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Care/i, compagne/i,

apriamo oggi questo spazio riservato alla discussione interna del e sul partito e la fase politica che vive il paese. I risultati delle ultime elezioni politiche e la nascita del governo M5S-Lega segnano uno scenario inedito dentro cui collocare il nostro impegno. Riteniamo opportuno che si sviluppi il dibattito in forme diverse da quelle tipiche dell’epoca dei social network che tendono a produrre fraintendimenti e polemiche infinite e spesso distruttive invece che riflessione collettiva e scambio fecondo di analisi e proposte.

La nostra partecipazione a Potere al popolo, il tentativo di costruire uno schieramento di sinistra popolare alternativo ai poli esistenti, la tenacia con cui ci proponiamo di rilanciare il progetto di Rifondazione Comunista sono terreni di discussione tra compagne e compagni. E più in generale riteniamo opportuno dotarci di uno spazio permanente di dibattito che consenta di confrontarsi.

Di questo sarebbe utile discutere in tale spazio, evidenziando le criticità che si incontrano ma anche proponendo soluzioni e avanzando proposte ed evitando di far diventare la discussione un proseguo inutile di quanto si legge ogni giorno sui social network. In questo spazio le compagne e i compagni debbono trovare il luogo in cui articolare il proprio pensiero, i propri dubbi, le proprie proposte, per provare a rafforzare l’azione politica del partito tutto.

Da ultimo alcune avvertenze: si chiede di mantenere la lunghezza dei contributi nell’ambito delle 4000 battute, spazi inclusi, non si tratta di un vincolo ma di un suggerimento affinché si venga letti fino in fondo.

Chi curerà questo spazio cercherà nei limiti del possibile, di provvedere nei tempi più rapidi alla pubblicazione ma si tenga conto che a volte la pubblicazione avverrà qualche giorno dopo l’invio.

I pezzi vanno inviati a stefano.galieni@rifondazione.it

Ci auguriamo che questa opportunità venga colta ed utilizzata per favorire una migliore comunicazione e circolazione orizzontale delle idee e delle esperienze tra i territori, il nostro corpo militante e nei gruppi dirigenti.

Buon lavoro

 

 

 

DIBATTITO / Potere al Popolo: la nostra battaglia di unità contro le derive settarie

Pubblicato il 22 set 2018 in dibattito

di Ezio Locatelli*

Nessun tentennamento. A fronte del rischio di stravolgimento dello spirito unitario, plurale, partecipativo che ha connotato Potere al Popolo in questi mesi occorre più che mai portare avanti una battaglia culturale, politica di unità. Dentro e fuori a Potere al Popolo. Di unità e ricostruzione di un campo di forze antiliberiste, anticapitaliste, antagoniste in alternativa a centrodestra, centrosinistra, M5S. Forze che devono ritrovare la capacità di fare movimento, egemonia, di costruire senso comune. L’intento esclude qualsiasi visione totalizzante, derive autoreferenziali, centralizzazione marcata dell’organizzazione, pretese di detenere il segreto della “linea giusta”.

Allora, fuori dai denti, c’è qualcuno che vuole costruire l’ennesimo partitino a uso e consumo di questo o quel gruppo invece che dare corso a un’aggregazione unitaria come da progetto originario? Anziché suscitare polemiche strumentali, fondate sul nulla, gli esponenti di ex Opg ed Eurostop rispondano a questa domanda. Così come diano conto della loro indisponibilità ad addivenire a un’ipotesi unitaria di Statuto. Con i diktat non si va da nessuna parte! Spieghino perché mai si dovrebbe cassare il manifesto costitutivo di Potere al Popolo, condiviso da tutti, là dove si parla di “costruzione di un movimento … che coinvolga partiti, reti e organizzazioni della sinistra sociale e politica … che in questi anni sono stati all’opposizione e non si sono arresi” a favore di una formulazione che, di fatto, disconosce le forze e i movimenti di resistenza che hanno retto in questi anni. La rottamazione al posto della valorizzazione di storie ed esperienze diverse?

E ancora, gli esponenti di ex Opg ed Eurostop motivino l’abbandono di una modalità decisionale basata sul consenso a favore della logica maggioritaria. Diano conto dello svuotamento del ruolo delle assemblee territoriali e nazionali, del disconoscimento di qualsiasi rappresentanza democratica. Diano conto della proposta di eleggere i due portavoce nazionali, oltretutto senza limiti di mandato, per via plebiscitaria, tramite piattaforma digitale. Al confronto Ceausescu rischia di apparire un modello di democrazia. Battute a parte siamo in presenza di proposte sbagliate, subalterne alla politica dominante di questi anni il cui risultato, dietro la parvenza di un movimentismo liquido, è di attuare il massimo di centralizzazione, di personalizzazione, di decisionismo politico.

Questo è un momento in cui abbiamo bisogno gli uni degli altri. Proprio per questo si tratta di organizzare la convergenza nel rispetto del principio democratico della diversità. Principio da perseguire con senso di apertura in rapporto al ventaglio dei movimenti di resistenza e di lotta, a organizzazioni di natura e statuti differenti, partiti politici, sindacati, associazioni sociali, singoli. Qualcosa di molto simile all’utopia creatrice della Prima Internazionale, al tempo della fase nascente del movimento delle lavoratrici e dei lavoratori, cui diede un contributo fondamentale Karl Marx. Facciamo rivivere quest’utopia contro settarismi, divisioni.

Potere al Popolo, come da ispirazione originaria, sia la casa comune di tutte e tutti. Ci si tolga dalla testa dal mettere in discussione l’esistenza di Rifondazione Comunista così come di qualsiasi altra esperienze politiche, associative. Costruiamo la casa comune a partire  dai movimenti di lotta e di opposizione, sul versante della ricostruzione di una sinistra di società.  Per tutto ciò nessuno stia alla finestra. Aderiamo a Pap e prendiamo parola. Così recita un celebre aforisma di Bertolt Brecht: “chi combatte può perdere, chi non combatte ha già perso”. Un aforisma che sintetizza bene l’atteggiamento che dovrebbe tenere, in qualsiasi circostanza, una forza comunista, di cambiamento.

* segreteria nazionale-responsabile nazionale  organizzazione Prc-Se

DIBATTITO/ Il vero problema non è lo statuto di PaP, ma il destino di Rifondazione comunista

Pubblicato il 22 set 2018 in dibattito

 Gianluigi Pegolo

Ho preso visione del video in cui il compagno Ferrero sposa di fatto la posizione di Eleonora Forenza e Dino Greco, invitando il gruppo dirigente di PaP a fare un passo indietro per evitare la conta sui due statuti. Che ciò avvenga mentre alcuni dirigenti del PRC stanno battendo sistematicamente a suon di telefonate i gruppi dirigenti locali del partito per invitarli a far iscrivere i compagni a PaP, in modo che questi poi votino lo statuto sponsorizzato dal gruppo dirigente del PRC, è già piuttosto curioso. Quello che, tuttavia, mi sfugge è il senso di tale pronunciamento. Ci si è reso conto che far nascere un nuovo soggetto politico (PaP/partito), dopo che ci si è contati sui meccanismi di gestione di tale soggetto, è la prova che si sta lavorando su una base politica comune fragilissima e che quindi è meglio soprassedere per evitare una figuraccia? Oppure, non essendo sicuri sull’esito delle votazioni, si preferisce arrivare a un qualche compromesso per evitare di finire nella parte perdente? Non so francamente cosa rispondere. Quello che però mi pare incontrovertibile è che, sia che si proceda con la conta sullo statuto, sia che si arrivi a una sintesi, il problema dell’adesione di Rifondazione a PaP resta ugualmente. Mi spiego. Lo statuto elaborato da Ferrero e da alcuni dirigenti di Rifondazione emenda in parte lo statuto dell’attuale maggioranza del gruppo dirigente di PaP su alcune questioni, tipo: l’apertura di PaP a nuovi soggetti, il meccanismo decisionale basato su una maggioranza qualificata dei due terzi anziché del 51%, una modalità di elezione dei portavoce non smaccatamente plebiscitaria e la formazione dell’assemblea nazionale di PaP eletta a partire dalle assemblee di base. Si potrebbe dire: un tentativo di democratizzare un po’ la struttura di PaP e quindi (aggiungo io), di evitare di esporsi al rischio di essere marginalizzati dalla maggioranza vincente. Il punto che elude Ferrero e Acerbo, così come Dino Greco ed Eleonora Forenza, è che queste misure o la sintesi che ne venisse fuori con la maggioranza di PaP, non fanno e non farebbero venir meno la sostanza di quello che si è già deciso, e cioè un modello di PaP che comporta la liquidazione dell’autonomia di Rifondazione comunista, perché la sussume di fatto in un nuovo partito. Sono giudizi troppo forti? Parliamoci chiaro. Quando si prevede di cedere gran parte della propria sovranità di partito a PaP (come già fatto nella comunicazione mandata a suo tempo da Ferrero al gruppo dirigente di PaP senza consultare prima alcun organismo dirigente del partito), quando si accetta che singoli militanti di Rifondazione, in deroga all’art. 3 del nostro statuto, possano iscriversi a PaP, quando si sostiene che i gruppi dirigenti di PaP e le sue decisioni sono il risultato delle scelte dei singoli aderenti e non delle forze politiche che ne hanno dato vita, Rifondazione in primis, si sostiene nel concreto che si vuole costruire  un nuovo partito in cui, indipendentemente dal numero di compagni di Rifondazione che vi s’iscriveranno, le decisioni diventeranno vincolanti (in quasi tutti i campi) per il nostro partito. Cosa si voglia di più per dimostrare che la via scelta è quella dello scioglimento di Rifondazione in un nuovo soggetto, non lo so. Certo i vari sostenitori di questa proposta si guardano bene dal dirlo, ma i fatti parlano chiaro. E questo è il motivo sostanziale del dissenso che i sostenitori dell’appello reso pubblico qualche giorno fa manifestano nei confronti delle posizioni di Ferrero e di quei dirigenti che, a titolo diverso, accettano questo sbocco. Il punto, quindi, non è quello di allinearsi alla schiera dei sostenitori di uno statuto, né di sponsorizzare la sintesi degli statuti. Occorre, invece, dire a chiare lettere che Rifondazione comunista è disponibile solo a ritornare all’ispirazione originaria di PaP, come movimento alternativo unitario e non come partito o quasi partito, composto da soggetti che conservano la loro autonomia e decidono sulla base della sola condivisione. Se il gruppo dirigente di PaP è disponibile a tornare a questo, ci si sta, altrimenti no. È quello che ha mosso i Comunisti italiani e Sinistra anticapitalista ad allontanarsi, quando hanno capito che quello che gli si chiedeva era di rinunziare al loro ruolo per confluire in un nuovo partito. Rifondazione avrà uno scatto di dignità o continuerà a cedere fino a sciogliersi in un nuovo partito rissoso, poco unitario e spesso settario, magari conservando il proprio logo, come specchietto delle allodole? Noi abbiamo scelto: che Rifondazione conservi una propensione unitaria, ma che difenda tenacemente il proprio ruolo di partito autonomo.

