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Care/i, compagne/i,

apriamo oggi questo spazio riservato alla discussione interna del e sul partito e la fase politica che vive il paese. I risultati delle ultime elezioni politiche e la nascita del governo M5S-Lega segnano uno scenario inedito dentro cui collocare il nostro impegno. Riteniamo opportuno che si sviluppi il dibattito in forme diverse da quelle tipiche dell’epoca dei social network che tendono a produrre fraintendimenti e polemiche infinite e spesso distruttive invece che riflessione collettiva e scambio fecondo di analisi e proposte.

La nostra partecipazione a Potere al popolo, il tentativo di costruire uno schieramento di sinistra popolare alternativo ai poli esistenti, la tenacia con cui ci proponiamo di rilanciare il progetto di Rifondazione Comunista sono terreni di discussione tra compagne e compagni. E più in generale riteniamo opportuno dotarci di uno spazio permanente di dibattito che consenta di confrontarsi.

Di questo sarebbe utile discutere in tale spazio, evidenziando le criticità che si incontrano ma anche proponendo soluzioni e avanzando proposte ed evitando di far diventare la discussione un proseguo inutile di quanto si legge ogni giorno sui social network. In questo spazio le compagne e i compagni debbono trovare il luogo in cui articolare il proprio pensiero, i propri dubbi, le proprie proposte, per provare a rafforzare l’azione politica del partito tutto.

Da ultimo alcune avvertenze: si chiede di mantenere la lunghezza dei contributi nell’ambito delle 4000 battute, spazi inclusi, non si tratta di un vincolo ma di un suggerimento affinché si venga letti fino in fondo.

Chi curerà questo spazio cercherà nei limiti del possibile, di provvedere nei tempi più rapidi alla pubblicazione ma si tenga conto che a volte la pubblicazione avverrà qualche giorno dopo l’invio.

I pezzi vanno inviati a stefano.galieni@rifondazione.it

Ci auguriamo che questa opportunità venga colta ed utilizzata per favorire una migliore comunicazione e circolazione orizzontale delle idee e delle esperienze tra i territori, il nostro corpo militante e nei gruppi dirigenti.

Buon lavoro

 

 

 

DIBATTITO / Fare chiarezza ascoltando i territori

Pubblicato il 26 ott 2018 in dibattito

Giulia Carpignani

Carissimo Segretario nazionale,

da quando hai assunto la Segreteria del Partito ci hai abituati a delle prese di posizione chiare, pregnanti, che pongono dei distinguo ma mai delle divisioni, semmai delle nuove aperture nei confronti di chi condivide con noi la lotta alla barbarie portata dalle politiche neoliberiste. Di chi condivide, non di chi è identico a noi. In questo momento in cui nel Partito regna una confusione rabbiosa e autolesionista ti chiediamo di ricoprire ancora una volta questo ruolo, di ribadire i valori della pluralità e della condivisione chiudendo con fermezza la fase delle recriminazioni e delle accuse verso Potere al popolo (che tengono bloccato il Partito in una situazione oltremodo pericolosa) per aprirne un’altra.

Non ti chiediamo certo di nascondere problemi, contrasti, divergenze che anche noi abbiamo vissuto operando sul territorio; tutt’al contrario ti chiediamo di approfondirne il significato, di leggere le cose per quello che sono, senza acrimonia e polemiche sterili, al fine di procedere oltre. In particolare non mettiamo minimamente in dubbio la veridicità e la gravità di quanto ci viene detto sia avvenuto nel Coordinamento nazionale, ma diciamo anche che era tutto ampiamente prevedibile e che in ogni caso questo non intacca il significato, il ruolo, la libertà di azione del PRC come partito, visto che Potere al popolo è un’associazione che ammette solo adesioni individuali e che Rifondazione ha dichiarato fin dall’inizio di non volersi sciogliere. Perché dunque queste reazioni così scomposte? Non vogliamo addentrarci in dietrologie tortuose, ma dubitiamo che all’interno del Coordinamento nazionale di Pap distacco dalla base del movimento (intendendo sia la base degli iscritti PRC, sia di coloro che a Rifondazione non sono iscritti) e personalismi abbiano giocato un forte ruolo negativo. La base non è stata mai consultata prima delle decisioni più significative.

E’ invece alla base, ai territori che crediamo si debba guardare soprattutto in questo momento, perché è là che – pur fra difficoltà – sono spesso nati e cresciuti dei progetti, delle sinergie, delle attività comuni (fra iscritti e non iscritti al PRC) che meritano il rispetto di tutti e che la parola d’ordine di non votare lo statuto, giunta ad una settimana dall’invito pressante ad aderire in massa a Pap, ha messo invece in grave pericolo. Come ci si dovrà regolare d’ora in poi all’interno delle assemblee territoriali di Pap? In questi giorni ogni iscritto, ogni circolo, ogni federazione è stato lasciato solo a navigare a vista nel tentativo di non sfasciare il poco o tanto che si era costruito.

Proprio perché operiamo sul territorio ti chiediamo quindi una parola di chiarezza che ci aiuti a proseguire sia come iscritti a Rifondazione, sia come aderenti a Pap. Sì, perché ormai le adesioni ci sono state e quindi questa distinzione di ruoli è presente nei fatti. Un tuo intervento in questo senso che distingua i due fronti e li veda entrambi come fronti operativi per gli attivisti, non frammenterebbe il Partito (che ospita già un arco variegato di posizioni: chi ha aderito a Pap e chi no, chi avendo aderito ha votato e chi no, eccetera), al contrario darebbe pari dignità a comportamenti che sono stati diversi ma tutti ugualmente motivati.

Speriamo di essere ascoltati. Speriamo anche che questa fase si chiuda al più presto senza lasciare troppi morti e feriti sul campo e che si inizi a lavorare seriamente in vista delle elezioni europee, un appuntamento cruciale per noi, rispetto a cui abbiamo il dovere di attivarci senza aspettare pronunciamenti improbabili di chicchessia.

 

* Condiviso dalla Segreteria della Federazione di Asti, con l’approvazione della maggioranza del CPF

DIBATTITO / Dovremmo dire che siamo indignati, ma è ben poca cosa.

Pubblicato il 16 ott 2018 in dibattito

Antonio Bianco, Pasquale Murone ed altri.

In questo momento così grave regna il disorientamento e la mancanza di un punto da dove ripartire. Il deficit di discussione sulla costruzione di Potere al Popolo, che si protrae da moltissimi mesi, crea diffidenze e malumori e pone seri dubbi sul concetto di democrazia nel nostro Partito, senza inerpicarci nelle dinamiche interne di Potere al Popolo.

Oggi ci interessa parlare di noi, è da qua che vogliamo ripartire, senza lo studio, l’analisi e condivisione del progetto politico di Potere al Popolo non possiamo, a nostro avviso, proporre un aggregato convincente all’elettorato italiano ed europeo.

Un vuoto di democrazia che ha portato il Partito, se ancora esiste!!! a ripiegarsi su sé stesso ed a fuggire da qualsiasi confronto democratico, fatto di sane discussioni e di scelte condivise sui contenuti e forma del soggetto politico Potere al Popolo. Non vi è stato un dibattito, almeno sintetico, sulle modalità e sui criteri di scelta dei componenti del Coordinamento Nazionale, definito provvisorio, né vi è stato un confronto sui tempi, sui contenuti e sulle modalità della discussione, né sui punti ritenuti non negoziabili da esaminare nel Coordinamento. Non sarebbe stata una spartizione di posti di “potere” ma il coinvolgimento dei compagni in una discussione franca, aperta e plurale ove ognuno avrebbe potuto arricchire il progetto e non affossarlo. Non avevamo un’altra strada, tutte le altre erano precluse, rinchiusi nella nostra nicchia di presunto potere, senza altri sbocchi o proposte credibili.

