Contributo al dibattito per la Rifondazione di un Partito Comunista utile alla fase storica

Cari compagni, care compagne

Come militanti del Partito della Rifondazione Comunista viviamo una fase della nostra storia particolarmente difficile, in cui è necessario guardare al passato con chiarezza e senza preconcetti, abbandonando ogni vincolo di appartenenza correntizia per provare insieme a ragionare sul “che fare” per cambiare decisamente direzione.

Indipendentemente da ciò che intorno a noi si muove (la crisi di governo, la riorganizzazione di maggioranze politiche alternative a quella giallo-verde, ma sempre collocate nel campo neoliberista) la storia recente del nostro partito, particolarmente debole ed in difficoltà anagrafica e progettuale, ha mostrato come l’attuale assetto organizzativo del PRC, non ci abbia permesso di raggiungere gli obbiettivi congressualmente prefissati, l’unità della sinistra di classe ed il contrasto efficace alle politiche neoliberiste dei governi nazionali e dell’unione europea.

Ogni progetto politico, ogni alchimia elettorale più o meno recente non ha raggiunto il risultato sperato e soprattutto di fronte a noi, nel campo comunista ed anticapitalista, abbiamo oggi una situazione di enorme frammentazione, impotenza, carenza d’entusiasmo, che sembra destinata a non cambiare se non si invertirà decisamente la rotta.

Credo sia importante soprattutto analizzare le due ultime esperienze importanti (e fallimentari) del partito, dal punto di vista progettuale ed elettorale, per provare a costruire qualcosa di realmente nuovo ed auspicabilmente funzionale.

 

  1. L’esperienza di Potere al Popolo, sinteticamente, dimostra che il PRC non è oggi attrezzato per affrontare organicamente ed efficacemente un percorso Costituente.
    Il nostro partito è liquido, sfibrato, incapace di agire compattamente.
    Abbiamo gettato alle ortiche un progetto ricompositivo inizialmente molto interessante, finalmente coerente ed anticapitalista, teoricamente ben connesso con le lotte, appetibile per le generazioni più giovani ed in grado di rinnovare l’esperienza del PRC dando al nostro percorso nuova linfa.
    Durante l’esperienza di PaP non siamo stati in grado di gestire i rapporti all’interno ed all’esterno del partito, spaccandoci come una mela di fronte al che fare (la riunione dei dissidenti di Firenze), cercando soluzioni alternative (gli incontri paralleli con De Magistris a progetto ancora in corso) e dimostrando i limiti organizzativi di un partito che, pur avendo più di 10.000 iscritti, si è fatto mettere all’angolo, politicamente parlando, da una organizzazione politica costituita da poche decine di compagni e da un centro sociale.

 

E’ palese che l’esito negativo del percorso di Potere al Popolo come progetto di aggregazione anticapitalista, non è solo colpa del PRC e moltissime sono state le responsabilità dei nostri interlocutori, ma deve esser chiaro che per poter migliorare occorre innanzitutto fare autocritica, apprendendo dai propri errori, mentre un gioco inutile è l’attribuzione esterna di responsabilità, visto che ciò che dovrebbe interessarci primariamente è quello che NOI siamo in grado di fare e mettere in campo.

 

  1. L’esperienza della “sinistra” credo invece che dimostri il fatto che la classe che vorremmo rappresentare ed il nostro stesso elettorato storico, ha ormai le tasche piene di accrocchi elettoralistici e progetti da riciclo di ceto politico privi di qualsiasi connessione reale con chi lotta ogni giorno contro la violenza capitalista e con le giovani generazioni.
    I lavoratori ma anche i compagni storici ed i nostri stessi elettori hanno ormai fatto gli anticorpi a manovre pre-elettorali che trasudano pressapochismo ed incoerenza.
    Non basta un buon programma da sbandierare nei volantinaggi… non si può costruire un “progetto” politico ad un mese dalle elezioni.