 

 

DIBATTITO / Prima rifondazione comunista, per l’autonomia politica e organizzativa del Partito

Pubblicato il 21 set 2018 in dibattito

Da alcune/i compagne/i 
A seguito degli appelli usciti nelle ultime settimane da parte di alcuni compagni di partito, abbiamo voluto precisare la nostra posizione nell’articolo che segue. Non un ulteriore appello, quindi, ma un contributo alla discussione, per ripartire prima di tutto dal nostro Partito.

<<Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio.>>

Siamo compagne e compagni del Prc fortemente preoccupati per il futuro del Partito. Per questo abbiamo voluto cominciare questo nostro contributo alla discussione interna con una citazione di Antonio Gramsci, che a nostro avviso esprime la necessità per Rifondazione di uscire da un pericoloso circolo vizioso: quello della ricerca spasmodica di alleanze nelle sempre più scarse fila della sinistra, senza porsi, o ponendosi inadeguatamente, il problema della base su cui costruirle nè tanto meno quello dell’egemonia culturale, oggi saldamente in mano alla destra della borghesia.

Dopo anni trascorsi a dar vita ad accrocchi elettorali dal profilo sfocato, la nascita di Potere al Popolo, un soggetto dalla chiara natura anticapitalista, sembrava poter riaprire per il Prc una stagione di conflittualità ed elaborazione teorica. Ritenevamo ed auspicavamo che Pap potesse essere un fronte di lotta ampio, in cui partiti, realtà sociali e individualità potessero ricominciare a parlarsi e organizzarsi attorno a campagne e iniziative comuni, nel rispetto delle identità, senza avviare processi frettolosi. Purtroppo, l’accelerazione organizzativista successiva alle elezioni del 4 marzo 2018 ha portato alla luce l’intento, da parte di alcune delle realtà che compongono Pap, di costruire non un fronte ampio per coordinare l’azione di soggetti politici organizzati e individualità, ma un nuovo partito. Perchè, al netto delle decine di espressioni alternative che si possono trovare, un soggetto che richiede un’adesione formale dietro pagamento di un contributo, che produce attività politica e che ha voce in capitolo autonoma in ambito elettorale è di fatto un partito. Nel caso specifico, uno con caratteristiche movimentiste e antagoniste ben lontane da quelle di un partito comunista, per quanto rinnovato.
Ciononostante, negli ultimi mesi abbiamo assistito ad una svendita del nostro, di Partiti: dalle adesioni individuali a Pap invece che come soggetto organizzato, prevedendo il cammellaggio nelle assemblee come orizzonte politico per i nostri iscritti, all’organizzazione di Pap a livello provinciale, senza essere chiari sulle relazioni che i livelli più vicini alla base (circoli e federazioni) debbano tenere con le assemblee, soprattutto a livello elettorale. Tutto questo senza avviare alcun tipo di consultazione della base, anche quelle più rapide da costruire, come un referendum interno.

Dall’altro lato, vediamo compagni che auspicano il ritorno ad un Brancaccio 2.0, ora chiamato “quarto polo”, tanto più pericoloso nella misura in cui il Pd dovesse effettivamente cambiare nome nel tentativo (pessimo) di recuperare un consenso che il sostegno al governo Monti prima (vedi legge Fornero) e i governi Letta-Renzi-Gentiloni poi hanno definitivamente eroso. Per noi questa strada è impraticabile se vogliamo riempire di significato il nostro nome: Rifondazione Comunista. Per i comunisti/e, la necessità di mantenere una propria fisionomia e autonomia politica si manifesta nella definizione di un programma minimo che delinei i punti caratterizzanti per una svolta in senso socialista della società su cui impegnare il partito, e da cui partire nella costruzione di alleanze sociali e politiche con altre forze e soggetti, nella prospettiva di un nuovo blocco storico tutto da costruire.

Il risultato di dieci anni di carrozzoni elettorali deboli ha avuto come risultato l’abbandono progressivo del nostro simbolo e di conseguenza della nostra visibilità, che riteniamo di dover recuperare anche in ambito elettorale. Abbiamo mantenuto l’orgoglio della nostra appartenenza, ma spesso abbiamo dovuto nasconderlo, pena le continue accuse di “volerci mettere il cappello” da parte di moltissimi dei nostri compagni di strada. E’ il momento di invertire la rotta, per non affondare.

Vogliamo lavorare affinché prevalga la razionalità e la ponderazione nelle posizioni, senza progressivi svuotamenti del ruolo del nostro Partito a favore di qualche percorso o processo contingente, che viene puntualmente visto come salvifico o come “ultima spiaggia”.
Quello che vorremmo è il recupero del ragionamento su di noi e sul nostro ruolo come soggetto collettivo, e l’apertura di una fase di approfondimento dell’analisi della situazione e della proposta politica.
Un decennio di progressiva marginalizzazione del Prc dalla vita politica e istituzionale ci ha convinto che anziché lanciarci di contingenza in contingenza, o perderci nella continua discussione sui “contenitori”, dobbiamo fermarci a riflettere sui contenuti ed elaborare una proposta politica che possa davvero ristabilire una connessione anche sentimentale con le nostre categorie storiche di riferimento, e non solo con loro, per iniziare a costruire un possibile blocco sociale tendenzialmente maggioritario nel paese.

Senza un adeguato innalzamento del livello dell’analisi e della proposta crediamo di non poter uscire dall’ininfluenza e dalla marginalità sia come partito autonomo e indipendente, sia partecipando ad un qualsivoglia aggregato più vasto.

 

DIBATTITO / Una risposta incongruente

Pubblicato il 21 set 2018 in dibattito

Marco Gelmini

Raffaele Tecce

Come cofirmatari confermiamo, con ancora maggior forza, l’Appello a non aderire a Potere al Popolo “ prima che sia stata discussa democraticamente nel Partito la proposta di modifica statutaria di PAP” e prima che  sia precisato lo Statuto di Pap e siano conosciute le linee che si intendono seguire.

Non crediamo che la nostra posizione possa essere definita inopportuna, giocando su  artifici retorici e rileggendo l’Appello come un invito a non aderire mai, quando sono in discussione tempi, modalità,contenuti ed obiettivi !

La risposta del Segretario Maurizio Acerbo parte dall’assunto che  l’Appello di cui siamo cofirmatari contesti l’adesione a Pap  in sé e per sé, mentre è ben evidente l’intento dei firmatari di raggiungere  il fine comune a tutti  nel PRC-SE di costruire il quarto polo insieme a l’Altra Europa, Rete delle Città in Comune,Dema,Diem,Pap e tante altre soggettività politiche e di movimento” per dare vita ad “un’alternativa popolare al governo gialloverde come al Pd neoliberista”.

E’ proprio a questo fine che i firmatari dell’Appello e tutte/i  le/i militanti  del PRC- SE, incluso lo stesso Segretario, devono puntare prioritariamente come deciso dal CPN.

Il Segretario si contraddice poi quando spiega che de Magistris  ha dato la sua disponibilità ad assumersi l’onere di costruire una lista-coalizione  ponendo come condizione l’adesione di Altra Europa, Pap, Dema e Diem  e che  se Pap non dovesse aderire si andrebbe alla frammentazione e alla scomparsa di questa possibilità: quindi,secondo Acerbo, sarebbe determinante la volontà di Pap ed a ciò si vorrebbe subordinare la stessa collocazione del PRC?!

Processi fondamentali per la difesa delle istanze di alternativa popolare non possono dipendere dalla volontà di  singole soggettività individuali, politiche e sociali e non crediamo che il nostro Partito debba essere sottoposto alle condizioni poste da terzi o che gli interessi di chi pone “condizioni” possano prevalere sugli interessi generali.

Quale dovrebbe essere il motivo per annullare,addirittura in via preventiva, l’autonoma soggettività del nostro Partito?

Perché non dovremmo verificare  prima se la creazione del quarto polo plurale,con tutti,sia effettivamente una volontà condivisa e dialogare direttamente con e dentro PAP, come con e dentro Altra Europa,con  Diem e Dema,etc?