Se non bastasse poco prima dell’inizio delle votazioni del/degli Statuto/i stabilita per il giorno 6 c. m., alle 22,50 del 5/10 arriva un post su whatsapp che invitata i compagni a non partecipare al voto e di informare, con qualsiasi mezzo, anche gli altri della decisione a firma del Segretario Nazionale.

Messaggio non solo improvvido e surreale, in quanto avevamo sudato le proverbiali sette camicie per convincere i compagni a partecipare alla votazione e versare i 10 euro per la registrazione sul sito, ma anche senza tener in nessun conto il compagno come persona pensante e capace di fare scelte concrete e obbiettive, non un burattino nelle mani dei dirigenti Nazionali del Partito.

Non siamo burattini, ma persone che hanno commesso l’errore di fidarsi ed affidarsi senza una preventiva discussione sui fatti, proposte, obbiettivi e finalità politiche.

Vogliamo ripartire da noi, dal tipo di democrazia che vogliamo praticare nel Partito, senza questo chiarimento penso che molti di noi, già pochi, lasceranno a malincuore.

La democrazia impone la condivisione di un progetto esaminato, discusso ed approvato, sin dalle prime fasi, dai compagni che militano nei Circoli e nelle Case del Popolo.

Auspichiamo che tutto questo sia ancora possibile e non rappresenti un sogno irrealizzabile.

 

DIBATTITO / Lettera aperta ad Acerbo e Ferrero

Pubblicato il 15 ott 2018 in dibattito

Domenico Firmani

Cari Maurizio e Paolo, ci/mi avete detto che “ogni limite ha la sua pazienza”.

Sabato scorso non ho votato, mi sono dimesso da ogni ruolo provinciale in Pap ed ho dichiarato la mia fuoriuscita dal percorso di Potere al Popolo.

Per questa ragione mi astengo dal commentare ciò che è accaduto e sta accadendo ora in Pap, esito della votazione inclusa.
Non è più una cosa che mi riguarda, non mi interessa.

Quello che fa la mia comunità, invece, mi interessa e mi riguarda.

Non mi interessa dire “Lo avevo detto un anno fa”, “era agevolmente prevedibile”.
Non mi interessa fare processi (tra l’altro sui social).
Per me il dissenso è una pratica seria e va manifestato con toni, tempi e modalità analogamente serie (come dire, è una roba un po’ diversa da ciò che è stato fatto in nome del dissenso ai tempi del Brancaccio).

Ciò che mi sta a cuore è che non si perseveri con errori che, seppur in buona fede, oggi sarebbero oggettivamente ingiustificabili perfino per uno degli ultimi esponenti del club del “rispetto pur non condividendo”.

Mi spiego.

Leggo post, contributi, messaggi privati da parte di persone serie, di compagni che stimo profondamente, al netto di posizioni talvolta differenti, e che conosco da una vita.

Leggo e sento parlare di inviti alla riflessione, di richieste di azzeramento, di ultima possibilità per recuperare, per “democratizzare”, per non gettare il bambino con l’acqua sporca ecc.ecc.

Credo sia del tutto evidente che questa fase sia stata abbondantemente superata dagli eventi.

Provando a sintetizzare brutalmente, i casi sono due (tertium non datur).

IPOTESI n.1) “L’assenza di agibilità democratica” è una frase un po’ calcata, frutto di un clima esasperato, da intendersi come reazione impulsiva ad una delle tante fisiologiche scaramucce tra esperienze e percorsi diversi.
Sì, qualche uscita un pò sgradevole, qualche eccesso di ingratitudine, un po’ di lavoro da fare sul senso stesso del rispetto reciproco ma – tutto sommato – cose risolvibili.
Intemperanze, incidenti di percorso tipici della fase di rodaggio.

Bene, in questa ipotesi, a mio modestissimo avviso, SI PARTECIPA AL VOTO, perché se le cose sono – tutto sommato – conciliabili, non può certo essere il singolo emendamento, la scorrettezza in più o in meno nella gestione della Pagina nazionale, la mancata pubblicazione del preambolo del secondo Statuto a generare un CONTRORDINE a meno di 20 ore dalla votazione.

IPOTESI n.2) L’espressione “assenza di agibilità democratica” rappresenta, invece, la certificazione finale dell’inconciliabilità di culture politiche di fondo, della concezione dei ruoli di garanzia, di visioni dei modelli organizzativi, dei princìpi di fondo della rispettosa coesistenza in una comunità politica democraticamente organizzata, e/o di impostazioni analitiche che un tempo chiamavamo “prepolitiche”.

Bene, in questo caso, sempre a mio modestissimo avviso, tutto si può fare con queste persone: si può discutere, si può concordare su alcuni temi, si può litigare, si possono fare accordi, si può far parte di un Movimento politico sociale PLURALE, ma NON SI PUÒ FAR PARTE DELLO STESSO SOGGETTO POLITICO.

L’ultimo tentativo?
È già stato fatto con la richiesta di ritirare le due bozze di Statuto (entrambe perché, per inciso, se è vero che un coordinamento provvisorio non ha alcuna legittimazione democratica, Nel momento in cui non c’è accordo sulla regola delle regole, si traggono le conclusioni, non si presenta uno statuto alternativo).

Salvare Il “bambino”?
Quando almeno una persona su tre considera irrilevante, secondario o addirittura un modello da seguire l’insieme delle forzature che vi hanno indotto a parlare di “assenza di agibilità democratica”, mi dite esattamente dove lo vedete questo bambino?
Ha senso essere maggioranza o minoranza in siffatte condizioni?

Quando una persona di cultura, uno dei migliori, uno storico, una persona pacata, uno dei capolista, ritiene che l’essere parte integrante del Gue da parte di alcuni cofondatori del progetto da egli capeggiato sia secondario rispetto ad una firma apposta (senza mandato e senza discussione da chi rivestiva ruoli provvisori) ad un percorso europeo rivelatosi alternativo, di cosa e come si vuol discutere?

La mia collocazione europea deve dipendere dal voto altrui, magari online?
Mi collocherei così, ma hanno scelto diversamente, quindi la mia collocazione diventa quest’altra?
Se stiamo scherzando, non fa ridere.

Pertanto, cari Maurizio e Paolo, io direi che anziché invitare altri a fermarsi, forse è il caso di fermarci un attimo noi, di dare un senso alle parole (magari evitando di scomodare riferimenti alla “legge truffa” o alla “disobbedienza civile”), di augurare in bocca al lupo a chi farà altro e di trarre le logiche ed inevitabili conseguenze.

Chi fa sbaglia.
Non sarà il primo, nè l’ultimo degli errori in buona fede che commettiamo.
Perseverare, tuttavia, sarebbe incomprensibile.

Parafrasando qualcuno, “ogni pazienza ha il suo limite”.

Grazie per l’eventuale attenzione.

DIBATTITO / Cari Ramon, Dino e Ezio, non sarei sincero se dicessi che mi avete persuaso

