Intervista a Mara Ghidorzi sulle elezioni in Lombardia

Intervista a Mara Ghidorzi sulle elezioni in Lombardia

 

Stefano Galieni*
 

Nella regione più popolosa e ricca d’Italia il 12 febbraio prossimo si va, in anticipo, alle elezioni. Gli schieramenti sembrano già definiti. La destra, nonostante i disastri provocati con l’emergenza covid, sembra pronta a vincere ancora – aiutata anche dal fatto che le altre forze presenti nel consiglio regionale – poco o nulla hanno fatto se non proporre ricette simili. Al centro di candida la sempiterna Letizia Moratti, sostenuta nazionalmente dal duo Calenda – Renzi, ma che potrebbe contare sul sostegno potente di Comunione e Liberazione, vera holding regionale, nonché della destra del Pd e dell’area più moderata dello schieramento dato per vincente. Il Pd, ha schierato un suo uomo dall’immagine – quasi solo quella – di sinistra, di Pierfrancesco Maiorino, ex assessore alle politiche sociali a Milano durante la giunta Pisapia, poi parlamentare europeo e oggi pronto a tornare nella regione. Dopo tumultuose vicende la lista di Majorino avrà il sostegno del M5S e della scricchiolante lista “Sinistra Italiana /Verdi Europei”. Fuori dal coro la lista di Unione Popolare, guidata da una compagna del PRC, Mara Ghidorzi, conosciuta per il suo impegno sociale e femminista ma non solo. L’abbiamo raggiunta con una lunga conversazione che si è trasformata in una piacevole chiacchierata utile a conoscerla e a farla conoscere. E parte in quarta, veloce al punto che bisogna fermare la velocità con cui parla: «Hai ragione quando parli della regione più ricca d’Italia, ma è anche quella che primeggia nelle diseguaglianze, nel divario della qualità della vita e nell’inquinamento ambientale. È amaro dover partire dal fatto che siamo la regione più inquinata d’Europa». Mara è relativamente giovane, considerando la gerontocrazia che regge la vita politica nel ns Paese, soprattutto a sinistra. «Sono sociologa di formazione, ho svolto studi soprattutto sulle politiche di genere e sul femminismo che ha profondamente influenzato il mio agire politico. Grazie anche a questa formazione ho compreso bene l’importanza dell’interconnessione fra diritti civili, sociali e politici. Lavoro come progettista e ricercatrice nel campo delle politiche di genere e della cittadinanza attiva, mi occupo di inclusione socio lavorativa, vado anche spesso nelle scuole per promuovere il protagonismo giovanile, la partecipazione, la prevenzione ai bullismi. Spesso lavoro con alcune ong e devo ammettere di aver trovato un lavoro che mi piace. Ho a che fare molto con quelle che chiamiamo “seconde generazioni”, ragazze e ragazzi che hanno maggiore apertura rispetto ai genitori. Con i minori delle scuole primarie incontro l’inevitabile difficoltà di chi vive ancora immerso nei modelli tradizionali, con quelli delle superiori, ormai adolescenti, la scuola è ancora un forte motore di inclusione. Anche per questo ritengo fondamentale investire nella scuola pubblica. È formativa, non impone l’aziendalizzazione, crea competenze che costruiscono la possibilità di divenire cittadine e cittadini che ti aiuta a vivere meglio. La loro età è delicatissima. Si tratta del periodo in cui capiscono chi sono e forse quale potrebbe essere il loro futuro. Le seconde generazioni sono inserite nel tema della doppia cittadinanza, devono definirsi in una nuova dimensione. Prevale spesso anche una condizione discriminante di classe. Le figlie e i figli di migranti vengono fatti concentrare nelle scuole professionali. Da una parte per le difficoltà di partenza, servono soldi per mandare i figli nei licei o addirittura all’università e non ci sono incentivi per garantire una libera scelta. Con i nuovi piani scolastici poi, non è più come in passato, si pretende che a 14 anni tu abbia già deciso del tuo futuro. Se sbagli scuola non importa a nessuno. Poi non si capisce come mai cresca la dispersione scolastica».

