Credo sia importante soprattutto analizzare le due ultime esperienze importanti (e fallimentari) del partito, dal punto di vista progettuale ed elettorale, per provare a costruire qualcosa di realmente nuovo ed auspicabilmente funzionale.

 

  1. L’esperienza di Potere al Popolo, sinteticamente, dimostra che il PRC non è oggi attrezzato per affrontare organicamente ed efficacemente un percorso Costituente.
    Il nostro partito è liquido, sfibrato, incapace di agire compattamente.
    Abbiamo gettato alle ortiche un progetto ricompositivo inizialmente molto interessante, finalmente coerente ed anticapitalista, teoricamente ben connesso con le lotte, appetibile per le generazioni più giovani ed in grado di rinnovare l’esperienza del PRC dando al nostro percorso nuova linfa.
    Durante l’esperienza di PaP non siamo stati in grado di gestire i rapporti all’interno ed all’esterno del partito, spaccandoci come una mela di fronte al che fare (la riunione dei dissidenti di Firenze), cercando soluzioni alternative (gli incontri paralleli con De Magistris a progetto ancora in corso) e dimostrando i limiti organizzativi di un partito che, pur avendo più di 10.000 iscritti, si è fatto mettere all’angolo, politicamente parlando, da una organizzazione politica costituita da poche decine di compagni e da un centro sociale.

 

E’ palese che l’esito negativo del percorso di Potere al Popolo come progetto di aggregazione anticapitalista, non è solo colpa del PRC e moltissime sono state le responsabilità dei nostri interlocutori, ma deve esser chiaro che per poter migliorare occorre innanzitutto fare autocritica, apprendendo dai propri errori, mentre un gioco inutile è l’attribuzione esterna di responsabilità, visto che ciò che dovrebbe interessarci primariamente è quello che NOI siamo in grado di fare e mettere in campo.

 

  1. L’esperienza della “sinistra” credo invece che dimostri il fatto che la classe che vorremmo rappresentare ed il nostro stesso elettorato storico, ha ormai le tasche piene di accrocchi elettoralistici e progetti da riciclo di ceto politico privi di qualsiasi connessione reale con chi lotta ogni giorno contro la violenza capitalista e con le giovani generazioni.
    I lavoratori ma anche i compagni storici ed i nostri stessi elettori hanno ormai fatto gli anticorpi a manovre pre-elettorali che trasudano pressapochismo ed incoerenza.
    Non basta un buon programma da sbandierare nei volantinaggi… non si può costruire un “progetto” politico ad un mese dalle elezioni.

Ma non si può neanche immaginare di avviare e portare avanti un percorso comune con una formazione politica che proprio in questi giorni persegue la ricostruzione di un nuovo centrosinistra, andando al governo col PD di Zingaretti e del redivivo Renzi, oltre che col movimento 5 stelle…
Un percorso politico di questo tipo è in realtà destinato a fallire prima di esser nato, indipendentemente dalla volontà di chi, magari in buona fede, cerca di tenerlo in vita. Sempre che, per il PRC e per tutti i suoi militanti, sia ancora pienamente valido l’obiettivo della costruzione della sinistra di classe IN ALTERNATIVA E CONTRAPPOSIZIONE AL CENTROSINISTRA TARGATO PD.
Anzi, su questo punto io credo davvero che sia necessario aprire un reale dibattito e un franco chiarimento interno perché, se per qualcuno nel PRC l’alternativa al centrosinistra ed al PD ad ogni livello, non è una discriminante, penso sarebbe importante esplicitarlo chiaramente arrivando ad un divorzio consensuale, vista l’impossibilità di far coesistere in un solo partito due progetti politici sostanzialmente opposti.

 

Parallelamente all’analisi dei progetti politico-elettorali, credo che per avviare una discussione sul nostro futuro occorra anche fare velocemente il punto sulla connessione del partito con la classe e le lotte, nei territori e sui posti di lavoro.

Lo sappiamo, in ogni lotta esistente nel paese, in ogni territorio, in ogni sindacato, sono presenti i nostri militanti. Ma in che forma siamo presenti? Quale ruolo svolgiamo?

 

In molti movimenti importanti, da quelli contro il razzismo, a quelli contro la discriminazione di genere, a quelli per la difesa dell’ambiente, a quelli contro l’autonomia differenziata, alcuni nostri compagni e compagne svolgono ruoli di rilievo, anche se non sempre vengono supportati adeguatamente. Abbiamo probabilmente un problema organizzativo, che non ci consente di sfruttare al meglio il nostro potenziale in modo da usare il partito per fare reale egemonia in questi movimenti, declinandoli nella direzione della contrapposizione di classe, che da comunisti dovrebbe caratterizzarci.

In questo senso grave è la situazione di organizzazione del partito soprattutto sul fronte sindacale, ambito in cui il conflitto capitale-lavoro si esplicita con più chiarezza. Non abbiamo una linea ne un modello organizzativo di intervento sindacale, non abbiamo ambiti di confronto stabile dei lavoratori iscritti al PRC per cui non operiamo insieme, non riusciamo ad acquisire spazio nei sindacati più importanti modificandone l’operato…

 

E forse ancor più grave è la nostra incapacità di intervento tra i giovani e gli studenti, con una “giovanile” del partito in enorme difficoltà, mai adeguatamente supportata e da ripensare in toto.

Altrettanto inefficace poi, mi sembra il lavoro che svolgiamo coi nostri presidi territoriali
I nostri circoli spesso sono scollegati tra loro, non agiscono insieme, non riescono ad essere strutture di organizzazione del dissenso e a parte qualche esempio virtuoso, perdono iscritti ed hanno diverse difficoltà. Il più delle volte sono disconnessi dal territorio o meglio, non riescono ad essere attrattivi per i tanti proletari, lavoratori, disoccupati, giovani e studenti che abitano nei nostri quartieri e che invece di frequentare i nostri circoli, vengono attratti dai centri sociali, dalle case del popolo (dove ce ne sono) o da altre realtà politico-sociali e non…
E’ dunque l’articolazione per circoli territoriali la migliore struttura possibile per un partito come il nostro?

 

 

Sette punti programmatici di discussione per il rilancio della Rifondazione Comunista e la ricostruzione del Partito

 

Premessa:
Ci troviamo in una fase politica nuova e difficile, con un altra recessione economica alle porte, una crisi di governo trasformatasi in un teatrino della politica, le tre forze politiche più forti e le due fazioni oggi esistenti (le destre ed il PD-M5S) tutte ostili agli interessi dei lavoratori e mai come in questa fase tocchiamo il minimo storico in termini di coscienza di classe e di organizzazione.
Il nostro partito, sempre più debole ed “anziano” ha oggi una segreteria sostanzialmente “monocolore” espressione dell’area che da Chianciano in poi è alla guida del PRC, una minoranza “di sinistra” indebolita da tante uscite (in direzione PaP, o PC, o altro…), un altra minoranza “di destra” nata dopo la riunione di Firenze… ed un congresso da fare nell’anno 2020.
Anzi, dopo l’ultimo CPN è evidente che siamo, lo si voglia o no, già in fase pre-congressuale…

 

Sarebbe importante, in una situazione di questo tipo, arrivare alla discussione congressuale confrontandoci con coraggio sui temi politici ed organizzativi fondamentali, piuttosto che ripetere un asfittico ed inconcludente scontro tra correnti ingessate utile solo a fare la conta di chi pesa percentualmente di più, ma che da anni si traduce in un progressivo declinio dell’organizzazione senza momenti di reale, strutturale e duraturo rilancio.