Pubblicato il 29 set 2018 in dibattito

Luca Fontana

Cari Ramon, Dino e Ezio, non sarei sincero se dicessi che mi avete persuaso. Non aderirò quindi e non aderiranno migliaia di compagne e compagni tra cui oltre 200 dirigenti di ogni ordine e grado della nostra organizzazione (a proposito sarebbe doveroso informare sul tesseramento al PRC oltre che a quello a Pap che ieri ha pubblicato di avere 5000 adesioni nazionali quindi a occhio più o meno 2-3000 compagne e compagni al di fuori del PRC, molto al di sotto di un processo realmente partecipato e popolare). Mi permetto, prima di illustrare le mie ragioni, di invitarvi SABATO 6 dalle ore 10 alle 16 nella sede ARCI di Piazza dei Ciompi 11 a Firenze (https://goo.gl/maps/V8M6yG6foi92) all’assemblea (pubblica e aperta) dal significativo titolo “RIFONDAZIONE: ieri, oggi e DOMANI” perché penso che un dirigente, se è un dirigente, deve avere anche la capacità di stare ad ascoltare ciò che dice la propria gente (o parte di essa). Se ci sarete potrete constatare con i vostri occhi che anche tanto Partito che non ha aderito all’appello sarà presente all’iniziativa, anche qui con tanti dirigenti di federazione o con incarichi importanti, perché le perplessità su tutta questa vicenda sono larghe e, a mio avviso, maggioritarie dentro al PRC e spero che potrete vedere anche le facce dei compagni dirigenti nazionali perché so che nelle prossime ore tale invito sarà rivolto tanto alla Segreteria Nazionale del PRC quanto alle altre forze politiche e sociali. Infine permettetemi di rifiutare la dicotomia, maligna e superficiale, che ogni tanto affiora del “noi” e “voi”: per me la tessera che ho in tasca fin dal ’91 comporta un vincolo di solidarietà che sopravanza ogni cosa; per me c’è solo il noi. Dunque, vi suonerà strano ma io condivido quasi tutto quello che avete scritto. La necessità e l’urgenza di un lavoro che apra il percorso per la costruzione di una sinistra plurale, antiliberista e quindi anticapitalista, a bassa soglia d’ingresso, alternativa al centrosinistra, che funzioni col metodo del consenso e col principio di una testa un voto e in cui non sia chiesto a nessuno di rinunciare a ciò che già è e fa (che sia un partito, come noi, o che sia altro), insomma tutto ciò che è scritto nel documento conclusivo dell’ultimo congresso (http://web.rifondazione.it/archivio/congressi/x/X_documento_approvato.html) : sono d’accordo e continuo su quella stessa linea. Il punto (che eludete di affrontare) è se Pap sia questo oppure no e non è sufficiente dire che nella realtà concreta i processi sono più complessi e che quindi questo è quello che abbiamo e ce lo dobbiamo difendere; questo è un giochino retorico che non affronta la questione. Questa tesi, che sembra di buonsenso, in realtà nasconde la realtà che Pap, per come si è venuta concretamente a costruire (e in questo c’è la responsabilità enorme di Ferrero), è tutt’altra cosa rispetto a quello che noi avremmo voluto che fosse. Tant’è che pongo la prima questione: comunque vada la conta cosa pensate che sia Pap l’indomani delle votazioni se ci si è insultati pubblicamente per settimane prima (noi che gli diciamo che sono peggio di Ceausescu e loro che rispondono che diciamo bugie)? Quale soggetto politico può nascere su fondamenta di veleno? Ci vuole troppa intelligenza per capire che se questo è il livello pubblico e nazionale, sui territori, non sempre ma spesso, avviene di peggio? La verità è che ci sono due progetti per Pap, uno è il nostro di “sinistra plurale” (ormai irrealizzabile perché non c’è più sinistra plurale dentro Pap) e l’altro è quello, di tutti gli altri, di “partito strutturato” (dico di tutti gli altri perchè nelle mail e nelle circolari e negli articoli e negli interventi su facebook vi rivolgete sempre e solo al corpo militante del PRC). E la verità è che dal 4 marzo, anche pubblicamente, Pap è indirizzata su questa seconda via. Alcune cose da ricordare a proposito: 1) il video con l’appello al voto per il solo simbolo di Pap (“se ci sono altri simboli annullate la scheda”) alle elezioni amministrative fatto da Viola Carofalo; 2) l’aver imposto il simbolo di Pap alle elezioni amministrative in diverse realtà in cui era in stato avanzato il processo di ricostruzione di una sinistra alternativa al centrosinistra unita e plurale (Valle d’Aosta, VIII Municipio Roma solo per dirne alcuni) e l’aver boicottato le liste di sinistra in alcuni casi lì dove non si è riusciti in questa imposizione del simbolo (Pisa) 3) il rifiuto di una quota di gruppo dirigente a rappresentanza dei soggetti esterni e l’aver imposto una quota più che simbolica (10 euro, noi avanzammo 3 euro o almeno così ci è stato detto) e un vero e proprio processo di iscrizione con tanto di documento d’identità e codice fiscale (assemblea di Napoli); 4) l’abbandono di due su cinque soci fondatori, prima il PCI e da poco Sinistra Anticapitalista. A questo proposito inviterei tutti noi dallo smettere di andare in giro a dire che c’è una battaglia per la conquista del brand Pap: fa male a tutti ridurre un progetto politico ad un brand. Sono convinto invece che Pap, anche se strutturato in partito (separato e autonomo dal PRC), diventi alla lunga un fattore positivo per la ricomposizione della sinistra d’alternativa perché sta rimettendo nel circuito politico del nostro campo, forze (Usb) e generazioni (ex-Opg) che, per bocca loro, erano avulsi (sic!) da tale tipo di impegno. In questo senso mi auguro che la guerra per bande tra noi e loro smetta quanto prima perché a me è chiaro che insieme (e non uno dentro l’altro) possiamo percorrere la stessa strada ed essere proficui gli uni agli altri. C’è un’altra questione ed è quella del livello di democrazia sostanziale all’interno del Partito. Al netto della miseria di chi va in giro spargendo menzogne sul fatto che i firmatari dell’appello vorrebbero riaprire il dialogo con Bersani & C. (su questo almeno credetemi per la stima reciproca che c’è tra di noi: neanche uno!) o di chi utilizza il sillogismo tanto caro al potere (da oltre duemila anni), noto a tutti nella versione “se un ateniese mente tutti gli ateniesi mentono”, per affibbiare ai firmatari dell’appello questa o quella posizione, cosa che peraltro si potrebbe fare anche al contrario nel campo di chi sta utilizzando ogni mezzo per racimolare adesioni per Pap e mi piacerebbe aver visto questa stessa abnegazione nei confronti del nostro Partito (da questo punto di vista è vero che voi non avete mai detto che volete sciogliere il PRC, anche se Russo Spena all’ultimo CPN ha detto testualmente: ”siamo già oltre rifondazione, e non si torna indietro, dobbiamo dircelo”, ma il punto è che a mio avviso questa linea sta già indebolendo di fatto il nostro Partito, non è questo che ci raccontano l’abbandono del PRC e la contestuale adesione a Pap da parte di quattro membri del CPN e uno della direzione nazionale?), vi pongo questa domanda: quale organismo dirigente ha deciso che lo Statuto 2 andava bene per il PRC? Quale organismo dirigente ha mai discusso che il PRC si dovesse buttare in questa lotta fratricida? A mio parere su questo punto c’è stata una incredibile negligenza del gruppo dirigente perché tutti i fatti ricordati sopra (e moltissimi altri ancora, come le cose tirate fuori all’ultimo CPN da una compagna della segreteria nazionale e al netto di tutto ciò di cui non sono a conoscenza ma che posso immaginare), che segnalavano il divenire di Pap vero e proprio partito politico di fatto, sono stati portati a conoscenza per tempo: io, per non parlare di altri che non è elegante, mi sono dimesso da responsabile nazionale del tesseramento (con lettera inviata a tutti per informativa) per il comportamento avuto dal gruppo dirigente (nazionale e locale) nella vicenda delle elezioni amministrative che ha riguardato il mio territorio (municipio VIII Roma) e poi ho presentato due odg (approvati) all’ultimo cpn (il primo, visto il permanere del silenzio da parte del gruppo dirigente sul video di Carofalo di cui accennavo prima e su tantissime altre vicende http://web.rifondazione.it/archivio/cpn/180715/180715odg_listeciviche_approv ato.html e il secondo sulla gestione dei mezzi di comunicazione di Pap http://web.rifondazione.it/archivio/cpn/180715/180715odg_comunicazionepap _approvato.html) che sono rimasti lettera morta. A mio parere quindi l’intero processo è stato gestito in modo pessimo e in maniera sostanzialmente ademocratica visto che sulle questioni di fondo l’organismo dirigente (CPN) non è mai stato chiamato a discutere seriamente (le due domande che vi rivolgevo sopra). Adesso si chiama alle armi ma se il corpo del partito non risponde è perché Pap è già da tempo (e pubblicamente) un’altra cosa; è perché la linea di condotta del PRC perseguita dentro e con Pap da un certo punto in poi è stata del tutto sbagliata; è perché, giustamente, sono finiti i tempi delle circolari e dei compagni che obbediscono senza porsi domande; è perché non si è voluta avere una discussione di fondo dentro di noi quella sì capace di trovare il modo per camminare tutti uniti. Perciò cari Ramon, Dino e Ezio non mi avete persuaso; anzi vi lascio io con un invito: non sarebbe meglio, proprio per le ragioni che dite voi relative alla costruzione di una sinistra alternativa antiliberista e plurale, lasciare libera Pap di svilupparsi come meglio crede per poter costruire da subito insieme il terreno su cui, noi e loro, camminare insieme domani? Perché noi siamo un’altra cosa, noi siamo RIFONDAZIONE COMUNISTA!