Quando si parla del governo di una regione il pensiero va immediatamente alla sanità, che da sempre rappresenta la voce preponderante del bilancio. E il pensiero va al tragico bilancio della pandemia che chi vuole tornare a governare cerca di far dimenticare: «Si vuole rimuovere la scellerata mancata scelta di porre in “zona rossa” la val Seriana. Per garantire i profitti hanno causato almeno – ma la stima è al ribasso – almeno 4000 vittime che potevano essere salvate. Da noi l’80% del bilancio è alla voce sanità. La privatizzazione che va avanti, da destra come dal sedicente centro sinistra, ha portato a privilegiare ricoveri ed interventi costosi a scapito della prevenzione. Non si tratta di una questione ideologica quella per cui in UP siamo dalla parte del “pubblico”. Potenziare la sanità pubblica significa aumentare non solo posti letto e assunzioni ma lavorare sul benessere della persona a cui dobbiamo garantire una vita lunga e di qualità. Da noi ha prevalso la logica dei grandi ospedali, anche poli di eccellenza ma sono stati fatti sparire i presidi territoriali di prossimità che investono appunto sulla prevenzione e sulla relazione tra medico e paziente. Che Fontana (destra) e Moratti abbiano questo approccio non ci deve stupire, ma ci deve indignare che anche il Pd segua la stessa linea. Majorino dice che bisogna ridurre le liste di attesa ma come si fa? La risposta è stata quella di prendere come capolista il virologo Fabrizio Pregliasco, celebre esponente del modello sanitario privatistico lombardo di cui si presenta come il volto presentabile. Una scelta che non mi sorprende – afferma la candidata – Pregliasco e Pd non hanno mai parlato di sanità pubblica, propongono correttivi in un contesto in cui il sistema andrebbe, a mio avviso, totalmente rovesciato. Con Pregliasco si propone di mettere una toppa ad una gestione pessima. Ti faccio un esempio. Io che ci tengo alla prevenzione, voglio fare esami del sangue ogni anno, ma il sistema sanitario regionale me lo permette solo ogni 5.Quindi ne faccio uno con la sanità pubblica, tre in quella privata, pagando ovviamente e poi un altro nel pubblico. Anche questa è discriminazione di classe. Io lo faccio per la mia prevenzione ma tale attesa e spinta verso il privato vale anche per gli esami salvavita». La scelta di mettere in lista Pregliasco, dettata molto probabilmente dall’interesse a sottrarre voti al centro e alla destra, in particolare a CL, ha provocato una significativa scossa a sinistra. A Majorino doveva essere affiancata una lista civica guidata da Vittorio Agnoletto che stava raccogliendo adesioni in mondi a noi vicini. Ma lo stesso medico, fondatore della Lila, ed ex europarlamentare eletto come indipendente nelle liste del Prc, ha abbandonato il proposito di cimentarsi nella campagna: «Vittorio Agnoletto ha dimostrato ancora una volta, caso mai ce ne fosse bisogno, di possedere una grandissima onestà intellettuale. Ha scelto di non correre. Da lui mi separa il fatto che ha dichiarato di essere deluso da Majorino. Ma cosa si poteva aspettare da questo centro sinistra? Io non sono stupita. Dove governano, nel Lazio come in Emilia, stanno esportando il “modello lombardo” che, soprattutto in Emilia ha provocato una strage nella pandemia smantellando presidi perché dicono che non portano soldi. Per loro la sanità deve garantire profitto. Noi di UP abbiamo ormai chiuso le liste e stiamo raccogliendo, di corsa, le firme. Una sfida non facile. Se con Vittorio e gli altri che ne hanno condiviso il percorso si possono aprire interlocuzioni e se ci si vuole dare una mano ne saremmo solo che felici. Ma ne trarrebbe beneficio tutta la sinistra. Credo che il M5S abbia fatto una scelta suicida in questa alleanza, si vanno a rinchiudere in una alleanza con un Pd ancor più perdente dopo questa operazione. Una parte della base del movimento è arrabbiata per la scelta, abbiamo incontrato molti attivisti con cui dobbiamo parlare e di cui dobbiamo riuscire ad intercettare il malcontento, senza chiusure. L’alleanza col M5S sarebbe stata positiva ma ora ognuno si assume le proprie responsabilità». Le vicende del centro sinistra lombardo hanno una caratteristica particolare. Majorino si è costruito negli anni l’immagine di uomo progressista, attento ai diritti e pronto ad una buona parola su tutto. Ma oltre le parole? Beh le dichiarazioni in favore dell’autonomia regionale differenziata, la gestione dell’accoglienza dei migranti quando a Milano usava il pugno di ferro un’assessora che sgomberava senza pudore la Stazione Centrale e ogni altro luogo di aggregazione, le pressoché inesistenti politiche abitative, danno ragione – al di là delle disponibilità a ridurre a volte i danni e senza disturbare il manovratore – a chi come in UP non ha mai considerato Majorino un interlocutore di spessore.