 

E’ chiaro che ad un cambiamento di contenuti deve corrispondere necessariamente anche un cambiamento della dirigenza, ma sarebbe davvero importante, in questa fase difficile della nostra storia, avviare un confronto franco e aperto sul futuro del partito, con l’organizzazione di una vera conferenza d’organizzazione,  specifiche assemblee straordinarie ed ipotizzando magari per il prossimo congresso formule di confronto alternative, come quella del documento unico a tesi emendabili… del resto esistono gli strumenti per dare un peso politico-percentuale alle tesi che risulterebbero vincenti anche in un confronto di questo tipo…

 

In ogni caso credo davvero che per dare un futuro al nostro partito, ed al movimento comunista in generale, occorra oggi avere il coraggio di uscire dagli schemi, evitando di fare sempre gli stessi errori e magari rischiando di farne di nuovi…

Invio dunque una proposta di discussione “a tutto il partito”, che mi piacerebbe poter far arrivare ai dirigenti del CPN e dei CPF, ai segretari delle federazioni e dei circoli, a tutti i militanti… ma da allargare auspicabilmente, nell’ottica di una discussione ampia sul futuro dei comunisti in Italia, anche ai compagni non iscritti al PRC, nelle forme in cui sarà più utile farlo.
Perché una cosa penso sia chiara a tutti: per uscire dalle secche in cui siamo sprofondati occorrerà guardare dentro di noi, ma anche e soprattutto fuori da noi. I comunisti dichiarati o potenziali, fortunatamente, sono molti di più dei 10.000 iscritti al nostro partito e delle altre poche migliaia iscritti nelle tante (troppe) organizzazioni marxiste del paese…

 

I 7 punti di discussione:

 

  1. La formazione di un nuova generazione di militanti e quadri ed il rilancio nel nostro paese della cultura comunista, attraverso l’organizzazione, in collaborazione con realtà vicine, anche esterne al partito, di scuole quadri, corsi organici ed incontri di approfondimento e di analisi sugli autori ed i temi classici:
    Marx, Engels, Lenin, Luxemburg, Gramsci, Trotzki, Stalin, Mao, Guevara, Castro, Ho Chi Minh, Chavez ecc, ecc.
    Lo sfruttamento, il plusvalore, la concezione materialistica della storia, l’egemonia, la rivoluzione permanente, il socialismo in un solo paese, l’uomo nuovo, ecc, ecc

Una formazione dai contenuti “classici” quindi, ma strutturata, confezionata in modo nuovo, contestualizzata nel presente, rivolta particolarmente ai giovani, nell’intento della costruzione del necessario “partito dei quadri” utile alla fase.

 

  1. L’unità dei comunisti:
    In una situazione di estrema parcellizzazione dei comunisti e della sinistra di classe, il PRC nonostante l’estrema debolezza attuale rappresenta ancora oggi l’organizzazione comunista più numerosa e strutturata, ed ha quindi una responsabilità storica legata alla necessità della riaggregazione comunista.
    Riaggregazione su cui sarà necessario lavorare “dal basso” e “dall’alto”:
  • dal basso attraverso l’attività dei militanti del PRC nei territori, nelle scuole e negli spazi di aggregazione giovanile e sui luoghi di lavoro, alla ricerca di un lavoro coordinato con compagni/e di altre organizzazioni o senza tessera (cfr. punti 3, 5, 6 e 7.2)
  • dall’alto, avviando in modo organizzato una serie di incontri bilaterali o multilaterali, anche partendo dal punto 1, con tutte le organizzazioni, i collettivi, gruppi e partiti che si dichiarano marxisti o comunisti, nell’ottica dell’attivazione di un processo nella direzione di un unificazione comunista in alternativa e contrapposizione al centrosinistra.

 

  1. La creazione di un fronte ampio antiliberista e anticapitalista autonomo e contrapposto ad ogni livello tanto alle destre quanto al centrosinistra-PD-M5S
    formato da partiti, organizzazioni politiche-sindacali-sociali, gruppi, movimenti, collettivi della sinistra antiliberista-anticapitalista, antagonista e antimperialista, ma anche in grado di attrarre i tanti compagni/e senza tessera, per rilanciare a livello nazionale e locale l’azione contro qualsiasi governo di ispirazione neoliberista, su lotte di scopo e/o su un programma minimo di classe (percorso utile anche alla realizzazione del punto 2).

 

  1. La definizione di una linea di sintesi, chiara e condivisa, in riferimento alla politica internazionale
    Uno dei punti di debolezza della sinistra di classe è stato proprio quello dell’atteggiamento nei confronti dell’UE e più in generale le divisioni sui temi delle politica internazionale. Definire una linea che riesca a far operare assieme chi crede sia utile costruire un movimento internazionale di lotta e disobbedienza antiliberista-anticapitalista in seno all’UE e chi crede sia necessario uscire dalla stessa (e/o dall’Euro) sarebbe molto importante ed utile a compattare tutto il movimento su obiettivi comuni. In questo senso, l’esempio del francese Melenchon e della strategia piano A-piano B, in cui pur organizzando la lotta all’interno dell’unione, si tiene in considerazione la possibilità di uscirne, può esserci realmente utile per definire una linea politica complessiva logica e di sintesi contro un UE ritenuta ormai, da tutti noi, irriformabile.
    Parallelamente, occorrerà operare per il rafforzamento dei contatti internazionali con le organizzazioni (anche extra-SE ed extra-UE), i gruppi, i collettivi, i partiti, i governi socialisti o antimperialisti e le comunità dei lavoratori immigrati per combattere le organizzazioni internazionali dei capitalisti (UE, BCE, FMI, BM, OCSE, BRI ecc, ecc), la loro influenza sulla coscienza dei lavoratori in Italia, rafforzando la coscienza comunista e l’organizzazione internazionale del proletariato.

 

  1. La politica sindacale
    I compagni e le compagne del partito devono essere incentivati all’azione sindacale o comunque ad agire nel conflitto capitale-lavoro, partendo ove possibile dalla propria situazione lavorativa. Troppi compagni/e svolgono la loro attività di comunisti al chiuso dei propri circoli, dimenticandosi di agire marxisticamente proprio sul proprio luogo di lavoro.
    Il nostro partito deve dotarsi necessariamente di una linea di intervento sindacale, che punti a far sì che ciascun compagno/a, indipendentemente dal sindacato in cui milita, porti avanti in modo organizzato, di concerto con gli altri compagni del partito, la parola d’ordine della costruzione dei consigli dei lavoratori e dell’unità sindacale in ogni luogo di lavoro.
    A tal fine occorre metter mano anche all’organizzazione stessa del partito per favorire questo tipo di intervento (cfr. punto 7.1).

 

  1. l’organizzazione giovanile
    Un problema enorme per il nostro partito è la carenza di giovani e la progressiva disconnessione col mondo studentesco, che si traduce in un invecchiamento complessivo del nostro corpo militante. Da tempo la nostra giovanile è inefficace, priva di progettualità e inadeguatamente supportata da tutti noi. Abbiamo in realtà un partito che attrae poco i giovani per via forse delle pratiche burocratiche, di modalità di impegno intellettualistico e poco attivo in termini di conflitto, di poca attenzione all’identitarismo ed all’appartenenza.
    Se vogliamo dare un futuro al nostro percorso politico il problema va affrontato urgentemente ed efficacemente, dando supporto ai GC nella progettazione di un intervento efficace nelle scuole, nei sindacati studenteschi e nei centri di aggregazione giovanile, modificando le nostre pratiche (feste e campeggi della giovanile, incontri di formazione specifica e di aggregazione) e dando anche un nuovo volto agli stessi GC (il lavoro svolto da organizzazioni come il FGC o recentemente “Noi restiamo” può essere un utile esempio). Ma anche rivedendo le nostre modalità  di organizzazione dei presidi territoriali (trasformando i “vecchi” circoli in sezioni operanti nelle case del popolo – cfr. punto 7.2)

 

  1. La riorganizzazione del partito – anche attraverso modifiche statutarie – che porti:
    1. Alla creazione di aggregazioni di militanti non sulla base del territorio ma del lavoro: pensionati, metalmeccanici, lavoratori della scuola (ma anche studenti – cfr. punto 6) ministeriali, edili, ecc. a seconda del corpo militante. In prospettiva i militanti dovrebbero esprimere gli organi di governo (comitati politici) non solo su base territoriale, ma anche su base lavorativa (cfr. punto 5)
    2. Alla trasformazione dei circoli in sezioni (non autonome dunque, ma funzionali all’azione del partito) che trovino spazio fisico ove possibile nei luoghi di lavoro, oppure in case del popolo, in cui possano coesistere con movimenti, strutture mutualistiche ed altre realtà politico-sociali della sinistra di classe, con un attenzione particolare ai giovani (cfr. punto 6), nell’ottica della costruzione del fronte ampio (cfr. punto 3) ed in prospettiva dell’unità comunista (cfr. punto 2).
    3. Ad un centralismo democratico che sia tale e che impedisca a ciascun militante ed a ciascuna federazione di continuare a perseguire i propri obiettivi quando questi sono in contrasto con la sintesi politica e di disinteressarsi alla realizzazione della linea politica.

Parimenti, al dovere della maggioranza di trovare una sintesi che consenta alla minoranza di riconoscersi nelle decisioni finali e di concorrere attivamente alla loro realizzazione (il centralismo deve essere democratico, non burocratico), ferme restando alcune discriminanti inconciliabili (in primis l’autonomia e contrapposizione assoluta al centrosinistra, ad ogni livello nazionale e locale)

  1. Alla semplificazione delle strutture territoriali: quelle regionali obiettivamente servono a poco, alcune federazioni particolarmente deboli, possono essere accorpate, così come molti circoli/sezioni.
  2. Elezione, nel rispetto degli esiti congressuali, di tutti i membri della Segreteria e dei Comitati Politici, evitando una cooptazione complessiva per correnti.
  3. Alle modifiche necessarie per realizzare i punti da 1 a 5

 

Proviamo ad aprire una discussione ampia, seria e priva di calcoli opportunistici e rigidità correntizie, sul nostro futuro e su quello dei comunisti del paese.