DIBATTITO / Potere al Popolo è un’occasione e non va persa.

Pubblicato il 27 set 2018 in dibattito

Ramon Mantovani

 

Da molti anni il Prc persegue l’obiettivo di unire la sinistra antagonista sia per partecipare ad elezioni sempre più escludenti l’idea stessa di rappresentanza sociale, sia per dare vita ad una aggregazione permanente capace di promuovere, estendere ed unificare il conflitto sociale.

Questo obiettivo nasce da un’analisi della realtà italiana ed europea che, nello specifico, prende atto di un cambiamento di fase provocato da una crisi di tale portata che ha investito la società, le culture politiche decennali della fase precedente, il rapporto delle istituzioni con cittadini sempre più isolati e percossi dagli effetti della crisi e la stessa idea di politica.

Mai, in nessun passaggio che è sempre stato accompagnato da lunghe discussioni sottoposte al vaglio democratico, l’obiettivo dell’unità della sinistra antagonista è stato dal PRC avanzato e perseguito come espediente per riconquistare uno straccio di rappresentanza priva di prospettiva strategica. Sempre abbiamo posto con estrema chiarezza le discriminanti che evitassero di ripercorrere le esperienze del cosiddetto centrosinistra e sempre abbiamo tentato di far valere l’idea che l’unità dovesse raccogliere e mobilitare le decine di migliaia e più di donne ed uomini impegnati in mille esperienze di lotta e prive di organizzazione. Per questo, ogni volta che si è presentata l’occasione e la necessità impellente, insieme all’obiettivo dell’unità in un soggetto politico, abbiamo chiarito senza equivoci di alcun tipo che il PRC non si sarebbe mai sciolto né avrebbe mai rinunciato alla propria identità e cultura politica.

Tuttavia non si può dire che i risultati siano stati soddisfacenti.

Nel campo, disperso e diviso, della sinistra antagonista, sono sempre convissute tendenze diverse e contrapposte, sia nelle organizzazioni e partiti (per altro in gran parte nati da scissioni di rifondazione comunista) sia fra le ed i militanti ed attivisti sociali senza partito.

Da una parte l’istinto a costruire unità senza la discriminante alternativa al PD e al Partito socialista europeo, nella speranza di accumulare sufficiente forza elettorale per conquistare rappresentanza istituzionale e nell’illusione di sfuggire allo stigma dell’inutilità e alla condizione della invisibilità nel sistema della politica spettacolo.

Dall’altra il settarismo e l’estremismo tanto parolai quanto impotenti con l’illusione che l’identità comunista riprodotta nella scheda elettorale e/o la semplice denuncia delle colpe del PD e del sistema potrebbero nel tempo far rimontare la china nei risultati elettorali.

Fra questi due estremi un ventaglio di posizioni intermedie dedite ad una costante e confusa polemica, per non dire rissa, inconcludente e soprattutto deprimente il desiderio di impegno e partecipazione di militanti stanchi di guerre intestine e di divisioni incomprensibili.

Il problema è, a mio avviso, che manca la consapevolezza della portata e delle implicazioni della sconfitta storica del movimento operaio e soprattutto dell’egemonia del pensiero unico.

Nello specifico in Italia le elezioni, siano esse locali nazionali o europee, sono un terreno nemico. Non un terreno neutro e praticabile da tutte le forze con pari possibilità di successo. Non solo per i mass media, che sono in grandissima parte nemici giurati della democrazia rappresentativa, ma preminentemente per la stessa degenerazione delle istituzioni e del concetto vigente di politica. E cioè per la regressione ad una democrazia liberale prefascista fondata sul presidenzialismo estremo (elezioni comunali e regionali) e sul governo fine a se stesso (governabilità) con parlamento umiliato e reso subalterno ai mercati nelle elezioni nazionali.

Noi diciamo “politica” e pensiamo alle lotte, alle rivendicazioni sociali, alla resistenza contro la cancellazione dei diritti sociali e politici conquistati nel passato, all’impegno disinteressato motivato da ideali e dall’obiettivo del cambiamento profondo del modello sociale, culturale, istituzionale e politico. Ma la stragrande maggioranza della popolazione, ridotta a massa di individui alienati ed inconsapevoli delle cause strutturali della crisi e del peggioramento delle condizioni di vita e lavoro, sente la parola “politica” e pensa ai leader, alle dietrologie, alle miserevoli tattiche prive di ideali e strategie, all’incessante rumore di slogan roboanti e ai volgari insulti e accuse che viaggiano sui cosiddetti social network, ai battibecchi dei talk show. E così via.

Noi diciamo “partito” e pensiamo (o dovremmo pensare) ad un collettivo coeso, composto da uomini e donne liberi, e solidali fra di loro, capaci di studiare, discutere e capire la realtà per trasformarla con l’azione sociale, con la battaglia culturale contro l’egemonia del nemico. Andando controcorrente e sapendo di andare controcorrente.

La stragrande maggioranza della popolazione sente la parola “partito” e pensa ai seguaci di un leader carismatico, ad un gruppo di persone in carriera, a combriccole corrotte e privilegiate, a gruppi e gruppetti disposti a scannarsi per un posticino in un consiglio comunale o di quartiere, a voltagabbane e ad imbroglioni di ogni sorta.

Non vedere tutto questo, e non capire che è l’effetto, e non la causa, della controrivoluzione vittoriosa del capitale degli ultimi 30 40 anni, porta inevitabilmente a considerare le elezioni come un terreno principale sul quale investire per passare alla riscossa, vuoi comportandosi come nella fase precedente della democrazia repubblicana parlamentare quando rappresentanza e legge proporzionale assicuravano incisività nel trasformare la forza delle lotte in conquiste di legge, vuoi scimmiottando la cosiddetta nuova politica nell’illusione che un leader o slogan semplificati e urlati possano aprire spazi elettorali potenzialmente sconfinati.

Le elezioni non sono più il culmine di un lavoro politico sociale e conflittuale, le lotte, nel quale si costruisce coscienza di classe e si tessono complicità ed alleanze fra diverse componenti sociali, in modo da far pesare nelle istituzioni le rivendicazioni e il conflitto stesso. Le elezioni sono un terreno da utilizzare con la consapevolezza che sono meramente un aspetto tattico della lotta. Una tribuna da usare senza l’illusione che siano decisive.

Per questo da anni andiamo dicendo, ma scarsamente praticando, che lotte, mutualismo, autorganizzazione, solidarietà di classe e di popolo, battaglia culturale, sono il principale, di gran lunga principale, compito del partito comunista. E che per le elezioni dobbiamo costruire liste e possibilmente una organizzazione unitaria, democratica e permanente. Democratica perché funzionante con il principio di una testa un voto, e permanente perché capace di elaborare un programma di fase unificante le lotte disperse.

Se le tendenze moderate e settarie esistono in Rifondazione non ci si può meravigliare o gridare allo scandalo se esistono ed esisteranno per lungo tempo anche in qualsiasi aggregazione episodica o permanente.

