Il tempo è ora

di Paolo Benvegnù

Come fuoriuscire dalla condizione di difficoltà in cui ci troviamo come Rifondazione Comunista e come sinistra tutta? Come tornare a fare movimento, egemonia politica? Quali innovazioni apportare al nostro agire politico e modello di partito? Riguardo a queste questioni e sul “che fare” avanzo una proposta di confronto rivolta alle compagne e ai compagni di Rifondazione Comunista di altri territori. Per quanto mi riguarda, lo faccio a partire da alcune riflessioni e pratiche di lavoro sociale e politico che stiamo portando avanti in Veneto. Pratiche che, pure in un contesto di difficoltà, stanno riorientando e rimotivando l’iniziativa del nostro partito, con qualche risultato sul terreno dei legami sociali.

All’orizzonte si profilano non solo scenari di guerra, con ulteriore estensione del conflitto permanente che attraversa già oggi aree geografiche importanti, si profila ed è ormai entrata nella consapevolezza di larghe masse, la stessa insostenibilità di questo modello di produzione e consumo. Nella sua ossessiva e necessaria rincorsa al profitto, “come se in corpo ci avesse l’amore” scriveva Carlo Marx, citando i classici, il capitale divora le basi stesse della vita sul pianeta e schiaccia la maggioranza dell’umanità in condizioni materiali ed esistenziali insostenibili. L’insieme delle contraddizioni che questo modello provoca, l’enorme disparità nella distribuzione della ricchezza che ne deriva, non possono non determinare un aumento dei conflitti sociali e ambientali. Sul piano globale questi conflitti, con straordinaria intensità, sono già in atto.
Milioni di giovani e non solo, sono scesi in piazza ovunque nel mondo, mostrando una grande consapevolezza della non sostenibilità del modello sociale ed economico dominante a fronte di una crisi ambientale foriera di grandi pericoli per un futuro che è già qui. Se non è solo propaganda quello che diciamo, né inutili chiacchiere, dobbiamo trasformare la nostra consapevolezza, condivisa da molte e molti, in concreta capacità di mobilitazioni, lotte e vertenze concrete. Grande, di dimensione planetaria, è anche il movimento delle donne che sta mettendo in crisi l’ordine patriarcale come parte dell’impianto oppressivo della società capitalistica. Un movimento che si articola resistendo e trasformando in ogni campo con campagne di solidarietà e azioni globali e cresce nella tensione unitaria internazionalista che ogni anno impegna forze e intelligenze per costruire lo sciopero femminista. Quest’anno, l’8 e il 9 Marzo. Siamo in una fase della storia dell’umanità dove grandi sono i pericoli, ma allo stesso tempo altrettanto grandi e significative sono le spinte verso la critica della logica del profitto, sulla base della stessa realtà e nel crescere di nuove consapevolezze. Dall’America Latina al Medioriente, dall’Asia all’Africa e nella stessa Europa, dei movimenti di massa sono in campo da mesi, con una forte connotazione di classe, figli della rottura delle compatibilità imposte dalle relazioni sistemiche, dagli equilibri di potere locali e globali. Con nuovi protagonismi e con pratiche di lotta che hanno i tratti di una nuova forma del conflitto sociale e politico. Dirompente è certamente la dimensione e la durata delle manifestazioni di massa in Libano e in Iraq, dove l’unità di classe supera e travolge sistemi istituzionali fondati sull’equilibrio tra settarismo religiosi ed etnici. Il segretario del Pc libanese, partito presente in maniera significativa nelle lotte in corso nel suo paese, in una intervista abbastanza recente ha fatto riferimento alla esperienza dei Gilets Jaunes francesi come fonte di ispirazione e di insegnamento per i movimenti in Libano e altrove. Una riflessione che condivido.
Quando nel novembre del 2017 quel movimento è cominciato in Francia nel modo che sappiamo, non era facile vederne le potenzialità e la prospettiva che apriva per la sua piattaforma e per le forme di mobilitazione che metteva in campo. Per la sua radicale contrapposizione ai sindacati e ai partiti, anche di sinistra, per la presenza, in un primo tempo di esponenti provenienti dalle destre francesi, per la campagna mediatica della stampa mainstream, è stato letto in Francia ed anche in Italia come movimento di impronta populista ma non popolare, né di rottura con l’ordine neoliberale. Quello che vediamo oggi ci parla invece di altro. Ci parla della felice contaminazione tra il movimento di lotta di importanti settori sindacali contro la riforma macroniana della previdenza francese e il movimento di lotta dei Gilets Gialli; dell’estensione delle forme di lotta, delle pratiche dei Gilets Gialli all’insieme dei settori sociali che con progressione estensiva sono protagonisti oggi della lotta di classe in Francia. Nonostante in Francia, dopo il 2016, ci sia stata una permanenza del conflitto sociale e delle mobilitazioni, nessuno aveva previsto né poteva prevedere una sollevazione sociale di tali dimensioni e portata come quella che si è determinata a partire dal novembre del 2017. Una rivolta im/mediata per necessità, priva di referenti politici e/o sindacali. E quando qualcuno ha provato a trasformarla in lista elettorale ha clamorosamente fallito l’obiettivo, poiché il movimento trae tutta la sua forza dalla massificazione della lotta dal basso: processo costituente di un contropotere. Una rivolta, necessaria e un chiaro riferimento per chi lavora, come noi, alla ripresa dei conflitti sociali in tutta Europa.
Il contesto in cui ci troviamo ad agire è caratterizzato infatti dalla messa in discussione del welfare e del compromesso sociale ad esso sotteso. Sono messi in discussione gli impianti costituzionali e gli equilibri determinatisi dopo la seconda guerra mondiale e nei trent’anni successivi. La risposta capitalistica al ciclo di lotte degli anni ‘70, che si è dispiegata nel lungo periodo con velocità differenti nei diversi contesti, ha mirato ad abbattere più o meno ovunque i modelli costituzionali e gli apparati di mediazione che il conflitto sociale aveva utilizzato a suo favore. “Eccesso di domanda e di democrazia” l’aveva definita la Trilateral nel1973).
A partire dagli anni ‘80, sono radicalmente messe in crisi il welfare, la permeabilità delle istituzioni rappresentative alle rivendicazioni sociali e la contrattazione sindacale.
Questo deve essere un punto di consapevolezza fondamentale. La crisi del sindacato, dei partiti di massa, delle costituzioni del dopoguerra, hanno origine in questo cambio radicale di paradigma. Il ridursi e il ridefinirsi del ruolo politico e dell’importanza del terreno della rappresentanza maturano in questo contesto. La fine di ogni sostanziale mediazione mette all’ordine del giorno il tema della rivolta e del mutualismo solidale e conflittuale come possibili terreni di sviluppo della lotta di classe. Prima di essere una acquisizione teorica è un dato di realtà che trova la sua rappresentazione evidente in ogni punto di crisi su scala globale. Il processo di demolizione delle grandi concentrazioni di capitale e lavoro, cuore della composizione di classe dell’operaio massa, della sua forza, ha trasformato le stesse basi della struttura materiale della forza lavoro, l’ha dispersa e frantumata, ne ha modificato nel profondo la stessa composizione anche politica. Le modalità con cui si sviluppano i conflitti, senza stati maggiori, senza leadership riconosciute, dice che larga parte della nostra storia recente, di quella italiana in particolare, è stata superata.