 

Saluti comunisti

 

Roberto Villani
Segretario circ. “Pagnozzi” (Valmelaina-Tufello), CPF Roma, CPN

Rifondazione Comunista nella nuova fase politica

Pubblicato il 15 set 2019 in dibattito, Interni

La crisi di agosto è nata con tratti eversivi (i “pieni poteri”) ed ha esposto il Paese al rischio che da elezioni immediate uscisse una schiacciante maggioranza parlamentare di estrema destra, in grado di scardinare la Costituzione, anche nei suoi principi fondamentali.

La riconduzione della crisi alla dialettica parlamentare prevista dalla Costituzione porta alla sconfitta di Salvini ed alla nascita del governo M5s-Pd-Leu, dotato peraltro di una maggioranza parlamentare più ampia di quello precedente, è bene ricordarlo, si è costituita dopo le elezioni politiche del 4 marzo 2018.

La stessa presenza di Leu nel governo non si spiega solo con la naturale attitudine governista dei suoi esponenti, ma anche con il riavvicinamento al Pd di settori che avevano rotto col renzismo fino alla scissione di “padri nobili” quali Bersani e D’ Alema, che oggi individuano nel programma di governo un profilo che giudicano più avanzato.

Per composizione politica, programma, collocazione internazionale si tratta di un governo nettamente europeista ed  euro-atlantico, con un profilo democratico e  riformatore (revisione del trattato di Dublino, fisco, investimenti, aumento del deficit) reso possibile anche dalla tendenza, non priva di resistenze, da parte della rinnovata tecnocrazia europea, a una revisione del patto di stabilità, per far fronte alla recessione economica tedesca e a un rallentamento complessivo dell’economia della Ue.

Simbolicamente e politicamente, non deve essere sottovalutato, nell’immediato, l’impatto positivo che il governo Conte-bis può avere nel vasto arcipelago della sinistra sociale, associativa e sindacale in termini di aspettative e di consenso. L’ interruzione del corso politico esplicitamente reazionario rappresentato dalla Lega e da Salvini, con la piena complicità del movimento 5stelle, produce un effetto “sospiro di sollievo” su questo stesso mondo dopo un anno e mezzo di progressivo imbarbarimento reazionario.

Non essendo un governo che rompe col liberismo, e i vincoli europei non può essere il “nostro” governo: sul medio periodo è necessario costruire un opposizione politica e sociale, che  non assuma, nell’ immediato un carattere pregiudiziale e frontale,  ma che si misuri su temi concreti e contenuti verificabili, attorno ai quali aggregare le forze necessarie alla costruzione dell’alternativa di sinistra; serve, in sostanza, un rilancio programmatico per poter ricostituire un efficace alternativa politica che sia in grado di misurarsi con la sfida di possibili provvedimenti “riformatori” del governo (le annunciate politiche di taglio del cuneo fiscale a favore del lavoro dipendente, il salario minimo, le misure di sostegno al reddito, il superamento della Bossi-Fini, il blocco dell’ aumento dell’ IVA, la proposta di legge elettorale proporzionale) e di contrastare le misure più organicamente liberiste.

Naturalmente, il governo può durare e riuscire a contrastare le forze reazionarie, ancora molto forti nel Paese , solo se nelle condizioni materiali di vita (casa, lavoro, reddito, salute  pensioni, ambiente e trasporti) sarà capace di produrre qualche passo in avanti, a differenza di quanto  accaduto negli ultimi anni, certamente grazie anche al centrosinistra: qui si colloca la possibilità, per tutta l’opposizione di sinistra, di svolgere un ruolo politico importante in termini di pressione , critica, rivendicazione  di politiche coerentemente antiliberiste; se questa dialettica tra intenti riformatori e spinta  antiliberista non si produrrà, la sinistra di alternativa verrà messa all’angolo ma  soprattutto riprenderà vigore l’ opposizione reazionaria, e il nastro sarà riavvolto all’ indietro, fino a ai giorni del massimo consenso alla destra.

Il metodo di governo illustrato dal Presidente del Consiglio che si configura come concertativo, che se, nelle intenzioni, sembra voler condividere con tutti gli attori scelte di rilievo, quali ad esempio quella sull’ immigrazione, rischia anche di spingere ancora più all’ angolo le forze di classe, sia attraverso una nuova legge sulla rappresentanza sindacale, sia grazie al recupero di forze associative, di base, cattoliche e civiche che hanno una manifestato una certa vivacità nell’opposizione al  governo gialloverde.

Il profilo tenuto dal nostro partito durante la crisi di agosto, sia pure debole quanto ad iniziativa autonoma e verso “LA Sinistra” è stato corretto: nel punto più alto del consenso a Salvini, abbiamo richiamato la politica al dovere di fermare la reazione.

Ora è necessario, a nostro parere, ritessere la trama della costruzione di una Sinistra Alternativa, a partire dall’ esperienza de “La Sinistra”, autonoma, non settaria né identitaria, aperta a tutte quelle forze sociali, reti associative locali e nazionali, sindacali, ambientaliste che in questi anni hanno mantenuto una visione antiliberista ed hanno animato gli ultimi mesi di lotta e disobbedienza al salvinismo, lasciando accesa la fiammella dell’umanità anche nei momenti più bui.

E una fase in cui diventa centrale la ripresa della mobilitazione sociale su contenuti radicali, antiliberisti e antifascisti, visti anche i tentativi di rimonta fasciosalvinista, che non mancheranno, a partire dalla preannunciata manifestazione del 19 ottobre a Roma.

La SINISTRA che vorremmo al governo del Paese, o perlomeno in grado di pesare sugli equilibri dati (come fanno ad esempio il PCP ed il Blocco portoghesi, o Unidos podemos in Spagna) non esiste, e non esiste neppure una sinistra che esprima una qualche visibile rappresentanza politica degli strati sociali subalterni.

Noi riteniamo che, per tutta la prossima fase, la scelta di costruire una soggettività politica nuova, larga, popolare, in grado di competere per la conquista del consenso e l’avvio di politiche realmente antiliberiste, sia una scelta giusta.

Per tale motivo riteniamo indispensabile un momento di confronto largo, di respiro nazionale, tra tutti coloro che hanno voglia di affrontare la sfida programmatica e politica che la nascita di questo governo c’impone (anche con giudizi differenziati su di esso) senza cedere né al settarismo inconcludente né all’opportunismo.

Parimenti è necessario che il nostro Partito sviluppi una autonoma interlocuzione a livello politico-istituzionale ed elabori, proponga e sostenga scelte normative di segno popolare, utilizzando anche gli istituti di partecipazione popolare previsti, come tutti gli spazi istituzionali, in una sorta di “negoziazione conflittuale” sui temi programmatici nostri e di movimento.

Vale a dire che in questa fase, di imprevedibile durata, di tiepida aspettativa verso il nuovo governo, è necessario che il PRC dimostri e comunichi efficacemente la propria utilità sociale impugnando alcuni temi -chiave, (dalla legge proporzionale al jobs act, dalle pensioni alla scuola, dalla salute all’ambiente), e su questi tenti di conquistare risultati “targati” Rifondazione Comunista.