Le divergenze e le divisioni nel seno della sinistra antagonista sono anch’esse un effetto della sconfitta, non il contrario. Se si combatte unitariamente per pochi e chiari obiettivi condivisi e si ottengono anche minimi successi, parlo delle lotte sociali e dell’autorganizzazione, le divisioni si chiariranno e si supereranno. Se, invece, si passerà il tempo ad esacerbare le divisioni e a competere fra gruppi e persone presuntuosamente convinte di possedere il filtro magico che ci darà la riscossa, allora la sconfitta sarà più grave e più difficile da rimontare.

Potere al Popolo è un’aggregazione minima ed insufficiente per il colossale compito che ha una sinistra dispersa e sconfitta. È insufficiente come movimento politico che sia in grado di svolgere un lavoro sociale nei territori e di condurre grandi campagne politiche nel paese. Lo è dal punto di vista elettorale perché sarebbe veramente minoritario e perfino ingenuo pensare che possa semplicemente crescere su se stesso senza puntare decisamente ad allargare ad altre decine di organizzazioni politiche, culturali, sociali e ad una gran massa di compagne e compagni che oggi sono dispersi e profondamente delusi dalle innumerevoli divisioni che si sono prodotte in questi anni. Ma è un segnale di controtendenza. Un’occasione da non sprecare. Se Potere al Popolo imboccasse una strada settaria e parolaia ovviamente fallirebbe, ma con questo fallimento sarebbe impossibile pensare ad un allargamento di liste, a cominciare dalle prossime europee, e ad un polo che cominci ad aggregare davvero tutto quanto è potenzialmente unibile intorno a pratiche e ad programma antagonista.

Aderire individualmente a Potere al Popolo per evitare che i “vertici” di organizzazioni (a volte micro organizzazioni composte al massimo da poche centinaia di persone) possano porre veti e competere fra di loro a suon di scorrettezze nell’illusione di egemonizzare il tutto provocando così solo nuove divisioni, non è una abdicazione. È il minimo indispensabile affinché decine di migliaia di compagne e compagni che per i più svariati motivi (a volte più che comprensibili) non hanno tessere di partito possano sentirsi ed essere protagonisti dell’unità. È cioè tentare di realizzare un obiettivo del PRC.

E non è una cessione di sovranità. Perché niente né nessuno potrà mai impedire al PRC di dichiarare fallita un’esperienza unitaria né tantomeno di accettare decisioni che non condivide, a cominciare da quella di trasformare PaP in un partito nel quale il PRC debba sciogliersi.

Ci sono molti partiti comunisti nel mondo che non si presentano direttamente alle elezioni e che partecipano a coalizioni o a movimenti politici ai quali bisogna aderire individualmente e che funzionano sulla base del principio una testa un voto. Nessuno di loro ha mai abdicato o ceduto sovranità. Né avuto paura di essere egemonizzati da progetti incompatibili con quelli del proprio partito. Perfino nei casi nei quali il partito comunista non è la forza maggiore partecipante.

Perché dovremmo avere noi remore e timori infondati?

Non aderire a Potere al Popolo e non partecipare alle decisioni collettive in ragione dell’esistenza di progetti diversi dal nostro ed anche di piccole scorrettezze e prepotenze di altri è, questo si, una abdicazione ai nostri compiti ed una cessione di sovranità.

 

 

DIBATTITO / L’identità di Rifondazione Comunista

Pubblicato il 24 set 2018 in dibattito

Stefano Galieni

In questi mesi ho avuto modo di partecipare a numerosi momenti pubblici del nostro partito, dalle feste agli incontri tematici e a quelli interni (comitati politici federali ed attivi). Con tutte le particolarità e le articolazioni che fanno parte della nostra storia comune e che ho visto esprimersi anche nella festa nazionale, ne sono uscito rinfrancato. Siamo forse spesso stanchi, ci dilaniamo in contrasti che hanno radici profonde certi ognuna/o di avere a cuore sopra ogni altra cosa le sorti del Partito, ma siamo vitali, abbiamo competenze e mantenuto sistemi di relazione non ancora totalmente esplorati e valorizzati. Se – ed  è un problema non solo di carattere comunicativo – qualcuno si stupisce ancora della nostra esistenza, se le tante alleanze elettorali sperimentate in questi ultimi 10 anni, hanno disorientato molte/i nostri simpatizzanti, la presenza di una sede, di una bandiera, di un volto noto anche in un piccolo paese di provincia, rassicura spesso, più dell’esposizione mediatica, che ostinatamente ci siamo e non per sopravvivere ma in quanto soggettività che si propone di realizzare cambiamenti che vanno oltre le nostre forze. Necessari ma non sufficienti, così da tempo ci autodefiniamo e così ci muoviamo in relazione col vasto e frammentato arcipelago della sinistra di alternativa, indisponibili ad accettare diktat ma permeabili ad ogni suggerimento che porti alla costruzione, come nel resto d’Europa, di una soggettività plurale e includente.

Per questo confesso di comprendere poco alcuni atteggiamenti distruttivi messi in campo dalla nascita di Potere al Popolo, distruttività a mio avviso presente in modalità terribilmente speculari fuori e dentro il Prc.

Una premessa è però necessaria: quando, dopo il fallimento dell’esperienza del “Brancaccio” e la scelta saggia operata da Rifondazione Comunista di non cercare uno strapuntino elettoralistico nel percorso che ha dato vita (credo breve) a LeU, abbiamo incontrato le compagne e i compagni dell’Ex Opg sembrava si fosse aperto uno spiraglio salutare nella palude politica italiana. Non solo l’irruzione di generazioni nuove che si sono affacciate alla politica ma l’esigenza, condivisa, di dar vita ad un movimento politico e sociale in grado di riportare le nostre parole nel conflitto. Un movimento capace di sottrarre non solo al M5S ma e soprattutto all’indifferenza, la rabbia e i bisogni di coloro che non vedono più praticabile una risposta di sinistra in totale rottura con le precedenti esperienze. Una risposta che non divenisse mera rottamazione del passato e delle sue organizzazioni sociali e politiche ma capace di trarre, chi si voleva mettere in gioco, il meglio da ognuna/o per ridefinire totalmente e radicalmente un campo. Un campo in cui esistere come comuniste e comunisti ma che avesse una “bassa soglia di accesso” fondata sui fondamentali, quelli tanto sapientemente definiti nel manifesto e nel programma elettorale di Potere al Popolo. In un simile spazio le/i militanti di Rifondazione Comunista hanno dato e possono ancora dare un contributo utile, in termini di radicamento, in termini di vertenze seguite, in termini di elaborazione futura, sapendo che le relazioni debbono essere paritarie e orizzontali, anche per rimanere inclusive.

E se si tratta di un movimento in cui le componenti organizzate non pretendono, giustamente, rappresentanza ma mantengono un loro grado di leale autonomia, viene da se che Rifondazione Comunista non esaurisce il proprio agire e le proprie prospettive in PaP senza per questo non sentirsi, come ogni altro soggetto, legato a vincoli di lealtà e di trasparenza.

Un percorso faticoso e affatto indolore che, se non si interrompe, cambierà ognuna/o di noi, presumibilmente in meglio, ma che va curato e seguito con attenzione e intelligenza. Chi ci sostiene è giustamente stanca/o dei nostri tentativi naufragati, dei nostri errori e delle nostre inadeguatezze di fronte ad una sfida che diviene ogni giorno più dura. L’impunità con cui le squadracce fasciste aggrediscono nostre/i compagne/i è solo l’epifenomeno di un paese che cambia velocemente e a cui rispondiamo ancora in maniera insufficiente.