Ma non si può neanche immaginare di avviare e portare avanti un percorso comune con una formazione politica che proprio in questi giorni persegue la ricostruzione di un nuovo centrosinistra, andando al governo col PD di Zingaretti e del redivivo Renzi, oltre che col movimento 5 stelle…
Un percorso politico di questo tipo è in realtà destinato a fallire prima di esser nato, indipendentemente dalla volontà di chi, magari in buona fede, cerca di tenerlo in vita. Sempre che, per il PRC e per tutti i suoi militanti, sia ancora pienamente valido l’obiettivo della costruzione della sinistra di classe IN ALTERNATIVA E CONTRAPPOSIZIONE AL CENTROSINISTRA TARGATO PD.
Anzi, su questo punto io credo davvero che sia necessario aprire un reale dibattito e un franco chiarimento interno perché, se per qualcuno nel PRC l’alternativa al centrosinistra ed al PD ad ogni livello, non è una discriminante, penso sarebbe importante esplicitarlo chiaramente arrivando ad un divorzio consensuale, vista l’impossibilità di far coesistere in un solo partito due progetti politici sostanzialmente opposti.

 

Parallelamente all’analisi dei progetti politico-elettorali, credo che per avviare una discussione sul nostro futuro occorra anche fare velocemente il punto sulla connessione del partito con la classe e le lotte, nei territori e sui posti di lavoro.

Lo sappiamo, in ogni lotta esistente nel paese, in ogni territorio, in ogni sindacato, sono presenti i nostri militanti. Ma in che forma siamo presenti? Quale ruolo svolgiamo?

 

In molti movimenti importanti, da quelli contro il razzismo, a quelli contro la discriminazione di genere, a quelli per la difesa dell’ambiente, a quelli contro l’autonomia differenziata, alcuni nostri compagni e compagne svolgono ruoli di rilievo, anche se non sempre vengono supportati adeguatamente. Abbiamo probabilmente un problema organizzativo, che non ci consente di sfruttare al meglio il nostro potenziale in modo da usare il partito per fare reale egemonia in questi movimenti, declinandoli nella direzione della contrapposizione di classe, che da comunisti dovrebbe caratterizzarci.

In questo senso grave è la situazione di organizzazione del partito soprattutto sul fronte sindacale, ambito in cui il conflitto capitale-lavoro si esplicita con più chiarezza. Non abbiamo una linea ne un modello organizzativo di intervento sindacale, non abbiamo ambiti di confronto stabile dei lavoratori iscritti al PRC per cui non operiamo insieme, non riusciamo ad acquisire spazio nei sindacati più importanti modificandone l’operato…

 

E forse ancor più grave è la nostra incapacità di intervento tra i giovani e gli studenti, con una “giovanile” del partito in enorme difficoltà, mai adeguatamente supportata e da ripensare in toto.

Altrettanto inefficace poi, mi sembra il lavoro che svolgiamo coi nostri presidi territoriali
I nostri circoli spesso sono scollegati tra loro, non agiscono insieme, non riescono ad essere strutture di organizzazione del dissenso e a parte qualche esempio virtuoso, perdono iscritti ed hanno diverse difficoltà. Il più delle volte sono disconnessi dal territorio o meglio, non riescono ad essere attrattivi per i tanti proletari, lavoratori, disoccupati, giovani e studenti che abitano nei nostri quartieri e che invece di frequentare i nostri circoli, vengono attratti dai centri sociali, dalle case del popolo (dove ce ne sono) o da altre realtà politico-sociali e non…
E’ dunque l’articolazione per circoli territoriali la migliore struttura possibile per un partito come il nostro?