Perché  bisognerebbe aderire ad un organismo senza sapere prima che posizione assumerà nei confronti dell’iniziativa di DeMagistris ,se parteciperà alla creazione del quarto polo e quale sarà la forma di democrazia e decisione interna?

O qualcuno pensa che sarebbe serio e possibile “ritirarci” se la ipotesi statutaria indicata da Ferrero non passasse nel voto “on line” ?

Non si può negare che l’attuale assetto di Potere al Popolo è cosa assai diversa da quella iniziale: si sta passando da un “movimento” aperto  capace di  cogliere le aspettative  di quel popolo che si è fatto coinvolgere in pericolose istanze populiste dei 5 stelle  alla volontà esplicita di dare vita ad una “nuova  organizzazione politica”.

Riteniamo giusto essere interlocutori diretti  di Altra Europa, Dema, Dem e chiunque altro voglia aderire alla formazione  di un polo alternativo,anche insieme a PAP, se sceglierà questa prospettiva: è questo quanto deciso dal nostro Partito in tutte le sedi ed è questo che si dovrà perseguire non per spirito settario, ma perché al lavoro comune si arriva quando tutti gli elementi da valutare sono stati espressi e definiti.

Come cofirmatari dell’Appello insistiamo ad invitare tutti alla giusta cautela non certo in prospettive divisive ma da sostenitori di percorsi unitari, della necessità di unire nell’azione forze anche diverse che convergono su obiettivi antiliberisti e sociali come quelli espressi nella piattaforma iniziale di Potere al Popolo,mantenendo autonomia e sovranità dei soggetti coinvolti ed in particolare del PRC-SE.

Come abbiamo scritto nell’appello la nostra iniziativa è stata assunta “con profondo senso unitario” verso tutte le iscritte e gli iscritti del PRC-SE.

 

DIBATTITO/ Appello per Rifondazione:ieri, oggi, domani

Pubblicato il 15 set 2018 in dibattito

Firmato da un gruppo di compagne e compagni a vario titolo dirigenti del partito

Con questo appello noi firmatari, compagne e compagni militanti e dirigenti, locali e nazionali del PRC-SE, intendiamo assumere un’iniziativa per la salvaguardia ed il rilancio del ruolo storico, politico e culturale del PARTITO della RIFONDAZIONE COMUNISTA, messo oggi in discussione, a nostro avviso, dall’invito a tutte le iscritte e gli iscritti di aderire a Potere al Popolo!, addirittura entro il 30 settembre, prima che sia stata discussa democraticamente nel Partito la proposta di modifica statutaria di PAP; proposta che qualcuno intende come costruzione di una nuova forza politica e non di un’associazione unitaria e plurale della sinistra alternativa al PD ed alla socialdemocrazia europea.

Proposta di modifica statutaria che rischia seriamente di essere incompatibile con le norme dello Statuto del PRC.

Si chiede, insomma, di aderire al buio a PAP, mettendo a rischio l’esistenza stessa di RIFONDAZIONE COMUNISTA.

Ciò a maggior ragione, avendo già anticipato la volontà di cessione di gran parte della sovranità del partito a PAP, rinunciando ad un ruolo esplicito come Partito ed avendo accettato anche forme decisionali che non danno alcuna garanzia al Partito di un’effettiva capacità di influenza sulle scelte del futuro soggetto.

Questa scelta è, a nostro avviso, anche in contrasto con la scelta politica di fondo del documento votato all’ultimo CPN del 15 e 16 luglio di lavorare per la costruzione del quarto polo, che rischia di essere vanificato e stravolto da future decisioni assunte da PAP.

Noi vediamo invece che si lavora più per incentivare le adesioni degli iscritti a Potere al Popolo!, mentre occorrerebbe concentrarsi sul tesseramento al Partito, vediamo che anziché impegnarsi per la costruzione di un quarto polo tanto più urgente di fronte all’assenza di iniziativa contro questo governo ed alla necessità di costruire un’ampia, coerente ed efficace opposizione, si impegnano quasi esclusivamente su PAP le energie locali e nazionali del Partito.

Per questi motivi abbiamo deciso di dar vita, con profondo senso unitario, ad una assemblea nazionale di tutte le compagne ed i compagni che vogliono salvare e rilanciare il PRC-SE per sostenere una battaglia di opposizione nel paese, per mobilitare le energie disponibili a contrastare un governo xenofobo con contorni populisti e per costruire, a partire dalle prossime elezioni europee, una lista ed un’esperienza unitaria, di cui PAP può essere un pezzo importante ma non esclusivo, tesa ad offrire a tutte le donne e gli uomini più colpiti dalla crisi, un’alternativa che migliori le loro condizioni di vita, battendosi per il lavoro contro ogni forma di precariato, per le pensioni, contro le devastazioni ambientali e per una società più giusta fondata su una parità di genere come chiesto da milioni di donne in lotta in tutto il mondo.

In questa assemblea decideremo collettivamente quali iniziative assumere.

DIBATTITO / Condividendo il dispositivo del Cpn i dubbi sulla propria sovranità in PaP

Pubblicato il 7 set 2018 in dibattito

Luciano D’Aiello*

L’esito delle elezioni generali del 4 marzo scorso ha segnato un vero e proprio terremoto politico, un evento di prima grandezza che ha travolto gli assetti e gli equilibri su cui si è retta, per oltre due decenni, la seconda repubblica, modificandone profondamente il profilo.
Lo scenario che si è venuto a delineare presenta per la prima volta in Europa la sconfitta pesante dei partiti che da sempre fanno riferimento alle due principali, storiche, famiglie politiche continentali, quella democristiana e ‘popolare’ e quella socialista, e l’affermarsi di forze politiche che fanno del richiamo al populismo, variamente declinato nelle versioni di destra e in quelle movimentiste e (apparentemente) post ideologiche, il loro tratto primario. La svolta è senza dubbio di portata storica ed è sempre meglio tenere a mente – facendo tesoro delle lezioni della storia – che l’Italia, in più di un’occasione, si è rivelata essere laboratorio di inedite sperimentazioni politiche e anticipatrice di tendenze e movimenti che si sono rivelate essere ben più estese e ampie delle dinamiche interne e dei confini nazionali.
Il Partito democratico, che sin dalla sua costituzione ha rappresentato nel Paese l’espressione principale del capitalismo finanziario egemone in Europa e costituito la forza politica più convintamente aderente ai dettami delle tecnocrazie europeiste di Bruxelles e della Troika, ha subito una gravissima sconfitta, che va oltre gli stessi numeri e i dati percentuali. Altrettanto grave è stata la sconfitta delle residue forze della sinistra del nostro Paese, già fortemente debilitate da un decennio di arretramenti, di divisioni, di scollamento oggettivo da quel popolo che pure voleva rappresentare e che, seppur parzialmente, in passato ancora era riuscita a rappresentare. Liberi e Uguali, una aggregazione di ceto politico di svariata provenienza, in più di un caso preoccupato più che altro di non perdere definitivamente la propria collocazione in parlamento, ha ottenuto un risultato al di sotto di ogni più pessimistica previsione, riuscendo a superare lo sbarramento elettorale del 3% di appena qualche decimo di punto. Potere al Popolo,  formazione politica nata appena 100 giorni prima della data delle elezioni, ha raggiunto il minimo storico della sinistra comunista e radicale in Italia, ottenendo poco più dell’1%, fin qui il dato più basso della sua intera storia.
A fronte di un tale quadro, difficilmente contestabile – che descrive nella sostanza un cratere, una devastazione, un paesaggio desertico per l’intera sinistra italiana, comunque articolata, mentre vede, all’opposto, un grande consenso, oltretutto crescente, per le forze che sostengono l’attuale governo – il CPF di Foggia ritiene che il compito dei comunisti e di Rifondazione in particolare, non sia quello di arrendersi o quello di rifugiarsi in un accogliente e rassicurante minoritarismo, ma, ancora una volta e pazientemente, quello di riprendere a tessere i fili della tela che riporti alla costruzione di un rinnovato campo della sinistra antiliberista. Un campo largo e inclusivo che non solo chiami a raccolta tutte quelle forze e movimenti che in questi anni non si sono arresi e hanno continuato a tenere in piedi una prospettiva di trasformazione, ma che sappia suscitare nuove esperienze e attrarre i nuovi soggetti che la crisi del capitale comunque continua a produrre.
Il CPF di Foggia condivide la linea del Partito così come emersa all’ultimo Cpn, ritenendo corretti e utili gli obbiettivi del rafforzamento del Partito, dell’investimento politico in Potere al Popolo e nella necessaria e oramai indifferibile costruzione del quarto polo della sinistra antiliberista e popolare. Tuttavia, proprio tale condivisione rende evidenti una serie di perplessità e dubbi che rendono quanto meno problematica la applicazione concreta di tale linea nella realtà di tutti i giorni e all’interno dei territori. Si registra, anzi, una sorta di contraddittorietà interna tra gli obbiettivi che il Partito si è dato, che determina un disorientamento tra i compagni di Rifondazione. Come conciliare, infatti, il sempre riaffermato obbiettivo del rafforzamento del Partito con la cessione di sovranità che il Partito medesimo si appresta ad operare, invitando ai suoi iscritti di aderire a PaP (chiedendo di fatto agli stessi un doppio tesseramento)? Come conciliare l’autonomia del Partito, di cui Rifondazione è andata sempre giustamente fiera, con l’adesione ad una forza politica di cui nemmeno si conosce lo statuto (o addirittura gli statuti)? Come perseguire l’obbiettivo da quasi tutti condiviso della costruzione del quarto polo, se poi si è all’interno di un soggetto politico che, in sue non secondarie componenti, mediaticamente prevalenti, già percepisce se stesso come ‘quarto polo’? Le domande potrebbero continuare a lungo.
Il CPF di Foggia, pertanto, chiede che il Partito voglia meglio precisare e articolare la sua proposta politica, sciogliendo i dubbi che attraversano larga parte di Rifondazione e rendendone chiari i passaggi. L’incertezza e la mancanza di chiarezza non hanno mai portato da nessuna parte. Per quanto ci riguarda, siamo convinti che Rifondazione Comunista si rafforza non mediante cessioni di sovranità (oltretutto al buio), ma impegnandola concretamente nella costruzione di un campo largo della sinistra antiliberista; che Rifondazione si rafforza se investe con intelligenza in Potere al Popolo, avendo però del tutto chiaro che Potere al Popolo non è e non può essere in nessun caso e in alcun modo l’esito della storia di Rifondazione e il suo obbiettivo strategico; che Rifondazione si rafforza e torna ad avere il ruolo che le spetta se contribuisce, come solo Rifondazione può fare e come la sua storia ci dice, alla rinascita di una Sinistra, antiliberista e anticapitalista, ampia e unitaria, che torni a contare nel Paese.