E personalmente mi convinco sempre più di due fattori. 1) la stretta organizzativa che è stata imposta a PaP, nei tempi e nei modi, rischia di debilitarne il potenziale. Non si tratta solo (ma conta assai) della contrapposizione fra due statuti, ma di un insieme di comunicazioni distruttive che rischiano unicamente di allontanare chi in noi, e sottolineo il noi, ha trovato finalmente un approdo. Sappiamo bene che dietro queste contrapposizioni ci sono concetti diversi di percepire il movimento, una delle quali poco compatibile con lo stesso nostro statuto, ma a monte credo ci sia un ragionamento non ancora compiuto in merito a come intendiamo dispiegare le forze che si stanno attraendo. A mio avviso un movimento non può nutrirsi, come appare, di sondaggi e di aspirazioni elettorali e su questo non può neanche basare le proprie divisioni. Credo sia soprattutto compito di questo movimento affiancare vertenze, costruire mobilitazioni, radicarsi laddove si è ancora assenti per poter sviluppare veramente dal basso forme di partecipazione fondate sui contenuti e su una radicalità di cui in questo paese c’è enorme bisogno. A mio avviso è questo lo spirito che ha permesso il realizzarsi di PaP e troverei ingiusto tradirlo. Significa ignorare le scadenze elettorali o lasciare alle organizzazioni preesistenti mano libera per comportarsi come meglio credono? No, significa rendere l’approccio a tali scadenze un risultato e non una precondizione che ognuno interpreta con la propria soggettività. Io credo che se non si tiene conto di questo e si rafforzano i messaggi di conflittualità interna non si fa altro che rendere meno significativo un progetto ambizioso, quello di “fare le cose al contrario”. Il fatto che già alcune forze organizzate abbiano preso le distanze dal nostro progetto dovrebbe essere utile indicatore, il malessere che giunge da molti territori anche. E non sono i partiti vecchi che rallentano il percorso, è la necessità di renderlo più condiviso e non fondato unicamente sul bisogno di riaffermare la propria presenza. Inviterei molte/i di coloro che accusano più o meno esplicitamente il Prc di fare da zavorra di parlare meglio con le attiviste e gli attivisti che hanno cominciato a guardarci con simpatia senza avere mai avuto una tessera in tasca o avendo gettato, per delusione, quella che avevano precedentemente.

Ma accennavo prima ad atteggiamenti speculari. 2) Anche al nostro interno e in maniera spesso virulenta, sono emersi non dubbi o perplessità ma veri e propri atti di ostracismo verso chi ha guardato con interesse l’esperienza di PaP. Non parlo di chi pone riflessioni, di chi avanza sane critiche partendo anche dalle esperienze nei propri territori, di chi, giustamente non considera questa l’alfa e l’omega di tutto ma una parte del percorso da seguire che ovviamente non deve snaturare o essere snaturato dal ruolo del Prc.

Parlo di chi ormai si è lasciato trascinare in una logica binaria secondo cui chi guarda con interesse PaP è per la dissoluzione del Partito, non vuole fare il quarto polo, stravolge le nostre regole democratiche. Mi verrebbe da sorridere, se la situazione non fosse tragica, pensando a quando apprendevo la linea politica del partito su Repubblica o guardando Porta a Porta, mi sovvengono tanti passaggi in cui, in nome della necessità di decidere si è, con disciplina di partito, passati sopra ogni forma di regole e vincoli statutari. Ma la prendo bene, significa che questo partito, lentamente, si sta democratizzando e sta divenendo più vicino alle soggettività di cui questo secolo ha bisogno. Ma si tratta di regole che debbono valere per tutte/i e che debbono avere come base il rispetto verso ogni forma di dissenso, il rifiuto dell’insulto come categoria politica (una volta i comunisti erano diversi anche per questo), non debbono basarsi sull’utilizzo degli organismi di garanzia come luogo da cui far discernere le scelte politiche da attuare. Non ne va soltanto delle nostre relazioni interne già adeguatamente compromesse, ne va della credibilità di un partito per cui tutte e tutti coloro che siamo rimaste/i ci spendiamo ogni giorno, rinunciando spesso agli affetti, ad una vita serena, anche mettendo a repentaglio la salute. E ne va anche della credibilità nelle relazioni esterne, con soggetti organizzati, nelle realtà di cui si fa parte, come ad oggi è PaP, e nella ricostruzione di un tessuto sociale in cui il rancore e la sfiducia non possono costituire elementi aggreganti.

Resto convinto che fermare il treno prima che si schianti contro un muro fatto di carenza di adesioni, di rumors di fondo di compagne e compagni, interni o esterni al partito che vogliono poter ancora discutere e non vogliono giungere ad una conta che sarebbe esiziale resti la strada migliore da percorrere per il bene di PaP e della costruzione di un ambito di sinistra plurale alternativo radicalmente ad ogni compromesso con quello che resta del centro sinistra.

Ma resto anche dell’idea che le compagne e i compagni del Prc debbano impegnarsi, senza dimenticare per un momento il lavoro nel partito, ad aderire a Potere al Popolo nei tempi prestabiliti e, se si dovesse giungere a votazione, nel fare in modo che lo Statuto numero 2 riesca ad affermarsi.

Ne guadagnerebbe non tanto Rifondazione quanto la possibilità di estendersi di PaP e di aumentare la propria presa attrattiva rimanendo luogo reale, anche a livello territoriale, di partecipazione e confronto.

DIBATTITO / La democrazia maggioritaria fondata sul click non aiuta la crescita di Potere al Popolo

Pubblicato il 23 set 2018 in dibattito

Dino Greco

Nel suo contributo alla discussione sullo statuto di Pap, Ilaria Borimburini, del coordinamento nazionale, ha giudicato impraticabile la possibilità di pervenire ad un’unica proposta per due fondamentali ragioni: le visioni “molto diverse” che stanno alla base delle ipotesi in campo e la necessità di non perdere tempo, considerate le tante cose che dobbiamo fare.

Ora, che i due testi propongano differenze importanti è evidente e non sarebbe giusto banalizzarle, visto che non stiamo parlando di tecnicalità o di mere soluzioni organizzative, ma della forma della democrazia su cui incardinare il movimento.

Lo statuto è sotto ogni aspetto la casa comune di tutti e di tutte, dunque la ricerca tesa a sciogliere i nodi e non a tagliarli con una rasoiata dovrebbe essere ritenuto un vincolo irrinunciabile, tenendo conto del carattere plurale e composito del movimento e della volontà da tutti espressa con enfasi di costruire un progetto inclusivo, fondato su un’estesa pratica democratica e sul criterio della decisione condivisa.

Viola Carofalo ha ragione quando dice che “non sarà possibile fare uno statuto che piaccia a tutti al cento per cento”, ma risolvere il problema con un referendum significa che a chiudere la partita con una scelta oggettivamente divisiva basterà il 50%+1.

La ricerca della decisione condivisa, se la formula non è solo un espediente retorico, deve essere sostenuta da una regola che la faccia vivere, e quella della maggioranza qualificata, dei 2/3 almeno, lo consente. L’altra no, perché spinge a tagliare corto.

Se la ricerca del consenso, diciamo pure: della mediazione, viene interpretata come la ricaduta in vecchie pastoie paralizzanti che impediscono di librarsi nei cieli del nuovo, si rischia di perdere pezzi per strada, uno dopo l’altro.

Nel coordinamento nazionale ho sempre sostenuto, mi era parso senza incontrare obiezioni, che il metodo della condivisione dovesse consistere nel suscitare la massima discussione possibile ad ogni livello e su ogni argomento, e nel mettere a fattor comune tutto ciò che unisce, presentandolo nello spazio pubblico come Potere al Popolo e che quanto invece non appartiene all’elaborazione condivisa fosse lasciato all’autonoma iniziativa dei soggetti collettivi che hanno tutto il diritto di agire in proprio. Poi ho sempre pensato che l’abitudine a lavorare insieme, senza pregiudizi, favorisca processi di ibridazione fra culture diverse, processi che hanno bisogno di tempo, non di scorciatoie.

Ilaria sostiene che si sarebbe sì potuto procedere con un unico testo con emendamenti sui singoli punti ma, aggiunge, “in fase di votazione sarebbe stato un delirio”.

Ma perché sarebbe stato “un delirio”? Esattamente perché il voto è gestito attraverso la piattaforma on line, dove, per definizione, trionfa l’espressione in forma binaria: a o b, sì o no. Nessuno scampo per l’approfondimento, per la dialettica reale: o di qui o di là.

Alla pedagogia della partecipazione si sostituisce il gesto risolutivo del click a distanza.