 

 

Sette punti programmatici di discussione per il rilancio della Rifondazione Comunista e la ricostruzione del Partito

 

Premessa:
Ci troviamo in una fase politica nuova e difficile, con un altra recessione economica alle porte, una crisi di governo trasformatasi in un teatrino della politica, le tre forze politiche più forti e le due fazioni oggi esistenti (le destre ed il PD-M5S) tutte ostili agli interessi dei lavoratori e mai come in questa fase tocchiamo il minimo storico in termini di coscienza di classe e di organizzazione.
Il nostro partito, sempre più debole ed “anziano” ha oggi una segreteria sostanzialmente “monocolore” espressione dell’area che da Chianciano in poi è alla guida del PRC, una minoranza “di sinistra” indebolita da tante uscite (in direzione PaP, o PC, o altro…), un altra minoranza “di destra” nata dopo la riunione di Firenze… ed un congresso da fare nell’anno 2020.
Anzi, dopo l’ultimo CPN è evidente che siamo, lo si voglia o no, già in fase pre-congressuale…

 

Sarebbe importante, in una situazione di questo tipo, arrivare alla discussione congressuale confrontandoci con coraggio sui temi politici ed organizzativi fondamentali, piuttosto che ripetere un asfittico ed inconcludente scontro tra correnti ingessate utile solo a fare la conta di chi pesa percentualmente di più, ma che da anni si traduce in un progressivo declinio dell’organizzazione senza momenti di reale, strutturale e duraturo rilancio.

 

E’ chiaro che ad un cambiamento di contenuti deve corrispondere necessariamente anche un cambiamento della dirigenza, ma sarebbe davvero importante, in questa fase difficile della nostra storia, avviare un confronto franco e aperto sul futuro del partito, con l’organizzazione di una vera conferenza d’organizzazione,  specifiche assemblee straordinarie ed ipotizzando magari per il prossimo congresso formule di confronto alternative, come quella del documento unico a tesi emendabili… del resto esistono gli strumenti per dare un peso politico-percentuale alle tesi che risulterebbero vincenti anche in un confronto di questo tipo…

 

In ogni caso credo davvero che per dare un futuro al nostro partito, ed al movimento comunista in generale, occorra oggi avere il coraggio di uscire dagli schemi, evitando di fare sempre gli stessi errori e magari rischiando di farne di nuovi…

Invio dunque una proposta di discussione “a tutto il partito”, che mi piacerebbe poter far arrivare ai dirigenti del CPN e dei CPF, ai segretari delle federazioni e dei circoli, a tutti i militanti… ma da allargare auspicabilmente, nell’ottica di una discussione ampia sul futuro dei comunisti in Italia, anche ai compagni non iscritti al PRC, nelle forme in cui sarà più utile farlo.
Perché una cosa penso sia chiara a tutti: per uscire dalle secche in cui siamo sprofondati occorrerà guardare dentro di noi, ma anche e soprattutto fuori da noi. I comunisti dichiarati o potenziali, fortunatamente, sono molti di più dei 10.000 iscritti al nostro partito e delle altre poche migliaia iscritti nelle tante (troppe) organizzazioni marxiste del paese…

 

I 7 punti di discussione:

 

  1. La formazione di un nuova generazione di militanti e quadri ed il rilancio nel nostro paese della cultura comunista, attraverso l’organizzazione, in collaborazione con realtà vicine, anche esterne al partito, di scuole quadri, corsi organici ed incontri di approfondimento e di analisi sugli autori ed i temi classici:
    Marx, Engels, Lenin, Luxemburg, Gramsci, Trotzki, Stalin, Mao, Guevara, Castro, Ho Chi Minh, Chavez ecc, ecc.
    Lo sfruttamento, il plusvalore, la concezione materialistica della storia, l’egemonia, la rivoluzione permanente, il socialismo in un solo paese, l’uomo nuovo, ecc, ecc

Una formazione dai contenuti “classici” quindi, ma strutturata, confezionata in modo nuovo, contestualizzata nel presente, rivolta particolarmente ai giovani, nell’intento della costruzione del necessario “partito dei quadri” utile alla fase.