*Il testo è stato condiviso dal Cpf di Foggia

DIBATTITO / L’Europa e l’errore strategico di Rifondazione Comunista

Pubblicato il 11 ago 2018 in dibattito

Alessandro Pascale

Propongo questo mio articolo come contributo per la Tribuna dedicata al dibattito politico interno al PRC. Invito l’intera comunità politica del Partito ad una riflessione profonda su questi temi e a ragionare sulle critiche più approfondite mosse al PRC, così come al resto movimento comunista italiano, nell’opera “In Difesa del Socialismo reale e del Marxismo-Leninismo” (cap. 21, dicembre 2017, scaricabile gratuitamente da www.intellettualecollettivo.it). Voglio sperare infatti che questa comunità di comuniste e comunisti che più volte hanno rifiutato di sciogliersi in un’indistinta sinistra plurale, possa tornare a capire le ragioni e le tattiche più adeguate per rilanciare la lotta per il comunismo in Italia. Credo che questo sia interesse farlo per un’organizzazione che si sta avvitando su sé stessa ormai da anni, assottigliandosi sempre di più tra lo stupore e la stanchezza di molti suoi militanti e quadri di lunga durata. Tanti sono gli errori che sono stati fatti. Su tante cose c’è stato bisogno di riflettere. Io spero che nell’opera sopra citata possiate trovare quello stimolo a ripensare tutto daccapo, passando la spugna sugli ultimi decenni di revisionismo che hanno indebolito sempre di più il Partito della Rifondazione Comunista. Partito che per tutti questi anni è stato quello quantitativamente più rappresentativo della classe lavoratrice comunista italiana. Se oggi non lo è più, e questo occorre dirselo, è perché sono stati fatti errori storici. Come quello che segue. “Mi sono convinto che, anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio. […] Occorre armarsi di una pazienza illimitata…” (Gramsci)

Di seguito l’intervento di Lucio Magri (19.02.1932 – 28.11.2011) contro la ratifica del Trattato di Maastricht sull’Unione Europea tenuto a nome di Rifondazione Comunista nella seduta della Camera del 29 ottobre 1992. Nel prosieguo i risultati del voto, con i posizionamenti politici, e un commento critico.

IL DISCORSO DI LUCIO MAGRI

“Signor Presidente, i deputati del gruppo di Rifondazione Comunista voteranno contro il disegno di legge di ratifica del trattato di Maastricht. In questa scelta siamo, qui ed ora, molto isolati, una esigua minoranza a fronte di uno schieramento quasi unanime. Ancora qualche mese fa la nostra sarebbe apparsa una scelta di pura testimonianza, rilevante solo per chi la compie. […] Quali sono dunque, in sintesi, le ragioni del nostro «no»? Innanzi tutto, il rifiuto di una Europa che nasca con un segno marcatamente autoritario. L’unità nazionale è nata in connessione con i primi passi della democrazia moderna; non vogliamo che l’unità continentale corrisponda al suo declino. Ma è questo che sta accadendo, già nel modo in cui il trattato è stato discusso e definito — un accordo cioè tra Governi rispetto al quale i parlamenti nazionali possono solo dire «sì» o «no» —, ma ancora di più nella struttura di potere reale che l’accordo produce. I veri centri promotori e regolatori del processo di unificazione sono e saranno il consiglio delle banche centrali e l’integrazione delle strutture militari. E, se mai, del tutto parzialmente, resta in campo una sede politica che può avere influenza su di loro, tale sede è quella del concerto dei Governi.

A questo punto, dunque, si ratifica e si conclude un processo che durava da anni, che è un processo di trasferimento di potere non solo dallo Stato nazionale al livello sovranazionale, ma, attraverso questo, dalle istituzioni direttamente legittimate dalla sovranità popolare ad istituzioni politiche autonome o a puri poteri di fatto. Il ruolo di comparsa in cui è sempre più relegato il Parlamento europeo, proprio in quello che dovrebbe essere il passaggio dalla Comunità economica all’unione politica, simboleggia questa realtà rovesciata. E mi pare incomprensibile, anzi patetico, il discorso di chi vota il trattato augurandosi che si possa presto completarlo con istituzioni politiche democratiche: Maastricht va esattamente nella direzione contraria.

La seconda ragione del nostro voto non è meno importante, ma anzi lo è ancora più ed è soprattutto più trascurata. Il trattato non fissa solo delle regole e dei soggetti abilitati ad applicarle; fissa anche, direttamente e indirettamente, un indirizzo. L’indirizzo è definito in estrema sintesi così: il funzionamento pieno di una economia di mercato, ma non nel senso — badate — ovvio e banale del riconoscimento del mercato, bensì nel senso di una radicale e sistematica riduzione di ciò che sussiste di non mercantile, cioè di tutti quegli strumenti attraverso i quali le democrazie europee nell’epoca keynesiana, cioè dopo gli anni Trenta e soprattutto dopo il 1945, avevano appreso a governare gli eccessi del gioco cieco del mercato.

Così è esplicitamente e rigorosamente stabilito che le banche centrali non possono finanziare il debito pubblico; che è vietato stabilire prezzi e tariffe privilegiate per imprese o amministrazioni pubbliche; infine, che si istituisce una moneta unica emessa da una banca centrale indipendente dalle istanze democratiche, così come lo erano prima della grande depressione o come lo è oggi la banca tedesca, di cui pure si critica l’ottusità deflazionistica. Ciò che si crea non è dunque solo un potere concentrato, ma un potere usabile in molte direzioni: è, nel contempo, una certa struttura ed una sua direzione di marcia.

Un discorso analogo, anche se meno pregnante, si potrebbe fare sull’unificazione militare. Anche qui, non c’è alcuna unificazione di progetti politico-economici, di politica estera, ma solo la creazione di un apparato che, per sua natura e composizione materiale, è rivolto a garantire possibilità di intervento per arginare crisi che nascono alla periferia dell’Europa e che non si sa come prevenire. Non meno conta, però, l’indirizzo che si definisce in modo indiretto. Ad esempio, con la perdita dell’autonomia monetaria restano allo Stato nazionale gli strumenti della politica di bilancio, ma solo in parte ed apparentemente, perché le politiche fiscali non unificate sono vincolate, anzi, dalla circolazione libera dei capitali a farsi concorrenza nel senso di essere più permissive per attirare risorse. Vincoli monetari e vincoli fiscali si sommano così nell’imporre la via obbligata del contenimento strutturale e non congiunturale della spesa pubblica, degli investimenti sociali o comunque a lungo termine.

Tutto ciò ovviamente non è del tutto nuovo. Ieri il Presidente Amato ha riconosciuto con insolita franchezza che l’Italia vive ormai in un regime di sovranità limitata, e non solo l’Italia, se è vero, com’è evidente, che anche paesi come l’Inghilterra, che non hanno un grande disavanzo pubblico, o come la Svezia ormai sentono il peso di un potere esterno cui non riescono ad opporsi. Ma di questa sovranità limitata Maastricht è una sorta di ratifica, di legittimazione definitiva, e il prossimo prestito che l’Italia otterrà dalla Comunità comincerà a definire già il primo protocollo delle sue clausole. Non è allora esagerato dire che disoccupazione e taglio dello Stato sociale sono inerenti al contenuto del trattato; il prezzo scontato della linea di politica economica in esso implicita ma molto rigorosa.

Vengo così alla terza ed ultima ragione del nostro «no». Nella logica di questo tipo di unificazione europea (ecco il punto che si dimentica) è non solo prevedibile, ma fatale, la prospettiva dell’aggregazione selettiva delle aree forti e dell’emarginazione ed esclusione delle periferie e semiperiferie. Non è vero, e soprattutto non è vero in questa fase, che il gioco di mercato, la supremazia dei parametri finanziari, la priorità del cambio tendano a promuovere un allargamento della base produttiva. Anzi, è evidente proprio il contrario: in assenza di politiche attive di sviluppo, le aree più deboli, financo all’interno dello stesso paese, regrediscono. E così, mentre si solidifica un centro forte che tende ad attrarre ed integrare regioni limitrofe anche fuori dalla Comunità, si emarginano interi paesi più deboli.