 

Direttivo circolo PRC “ Karl MARX- 100Celle “ – Roma

Il ritorno dell’#Amazzonia (La paura del fuoco nella #crisidigoverno)

Pubblicato il 27 ago 2019 in dibattito

Eleonora Forenza

Era il marzo 1989, quando nel ‘congresso dell’Amazzonia’ del Pci, Achille Occhetto incominciò a segare le radici dell’albero, in un percorso di ‘innovazione’ di cui tutti conosciamo le conseguenze.
Oggi l’Amazzonia ritorna prepotente, a ricordarci come sia il #capitalismo e non il #fuoco la causa della deforestazione che sta mettendo a rischio il pianeta.
Quel Bolsonaro, con cui gli attuali leader europei hanno siglato il trattato di libero commercio #Mercosur, rivendica per sè la possibilità di fare quanto già accaduto in Europa: deforestazione, per fare spazio all’agribusiness.
Sappiamo essere radicali, quando si parla dell’Amazzonia. Sappiamo nominare quella parola così old-fashioned, capitalismo. Sappiamo andare alla radice dei problemi senza ‘paura’ di essere considerati ‘irresponsabili’.
Poi invece suonano le campane della realpolitik, che producono il febbrile riflesso a voler partecipare a tutti i costi a una partita a #risiko a cui non siamo stati nemmeno invitati. Ma ci va bene anche il ruolo di commentatori o tifosi pur di partecipare. E allora vai, trasformiamo la paura del fuoco di Salvini nell’unico sentimento responsabile. Per la precisione non del fuoco di Salvini, ma del consenso popolare a Salvini misurato dai sondaggi, insomma del voto.
Diamoci al tifo indicando il dovere degli altri (che per i nostri c’è tempo): viva il governo Pd-M5S! Decidiamo che per spegnere l’incendio Salvini vadano bene #pompieri #piromani: #Conte (sì Tap, sì Tav, sì decreti sicurezza), Casalino, Di Maio, Di Battista, #Gentiloni (viva la Nato), #Minniti (più lager, meno sbarchi), l’onestah repressiva che torna a riempire le carceri. Per non parlare dell’autonomia differenziata (Gentiloni, Bonaccini) e del taglio dei parlamentari, delle mani di Taverna sulla Costituzione. Ci sentiamo in dovere di distinguere tra liberismo e liberismo, senza contemplare la logica conseguenza che a quel punto il bivio sarebbe uno soltanto: ci trasformiamo in un correntone esterno o interno al Pd?
Addirittura si sono appalesati i marxisti per #Orsola, intesa non solo come nuova maggioranza parlamentare a la Prodi, ma proprio come futura Presidente della Ec che, bontà sua, vuole destinare milioni di euro pubblici per finanziare le multinazionali made in Europe per vincere nella competizione globale.
Compà, Salvini non si vince con la paura, perché è con la paura che Salvini costruisce il suo consenso e fa politica.
Restituiamo rappresentatività al Parlamento con una legge elettorale #proporzionale, certo. Ma soprattutto torniamo a spendere quella parola, responsabilità, verso la nostra funzione storica: ridare forza (e dignità) a un progetto anticapitalista, femminista, ambientalista. Casa per casa, strada per strada, lotta per lotta.
Che i comunisti e le comuniste che hanno paura del popolo, che sentono il dovere del commento e non della proposta e dell’organizzazione, meritano di scomparire. E certo non salveranno l’Amazzonia.

DIBATTITO / Quale futuro per il nostro partito?

Pubblicato il 16 dic 2018 in dibattito

La fase che il nostro partito sta attraversando, tra grandi difficoltà e contraddizioni, ed oggi tenta di superare, è  caratterizzata dall’insuccesso di entrambe le ipotesi di aggregazione politica  scaturite dal fallimento del Brancaccio nel 2017; vale a dire “Liberi e Uguali” e “Potere al Popolo”; la prima di fatto sciolta, e l’altra in evidente affanno, dopo l abbandono di quasi tutti i soggetti organizzati che l’avevano promossa e che per il Prc ha avuto un carattere essenzialmente reattivo e difensivo, vista la costrizione temporale per la presentazione delle liste alle elezioni politiche del 4 marzo. Una ulteriore prova che sia il moderatismo subalterno che il settarismo minoritario non sono adeguati né al momento storico che caratterizza la fase politica generale nel nostro paese, similimente a quanto succede in Europa e a livello internazionale, né a fornire risposte utili alla crisi della sinistra.
L’affermazione del governo della Lega e del “5 Stelle” segna infatti un salto di fase politica molto rilevante nel paese: la politica trasformista dei “5stelle”, per sua natura ambivalente e opportunista è surclassata e fagocitata dalla politica “coerentemente” reazionaria della Lega, che vede, non a caso, raddoppiare i suoi consensi in soli 9 mesi. Sono presenti nel governo posizioni esplicitamente sessiste ed omofobe ed avanza un populismo fiscale, penale, sociale, etnico, costituzionale, che si fa azione di governo. Siamo di fronte ad un governo “di riequilibrio“, espressione di una parte della borghesia italiana, (settori produttivi e ceti professionali che influenzano amplissimi strati di lavoratori, disocuppati, inoccupati) che mira a ricontrattare politicamente il proprio ruolo in ambito europeo, per ottenerne vantaggi economici rilevanti. A questo scopo mostra un cinismo disumano sui migranti, sollecitando istinti esplicitamente razzisti e realizza, con l’approvazione del cosidetto “decreto sicurezza”, un passaggio decisivo verso una stretta autoritaria nel paese.
La crudeltà e l’egoismo sociale di cui è portatore il governo, aumenta in parallelo alla sua incapacità di mantenere le mirabolanti promesse elettorali, mostrando il suo volto più duro verso ogni “eccedenza” rispetto al nuovo ordine che propone.

La scadenza obbligata delle Elezioni Europee del 2019 appare, quindi, per noi decisiva, eppure non sufficiente a metterci nelle condizioni di superare la difficoltà in cui il Partito si trova, che piuttosto risiede nella programmazione ed esecuzione di alcune attività virtuose, ancora tutte da intraprendere: la definizione e l’adozione di un progetto sulla comunicazione, la sistematica formazione dei quadri, la cura e la riorganizzazione digitale e cartacea del tesseramento, la valorizzazione delle esperienze positive locali, anche al livello dei gruppi dirigenti, l’investimento pieno ed indiscutibile sulle politiche di genere e sui giovani.
Per le elezioni europee il richiamo, valoriale, politico e strategico, al GUE, resta per noi imprescindibile e deve costituire un riferimento di fondo, non negoziabile, per la sinistra che immaginiamo: antiliberista, internazionalista e antirazzista e femminista. Riteniamo di grande importanza, in questo contesto, l’avvio di un processo ricompositivo di un soggettività comunista adeguata ai tempi, come parte autonoma di una piu ampia sinistra alternativa di massa e di livello europeo, che pur non avendo oggi nè il tempo nè le condizioni per esprimersi sul terreno delle elezioni europee, può essere in parte facilitato da questo percorso elettorale. Le Elezioni Europee offrono, dunque, rispetto alle prospettive appena indicate, una possibilità che sta a noi arricchire e qualificare esprimendo i contenuti politici che possano adeguatamente rappresentare il nostro rifiuto dell’ Europa turboliberista e xenofoba.

La proposta politica illustrata dal Sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, è – per certi versi ed anche contro la sua stessa intenzione- figlia della introduzione della soglia di sbarramento nel sistema proporzionale ( per le Europee fu introdotta al 4% da Veltroni, nel 2009), e della deriva leaderistica propria dei sistemi elettorali maggioritari introdotti negli ultimi decenni.
Ma è una proposta di stampo “populista”? Solo in parte .
Lo è perché si misura su un terreno comunicativo e politico largamente egemonizzato dalla “cifra” populista; non lo è nella misura in cui evoca un protagonismo dal basso più socialmente definito: quando parla di “masse popolari”, sembra superare in avanti il concetto “di popolo”, in direzione degli strati subalterni della società, con un linguaggio che evoca il Pci del nostro Meridione dei decenni passati, ben più di quanto ricordi il “M5s”.
Quella che ci sembra si stia definendo con De Magistris, è una proposta democratico-radicale, costituzionale, antifascista, che ci pare adeguata al livello dello scontro contro una compagine reazionaria, nel governo, nella società e nel senso comune che non ha precedenti nell’ italia postbellic.
Non si tratta di una proposta immediatamente “socialista” ( che pure è ricompresa nel principio costituzionale di uguaglianza sostanziale) né tesa a raccogliere tutte le possibili manifestazioni del conflitto di classe e delle insorgenza sociale ( che pure è lambita dal concetto di disobbedienza alle leggi ingiuste): si tratta di una proposta, in una fase di vittoria schiacciante dell’avversario di classe, inevitabilmente difensiva ma che già allude ad una possibile dinamica positiva da fronte democratico – popolare, nitidamente antifascista e con il richiamo centrale alla Costituzione, innervata da un appello mobilitante alla lotta contro il governo Lega/5stelle, nella prospettiva della costruzione di un alternativa popolare.
La centralità della costituzione positivamente evocata da De Magistris richiede però una qualificazione precisa: il riconoscimento, oltre che delle forme in cui si manifestano le idee e la partecipazione dei cittadini, anche di quella in cui si manifesta la rappresentanza, cioè i partiti politici.
Nella nostra costituzione la democrazia diretta ha i suoi istituti, quella plebiscitaria oggi molto in voga non è neppure nominata mentre quella che scaturisce dalla lotta politica per la formazione della rappresentanza popolare è incentrata sui partiti.
E’ bene perciò che il Sindaco di Napoli non cada nella contraddizione di voler difendere e applicare la costituzione senza il pieno riconoscimento del ruolo dei partiti. La lista che egli propone deve perciò essere espressione di tutte le soggettività in cui si organizzano l espressione politica e la partecipazione dei cittadini e dei lavoratori: associazioni, comitati, movimenti, sindacati, partiti popolari ed antifascisti.
Crediamo che il nostro partito debba muoversi in questa direzione, trattando, sulla base della piena internità dei partiti politici alla lista, adeguate condizioni riguardo alla presenza, alla visibilità, alle candidature e, cosa più importante di tutte, al 2x 1000 e qualificando, al contempo, il profilo di questa possibile aggregazione sul piano dei contenuti economici e della difesa delle condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici. Il programma elettorale può e deve essere da noi arricchito e determinato proprio sui temi del lavoro ( salari, pensioni, art. 18, precarietà, sicurezza sul lavoro, contrattazione ) e dell’ economia ( fisco, patrimoniale, rinegoziazione del debito ) coerentemente con il nostro voto parlamentare contrario al trattato di Maastricht, nel lontano 1992.
La proposta di De Magistris per essere adeguata al livello dello scontro con la reazione, deve evocare una sorta di CLN, come apertura di una prospettiva democratico-radicale e di avanzata popolare e il ruolo del Prc può essere determinante per la definizione di questo profilo politico.
Non deve trattarsi dell ennesimo “autobus”, o listone indistinto, per il PRC, nè della riproposizione di un esperienza aggregativa simile a quelle fallite negli ultimi dieci anni. Si tratta di un investimento nuovo in una fase nuova, coerentemente alla nostra vocazione tanto unitaria e radicale, quanto orgogliosa di ciò che siamo, il Partito della Rifondazione Comunista, il più antico Partito del panorama italiano, insieme alla Lega: noi contro di loro, nemici da  b sempre e per sempre.