 

  1. L’unità dei comunisti:
    In una situazione di estrema parcellizzazione dei comunisti e della sinistra di classe, il PRC nonostante l’estrema debolezza attuale rappresenta ancora oggi l’organizzazione comunista più numerosa e strutturata, ed ha quindi una responsabilità storica legata alla necessità della riaggregazione comunista.
    Riaggregazione su cui sarà necessario lavorare “dal basso” e “dall’alto”:
  • dal basso attraverso l’attività dei militanti del PRC nei territori, nelle scuole e negli spazi di aggregazione giovanile e sui luoghi di lavoro, alla ricerca di un lavoro coordinato con compagni/e di altre organizzazioni o senza tessera (cfr. punti 3, 5, 6 e 7.2)
  • dall’alto, avviando in modo organizzato una serie di incontri bilaterali o multilaterali, anche partendo dal punto 1, con tutte le organizzazioni, i collettivi, gruppi e partiti che si dichiarano marxisti o comunisti, nell’ottica dell’attivazione di un processo nella direzione di un unificazione comunista in alternativa e contrapposizione al centrosinistra.

 

  1. La creazione di un fronte ampio antiliberista e anticapitalista autonomo e contrapposto ad ogni livello tanto alle destre quanto al centrosinistra-PD-M5S
    formato da partiti, organizzazioni politiche-sindacali-sociali, gruppi, movimenti, collettivi della sinistra antiliberista-anticapitalista, antagonista e antimperialista, ma anche in grado di attrarre i tanti compagni/e senza tessera, per rilanciare a livello nazionale e locale l’azione contro qualsiasi governo di ispirazione neoliberista, su lotte di scopo e/o su un programma minimo di classe (percorso utile anche alla realizzazione del punto 2).

 

  1. La definizione di una linea di sintesi, chiara e condivisa, in riferimento alla politica internazionale
    Uno dei punti di debolezza della sinistra di classe è stato proprio quello dell’atteggiamento nei confronti dell’UE e più in generale le divisioni sui temi delle politica internazionale. Definire una linea che riesca a far operare assieme chi crede sia utile costruire un movimento internazionale di lotta e disobbedienza antiliberista-anticapitalista in seno all’UE e chi crede sia necessario uscire dalla stessa (e/o dall’Euro) sarebbe molto importante ed utile a compattare tutto il movimento su obiettivi comuni. In questo senso, l’esempio del francese Melenchon e della strategia piano A-piano B, in cui pur organizzando la lotta all’interno dell’unione, si tiene in considerazione la possibilità di uscirne, può esserci realmente utile per definire una linea politica complessiva logica e di sintesi contro un UE ritenuta ormai, da tutti noi, irriformabile.
    Parallelamente, occorrerà operare per il rafforzamento dei contatti internazionali con le organizzazioni (anche extra-SE ed extra-UE), i gruppi, i collettivi, i partiti, i governi socialisti o antimperialisti e le comunità dei lavoratori immigrati per combattere le organizzazioni internazionali dei capitalisti (UE, BCE, FMI, BM, OCSE, BRI ecc, ecc), la loro influenza sulla coscienza dei lavoratori in Italia, rafforzando la coscienza comunista e l’organizzazione internazionale del proletariato.

 

  1. La politica sindacale
    I compagni e le compagne del partito devono essere incentivati all’azione sindacale o comunque ad agire nel conflitto capitale-lavoro, partendo ove possibile dalla propria situazione lavorativa. Troppi compagni/e svolgono la loro attività di comunisti al chiuso dei propri circoli, dimenticandosi di agire marxisticamente proprio sul proprio luogo di lavoro.
    Il nostro partito deve dotarsi necessariamente di una linea di intervento sindacale, che punti a far sì che ciascun compagno/a, indipendentemente dal sindacato in cui milita, porti avanti in modo organizzato, di concerto con gli altri compagni del partito, la parola d’ordine della costruzione dei consigli dei lavoratori e dell’unità sindacale in ogni luogo di lavoro.
    A tal fine occorre metter mano anche all’organizzazione stessa del partito per favorire questo tipo di intervento (cfr. punto 7.1).