La linea di confine — lo sottolineo — tra i due processi attraversa nel profondo la realtà italiana, il nord e il sud. Cosicché, se da un lato è probabile che l’Italia nel suo insieme non sia in grado di rispettare gli esorbitanti vincoli posti da Maastricht per il 1997, e sarà dunque costretta ad una rincorsa insieme affannosa e perdente, dall’altro lato in questa prospettiva dell’Europa a due velocità troviamo una chiave di lettura ed un moltiplicatore travolgente delle spinte secessioniste nell’Italia, nel prossimo futuro.

Maastricht non promette allora l’unità dell’Europa, ma in compenso promuove la divisione dell’Italia e, più in generale, una moltiplicazione, che già si registra ovunque, di spinte, passioni, interessi localistici e di subculture nazionali. Non è un passo imperfetto e parziale verso l’unità europea, ma il rischio della sua crisi.

C’era e c’è un’altra strada? C’era, a mio parere, e c’è. È quella coraggiosa di una costituente politica europea che produca insieme istituzione e soggetti politici unitari e democratici. È quella, dall’altra parte, dell’unificazione delle politiche economiche effettive come strumento di sviluppo orientate sulla priorità dell’occupazione, del risanamento ambientale, dell’allargamento della base produttiva regionale. Ma per percorrerla occorrerebbe costruire una sinistra politica e sindacale, riconquistare un’autonomia culturale rispetto alla genericità retorica dell’europeismo degli ultimi anni. Su questo terreno il ritardo è però grandissimo. C’è, e opera, un soggetto politico culturale forte, organizzato nel capitale internazionale. Esso ha i suoi strumenti nella circolazione dei capitali, addirittura una lingua propria: l’inglese impoverito dei managers.

La sinistra invece, e in generale le forze politiche democratiche, come soggetto europeo quasi non esiste. L’Internazionale socialista è ormai un involucro in gran parte vuoto. L’Internazionale comunista non c’è più, quella verde non è decollata, un’Internazionale cattolica non è mai esistita. Ecco, a maggior ragione, occorre per questo trovare un punto di partenza da cui invertire una tendenza, da cui risalire una china che porta ad una unità dimidiata e ad un’unità dai contenuti che ho descritto. Il problema, per noi, è allora proprio questo. Il «no» a Maastricht e la lotta contro le sue conseguenze nei prossimi anni saranno una battaglia che permetterà di cominciare a costruire un’Europa diversa, un Europa democratica nelle sue istituzioni, socialmente definita nei suoi traguardi e nei suoi obiettivi. Le ragioni del nostro «no» sono dunque contestuali ad un «sì» per un’Europa diversa. E constatiamo con grande stupore come tanta parte della sinistra italiana, su questo terreno, non abbia saputo trovare quanto meno gli accenti di una diversità, di un’alternativa. Come si fa a volere un’alternativa in Italia, con questa ammucchiata senza forma sui grandi temi delle prospettive dell’Europa?”

 

I RISULTATI DEL VOTO E I POSIZIONAMENTI POLITICI

 Il risultato finale del voto alla Camera  stato di 403 voti favorevoli, 46 contrari e 18 astenuti. Commento del giornalista Leopoldo Fabiani per “La Repubblica” da cui emergono anche le altre prese di posizioni politiche sulla questione: “se ieri il voto ha richiamato in Parlamento un numero notevole di deputati, non si può nascondere che nei giorni scorsi, durante il dibattito di merito a qualche deputato è capitato di parlare all’aula deserta. E sì che, dopo la decisione di partecipare alla guerra nel Golfo, questa è la più importante scelta di politica estera presa dall’Italia negli ultimi anni […]. Il governo ha respinto anche tutti gli ordini del giorno che comportavano emendamenti o “riserve” sul trattato che va “approvato o respinto così com’è” come ha spiegato anche il presidente della Camera Giorgio Napolitano.

 

Sono stati invece accolti come “raccomandazioni” ordini del giorno presentati dall’ opposizione, come quello del Pds firmato da Massimo D’Alema o quello dei Verdi di Francesco Rutelli. I Verdi si sono poi astenuti nel voto finale (altrettanto ha fatto la Rete) perché chiedono un maggiore impegno sulla democratizzazione della Comunità. Contrario il Msi: “Il trattato è un mostriciattolo giuridico e costituzionale che non salvaguarda gli interessi nazionali”, ha detto Mirko Tremaglia. E anche Rifondazione comunista: “Nasce un’ Europa autoritaria decisa dalle banche centrali e dalle stutture militari”. Il gruppo di Marco Pannella, in nome di Altiero Spinelli, non se l’è sentita di votare contro né di astenersi. Ma ha lasciato in aula un solo deputato a votare a favore. Infine i deputati ‘pacifisti’ del Pds che hanno parecchie riserve sul trattato, si sono riconosciuti nella “sofferta decisione” di approvare annunciata dal capogruppo D’ Alema. Ora che il trattato è approvato, l’Italia si è assunta un impegno tutt’altro che leggero. C’è il sentiero del risanamento finanziario, obbligatorio per rispettare i criteri previsti dall’ Unione monetaria, stretto, ripido e molto faticoso, soprattutto per quello che riguarda il deficit pubblico.”

LA LOTTA REVISIONISTA PER LA DEMOCRATIZZAZIONE DELL’EUROPA 

L’analisi di Magri è tuttora di grande attualità, mostrando come l’Europa che nascesse fosse un’Europa dei Capitali, della Borghesia. Un modello nato secondo linee anti-democratiche e che trovava il modo di far diventare paesi a sovranità limitata i suoi aderenti. Il tutto facendo presagire l’attacco allo Stato sociale e l’impoverimento relativo della grande maggioranza della popolazione italiana. Un’analisi di fase eccellente, seppur contingente e incapace di coglierne la natura profonda, ossia la controffensiva in atto da parte dell’imperialismo in ambito globale a seguito della caduta dell’URSS (1991). Questa carenza mina profondamente la parte finale del discorso di Magri, da cui scaturisce una proposta politica di lottare per la democratizzazione dell’Europa.

I comunisti votavano contro la costituzione dell’Europa imperialista e promettevano di avviare una lotta per la sua democratizzazione; non per la sua distruzione quindi, come insegnavano invece chiaramente Marx, Engels, Lenin e Gramsci. Per avanzare verso il socialismo le strutture e le sovastrutture della Borghesia si possono solo distruggere, non certo riformare. Il revisionismo era però parte integrante da anni ormai del complesso del movimento comunista italiano, che aveva ripudiato in massa il marxismo-leninismo, pur nella protesta diffusa della base militante. Una delle massime espressioni politiche della candida “via italiana al socialismo”, la mente marxista di Lucio Magri, mostrava qui tutti i suoi limiti con una proposta politica utopistica che dimenticava gli insegnamenti della storia del movimento comunista internazionale.

La convinzione di dover e poter riformare l’Europa diventa negli anni successivi la tomba del movimento comunista italiano e della sua avanguardia politica. Il Partito della Rifondazione Comunista si rivela, sia nella sua fase parlamentarista (periodo Bertinotti, 1994-2008), sia in quella extra-parlamentare (periodo Ferrero, 2008-2017), sempre incapace di riscoprire la dottrina leninista dell’imperialismo, incappando così in disastrose analisi e nelle conseguenti proposte politiche sempre meno incisive. L’accumularsi degli errori politici ha avuto l’effetto di distogliere milioni di proletari, che avevano retto ideologicamente alla caduta dell’URSS, dal marxismo e dalla consapevolezza sulla necessità di avere un’organizzazione politica rivoluzionaria e marxista alla testa delle lotte di classe quotidiane.

Il PRC non ha perso quindi solo la fiducia delle avanguardie della classe lavoratrice, ma ne ha favorito con i propri errori un allontanamento popolare dalla teoria più avanzata a disposizione degli oppressi per la conquista della propria emancipazione politica e spirituale: gli insegnamenti del marxismo-leninismo e del socialismo “reale”. Alle nuove generazioni-avanguardia spetta ora il compito di ricostruire con calma e determinazione la connessione sentimentale tra la classe lavoratrice e la lotta di classe organizzata. Quando si avrà la forza di portare l’attacco al cuore per distruggere l’Europa imperialista, si avrà anche la forza per prendere il potere politico lanciando la rivoluzione socialista.

[fonti: Partito della Rifondazione Comunista Bergamo, “Lucio Magri e il No di Rifondazione Comunista al Trattato di Maastricht”, 28 novembre 2017, disponibile su http://www.prcbergamo.it/2017/11/28/28-11-2017-lucio-magri-e-il-no-di-rifondazione-comunista-al-trattato-di-maastricht/, L. Fabiani, “L'Italia approva Maatricht”, “La Repubblica”, 30 ottobre 1992, disponibile su http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1992/10/30/italia-approva-maastricht.html; il pezzo è stato ripreso da "L'AntiDiplomatico" ed è disponibile su https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-leuropa_e_lerrore_strategico_di_rifondazione_comunista/82_25054/]

 

DIBATTITO / Marchionne l’uomo della provvidenza per i soci FCA

Pubblicato il 29 lug 2018 in dibattito

Antonio Bianco

La morte di Marchionne ex AD di FCA ha lasciato un vuoto incolmabile fra i suoi cari ed incertezze sugli investimenti in Italia. L’azzeramento del debito certificato a luglio dopo la sua morte pone nuove prospettive di sviluppo ma anche tante incertezze dovute alla cessata produzione della Punto a Melfi con la messa in cassa integrazione degli operai. Risvolti negativi che potrebbero riflettersi su tutto l’indotto nonché sugli altri stabilimenti FCA presenti in Italia. I traguardi lusinghieri di FCA sono stati raggiunti con una politica di drastica riduzione del personale ridotto a poco più di ventimila unità, al trasferimento all’estero della sede fiscale ed amministrativa, ai mancati investimenti sui nuovi modelli pur di ridurre il debito, al Jobs Act che ha consentito, non solo a FCA, di asservire i lavoratori a logiche neocapitaliste di sfruttamento del personale, costretto a tacer sugli infortuni in fabbrica pur di conservare il posto di lavoro. I tanti licenziati lasciati da soli senza alcun sostegno pur avendo contribuito a rendere grande, nel mondo, FCA. Non posso tacere tutto questo e vorrei che almeno la morte ci rendesse tutti uguali anche davanti al Parlamento, il quale ha dedicato un minuto di silenzio all’annuncio della morte dell’ex AD di FCA. Vorrei che lo stesso atteggiamento fosse tenuto per i tanti morti sul lavoro, circa quattro ogni giorno, almeno una volta al mese. La morte rende tutti uguali ma in Italia anche questo ineluttabile e naturale evento ci divide in classe sociale, individua la casta di appartenenza, il censo e solo i più alti nel rango sociale meritano un ricordo, gli altri sono dei pària. La grandezza di un manager si vede dalle sue doti di condurre in porto battaglie epiche che non devono calpestare i diritti Costituzionali e quelli del lavoratore, considerato una macchina obsoleta da sostituire o eliminare quando il mercato impone dei sacrifici.