Vincenzo Salvitti, cpf Roma
Marco Schettini, cpf Roma
Cristina Franchini, Cpr Piemonte
Carlo Forletta, Cpf Frosinone

DIBATTITO / Sulla lettera contro acerbo

Pubblicato il 5 dic 2018 in dibattito

Dino Greco

Cari compagni e care compagne,

si può anche dissentire dalla lettera di Maurizio Acerbo, come è legittimo e del tutto utile che il dissenso possa liberamente esprimersi nel partito su ogni questione.

Per quel che mi riguarda, ho passato non piccola parte della mia vita “dissentendo” e so quanto preziosa sia la dialettica fra le posizioni in campo, dunque non mi preoccupa la discussione franca, nemmeno quando espressa con ruvidezza.

Per farlo, i compagni e le compagne (tutti dirigenti a vario titolo del Prc) hanno scelto in questo caso la strada della lettera al compagno Acerbo e alla Direzione. Dunque una lettera interna al partito. Che tale avrebbe dovuto rimanere.

Peccato che, in tempo reale, anzi, prima ancora di ricevere la lettera in quanto componente della Direzione, la sera del 4 dicembre, mi sia stato inviato il testo da parte di PaP Franciacorta, un’assemblea territoriale che si staccò anzitempo da PaP provinciale Brescia e che si è distinta per la violenza degli insulti e degli attacchi rivolti ai compagni e alle compagne di Rifondazione, una campagna che ancora perdura senza sosta.

Ciò significa che qualche solerte compagno/a di Rifondazione che si dice preoccupato per l’iniziativa di Acerbo (giudicata “lesiva dello stesso ruolo del Prc”), non si è fatto scrupolo di giocare su due tavoli e utilizzare la dinamica interno/esterno per sparare sul segretario a palle incatenate.

In un attimo la lettera si è trasformata in un fenomeno virale ed è subito parso evidente che quel “ci dissociamo apertamente”, dichiarato sin dal titolo della lettera dai firmatari, si è rivelato per quello che è: non un’espressione utile a rendere esplicito un dissenso e ad aprire un legittimo confronto, ma ad intentare un processo nello spazio pubblico.

Sono troppo vecchio per non sapere che queste cose non avvengono mai per caso e, una volta di più, mi interrogo su quale concezione di partito (comunista) alberghi nella testa (e nei comportamenti) di non pochi compagni/e.

Questo al di là del merito, che pure c’è, e di cui vorrei discutere con gli estensori della lettera. Che ha un andamento singolare.

Si comincia con due affermazioni lapidarie: “l’infondatezza” dell’incompatibilità fra Prc e Potere al Popolo e l’errore (di Acerbo) di contestare, con metodi “burocratici e amministrativi” l’uso del simbolo da parte del nuovo gruppo dirigente di PaP.

Poi segue l’ammissione che, in effetti, “la svolta avvenuta negli ultimi mesi contraddice i contenuti e gli obiettivi del Manifesto originale di Potere al Popolo” e che PaP rischia di ridursi “ad una nuova formazione che si aggiunge a quelle già esistenti”.

E’ detto in modo molto, molto pudico, ma il senso è chiaro: ex-Opg, Eurostop Rete dei comunisti e dintorni stanno trasformando PaP in un partito. Un partito – per la verità – che considera zavorra tutto ciò che si muove fuori dal proprio perimetro.

Infine, l’invito ad Acerbo a dismettere un tono da leguleio, a cambiare registro e a “confrontarsi per trovare insieme le soluzioni giuste”.

Per fare cosa? La risposta è: per “prendere atto dell’interruzione di un percorso comune, lasciando aperta la strada ad un lavoro unitario su ciò che ci unisce”.

Ora, cari compagni, dovete essere più chiari. E’ doveroso esserlo, in modo che tutti capiscano, scansando ogni ipocrisia.

Intanto sulla questione principale, alla quale bisogna rispondere.

Ogni partito è – per sua natura – in competizione con ogni altro e anche coloro che oggi sfruttano in proprio il brand di PaP lo sono, tanto che non lesinano quotidiani colpi di clava contro Rifondazione Comunista, considerata un’escrescenza terminale della vecchia sinistra (lo hanno persino scritto nel loro statuto).

Fino al punto che sembra prevalere fra loro l’orientamento a non partecipare a prossime liste elettorali nelle quali sia presente il Prc!

La domanda allora è: come si può far parte di entrambe le formazioni politiche (come dite voi stessi, in contrasto fra loro per “contenuti e obiettivi”) senza entrare in una contraddizione senza scampo?

Credo in nessun modo, a meno che non si stia da una parte ma si penda dall’altra.

E’ poi chiaro che chi invece la contraddizione non la vede (sorbole!), chi pensa che si può “interrompere il percorso comune” e, contemporaneamente, tenere un piede di qua ed uno di là non può neppure porsi il problema della evidente schizofrenia che si produce.

Capisco che allora diventi del tutto irrilevante anche la questione del nome e del simbolo, scippati con un colpo di mano, in violazione del solo statuto legittimo, perché approvato da tutti, comprese le rigorose clausole che ne consentono la modifica.

Se è certo che “non abbiamo bisogno di dispute legali”, vorrei però conoscere quali sono – secondo voi – i modi “trasparenti e propositivi” per affrontare quelle che con bizzarra equidistanza definite le “divergenze” aperte.

Più precisamente, meriterebbe sapere, così, per chiarezza, se pensate che simbolo e nome vadano semplicemente abbandonati, per bon ton, nelle mani di chi se li è portati via, lasciando i compagni di Rifondazione a litigare fra loro fra “fuoriusciti” (secondo la nomea affibbiataci dalla coppia Cremaschi-Carofalo) e “unitari” che ancora convivono nella rifondata compagine di PaP.

Allo stesso modo, sempre per chiarirmi le idee, chiedo ai compagni autori del J’accuse contro Acerbo cosa pensino dell’iniziativa lanciata con la lettera “Compagne e compagni”, promossa proprio per non disperdere quanto di positivo aveva prodotto e poi rinnegato Potere al Popolo, per rilanciare il progetto di un fronte largo del campo antiliberista e anticapitalista fondato sul metodo (il solo che può funzionare) della decisione condivisa.

Investiamo su questa impresa o credete si tratti di un ballon d’essai destinato a sgonfiarsi?

E’ vero, ci sono in giro confusione e sconcerto, soprattutto nelle nostre file, frutto non solo dell’altrui doppiogiochismo, ma anche di nostri evidenti errori su cui dovremo ancora riflettere.

Ma se per noi è un imperativo “concentrare ogni energia nell’opposizione al governo ed ai vincoli europei”, la cosa peggiore che può accadere è stare a metà del guado, portando acqua al mulino di chi pensa (e ormai dice apertamente) che Rifondazione ha fatto il suo tempo e che il “nuovo” e il “puro” passa attraverso il suo scioglimento.

Poi non ho dubbi che nelle piazze e nelle lotte ci ritroveremo, perché questo impone la drammatica fase che stiamo vivendo.