 

  1. l’organizzazione giovanile
    Un problema enorme per il nostro partito è la carenza di giovani e la progressiva disconnessione col mondo studentesco, che si traduce in un invecchiamento complessivo del nostro corpo militante. Da tempo la nostra giovanile è inefficace, priva di progettualità e inadeguatamente supportata da tutti noi. Abbiamo in realtà un partito che attrae poco i giovani per via forse delle pratiche burocratiche, di modalità di impegno intellettualistico e poco attivo in termini di conflitto, di poca attenzione all’identitarismo ed all’appartenenza.
    Se vogliamo dare un futuro al nostro percorso politico il problema va affrontato urgentemente ed efficacemente, dando supporto ai GC nella progettazione di un intervento efficace nelle scuole, nei sindacati studenteschi e nei centri di aggregazione giovanile, modificando le nostre pratiche (feste e campeggi della giovanile, incontri di formazione specifica e di aggregazione) e dando anche un nuovo volto agli stessi GC (il lavoro svolto da organizzazioni come il FGC o recentemente “Noi restiamo” può essere un utile esempio). Ma anche rivedendo le nostre modalità  di organizzazione dei presidi territoriali (trasformando i “vecchi” circoli in sezioni operanti nelle case del popolo – cfr. punto 7.2)

 

  1. La riorganizzazione del partito – anche attraverso modifiche statutarie – che porti:
    1. Alla creazione di aggregazioni di militanti non sulla base del territorio ma del lavoro: pensionati, metalmeccanici, lavoratori della scuola (ma anche studenti – cfr. punto 6) ministeriali, edili, ecc. a seconda del corpo militante. In prospettiva i militanti dovrebbero esprimere gli organi di governo (comitati politici) non solo su base territoriale, ma anche su base lavorativa (cfr. punto 5)
    2. Alla trasformazione dei circoli in sezioni (non autonome dunque, ma funzionali all’azione del partito) che trovino spazio fisico ove possibile nei luoghi di lavoro, oppure in case del popolo, in cui possano coesistere con movimenti, strutture mutualistiche ed altre realtà politico-sociali della sinistra di classe, con un attenzione particolare ai giovani (cfr. punto 6), nell’ottica della costruzione del fronte ampio (cfr. punto 3) ed in prospettiva dell’unità comunista (cfr. punto 2).
    3. Ad un centralismo democratico che sia tale e che impedisca a ciascun militante ed a ciascuna federazione di continuare a perseguire i propri obiettivi quando questi sono in contrasto con la sintesi politica e di disinteressarsi alla realizzazione della linea politica.

Parimenti, al dovere della maggioranza di trovare una sintesi che consenta alla minoranza di riconoscersi nelle decisioni finali e di concorrere attivamente alla loro realizzazione (il centralismo deve essere democratico, non burocratico), ferme restando alcune discriminanti inconciliabili (in primis l’autonomia e contrapposizione assoluta al centrosinistra, ad ogni livello nazionale e locale)

  1. Alla semplificazione delle strutture territoriali: quelle regionali obiettivamente servono a poco, alcune federazioni particolarmente deboli, possono essere accorpate, così come molti circoli/sezioni.
  2. Elezione, nel rispetto degli esiti congressuali, di tutti i membri della Segreteria e dei Comitati Politici, evitando una cooptazione complessiva per correnti.
  3. Alle modifiche necessarie per realizzare i punti da 1 a 5

 

Proviamo ad aprire una discussione ampia, seria e priva di calcoli opportunistici e rigidità correntizie, sul nostro futuro e su quello dei comunisti del paese.

 

Saluti comunisti

 

Roberto Villani
Segretario circ. “Pagnozzi” (Valmelaina-Tufello), CPF Roma, CPN

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