Vado dritto al punto. Noi, non solo per motivi anagrafici ma anche per la nostra cultura politica abbiamo spesso lo sguardo rivolto a formule passate e rincorriamo modelli organizzativi e politici, protagonismi e pratiche del conflitto, che non sono superati in sé ma chiedono una nuova definizione e nuovi approcci. Il lento e progressivo deperimento della dimensione di massa del partito, può anche essere figlia di scissioni ed errori, ma la nostra difficoltà di fase deve essere letta anche nello

smottamento di quelle che sono state tradizionalmente le bassi
di massa della sinistra e in particolare del Partito comunista italiano. Figli e in parte eredi di quella
storia, abbiamo gestito il progressivo deperimento delle sue fondamenta. Solo una svolta netta
può rigenerare il terreno, sulla base di un nuovo impianto.

In primo luogo, la ristrutturazione del lavoro politico della Rifondazione Comunista passa per la rivisitazione della centralità che il terreno della rappresentanza, ed in particolare le vicende elettorali, hanno avuto nella vita del partito. Dalla consapevolezza che il vecchio ciclo di lotte si è concluso ed è stato comunque superato nelle sue basi materiali dalla iniziativa capitalistica, che si è sviluppata stravolgendo fabbriche, territori, le stesse gerarchie tra produzione, distribuzione, consumo delle merci, fino alla sussunzione della intera sfera delle attività umane e relazionali nella produzione di valore e plusvalore, deve nascere la consapevolezza per noi di un necessario adeguamento e riposizionamento del nostro partito nelle dinamiche culturali, antropologiche di profondo cambiamento sociale dell’oggi. Dobbiamo vivere nel presente e con lo sguardo rivolto al futuro, non con gli occhi e la mente rivolti a un passato che va difeso, e da cui vanno tratti insegnamenti, ma che è comunque passato.