DIBATTITO / Sulla lettera di Acerbo a Pap. Sbagliata e lesiva del ruolo di Rifondazione Comunista

Pubblicato il 5 dic 2018 in dibattito

Contribuisco alla diffusione di questo testo collettivo, che abbiamo indirizzato al Segretario nazionale del PRC. Per adesioni, scrivere a: rivoluzionerifondazione@gmail.com oppure nei commenti a questa nota. “Ci dissociamo dalla impostazione e dal linguaggio “burocratese” di questa lettera, peraltro non discussa né approvata dalla Direzione Nazionale del partito, perché la riteniamo una modalità sbagliata di affrontare le contraddizioni sorte con l’attuale gruppo dirigente di Potere al Popolo, una modalità fortemente lesiva dello stesso ruolo del PRC.
Siamo consapevoli che la svolta avvenuta negli ultimi mesi contraddice i contenuti e gli obiettivi del Manifesto originale di Potere al Popolo, ovvero la necessità di costruire un movimento sociale e politico anticapitalista finalizzato a riaggregare un blocco sociale, aperto e inclusivo delle diverse realtà ed esperienze presenti nel nostro paese, siamo consapevoli del rischio che Potere al Popolo si riduca ad una nuova formazione che si aggiunge a quelle già esistenti, anziché produrre ricomposizione e aggregazione di forze a partire dai programmi e dalle pratiche sociali.
Ma proprio per questo non è pensabile affrontare con metodi amministrativi tali divergenze politiche, sia pur profonde, che sono sorte in questi mesi. Al posto dei tribunali e dei collegi di garanzia, se non vogliamo ripetere tristi vicende che hanno segnato la storia della sinistra, abbiamo tutti/e il compito e la responsabilità di discutere-confrontarsi per trovare insieme le soluzioni giuste che ci consentano oggi di prendere atto della crisi e della interruzione di un percorso comune avviato un anno fa, ma al tempo stesso di salvaguardare e lasciare aperto per il futuro tutto il possibile lavoro comune sugli obiettivi che ci uniscono, anche in considerazione della difficile situazione che stiamo vivendo.
Non abbiamo bisogno di dispute legali, ma di concentrare le nostre energie nell’opposizione al governo ed ai vincoli europei, affrontando le nostre divergenze in modo trasparente e propositivo. Diversamente non saremmo proprio capiti dai settori sociali a cui ci rivolgiamo.”
Prime adesioni:
Linda Azzolini GC Parma, Mauro Azzolini CPN, Mirko Bagno CPF Torino, Imma Barbarossa CPN, Luca Bedetti CGR Piemonte, Alexandr Belletti GC Parma, Lucetta Bellomo Segretaria PRC Biella, Mario Berardi segr. PRC R. Luxemburg Palermo, Claudio Bettarello CPN, Stefano Biffi GC Torino, Lucia Bisetti CPR Piemonte, Arturo Bonito CPF Irpinia/Avellino, Marina Bosco CPF Torino, Francesco Buonavita CPF Torino, Claudia Candeloro CPN, Laura Casanova CPF Rimini, Giuseppe Castronovo CGR Piemonte, Valentina Castronovo CPF Palermo, Luigi Cerini CPR Piemonte, Roberto Cerrato segr. PRC Boschi-Rabufo-Mirafiori Torino, Daniela Cherubin Segr. PRC Novara, Davide Coscione PRC Napoli, Luigi Criscitiello CPF Napoli, Michele D’Ambra segr. PRC Ischia, Roberto De Filippis “Buglione” CPN, Aldo De Gregorio PRC Napoli, Maddalena D’Inverno CPR Campania, Mauro Di Maro CPF Napoli, Giovanni Di Stasio PRC Napoli, Rosalinda Esposito CPF Napoli, Frank Ferlisi CPN, Andrea Fioretti CPN, Eleonora Forenza CPN, Giada Galletta GC Messina, Riccardo Gandini coord. naz. GC, Gabriele Gesso CPN, Adolfo Goiran CPF Torino, Luca Grasselli CPF Reggio Emilia, Davide Grisoglio PRC Biella, Stefano Grondona CPN, Andrea Ilari CPF Roma segr. PRC Appio, Francesco Ladu PRC Grosseto, Massimo Lorusso CPR Piemonte, Daniele Maffione CPN, Raffaele Manco Coordinatore GC Napoli, Alidina Marchettini CPF Firenze, Rosario Marra CPF Napoli, Chiara Marzocchi CPN, Giovanni Montesano CPR Campania, Massimiliano Murgo CPN, Gianni Naggi CPR Piemonte, Sandro Necci dirett.vo PRC B. Bracci Torsi Roma, Fabio Orrico PRC Rimini, Paolo Pantaleoni CPN, Genesio Panza CPR Campania, Mirko Parasole CPF Napoli, Antonio Perillo CPN, Angela Rauseo CPF Bologna, Claudio Righetti CPF Rimini, Danilo Risi CPF Napoli, Gianni Ronchetti PRC Torino, Arianna Rosatti CPF Napoli, Paola Serasini CGF Firenze, Francesca Sparacino, CPF Bologna, Andrea Strambaci CPF Parma, Sara Tanveer GC Bologna, Sandro Targetti CPN, Annarita Tonini CPF Rimini, Sara Torchitti PRC Torino, Arianna Ussi CPN, Jan Vecoli CPN, Roberto Villani CPN, Sara Visintin CPN, Giovanni Vivarelli CGF Firenze, Pasquale Voza CPN.

