DIBATTITO / L’identità di Rifondazione Comunista

Stefano Galieni

In questi mesi ho avuto modo di partecipare a numerosi momenti pubblici del nostro partito, dalle feste agli incontri tematici e a quelli interni (comitati politici federali ed attivi). Con tutte le particolarità e le articolazioni che fanno parte della nostra storia comune e che ho visto esprimersi anche nella festa nazionale, ne sono uscito rinfrancato. Siamo forse spesso stanchi, ci dilaniamo in contrasti che hanno radici profonde certi ognuna/o di avere a cuore sopra ogni altra cosa le sorti del Partito, ma siamo vitali, abbiamo competenze e mantenuto sistemi di relazione non ancora totalmente esplorati e valorizzati. Se – ed  è un problema non solo di carattere comunicativo – qualcuno si stupisce ancora della nostra esistenza, se le tante alleanze elettorali sperimentate in questi ultimi 10 anni, hanno disorientato molte/i nostri simpatizzanti, la presenza di una sede, di una bandiera, di un volto noto anche in un piccolo paese di provincia, rassicura spesso, più dell’esposizione mediatica, che ostinatamente ci siamo e non per sopravvivere ma in quanto soggettività che si propone di realizzare cambiamenti che vanno oltre le nostre forze. Necessari ma non sufficienti, così da tempo ci autodefiniamo e così ci muoviamo in relazione col vasto e frammentato arcipelago della sinistra di alternativa, indisponibili ad accettare diktat ma permeabili ad ogni suggerimento che porti alla costruzione, come nel resto d’Europa, di una soggettività plurale e includente.

Per questo confesso di comprendere poco alcuni atteggiamenti distruttivi messi in campo dalla nascita di Potere al Popolo, distruttività a mio avviso presente in modalità terribilmente speculari fuori e dentro il Prc.

Una premessa è però necessaria: quando, dopo il fallimento dell’esperienza del “Brancaccio” e la scelta saggia operata da Rifondazione Comunista di non cercare uno strapuntino elettoralistico nel percorso che ha dato vita (credo breve) a LeU, abbiamo incontrato le compagne e i compagni dell’Ex Opg sembrava si fosse aperto uno spiraglio salutare nella palude politica italiana. Non solo l’irruzione di generazioni nuove che si sono affacciate alla politica ma l’esigenza, condivisa, di dar vita ad un movimento politico e sociale in grado di riportare le nostre parole nel conflitto. Un movimento capace di sottrarre non solo al M5S ma e soprattutto all’indifferenza, la rabbia e i bisogni di coloro che non vedono più praticabile una risposta di sinistra in totale rottura con le precedenti esperienze. Una risposta che non divenisse mera rottamazione del passato e delle sue organizzazioni sociali e politiche ma capace di trarre, chi si voleva mettere in gioco, il meglio da ognuna/o per ridefinire totalmente e radicalmente un campo. Un campo in cui esistere come comuniste e comunisti ma che avesse una “bassa soglia di accesso” fondata sui fondamentali, quelli tanto sapientemente definiti nel manifesto e nel programma elettorale di Potere al Popolo. In un simile spazio le/i militanti di Rifondazione Comunista hanno dato e possono ancora dare un contributo utile, in termini di radicamento, in termini di vertenze seguite, in termini di elaborazione futura, sapendo che le relazioni debbono essere paritarie e orizzontali, anche per rimanere inclusive.

E se si tratta di un movimento in cui le componenti organizzate non pretendono, giustamente, rappresentanza ma mantengono un loro grado di leale autonomia, viene da se che Rifondazione Comunista non esaurisce il proprio agire e le proprie prospettive in PaP senza per questo non sentirsi, come ogni altro soggetto, legato a vincoli di lealtà e di trasparenza.

Un percorso faticoso e affatto indolore che, se non si interrompe, cambierà ognuna/o di noi, presumibilmente in meglio, ma che va curato e seguito con attenzione e intelligenza. Chi ci sostiene è giustamente stanca/o dei nostri tentativi naufragati, dei nostri errori e delle nostre inadeguatezze di fronte ad una sfida che diviene ogni giorno più dura. L’impunità con cui le squadracce fasciste aggrediscono nostre/i compagne/i è solo l’epifenomeno di un paese che cambia velocemente e a cui rispondiamo ancora in maniera insufficiente.