Anche se non possiamo dire -non possiamo dirlo nel nostro paese -, che un nuovo ciclo di lotte vive dispiegato in un forte movimento di massa, è comunque altrettanto vero che oggi qui ed ora, il terreno principale di iniziativa che va assunto non può essere quello della rappresentanza, ma quello della costruzione di una soggettività capace di alimentare i conflitti, praticando internità alla nuova composizione di classe e ai ceti popolari.
Questo richiede un posizionamento politico di alternatività agli altri poli politici presenti nel panorama politico e chiede di costruire attorno a questa prospettiva il massimo di aggregazione di forze che a partire dalle lotte, dai conflitti sociali ed ambientali, praticandoli, sia anche in grado di presentarsi alle elezioni e possibilmente di consolidare un simbolo.

Il partito deve quindi ristrutturare il suo lavoro politico mirando a:

1) Sviluppare una comunicazione efficace attorno alla divisione in classi della società e sull’individuazione dell’avversario nelle élites dominanti, ingaggiando una battaglia politico-culturale e sul piano della comunicazione, contrastando la narrazione prevalente della scarsità, opponendo il tema della distribuzione della ricchezza e della sua riappropriazione sociale.
Declinando il tema della necessaria riduzione del tempo di lavoro come condizione della crescita della società e delle relazioni umane, e non solo dell’occupazione. Incrociando questi temi con quelli della lotta contro i cambiamenti climatici e quello della lotta a tutte le forme di oppressione, come ci insegna l’esperienza del Confederalismo democratico.

2) Costruire esperienze comunitarie capaci di unire conflitto e pratiche mutualistiche (di mutualismo solidale). In questa direzione è necessario che si formino quadri di partito, più interessate/i all’inchiesta, alla conoscenza delle realtà di classe nei loro territori, e meno alle estenuanti discussioni sulle collocazioni in chiave elettorale. Solo il radicamento sociale, il protagonismo concreto permette di agire con qualche autorevolezza, peraltro, anche su questo piano della iniziativa politica.

3) Puntare a costruire elementi di conflitto sociale sulle contraddizioni di volta in volta ritenute centrali, cercando di rendere visibili e riconoscibili le nostre proposte. Un esempio può essere l’attuale campagna nazionale che richiama il movimento francese è i 62 anni per la pensione.

In altre parole, da un partito che ha progressivamente fatto del posizionamento politico e della propaganda la cifra della sua esistenza, ad un partito che faccia della battaglia politica, sociale e culturale la sua cifra prevalente. Si tratta quindi di riconvertire in larga parte il lavoro politico del partito e di porsi anche l’obiettivo di aggregare quei militanti che oggi non sono in Rifondazione Comunista ma che sono interessati a questo progetto. Il punto della mia riflessione è la prospettiva. È del tutto evidente che se restiamo fermi, inchiodati nella descrizione di un eterno presente, nella contemplazione della nostra crisi e della sinistra nel nostro paese, non possiamo che partorire risposte che restano tutte interne a ragionamenti di tipo politicista, comunque privi di una proiezione che dal presente guardi al futuro. Io la leggo così. Oggi la situazione italiana è quella che è ma non sarà immutabile. Le linee di crisi e di conflitto che agitano il quadro internazionale, l’intero pianeta, investiranno anche il nostro paese. Si tratta di fare una scelta. Il tempo è ora!
La presenza diffusa del Partito a livello nazionale, il generoso attivismo di molte compagne e compagni, è ancora una forza che può essere spesa e valorizzata dentro la sfida della anticipazione.
Questo testo leggetelo per quello che è. L’invito a discutere senza alcuna logica preordinata di schieramento, tra di noi, fuori dalle liturgie, semplicemente come compagne/i di rifondazione comunista impegnati a dare una prospettiva al nostro partito che vogliamo far crescere e rafforzare. Invito tutte/i a partecipare all’incontro che si terrà sabato 7 marzo nella sede di Verona del Prc a partire dalle ore 10. Per adesioni/partecipazioni, inviate un’email a info@rifondazione.padova.it.

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