DIBATTITO / Prc: una autoriforma necessaria del nostro funzionamento interno

Pubblicato il 19 nov 2018 in dibattito

Nicolò Martinelli*

Molto si è scritto in questi mesi sul nostro partito, ed è innegabile che le difficoltà che abbiamo vissuto negli ultimi anni, che si sono intensificate, abbiano a che fare in buona parte con la nostra organizzazione interna. È opinione di chi scrive, che la necessità di doversi misurare continuamente con le difficoltà dettate dalle contingenze del momento, con gli inevitabili dibattiti anche accesi che hanno provocato, abbiano penalizzato non poco la capacità del Partito di riflettere sulla propria azione sul mediolungo periodo. Le ultime occasioni che potevano servire a tale scopo, ovvero il decimo congresso nazionale di Spoleto del 2017 e la tre giorni tenutasi l’anno successivo nello stesso luogo, sono infatti state monopolizzate dal dibattito sulle alleanze: Non poteva essere diversamente, stante il carattere anche strategico che assumevano le scelte del partito in quelle occasioni. È tempo tuttavia, di riprendere una discussione più alta relativa al modello di organizzazione e di azione del PRC, rispetto a cui l’ultimo vero momento di dibattito è stato in occasione della IV Conferenza di Organizzazione del 2015. Nonostante siano passati soltanto tre anni, infatti, il quadro politico nazionale e locale è stato sconquassato da un vero e proprio terremoto, iniziato il 4 dicembre 2016 con la vittoria del NO al Referendum Costituzionale. Nel documento del 2015 infatti si delineava una situazione sotto il renzismo, di sfiducia generalizzata per la politica che faceva da contraltare al bipolarismo, secondo un processo più che ventennale di “americanizzazione” della società italiana. Tale situazione oggi è in buona parte saltata. Il ritorno ad un sistema elettorale sostanzialmente proporzionale, il governo anomalo tra 5 stelle e Lega nord, la crisi di quel moloch di interessi e rappresentanza che rappresentava il Partito Democratico, ci pone di fronte a una timida situazione di ripoliticizzazione di massa. Non impegnata come quella della Prima Repubblica, non appassionata come negli anni del dualismo tra berlusconismo e antiberlusconismo, ma su cui occorre oggi lavorare. Per rispondere alla necessità di sviluppare reti e competenze, il filo conduttore che nel 2015 ha investito la riorganizzazione del partito, fu la perdita di centralità dei circoli territoriali in favore di aggregati su scala territoriale più vasta “per argomento”. Va oggi preso atto che siamo di fronte ad un processo di disintermediazione della società, di cui l’avvento di prepotenza della politica sui social network è soltanto la punta dell’iceberg, che investe nel profondo le relazioni personali e il modo stesso di leggere la realtà in cui viviamo. La centralità dell’aspetto comunicativo/diffusivo, sovente a discapito della qualità della proposta politica, ha fatto sì che ad essere penalizzati fossero proprio i partiti come il nostro, capaci di produrre elaborazioni anche approfondite sui singoli settori, ma ancora immaturi sul piano della riconoscibilità politica generale. Tale difficoltà, va detto, è dovuta anche a ragioni oggettive e non esclusivamente soggettive, tuttavia il nodo più grosso che abbiamo di fronte è come uscire da questo terribile circolo vizioso di invisibilità nazionale e scarsa comunicatività esterna. Se infatti si tratta senza dubbio di una partita truccata, dobbiamo essere consapevoli di ciò, altrettanta consapevolezza va indirizzata sulla necessità di giocare bene le carte che Rifondazione Comunista ha a disposizione. Esistono infatti pochi partiti in Italia, oltre a PD e Lega Nord, che sono capaci di intervenire quotidianamente sul piano politico generale a livello comunale. Uno di questi partiti, è indubbiamente il nostro. Lo stesso Movimento 5 Stelle, da principale forza di governo, stenta con dif È necessario quindi che il partito proceda ad una riattivazione politica ed organizzativa dei propri circoli, la cui funzione principale è diventata, all’indomani della Conferenza di organizzazione del 2015, quella di riportare sul territorio le campagne nazionali. Si potrà obiettare che ci stiamo provando, ma che sovente la risposta dei territori è insoddisfacente. Tale problema, riscontrabile anche di fronte a fallimenti politici recenti, è strettamente connesso ad una forma organizzativa più profonda, mai scritta ufficialmente in alcun documento ma praticata con convinzione dai gruppi dirigenti nazionali e locali del partito negli ultimi anni, di tutte le mozioni congressuali e di tutti gli orientamenti. Vi è stata infatti negli ultimi anni una forte virata verso una forma di “centralismo decisionista” che ha passivizzato la militanza, gerarchizzato il partito e rotto legami di scambio “a due direzioni” tra i vari livelli dello stesso. Sovente in partito è stato chiamato a mobilitazione rapida senza che le decisioni, adeguatamente metabolizzate, potessero essere praticate efficacemente dal suo intero corpo politico. Se una critica può essere fatta ai gruppi dirigenti che hanno gestito il PRC negli ultimi anni, sicuramente è quella di essersi posti sullo stesso piano di discussione di singole personalità influenti o di cerchie militanti ristrette, dimenticando un semplice assunto di base: che la differenza tra fare politica dovendo rispondere solo a sé stessi o al proprio cerchio magico, e quella tra fare politica in rappresentanza di un partito con migliaia di iscritti, è la stessa differenza che passa tra il guidare una moto e il guidare un bus a due piani. Affinché il PRC torni ad essere oggi uno strumento efficace (utile lo è già per le sue ragioni fondative), occorre che venga proposto un partito meno “leggero” nelle sue manovre strategiche, ma capace di percorrerle, appunto, come partito. A tale fine una critica va inevitabilmente fatta alla pratica, ormai radicatissima nel partito e nella sua organizzazione giovanile, di lavorare per “circolari interne”. Affinché la nostra azione politica sia efficace è necessario, almeno per un triennio, invertire completamente il processo di definizione della linea politica: non più “pensare globale, agire locale” ma “pensare locale, agire globale”. La discussione politica deve partire dai circoli (Tutte le centinaia di circoli del PRC) e affrontare le problematiche del territorio, andando per sintesi progressiva nelle federazioni, nei regionali e al nazionale; è evidente che in quest’ottica il ruolo della segreteria e del segretario torna, nell’immediato, ad essere quello di espressione più sistematizzata e complessa di una linea politica che ciascun iscritto sente “sua” e non esclusivamente della singola competenza dei dirigenti, comunque contributo preziosissimo a far compiere il salto “nazionale” ad una linea scaturita prima di tutto dall’esperienza concreta dei territori. Ci troviamo di fronte ad una fase in cui l’istantaneità della comunicazione investe la politica nazionale e internazionale. Tutto ciò che si dice, si scrive e spesso anche si pensa dura giusto le poche ore dettate da dinamiche su cui, ad oggi, abbiamo scarso potere di intervento, se si fa eccezione di quelle poche lotte in grado di dettare l’agenda politica (Studenti, donne, lavoratori). Ne consegue che Rifondazione Comunista ha oggi, tra i suoi compiti più importanti, quello di rappresentare una certezza costante nel tempo per le nostre classi sociali di riferimento, in grado di veicolare un messaggio e un’identità fissi, non suscettibili delle variazioni del “mercato” dell’informazione. Occorre avere la capacità di intervenire tempestivamente su tutto ma, al contempo, avere poche battaglie chiare per cui il partito sia sempre riconoscibile. Da questo assunto ne deriva che l’impostazione di lavoro “per progetti” ha senso soltanto se il risultato finale è in grado di produrre avanzamenti strategici su una azione di lunga lena, e non soltanto vantaggi tattici che possono facilmente essere messi a repentaglio da un quadro politico in frenetico cambiamento. Sarà in grado Rifondazione Comunista di prendere di petto le condizioni materiali del nostro paese alle porte del 2019 per svolgere quel compito di trasformazione sociale di cui il nostro popolo ha bisogno e che solo i comunisti possono mettere in atto? Solo il tempo ce lo dirà. Ma questo è il nostro compito: attrezziamoci al meglio per portarlo avanti.

*Responsabile Organizzazione uscente Giovani Comunisti/e

DIBATTITO / Fare chiarezza ascoltando i territori

Pubblicato il 26 ott 2018 in dibattito

Giulia Carpignani

Carissimo Segretario nazionale,

da quando hai assunto la Segreteria del Partito ci hai abituati a delle prese di posizione chiare, pregnanti, che pongono dei distinguo ma mai delle divisioni, semmai delle nuove aperture nei confronti di chi condivide con noi la lotta alla barbarie portata dalle politiche neoliberiste. Di chi condivide, non di chi è identico a noi. In questo momento in cui nel Partito regna una confusione rabbiosa e autolesionista ti chiediamo di ricoprire ancora una volta questo ruolo, di ribadire i valori della pluralità e della condivisione chiudendo con fermezza la fase delle recriminazioni e delle accuse verso Potere al popolo (che tengono bloccato il Partito in una situazione oltremodo pericolosa) per aprirne un’altra.

Non ti chiediamo certo di nascondere problemi, contrasti, divergenze che anche noi abbiamo vissuto operando sul territorio; tutt’al contrario ti chiediamo di approfondirne il significato, di leggere le cose per quello che sono, senza acrimonia e polemiche sterili, al fine di procedere oltre. In particolare non mettiamo minimamente in dubbio la veridicità e la gravità di quanto ci viene detto sia avvenuto nel Coordinamento nazionale, ma diciamo anche che era tutto ampiamente prevedibile e che in ogni caso questo non intacca il significato, il ruolo, la libertà di azione del PRC come partito, visto che Potere al popolo è un’associazione che ammette solo adesioni individuali e che Rifondazione ha dichiarato fin dall’inizio di non volersi sciogliere. Perché dunque queste reazioni così scomposte? Non vogliamo addentrarci in dietrologie tortuose, ma dubitiamo che all’interno del Coordinamento nazionale di Pap distacco dalla base del movimento (intendendo sia la base degli iscritti PRC, sia di coloro che a Rifondazione non sono iscritti) e personalismi abbiano giocato un forte ruolo negativo. La base non è stata mai consultata prima delle decisioni più significative.

E’ invece alla base, ai territori che crediamo si debba guardare soprattutto in questo momento, perché è là che – pur fra difficoltà – sono spesso nati e cresciuti dei progetti, delle sinergie, delle attività comuni (fra iscritti e non iscritti al PRC) che meritano il rispetto di tutti e che la parola d’ordine di non votare lo statuto, giunta ad una settimana dall’invito pressante ad aderire in massa a Pap, ha messo invece in grave pericolo. Come ci si dovrà regolare d’ora in poi all’interno delle assemblee territoriali di Pap? In questi giorni ogni iscritto, ogni circolo, ogni federazione è stato lasciato solo a navigare a vista nel tentativo di non sfasciare il poco o tanto che si era costruito.

Proprio perché operiamo sul territorio ti chiediamo quindi una parola di chiarezza che ci aiuti a proseguire sia come iscritti a Rifondazione, sia come aderenti a Pap. Sì, perché ormai le adesioni ci sono state e quindi questa distinzione di ruoli è presente nei fatti. Un tuo intervento in questo senso che distingua i due fronti e li veda entrambi come fronti operativi per gli attivisti, non frammenterebbe il Partito (che ospita già un arco variegato di posizioni: chi ha aderito a Pap e chi no, chi avendo aderito ha votato e chi no, eccetera), al contrario darebbe pari dignità a comportamenti che sono stati diversi ma tutti ugualmente motivati.

Speriamo di essere ascoltati. Speriamo anche che questa fase si chiuda al più presto senza lasciare troppi morti e feriti sul campo e che si inizi a lavorare seriamente in vista delle elezioni europee, un appuntamento cruciale per noi, rispetto a cui abbiamo il dovere di attivarci senza aspettare pronunciamenti improbabili di chicchessia.