In questo cordoglio generale delle Istituzioni e delle parti Sociali, giusto e doveroso, occorre fare una riflessione attenta anche sul comportamento del Sindacato che, in questi anni, ha avallato la politica di eliminazione dei diritti garantiti dalla Costituzione. Il sindacato che offre servizi e non protegge il lavoratore, che abdica al suo compito, che pur di preservare l’unità sindacale, sottoscrive un contratto di lavoro, scaduto circa sette anni fa, che riconosce aumenti salariali lesivi della dignità del lavoratore. Un sindacato fatto di parole vuote, incapaci di incidere nella vita di ognuno di noi, che non combatte la precarietà e tutte le forme di flessibilità.

Da questo sindacato, oggi e per sempre, vorremmo una dichiarazione di guerra alle morti sul posto di lavoro, definite bianche, ma che hanno il colore nero del lutto indossato dai familiari dei lavoratori deceduti. Evento luttuoso provocato dalla scarsa formazione del lavoratore, dal mancato rispetto delle regole sulla sicurezza che incidono pesantemente sull’integrità fisica degli operai. Senza prevenzione e controlli dell’Ispettorato del lavoro il gioco è fatto: si assicura il massimo profitto all’imprenditore e si mette a rischio la vita del lavoratore.

Vorremmo dal Sindacato la guerra, condotta con le armi della legalità alle disuguaglianze, alla precarietà, alle ingiustizie sociali e culturali. Una lotta senza quartiere alla delinquenza organizzata, quest’ultima causa ed effetto della distruzione del tessuto lavorativo sano e che sottrae risorse da investire nel recupero ambientale, in quello del patrimonio edilizio e ancor più del patrimonio storico-culturale, forse, unica strada per la rinascita del nostro Paese e la creazione di nuovi posti di lavoro.

FCA ha azzerato il debito, azione utile solo ai soci, ma ha mortificato la dignità della persona, ridotto i diritti e precarizzato il rapporto di lavoro. Manca il senso di equità e giustizia cardini di una Comunità civile e solidale vocata alla valorizzazione del Bene Comune. Se queste sono le premesse, la morte di Marchionne, ex AD di FCA, ha evocato negli italiani scenari di isolamento e di disoccupazione e non ha rappresentato una fase di riflessione e cordoglio, ma solo di scontro sociale.

DIBATTITO / Per una percezione unitaria della sinistra come identità, prima che come cartello elettorale

Pubblicato il 15 lug 2018 in dibattito

Stefania Castellana 

La difficoltà dell’attuale fase politica rende piuttosto ostica la redazione di un’analisi puntuale e, in qualche modo, utile al dibattito in uno spazio così breve. È tuttavia evidente che il 4 marzo ha segnato uno spartiacque sia per il Paese che per la sinistra e la crisi di identità che attraversa Rifondazione Comunista dopo aver sostenuto il progetto PaP ne è un ulteriore segnale. La maggior parte degli interventi si è concentrata sul dibattito legato al ruolo di RC nei confronti di PaP che, di per sé, rende palpabile l’esistenza di un problema legato da un lato alla gestione della comunicazione da parte del movimento, dall’altro al posizionamento di RC nell’ambito di questa esperienza. Dico subito che la mia personale posizione è che se cessione di sovranità (o presa di coscienza di una subalternità, preferisco questa definizione) ci deve essere, questa deve avvenire nei confronti di un progetto destinato a essere inclusivo nel tempo e che, soprattutto, ai proclami permetta di dar seguito ai fatti. Sinora, l’atteggiamento che io rilevo in PaP non collima con la mia personale visione di una nuova sinistra. Che, tuttavia, non vuol dire che il tempo non possa portare a una convergenza di visione a seguito di qualche correzione sotto il punto di vista gestionale e anche comunicativo.

E proprio questo aspetto della comunicazione mi permette di aprire una parentesi, a mio parere, di fondamentale importanza nella prospettiva della costruzione di un soggetto di sinistra ampio. L’utilizzo dei social network è senza dubbio diventato importantissimo, ma rispetto a quella che è la nostra storia culturale ha una grossa falla: la superficialità. Ed è stata, purtroppo, una delle caratteristiche che ha connotato la nostra campagna elettorale, con “meme” sempre all’attacco di qualcuno – e mai propositivi – e un programma di buon senso nelle parole d’ordine ma carente sotto il punto di vista dei contenuti. Per restare alle questioni di mia competenza – cultura e patrimonio storico-artistico – l’assenza di riferimenti precisi all’abolizione della Riforma Franceschini  è sintomatico di quanto rilevato sopra.

Pertanto ritengo fondamentale un cambio di atteggiamento generale: innanzitutto, non possiamo stare a rimorchio dell’agenda propagandistica di Salvini e co., limitandoci a dissentire. È necessaria una azione  propulsiva, che individui dei temi e prospetti uno sviluppo concreto per una soluzione. Ciò, nella condizione di estrema frammentazione in cui versa la sinistra in Italia, è estremamente difficile. Come ricucire i vari brandelli? La presenza fisica e il dibattito sui territori è fondamentale, ma credo fermamente che per arrivare a un’unione di intenti ci debba essere una condivisione di battaglie da portare avanti. Dalla riflessione su esperienze a me vicine viene un invito: la costituzione di una piattaforma di informazione di sinistra che si faccia portavoce delle istanze da tutti i territori. Non si tratta dell’ennesimo sito internet ma di un progetto, da discutere anche con i compagni delle altre realtà politiche e dei territori, nel quale far confluire, in maniera organica, materiale di informazione dai territori e sulle principali tematiche sulle quali, spesso, siamo impreparati (o assenti). Uno strumento che sia di informazione ma anche, e soprattutto, di formazione; che sia un punto di riferimento per il popolo della sinistra e che si caratterizzi come spazio di dibattito reale, evitando la dispersione in mille rivoli dell’informazione. Un’esigenza di cui, peraltro, alcuni compagni si sono già fatti portavoce in altri contesti.

L’ esempio di buona pratica a cui faccio riferimento viene, ancora una volta, dal mio comparto di appartenenza (totalmente dimenticato dalla sinistra), quello dei Beni Culturali. L’esperienza a cui faccio riferimento è la piattaforma Emergenza Cultura, nata due anni fa da una manifestazione che riuniva gli operatori della cultura contro il volontariato e le riforme che stanno strangolando la tutela del patrimonio, aprendo a una utilizzazione dello stesso in chiave aziendalistica e non di crescita culturale del Paese. Il sito ospita quotidianamente denunce, interventi dai territori, approfondimento sulle tematiche di carattere nazionale e internazionale legate ai Beni Culturali. È diventato, insomma, un punto di riferimento per un popolo di lavoratori (anche se non li riconosce nessuno come tali) che non ne aveva.

Nel mondo in cui l’informazione viaggia tramite web senza alcun filtro e con un parterre di fruitori sempre meno abituato alla pratica della verifica delle informazioni, avere un luogo in cui poter trovare la soluzione di sinistra, in un’unità di intenti dichiarata da principi che siano comuni a tutte le organizzazioni partecipanti, sarebbe un grande passo avanti verso la percezione di qualcosa di nuovo e ampio che si muova dai territori, che resista alla dittatura della superficialità, che dimostri che c’è una base ma anche dei vertici impegnati per la costruzione di una nuova consapevolezza di essere cittadini. Di essere di sinistra.

In questo credo che Rifondazione possa essere in grado di dare, dal punto di vista intellettuale e dell’analisi – ma anche politico, se ci sarà la volontà – un grosso contributo.

DIBATTITO / Avanti popolo

Pubblicato il 14 lug 2018 in dibattito

Stella Isacchini

Vincenzo Salvitti

Marco Schettini

Il governo della reazione

Le elezioni politiche del 4 Marzo con l’affermazione del movimento 5stelle e della coalizione di centrodestra a trazione leghista e la travagliata ma riuscita nascita del governo Conte, Salvini, Di Maio segnano un salto di fase politica molto rilevante nel paese: la politica trasformista dei “5stelle”, per sua natura ambivalente e opportunista è surclassata e fagocitata dalla politica “coerentemente” reazionaria della Lega, che nel passaggio trimestrale dalle elezioni alla formazione del governo vede crescere i suoi consensi del 70% (dal 17% al 29%).