E personalmente mi convinco sempre più di due fattori. 1) la stretta organizzativa che è stata imposta a PaP, nei tempi e nei modi, rischia di debilitarne il potenziale. Non si tratta solo (ma conta assai) della contrapposizione fra due statuti, ma di un insieme di comunicazioni distruttive che rischiano unicamente di allontanare chi in noi, e sottolineo il noi, ha trovato finalmente un approdo. Sappiamo bene che dietro queste contrapposizioni ci sono concetti diversi di percepire il movimento, una delle quali poco compatibile con lo stesso nostro statuto, ma a monte credo ci sia un ragionamento non ancora compiuto in merito a come intendiamo dispiegare le forze che si stanno attraendo. A mio avviso un movimento non può nutrirsi, come appare, di sondaggi e di aspirazioni elettorali e su questo non può neanche basare le proprie divisioni. Credo sia soprattutto compito di questo movimento affiancare vertenze, costruire mobilitazioni, radicarsi laddove si è ancora assenti per poter sviluppare veramente dal basso forme di partecipazione fondate sui contenuti e su una radicalità di cui in questo paese c’è enorme bisogno. A mio avviso è questo lo spirito che ha permesso il realizzarsi di PaP e troverei ingiusto tradirlo. Significa ignorare le scadenze elettorali o lasciare alle organizzazioni preesistenti mano libera per comportarsi come meglio credono? No, significa rendere l’approccio a tali scadenze un risultato e non una precondizione che ognuno interpreta con la propria soggettività. Io credo che se non si tiene conto di questo e si rafforzano i messaggi di conflittualità interna non si fa altro che rendere meno significativo un progetto ambizioso, quello di “fare le cose al contrario”. Il fatto che già alcune forze organizzate abbiano preso le distanze dal nostro progetto dovrebbe essere utile indicatore, il malessere che giunge da molti territori anche. E non sono i partiti vecchi che rallentano il percorso, è la necessità di renderlo più condiviso e non fondato unicamente sul bisogno di riaffermare la propria presenza. Inviterei molte/i di coloro che accusano più o meno esplicitamente il Prc di fare da zavorra di parlare meglio con le attiviste e gli attivisti che hanno cominciato a guardarci con simpatia senza avere mai avuto una tessera in tasca o avendo gettato, per delusione, quella che avevano precedentemente.

Ma accennavo prima ad atteggiamenti speculari. 2) Anche al nostro interno e in maniera spesso virulenta, sono emersi non dubbi o perplessità ma veri e propri atti di ostracismo verso chi ha guardato con interesse l’esperienza di PaP. Non parlo di chi pone riflessioni, di chi avanza sane critiche partendo anche dalle esperienze nei propri territori, di chi, giustamente non considera questa l’alfa e l’omega di tutto ma una parte del percorso da seguire che ovviamente non deve snaturare o essere snaturato dal ruolo del Prc.

Parlo di chi ormai si è lasciato trascinare in una logica binaria secondo cui chi guarda con interesse PaP è per la dissoluzione del Partito, non vuole fare il quarto polo, stravolge le nostre regole democratiche. Mi verrebbe da sorridere, se la situazione non fosse tragica, pensando a quando apprendevo la linea politica del partito su Repubblica o guardando Porta a Porta, mi sovvengono tanti passaggi in cui, in nome della necessità di decidere si è, con disciplina di partito, passati sopra ogni forma di regole e vincoli statutari. Ma la prendo bene, significa che questo partito, lentamente, si sta democratizzando e sta divenendo più vicino alle soggettività di cui questo secolo ha bisogno. Ma si tratta di regole che debbono valere per tutte/i e che debbono avere come base il rispetto verso ogni forma di dissenso, il rifiuto dell’insulto come categoria politica (una volta i comunisti erano diversi anche per questo), non debbono basarsi sull’utilizzo degli organismi di garanzia come luogo da cui far discernere le scelte politiche da attuare. Non ne va soltanto delle nostre relazioni interne già adeguatamente compromesse, ne va della credibilità di un partito per cui tutte e tutti coloro che siamo rimaste/i ci spendiamo ogni giorno, rinunciando spesso agli affetti, ad una vita serena, anche mettendo a repentaglio la salute. E ne va anche della credibilità nelle relazioni esterne, con soggetti organizzati, nelle realtà di cui si fa parte, come ad oggi è PaP, e nella ricostruzione di un tessuto sociale in cui il rancore e la sfiducia non possono costituire elementi aggreganti.

Resto convinto che fermare il treno prima che si schianti contro un muro fatto di carenza di adesioni, di rumors di fondo di compagne e compagni, interni o esterni al partito che vogliono poter ancora discutere e non vogliono giungere ad una conta che sarebbe esiziale resti la strada migliore da percorrere per il bene di PaP e della costruzione di un ambito di sinistra plurale alternativo radicalmente ad ogni compromesso con quello che resta del centro sinistra.

Ma resto anche dell’idea che le compagne e i compagni del Prc debbano impegnarsi, senza dimenticare per un momento il lavoro nel partito, ad aderire a Potere al Popolo nei tempi prestabiliti e, se si dovesse giungere a votazione, nel fare in modo che lo Statuto numero 2 riesca ad affermarsi.

Ne guadagnerebbe non tanto Rifondazione quanto la possibilità di estendersi di PaP e di aumentare la propria presa attrattiva rimanendo luogo reale, anche a livello territoriale, di partecipazione e confronto.

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