 

* Condiviso dalla Segreteria della Federazione di Asti, con l’approvazione della maggioranza del CPF

DIBATTITO / Dovremmo dire che siamo indignati, ma è ben poca cosa.

Pubblicato il 16 ott 2018 in dibattito

Antonio Bianco, Pasquale Murone ed altri.

In questo momento così grave regna il disorientamento e la mancanza di un punto da dove ripartire. Il deficit di discussione sulla costruzione di Potere al Popolo, che si protrae da moltissimi mesi, crea diffidenze e malumori e pone seri dubbi sul concetto di democrazia nel nostro Partito, senza inerpicarci nelle dinamiche interne di Potere al Popolo.

Oggi ci interessa parlare di noi, è da qua che vogliamo ripartire, senza lo studio, l’analisi e condivisione del progetto politico di Potere al Popolo non possiamo, a nostro avviso, proporre un aggregato convincente all’elettorato italiano ed europeo.

Un vuoto di democrazia che ha portato il Partito, se ancora esiste!!! a ripiegarsi su sé stesso ed a fuggire da qualsiasi confronto democratico, fatto di sane discussioni e di scelte condivise sui contenuti e forma del soggetto politico Potere al Popolo. Non vi è stato un dibattito, almeno sintetico, sulle modalità e sui criteri di scelta dei componenti del Coordinamento Nazionale, definito provvisorio, né vi è stato un confronto sui tempi, sui contenuti e sulle modalità della discussione, né sui punti ritenuti non negoziabili da esaminare nel Coordinamento. Non sarebbe stata una spartizione di posti di “potere” ma il coinvolgimento dei compagni in una discussione franca, aperta e plurale ove ognuno avrebbe potuto arricchire il progetto e non affossarlo. Non avevamo un’altra strada, tutte le altre erano precluse, rinchiusi nella nostra nicchia di presunto potere, senza altri sbocchi o proposte credibili.

Se non bastasse poco prima dell’inizio delle votazioni del/degli Statuto/i stabilita per il giorno 6 c. m., alle 22,50 del 5/10 arriva un post su whatsapp che invitata i compagni a non partecipare al voto e di informare, con qualsiasi mezzo, anche gli altri della decisione a firma del Segretario Nazionale.

Messaggio non solo improvvido e surreale, in quanto avevamo sudato le proverbiali sette camicie per convincere i compagni a partecipare alla votazione e versare i 10 euro per la registrazione sul sito, ma anche senza tener in nessun conto il compagno come persona pensante e capace di fare scelte concrete e obbiettive, non un burattino nelle mani dei dirigenti Nazionali del Partito.

Non siamo burattini, ma persone che hanno commesso l’errore di fidarsi ed affidarsi senza una preventiva discussione sui fatti, proposte, obbiettivi e finalità politiche.

Vogliamo ripartire da noi, dal tipo di democrazia che vogliamo praticare nel Partito, senza questo chiarimento penso che molti di noi, già pochi, lasceranno a malincuore.

La democrazia impone la condivisione di un progetto esaminato, discusso ed approvato, sin dalle prime fasi, dai compagni che militano nei Circoli e nelle Case del Popolo.

Auspichiamo che tutto questo sia ancora possibile e non rappresenti un sogno irrealizzabile.

 

DIBATTITO / Lettera aperta ad Acerbo e Ferrero

Pubblicato il 15 ott 2018 in dibattito

Domenico Firmani

Cari Maurizio e Paolo, ci/mi avete detto che “ogni limite ha la sua pazienza”.

Sabato scorso non ho votato, mi sono dimesso da ogni ruolo provinciale in Pap ed ho dichiarato la mia fuoriuscita dal percorso di Potere al Popolo.

Per questa ragione mi astengo dal commentare ciò che è accaduto e sta accadendo ora in Pap, esito della votazione inclusa.
Non è più una cosa che mi riguarda, non mi interessa.

Quello che fa la mia comunità, invece, mi interessa e mi riguarda.

Non mi interessa dire “Lo avevo detto un anno fa”, “era agevolmente prevedibile”.
Non mi interessa fare processi (tra l’altro sui social).
Per me il dissenso è una pratica seria e va manifestato con toni, tempi e modalità analogamente serie (come dire, è una roba un po’ diversa da ciò che è stato fatto in nome del dissenso ai tempi del Brancaccio).

Ciò che mi sta a cuore è che non si perseveri con errori che, seppur in buona fede, oggi sarebbero oggettivamente ingiustificabili perfino per uno degli ultimi esponenti del club del “rispetto pur non condividendo”.

Mi spiego.

Leggo post, contributi, messaggi privati da parte di persone serie, di compagni che stimo profondamente, al netto di posizioni talvolta differenti, e che conosco da una vita.

Leggo e sento parlare di inviti alla riflessione, di richieste di azzeramento, di ultima possibilità per recuperare, per “democratizzare”, per non gettare il bambino con l’acqua sporca ecc.ecc.

Credo sia del tutto evidente che questa fase sia stata abbondantemente superata dagli eventi.

Provando a sintetizzare brutalmente, i casi sono due (tertium non datur).

IPOTESI n.1) “L’assenza di agibilità democratica” è una frase un po’ calcata, frutto di un clima esasperato, da intendersi come reazione impulsiva ad una delle tante fisiologiche scaramucce tra esperienze e percorsi diversi.
Sì, qualche uscita un pò sgradevole, qualche eccesso di ingratitudine, un po’ di lavoro da fare sul senso stesso del rispetto reciproco ma – tutto sommato – cose risolvibili.
Intemperanze, incidenti di percorso tipici della fase di rodaggio.

Bene, in questa ipotesi, a mio modestissimo avviso, SI PARTECIPA AL VOTO, perché se le cose sono – tutto sommato – conciliabili, non può certo essere il singolo emendamento, la scorrettezza in più o in meno nella gestione della Pagina nazionale, la mancata pubblicazione del preambolo del secondo Statuto a generare un CONTRORDINE a meno di 20 ore dalla votazione.

IPOTESI n.2) L’espressione “assenza di agibilità democratica” rappresenta, invece, la certificazione finale dell’inconciliabilità di culture politiche di fondo, della concezione dei ruoli di garanzia, di visioni dei modelli organizzativi, dei princìpi di fondo della rispettosa coesistenza in una comunità politica democraticamente organizzata, e/o di impostazioni analitiche che un tempo chiamavamo “prepolitiche”.

Bene, in questo caso, sempre a mio modestissimo avviso, tutto si può fare con queste persone: si può discutere, si può concordare su alcuni temi, si può litigare, si possono fare accordi, si può far parte di un Movimento politico sociale PLURALE, ma NON SI PUÒ FAR PARTE DELLO STESSO SOGGETTO POLITICO.

L’ultimo tentativo?
È già stato fatto con la richiesta di ritirare le due bozze di Statuto (entrambe perché, per inciso, se è vero che un coordinamento provvisorio non ha alcuna legittimazione democratica, Nel momento in cui non c’è accordo sulla regola delle regole, si traggono le conclusioni, non si presenta uno statuto alternativo).

Salvare Il “bambino”?
Quando almeno una persona su tre considera irrilevante, secondario o addirittura un modello da seguire l’insieme delle forzature che vi hanno indotto a parlare di “assenza di agibilità democratica”, mi dite esattamente dove lo vedete questo bambino?
Ha senso essere maggioranza o minoranza in siffatte condizioni?

Quando una persona di cultura, uno dei migliori, uno storico, una persona pacata, uno dei capolista, ritiene che l’essere parte integrante del Gue da parte di alcuni cofondatori del progetto da egli capeggiato sia secondario rispetto ad una firma apposta (senza mandato e senza discussione da chi rivestiva ruoli provvisori) ad un percorso europeo rivelatosi alternativo, di cosa e come si vuol discutere?

La mia collocazione europea deve dipendere dal voto altrui, magari online?
Mi collocherei così, ma hanno scelto diversamente, quindi la mia collocazione diventa quest’altra?
Se stiamo scherzando, non fa ridere.

Pertanto, cari Maurizio e Paolo, io direi che anziché invitare altri a fermarsi, forse è il caso di fermarci un attimo noi, di dare un senso alle parole (magari evitando di scomodare riferimenti alla “legge truffa” o alla “disobbedienza civile”), di augurare in bocca al lupo a chi farà altro e di trarre le logiche ed inevitabili conseguenze.

Chi fa sbaglia.
Non sarà il primo, nè l’ultimo degli errori in buona fede che commettiamo.
Perseverare, tuttavia, sarebbe incomprensibile.

Parafrasando qualcuno, “ogni pazienza ha il suo limite”.

Grazie per l’eventuale attenzione.

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