A mio avviso, questo è un limite, grave, di entrambe le proposte di statuto che accettano, o subiscono, l’infatuazione per la dimensione puramente virtuale del coinvolgimento personale, dove il campo si divide fra chi fa e chi, guardando, si limita a giudicare sommariamente chi fa.

Ilaria chiede a tutti noi “di usare energie e capacità a riflettere su come migliorare uno statuto o l’altro, oppure di presentarne uno totalmente nuovo se nessuno dei due rappresenta a grandi linee la vostra visione”. Condivido senza riserve questa indicazione. Osservo, semmai, che contrasta piuttosto ruvidamente con la sottolineatura che tutti i tentativi sono già stati fatti, mentre tutte le sirene invitano a chiudere presto il conto, piuttosto che a dispiegare intelligenza e creatività.

A Brescia ci siamo sforzati di mettere in pratica questo suggerimento, proponendo, fra molte altre cose, che non tutte le decisioni, ma senz’altro quelle politicamente rilevanti siano assunte a maggioranza qualificata nelle assemblee costituite ad ogni livello del movimento. E come si stabilisce se una questione è “politicamente rilevante”? Si può prevedere che lo è se ritenuta tale dal 10% delle assemblee territoriali, da quella nazionale o del coordinamento. Tutelare le minoranze non è un ubbìa democraticista, ma uno dei tratti distintivi della democrazia.

 

 

DIBATTITO / Potere al Popolo: la nostra battaglia di unità contro le derive settarie

Pubblicato il 22 set 2018 in dibattito

di Ezio Locatelli*

Nessun tentennamento. A fronte del rischio di stravolgimento dello spirito unitario, plurale, partecipativo che ha connotato Potere al Popolo in questi mesi occorre più che mai portare avanti una battaglia culturale, politica di unità. Dentro e fuori a Potere al Popolo. Di unità e ricostruzione di un campo di forze antiliberiste, anticapitaliste, antagoniste in alternativa a centrodestra, centrosinistra, M5S. Forze che devono ritrovare la capacità di fare movimento, egemonia, di costruire senso comune. L’intento esclude qualsiasi visione totalizzante, derive autoreferenziali, centralizzazione marcata dell’organizzazione, pretese di detenere il segreto della “linea giusta”.

Allora, fuori dai denti, c’è qualcuno che vuole costruire l’ennesimo partitino a uso e consumo di questo o quel gruppo invece che dare corso a un’aggregazione unitaria come da progetto originario? Anziché suscitare polemiche strumentali, fondate sul nulla, gli esponenti di ex Opg ed Eurostop rispondano a questa domanda. Così come diano conto della loro indisponibilità ad addivenire a un’ipotesi unitaria di Statuto. Con i diktat non si va da nessuna parte! Spieghino perché mai si dovrebbe cassare il manifesto costitutivo di Potere al Popolo, condiviso da tutti, là dove si parla di “costruzione di un movimento … che coinvolga partiti, reti e organizzazioni della sinistra sociale e politica … che in questi anni sono stati all’opposizione e non si sono arresi” a favore di una formulazione che, di fatto, disconosce le forze e i movimenti di resistenza che hanno retto in questi anni. La rottamazione al posto della valorizzazione di storie ed esperienze diverse?

E ancora, gli esponenti di ex Opg ed Eurostop motivino l’abbandono di una modalità decisionale basata sul consenso a favore della logica maggioritaria. Diano conto dello svuotamento del ruolo delle assemblee territoriali e nazionali, del disconoscimento di qualsiasi rappresentanza democratica. Diano conto della proposta di eleggere i due portavoce nazionali, oltretutto senza limiti di mandato, per via plebiscitaria, tramite piattaforma digitale. Al confronto Ceausescu rischia di apparire un modello di democrazia. Battute a parte siamo in presenza di proposte sbagliate, subalterne alla politica dominante di questi anni il cui risultato, dietro la parvenza di un movimentismo liquido, è di attuare il massimo di centralizzazione, di personalizzazione, di decisionismo politico.

Questo è un momento in cui abbiamo bisogno gli uni degli altri. Proprio per questo si tratta di organizzare la convergenza nel rispetto del principio democratico della diversità. Principio da perseguire con senso di apertura in rapporto al ventaglio dei movimenti di resistenza e di lotta, a organizzazioni di natura e statuti differenti, partiti politici, sindacati, associazioni sociali, singoli. Qualcosa di molto simile all’utopia creatrice della Prima Internazionale, al tempo della fase nascente del movimento delle lavoratrici e dei lavoratori, cui diede un contributo fondamentale Karl Marx. Facciamo rivivere quest’utopia contro settarismi, divisioni.

Potere al Popolo, come da ispirazione originaria, sia la casa comune di tutte e tutti. Ci si tolga dalla testa dal mettere in discussione l’esistenza di Rifondazione Comunista così come di qualsiasi altra esperienze politiche, associative. Costruiamo la casa comune a partire  dai movimenti di lotta e di opposizione, sul versante della ricostruzione di una sinistra di società.  Per tutto ciò nessuno stia alla finestra. Aderiamo a Pap e prendiamo parola. Così recita un celebre aforisma di Bertolt Brecht: “chi combatte può perdere, chi non combatte ha già perso”. Un aforisma che sintetizza bene l’atteggiamento che dovrebbe tenere, in qualsiasi circostanza, una forza comunista, di cambiamento.

* segreteria nazionale-responsabile nazionale  organizzazione Prc-Se

DIBATTITO/ Il vero problema non è lo statuto di PaP, ma il destino di Rifondazione comunista