Quello che abbiamo di fronte è un governo che sta praticando politiche xenofobe sull’immigrazione e che cerca alleanze, a livello europeo, con i governi dei paesi del gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia). Sono presenti nel governo posizioni esplicitamente sessiste ed omofobe ma la caratteristica principale che lo contraddistingue è l’intreccio tra cultura conservatrice e reazionaria con proposte di politica economica iper-liberista come la flat-tax, che, se applicata, produrrebbe una fortissima redistribuzione della ricchezza verso l’alto.

Avanza un populismo fiscale, penale, sociale, etnico, costituzionale, che si fa azione di governo. Siamo di fronte ad un governo “di riequilibrio“, espressione di una parte della borghesia italiana, (settori produttivi e ceti professionali che influenzano amplissimi strati di lavoratori, disoccuppati, inoccupati) che mira a ricontrattare politicamente il proprio ruolo in ambito europeo, per ottenerne vantaggi economici rilevanti. A questo scopo mostra un cinismo disumano sui migranti, solleticando istinti esplicitamente razzisti.

Ma c’è di più: non è impossibile che il movimento 5-stelle e la Lega intendano,  consolidare l’alleanza per il futuro, ben sapendo che il loro non sarà un governo per la legislatura, puntando cioè a (stra) vincere le prossime elezioni.

Rimane da osservare come si dispiegherà concretamente l’azione governativa nella prossima fase e nei meccanismi e nei rapporti economici europei. Il tentativo da parte del 5stelle con il cosiddetto “Decreto dignità” di recuperare consenso nella competizione con la Lega, di certo non smantella il “jobs act” ma introduce solo elementi correttivi e limitati sui contratti a termine e sugli indennizzi in caso di licenziamento illegittimo, ben lungi da un intervento di riduzione organica della precarietà (tipologie contrattuali) o di reintroduzione dell’articolo 18 per tutti. Anche il provvedimento sulle delocalizzazioni rimane monco senza nessun ridisegno degli ammortizzatori sociali. Negativa l’abolizione dello split payement e grave l’annunciata reintroduzione dei voucher in agricoltura e turismo.

L’opposizione necessaria

La posizione iniziale di “Potere al popolo”, mentre era in corso lo “scontro” nella composizione del nuovo governo tra il 5stelle/Lega e il Presidente della Repubblica, sul caso Savona, non ci è sembrata individuare correttamente l’urgenza di una denuncia politica del carattere reazionario del nuovo governo (composto interamente da forze che NON sono antifasciste). Sarebbe stata necessaria, invece, una posizione di difesa esplicita dei valori fondanti la Costituzione, come quello dell’antifascismo, che ci avrebbe distinto correttamente dall’opposizione liberista del Pd e dalle motivazioni economiche di Mattarella.

Non possono esserci equivoci ed è bene ribadire che non si tratta di un governo “contro” i poteri forti come pure ha detto “Potere al popolo” ad un certo punto, ma di un governo che è espressione di frazioni di classe della borghesia italiana, quelle oggi più propense ad avventure autoritarie: quindi l’opposizione ad esse non può essere solo “programmatica” ma deve essere anche di principio.

Il nostro compito di fase come comunisti è quello di contrastare il consolidamento di un blocco sociale reazionario che possa derivare dal governo Lega/5stelle.

Se questo avvenisse si aprirebbe, nel medio periodo, uno lunga stagione di “autoritarismo” nel nostro paese. Per questa ragione non condividiamo posizioni come quelle espresse da una delle componenti di Potere al popolo (ex-Opg), in occasione del decreto dignità, tese ad una sorta di opposizione costruttiva che rischia, nel malcelato tentativo di dialogare con “il popolo”, di alimentare ulteriori illusioni sulle virtù taumaturgiche di questo governo. Sebbene in questi anni il movimento 5-stelle abbia consolidato progressivamente il proprio voto elettorale (con la significativa eccezione di Roma durante la prima prova di governo in una grande città), l’accordo con la Lega e il profilo politico del governo possono incrinarne il consenso in quella parte di elettorato precedentemente e genericamente orientato a sinistra. Il nostro compito è quello di evitare approcci “costruttivi” o viceversa “ultrasinistri” che rischiano, semplicemente, di regalare questo settore al Partito Democratico.

 

 

Rifondazione Comunista, Potere al Popolo e il quarto polo

La mozione congressuale approvata a Spoleto, al X congresso del Prc, recita:

Rilanciamo con forza la nostra proposta di costruzione di un soggetto unitario della sinistra antiliberista che raccolga il complesso delle forze sociali, culturali e politiche che si pongono sul terreno dell’alternativa alle politiche liberiste, dunque alternativo al PD ed ai socialisti europei. (…) Continuiamo a lavorare in questa direzione valorizzando tutti i percorsi unitari sin qui costruiti, a partire dalle esperienze già sperimentate nei territori e dall’iniziativa della rete delle “città in comune” con l’obiettivo di dar vita ad un processo di aggregazione. Invitiamo le altre formazioni della sinistra di alternativa a intraprendere con determinazione un percorso che vada oltre l’ottica della mera lista unitaria e a condividere un progetto che vada oltre il perimetro degli attuali partiti senza chiedere a nessuno di sciogliersi.”

Il progetto elettorale di “Potere al Popolo” scaturisce, come d’altra parte quello di Liberi ed Uguali, dalla rottura del “Brancaccio”. Il fallimento politico di quel percorso e la costrizione temporale per la presentazione delle Liste hanno dato al progetto elettorale di “Potere al Popolo” un carattere essenzialmente  reattivo e difensivo, il tentativo cioè di mantenere in piedi lo spazio politico dell’alternativa antiliberista (unica altra opzione era la presentazione di liste del Prc).
Si sono manifestate nella rottura, per semplificare, una “destra” e una “sinistra”, con opzioni politiche conseguentemente opposte; quella di LEU protesa a una riedizione di nuove formule alchemiche di centrosinistra.

Il voto del 4 Marzo segna uno spartiacque. Le ambizioni “centrosinistre” si sono infrante su un drammatico scoglio elettorale, con il tracollo del Pd e su uno stentatissimo superamento della soglia del 3% da parte di Leu, che partiva da ambizioni a due cifre.

Il risultato di “Potere al Popolo” è stato invece drammaticamente insufficiente (1,1%) per poter svolgere efficacemente il compito di riaggregare il complesso delle forze sociali, culturali e politiche antiliberiste, stante il nostro il mandato congressuale. I risultati delle elezioni politiche, dunque, segnano seccamente una sconfitta elettorale delle due opzioni fuoriuscite dal Brancaccio.

La rottura di quel percorso ha avuto il merito, però, di chiarire quali sono le opzioni strategiche in campo e dove proseguire l’impegno del nostro partito nella costruzione della sinistra antiliberista. Le elezioni amministrative del 10 Giugno 2018 ci hanno fornito nuove e ulteriori indicazioni.

Per prima cosa va sottolineata la negativa assenza di liste di sinistra alternativa in circa la metà dei Comuni. Laddove si sono presentate, le liste di sinistra hanno ottenuto dei risultati importanti, come a Pisa (Città in Comune, Prc e Possibile) dove sfiorano l’8%, ad Ancona (L’altra idea di città), 6,7%, a Grottammare (Ascoli Piceno) dove viene eletto a Sindaco al primo turno, il compagno Piergallini e Bussi sul Tirino (Pescara) con l’elezione a Sindaco di un nostro compagno. Risultati importanti ci sono stati in Sicilia a Francofonte (22%) e a Partinico (10%). Potere al Popolo ha ottenuto un buon risultato a Campi Bisenzio, con il nostro compagno Lorenzo Ballerini, (5,9%) e a Massa, (3.64%) mentre ha avuto pessimi risultati a Brescia, (0.86%) e nell’ottavo municipio di Roma.

Dove ci siamo presentati con la lista di Rifondazione comunista, da soli o con un simbolo composito, i risultati non sono drammatici e smentiscono la “vulgata” dell’irrilevanza elettorale del Partito.

Rispetto alle politiche, anche se i risultati non sono comparabili e si tratta di piccoli centri, il Partito ottiene in voti assoluti e percentuali risultati uguali o superiori a quelli di “Potere al Popolo”: Chiaravalle (2.75%), Anzio (2%), Corciano (2.5%), Martellago, (2.3%).

L’analisi del voto amministrativo segnala, quindi, in un quadro negativo di assenza in circa la metà dei comuni, una pluralità di esperienze locali e una rete nazionale come quella delle “Città in Comune”, che necessariamente devono entrare a far parte della costruzione dell’alternativa antiliberista.

L’ovvia conclusione è che Potere al Popolo è parte importante della sinistra alternativa, ma non può esserne l’unico elemento, né disegnarne l’intero campo. Riteniamo sbagliata, quindi, l’opzione politica che identifica “Potere al Popolo” come l’unico soggetto antiliberista in cui investire strategicamente ed errata anche la variante tattica in cui Potere al Popolo assuma il ruolo di centro assorbente di altri soggetti.

Il quarto polo, la sinistra antiliberista ed anticapitalista, può invece essere lo strumento idoneo a tenere insieme differenze, radicalità e unità. Lo stesso movimento politico del Sindaco di Napoli, De Magistris, forte di un consenso locale ampio e di un immagine positiva in larghi settori della sinistra può dare un forte impulso in direzione della costruzione del quarto polo. Un contributo importante possono darlo militanti senza appartenenza, personalità, realtà politiche, sociali, di movimento e sindacali che oggi non sono in “Potere al Popolo” e scelgono coerentemente una prospettiva antiliberista.