Pubblicato il 22 set 2018 in dibattito

 Gianluigi Pegolo

Ho preso visione del video in cui il compagno Ferrero sposa di fatto la posizione di Eleonora Forenza e Dino Greco, invitando il gruppo dirigente di PaP a fare un passo indietro per evitare la conta sui due statuti. Che ciò avvenga mentre alcuni dirigenti del PRC stanno battendo sistematicamente a suon di telefonate i gruppi dirigenti locali del partito per invitarli a far iscrivere i compagni a PaP, in modo che questi poi votino lo statuto sponsorizzato dal gruppo dirigente del PRC, è già piuttosto curioso. Quello che, tuttavia, mi sfugge è il senso di tale pronunciamento. Ci si è reso conto che far nascere un nuovo soggetto politico (PaP/partito), dopo che ci si è contati sui meccanismi di gestione di tale soggetto, è la prova che si sta lavorando su una base politica comune fragilissima e che quindi è meglio soprassedere per evitare una figuraccia? Oppure, non essendo sicuri sull’esito delle votazioni, si preferisce arrivare a un qualche compromesso per evitare di finire nella parte perdente? Non so francamente cosa rispondere. Quello che però mi pare incontrovertibile è che, sia che si proceda con la conta sullo statuto, sia che si arrivi a una sintesi, il problema dell’adesione di Rifondazione a PaP resta ugualmente. Mi spiego. Lo statuto elaborato da Ferrero e da alcuni dirigenti di Rifondazione emenda in parte lo statuto dell’attuale maggioranza del gruppo dirigente di PaP su alcune questioni, tipo: l’apertura di PaP a nuovi soggetti, il meccanismo decisionale basato su una maggioranza qualificata dei due terzi anziché del 51%, una modalità di elezione dei portavoce non smaccatamente plebiscitaria e la formazione dell’assemblea nazionale di PaP eletta a partire dalle assemblee di base. Si potrebbe dire: un tentativo di democratizzare un po’ la struttura di PaP e quindi (aggiungo io), di evitare di esporsi al rischio di essere marginalizzati dalla maggioranza vincente. Il punto che elude Ferrero e Acerbo, così come Dino Greco ed Eleonora Forenza, è che queste misure o la sintesi che ne venisse fuori con la maggioranza di PaP, non fanno e non farebbero venir meno la sostanza di quello che si è già deciso, e cioè un modello di PaP che comporta la liquidazione dell’autonomia di Rifondazione comunista, perché la sussume di fatto in un nuovo partito. Sono giudizi troppo forti? Parliamoci chiaro. Quando si prevede di cedere gran parte della propria sovranità di partito a PaP (come già fatto nella comunicazione mandata a suo tempo da Ferrero al gruppo dirigente di PaP senza consultare prima alcun organismo dirigente del partito), quando si accetta che singoli militanti di Rifondazione, in deroga all’art. 3 del nostro statuto, possano iscriversi a PaP, quando si sostiene che i gruppi dirigenti di PaP e le sue decisioni sono il risultato delle scelte dei singoli aderenti e non delle forze politiche che ne hanno dato vita, Rifondazione in primis, si sostiene nel concreto che si vuole costruire  un nuovo partito in cui, indipendentemente dal numero di compagni di Rifondazione che vi s’iscriveranno, le decisioni diventeranno vincolanti (in quasi tutti i campi) per il nostro partito. Cosa si voglia di più per dimostrare che la via scelta è quella dello scioglimento di Rifondazione in un nuovo soggetto, non lo so. Certo i vari sostenitori di questa proposta si guardano bene dal dirlo, ma i fatti parlano chiaro. E questo è il motivo sostanziale del dissenso che i sostenitori dell’appello reso pubblico qualche giorno fa manifestano nei confronti delle posizioni di Ferrero e di quei dirigenti che, a titolo diverso, accettano questo sbocco. Il punto, quindi, non è quello di allinearsi alla schiera dei sostenitori di uno statuto, né di sponsorizzare la sintesi degli statuti. Occorre, invece, dire a chiare lettere che Rifondazione comunista è disponibile solo a ritornare all’ispirazione originaria di PaP, come movimento alternativo unitario e non come partito o quasi partito, composto da soggetti che conservano la loro autonomia e decidono sulla base della sola condivisione. Se il gruppo dirigente di PaP è disponibile a tornare a questo, ci si sta, altrimenti no. È quello che ha mosso i Comunisti italiani e Sinistra anticapitalista ad allontanarsi, quando hanno capito che quello che gli si chiedeva era di rinunziare al loro ruolo per confluire in un nuovo partito. Rifondazione avrà uno scatto di dignità o continuerà a cedere fino a sciogliersi in un nuovo partito rissoso, poco unitario e spesso settario, magari conservando il proprio logo, come specchietto delle allodole? Noi abbiamo scelto: che Rifondazione conservi una propensione unitaria, ma che difenda tenacemente il proprio ruolo di partito autonomo.

 

 

DIBATTITO / Prima rifondazione comunista, per l’autonomia politica e organizzativa del Partito

Pubblicato il 21 set 2018 in dibattito

Da alcune/i compagne/i 
A seguito degli appelli usciti nelle ultime settimane da parte di alcuni compagni di partito, abbiamo voluto precisare la nostra posizione nell’articolo che segue. Non un ulteriore appello, quindi, ma un contributo alla discussione, per ripartire prima di tutto dal nostro Partito.

<<Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio.>>

Siamo compagne e compagni del Prc fortemente preoccupati per il futuro del Partito. Per questo abbiamo voluto cominciare questo nostro contributo alla discussione interna con una citazione di Antonio Gramsci, che a nostro avviso esprime la necessità per Rifondazione di uscire da un pericoloso circolo vizioso: quello della ricerca spasmodica di alleanze nelle sempre più scarse fila della sinistra, senza porsi, o ponendosi inadeguatamente, il problema della base su cui costruirle nè tanto meno quello dell’egemonia culturale, oggi saldamente in mano alla destra della borghesia.

Dopo anni trascorsi a dar vita ad accrocchi elettorali dal profilo sfocato, la nascita di Potere al Popolo, un soggetto dalla chiara natura anticapitalista, sembrava poter riaprire per il Prc una stagione di conflittualità ed elaborazione teorica. Ritenevamo ed auspicavamo che Pap potesse essere un fronte di lotta ampio, in cui partiti, realtà sociali e individualità potessero ricominciare a parlarsi e organizzarsi attorno a campagne e iniziative comuni, nel rispetto delle identità, senza avviare processi frettolosi. Purtroppo, l’accelerazione organizzativista successiva alle elezioni del 4 marzo 2018 ha portato alla luce l’intento, da parte di alcune delle realtà che compongono Pap, di costruire non un fronte ampio per coordinare l’azione di soggetti politici organizzati e individualità, ma un nuovo partito. Perchè, al netto delle decine di espressioni alternative che si possono trovare, un soggetto che richiede un’adesione formale dietro pagamento di un contributo, che produce attività politica e che ha voce in capitolo autonoma in ambito elettorale è di fatto un partito. Nel caso specifico, uno con caratteristiche movimentiste e antagoniste ben lontane da quelle di un partito comunista, per quanto rinnovato.
Ciononostante, negli ultimi mesi abbiamo assistito ad una svendita del nostro, di Partiti: dalle adesioni individuali a Pap invece che come soggetto organizzato, prevedendo il cammellaggio nelle assemblee come orizzonte politico per i nostri iscritti, all’organizzazione di Pap a livello provinciale, senza essere chiari sulle relazioni che i livelli più vicini alla base (circoli e federazioni) debbano tenere con le assemblee, soprattutto a livello elettorale. Tutto questo senza avviare alcun tipo di consultazione della base, anche quelle più rapide da costruire, come un referendum interno.

Dall’altro lato, vediamo compagni che auspicano il ritorno ad un Brancaccio 2.0, ora chiamato “quarto polo”, tanto più pericoloso nella misura in cui il Pd dovesse effettivamente cambiare nome nel tentativo (pessimo) di recuperare un consenso che il sostegno al governo Monti prima (vedi legge Fornero) e i governi Letta-Renzi-Gentiloni poi hanno definitivamente eroso. Per noi questa strada è impraticabile se vogliamo riempire di significato il nostro nome: Rifondazione Comunista. Per i comunisti/e, la necessità di mantenere una propria fisionomia e autonomia politica si manifesta nella definizione di un programma minimo che delinei i punti caratterizzanti per una svolta in senso socialista della società su cui impegnare il partito, e da cui partire nella costruzione di alleanze sociali e politiche con altre forze e soggetti, nella prospettiva di un nuovo blocco storico tutto da costruire.

Il risultato di dieci anni di carrozzoni elettorali deboli ha avuto come risultato l’abbandono progressivo del nostro simbolo e di conseguenza della nostra visibilità, che riteniamo di dover recuperare anche in ambito elettorale. Abbiamo mantenuto l’orgoglio della nostra appartenenza, ma spesso abbiamo dovuto nasconderlo, pena le continue accuse di “volerci mettere il cappello” da parte di moltissimi dei nostri compagni di strada. E’ il momento di invertire la rotta, per non affondare.

Vogliamo lavorare affinché prevalga la razionalità e la ponderazione nelle posizioni, senza progressivi svuotamenti del ruolo del nostro Partito a favore di qualche percorso o processo contingente, che viene puntualmente visto come salvifico o come “ultima spiaggia”.
Quello che vorremmo è il recupero del ragionamento su di noi e sul nostro ruolo come soggetto collettivo, e l’apertura di una fase di approfondimento dell’analisi della situazione e della proposta politica.
Un decennio di progressiva marginalizzazione del Prc dalla vita politica e istituzionale ci ha convinto che anziché lanciarci di contingenza in contingenza, o perderci nella continua discussione sui “contenitori”, dobbiamo fermarci a riflettere sui contenuti ed elaborare una proposta politica che possa davvero ristabilire una connessione anche sentimentale con le nostre categorie storiche di riferimento, e non solo con loro, per iniziare a costruire un possibile blocco sociale tendenzialmente maggioritario nel paese.

Senza un adeguato innalzamento del livello dell’analisi e della proposta crediamo di non poter uscire dall’ininfluenza e dalla marginalità sia come partito autonomo e indipendente, sia partecipando ad un qualsivoglia aggregato più vasto.

 

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