E’ bene specificare quale, a nostro avviso, debba essere il ruolo del Prc in questo contesto.

L’orientamento acquisito al nostro interno, da anni, è che la eventuale cessione della sua “sovranità” o autonomia è ammissibile solo in materia di elezioni e costituzione della rappresentanza istituzionale, restando in capo al partito la titolarità piena di ogni altra attività.

Prima di essere una questione statutaria, che pure si pone, con riguardo agli articoli 3  (“Non è ammessa la contemporanea iscrizione al partito e ad altra organizzazione partitica” ) e  10  (“Lo scioglimento del partito, la sua confluenza o unificazione in una nuova soggettività politica possono essere decisi solo dal congresso del partito con la maggioranza dei due terzi delle delegate e dei delegati”) si tratta di una questione prevalentemente politica.

In “Potere al popolo” affiorano interlocutori con una cultura politica correttamente radicale, in termini generali, ma declinata in forma minoritaria nella proposta politica e settaria nella pratica delle relazioni.

Decidere di non “fare politica”, come ad esempio nelle elezioni regionali della Val d’ Aosta, (Potere al popolo ha provato a presentarsi da solo, scontando una rottura interna e senza peraltro essere riuscito a raccogliere le firme, mentre la lista di cui potevamo far parte ha raggiunto il 7.5%, eleggendo 3 consiglieri) di fronte ad uno smottamento enorme dell’elettorato di sinistra, scegliere di perseguire la costruzione di sé come opzione identitaria e strutturata è, secondo, noi, una forma di minoritarismo politico, che impedisce a Potere al popolo di dare un importante contributo alla prospettiva dell’alternativa.

Per dispiegare al meglio le sue potenzialità “Potere al Popolo” non deve chiudersi, di fatto, nella nascita di un nuovo Partito: obiettivo anche apprezzabile per un centro sociale o per una rete come Eurostop, ma improponibile per il Prc. Non solo perché il Partito già ce l’abbiamo ma perché abbiamo una ambizione più grande: ricostruire la sinistra alternativa e antiliberista, ricomponendo soggetti politici, sindacali e associativi, senza torsioni moderate né estremistiche e con l’ambizione di svolgere un ruolo centrale in questo processo, favorendo il dialogo tra diversi e trovando le forme più adeguate per tenere insieme tutti e tutte, (coalizione, confederalità, ecc..).

L’esistenza politica di “Potere al Popolo” per noi ha senso, dunque, se le sue “componenti” accettano di essere parte di un aggregazione più vasta, senza interdizioni da e verso nessun soggetto antiliberista, o se sono capaci di farsi esse stesse promotrici di un processo più largo.

In tal caso, servirebbero un appello ampio, la scelta di continuare ad essere un movimento politico aperto ed includente, dentro una coalizione plurale, popolare e radicale dove possono essere adottati metodi decisionali simili a quelli che furono del “Genova Social forum”, cioè pieno riconoscimento reciproco di ogni pratica e soggettività; in ogni caso flessibilità organizzativa e libertà delle forme organizzative, assunzione della varietà di esperienza che si ritrovano in Potere al popolo e metodo del consenso o, al limite, voto assembleare a maggioranza qualificata per ogni decisione contendibile.

Purtroppo la direzione intrapresa dall’assemblea di fine maggio a Napoli e dal coordinamento nazionale di Potere al Popolo (dove sono presenti nostri compagni e compagne), sembra indicare un’altra strada, fatta di strutturazione organizzativa minuta, bizantine discussioni in cui l’intensità della adesione politica è funzione del costo-tessera, sostanziale auto-isolamento a sinistra e paradossale autoesaltazione del proprio percorso.

L’utilizzo ambiguo della preannunciata piattaforma informatica, il costo dell’adesione (on-line e cartacea), l’annunciato congresso a settembre con relativo Statuto e scelta dei gruppi dirigenti vanno nella direzione della costruzione di un soggetto politico-partitico nuovo che appare difficilmente compatibile con la piena esistenza del PRC come partito autonomo. Vogliamo su questo punto essere chiari: se consideriamo  il complesso degli elementi che si stanno predisponendo quali il deposito di nome e simbolo da un notaio; l’apertura e chiusura a settembre di una fase costituente in cui si doterà di uno Statuto che regolerà la vita interna e i processi decisionali; l’adesione on-line o cartacea che definirà la “platea” degli iscritti; la scelta dei gruppi dirigenti normata dallo statuto e che verrà fatta dagli aderenti “aventi diritto” ed infine la partecipazione alle elezioni politiche ed amministrative ci sembra chiaro ed evidente che Potere al Popolo ha avviato un processo di trasformazione in un nuovo Partito (nessuna associazione o sindacato contiene allo stesso tempo tutti questi elementi). Un modello di Partito relativamente nuovo in Italia, ma pur sempre un Partito.

Nel Prc alcuni settori negano questa evidenza del processo di trasformazione di “Potere al Popolo” da movimento a Partito, ma evitano con accuratezza di entrare nel merito delle questioni sollevate. Se esiste una posizione politica favorevole al superamento di Rifondazione Comunista essa va esplicitata con chiarezza e lealtà.

A nostro avviso invece, se altre componenti di Potere al popolo s’incammineranno su questa strada, come Prc, non potremo aderire, ma dovremo mantenere un rapporto politico da soggetto a soggetto contribuendo alla costruzione del quarto polo e non escludendo una relazione privilegiata.

Rimane quindi imprescindibile il mantenimento della piena autonomia politica ed organizzativa del Prc, sia nelle relazioni politiche che nelle relazioni di massa.

Il Prc deve ritrovare lo slancio organizzativo oltre che politico, deve curare la propria organizzazione, il proprio tesseramento, i propri insediamenti, continuando nel difficile percorso di “risanamento” e incrementando l’autofinanziamento. Anche per la presentazione delle liste alle elezioni politiche del 4 marzo il nostro contributo è stato determinante.  Senza i nostri militanti, i nostri circoli, le nostre sedi e le nostre case del popolo non ci sarebbe stata nessuna lista né tantomeno “Potere al popolo” e un contributo determinante lo daremo anche nella costruzione del quarto polo.

Le elezioni  europee

Riteniamo che sia principale interesse di Rifondazione Comunista, e dovrebbe esserlo anche di Potere al Popolo, costruire uno schieramento antiliberista più largo possibile, non solo in Italia con la costruzione del quarto polo e l’obiettivo di un’unica lista unitaria alle prossime elezioni europee, ma anche a livello internazionale senza sconti alle socialdemocrazie, contro i populisti ed i liberali: per raggiungere questo obiettivo dobbiamo mantenere un quadro unitario con chi la rottura non l’ha potuta sperimentare, a causa di errori e  sconfitte (Syriza) ma governa; con le sinistre dei paesi economicamente forti  (Die Linke, France Insoumise) che sono all’opposizione; con quelle che gestiscono tentativi innovativi (“Bloco de esquerda” e PCP portoghese e Podemos e Iu) che appoggiano esternamente governi socialisti, con soggetti  apparentemente periferici nel GUE ma ben radicati nel loro paese (SP, Sinn Feinn)

Auspichiamo, pur non condividendola nel merito, che la recente scelta del “Partito della sinistra” di Melenchon di rompere con il “Partito della Sinistra europea” non costituisca un serio ostacolo alla costruzione di un riferimento unitario internazionale per le europee del 2019. Proponiamo dunque che per le prossime elezioni si lavori, ad una lista ampia, radicale, di sinistra, munita di una convergenza politica sul programma e tecnica sul simbolo, politicamente caratterizzata grazie alle sue candidature, al suo profilo ed alla sua riconoscibilità.

Il Partito della Rifondazione Comunista

In una delle ultime riunioni, la Direzione Nazionale del Partito della Rifondazione comunista ha deliberato un insieme di priorità organizzative e operative. Si tratta di ben 11 compiti urgenti, non è chiaro se indicati in ordine di importanza, o se tutti di pari importanza. Ci limitiamo qui ad indicarne i primi tre:

-          Tesseramento, con l’obiettivo di aumentare gli iscritti del 2018 del 10% rispetto al 2017.

-          Autofinanziamento, con l’obiettivo di raggiungere le 100 mila indicazioni “L19″ in favore del PRC, ed il raddoppio dei moduli Sepa (ex RID), superando quindi il migliaio.

-          Formazione, con l’impegno a dotarsi di una rivista telematica e costituire un gruppo di lavoro.

Poi ci sono il mutualismo, la comunicazione, l’uso sociale delle sedi e così via. Per raggiungere questi obiettivi crediamo che il nostro Partito, a Roma come in numerose altre situazioni, abbia bisogno in primo luogo, di una “terapia d’urto” metodica, complessa, efficace.

Nella consapevolezza che la politica delle alleanze che abbiamo praticato, e continuiamo a praticare giustamente, drena risorse militanti e dirigenti, crediamo sia urgente e fondamentale ricalibrare gli impegni militanti sull’organizzazione del Partito.

Riteniamo che il dispositivo della Direzione Nazionale implichi una chiamata alla responsabilità per i nostri gruppi dirigenti ad ogni livello e che si concretizzi in obiettivi e risultati verificabili e tangibili. Noi per primi ci sentiamo, ed in verità già da tempo siamo, impegnati in questo senso, nella convinzione che la tenuta politico-organizzativa, finanziaria e patrimoniale del Partito, il suo insediamento e ricostruzione, siano l’insieme della precondizioni per ogni scelta politica, per tutte le scelte politiche.

Avanti popolo, avanti Rifondazione!!

 

 

 

 

 

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