Ma tornando ai problemi concreti, a Mara Ghidorzi, abituata a muoversi in bicicletta, interessa porre l’attenzione su due questioni interconnesse: trasporti, infrastrutture e ambiente: «Ci sarebbe tantissimo da fare. Soprattutto per i pendolari che subiscono quotidianamente la malagestione di Trenord, la rete ferroviaria regionale. Ci sono tratti che risalgono agli anni Trenta, anche a binario unico, come accade nella zona a sud di Milano. Manca spesso l’aria condizionata, i ritardi sono una costante e i pochi treni si affollano facendo vivere ai pendolari una vita d’inferno. La Regione su questi non investe. Preferisce gettare soldi nel traffico su gomma, con progetti costosi quanto inutili. Mi riferisco alla tangenziale esterna ovest che, se venisse realizzata, attraverserà l’intero Parco Sud, una delle zone agricole più importanti della regione per collegare Melegnano a Magenta. Un tratto che sarà inutilizzato perché il biglietto da pagare sarà alto e oltretutto scomoda. Sono tratti privati e costosi come la BreBeMi (Brescia Bergamo Milano), con biglietti alti che ha tagliato paesi a metà per portare alla fine in una zona molto periferica di Milano. Pd e destra sono favorevoli. UP è per piantarla con la distruzione sistematica del territorio, chiede di investire nei trasporti pubblici locali. Il Pd si vanta dell’Azienda Trasporti Milano (Atm) che si muove però “bene” solo sul Comune tagliando fuori la provincia, dove ci sono mezzi che passano raramente (in alcuni Comuni è senza servizi la domenica) e saltano spesso le corse. E la gestione è del centrosinistra di Sala. Intanto continua la cementificazione selvaggia con lo sguardo degli avvoltoi per i grandi eventi. Già sono accesi i motori per guadagnare con le Olimpiadi invernali, un modello che non ci serve, che è inutile e dannoso che distrugge anche la montagna con gli impianti sciistici».

Anche su un tema enorme come quello del lavoro la Regione gioca un ruolo, spesso sottovalutato e gli spazi per intervenire ci sarebbero dice la candidata presidente: «Le regioni gestiscono le politiche attive del lavoro, non lo creano ma danno indicazioni. Solo che queste politiche che andrebbero demandate soprattutto ai centri per l’impiego finiscono in mano alle agenzie private. Da noi funziona un sistema a “dote”, un meccanismo perverso, che trasforma le politiche attive in un grande mercato, dove il disoccupato diventa merce. Un sistema finalizzato ad arricchire gli enti accreditati privati senza portare alcun beneficio all’occupazione. La dote non funziona perché alla fine trova occupazione solo a chi ha un alto profilo. Unione Popolare chiede che vengano potenziati i centri per l’impiego pubblici. In questi c’è un controllo maggiore sui contratti proposti. Non se ne possono fare quando sono al limite della legalità. Tra l’altro queste risorse provengono dai Fondi Sociali Europei e con l’attuale modello sono soldi sprecati. Certo accanto ai centri per l’impiego servirebbe ridefinire una politica industriale innovativa sul territorio, ragionare di piani di sviluppo e di programmazione. La Regione non può creare lavoro ma incentivare quello buono, garantire una seria formazione anche professionale invece di regalare soldi pubblici ai privati».

Con Mara Ghidorzi abbiamo finora parlato di temi che sono nell’agenda della macro politica e dell’economia, ma amministrare il territorio significa anche fare i conti con la ricostruzione di un tessuto sociale messo profondamente in crisi dal binomio pandemia / logica del consumo. E viene spontaneo, partendo, dalle sue competenze, in che maniera si possa intervenire per migliorare la qualità della vita soprattutto delle donne: «Va pensata un’urbanistica di genere, non securitaria ma partecipativa, fatta di piazze piene. Io consiglio spesso la lettura de “La città femminista”, di Leslie Kern, dovrebbero leggerlo anche gli uomini. Tocca temi che possono incidere su tutte e tutti. Parto da questo per ragionare su una città che garantisca l’accessibilità che oggi è negata a chi è vulnerabile e credo che lo spazio urbano vada radicalmente ripensato. Da questo punto di vista Milano è un modello totalmente negativo. Oggi se vuoi semplicemente vederti in gruppo devi per forza di cose consumare. Mancano spazi di aggregazione, utili per produrre arte, cultura ma anche semplicemente per scambiare due parole. Le politiche regionali potrebbero incentivare, anche attraverso trasferimenti ai comuni, la realizzazione di questi spazi. E poi, lo dico, tornando ad un’ottica di genere, vanno potenziati i centri antiviolenza. I trasferimenti effettuati sono ridicoli rispetto alle esigenze. C’è una domanda in crescita dovuta anche alla maggiore consapevolezza del fenomeno. Occorrono finanziamenti per avere case rifugio e più servizi di conciliazione per i genitori, necessari ovviamente alle lavoratrici ma anche a chi un lavoro lo sta cercando. Penso nello specifico ad un bonus baby sitting che aiuti chi ne ha bisogno, Oggi per una donna avere un reddito medio-basso e un figlio sono cose inconciliabili, c’è un problema serio di mancanza di servizi che dovrebbero poter realizzarsi in rete con i Comuni. Così come avere più asili nido, anche se in tal caso non è direttamente politica della Regione, ma il trasferimento ai Comuni è possibile. «Ricordo a tal proposito che i fondi del PNRR non possono essere usati per assumere nuovo personale educativo, con il forte rischio che i pochi Comuni che investiranno in strutture non avranno la possibilità di avere risorse umane per gestirle (salvo un ulteriore rafforzamento dei privati)».

In Lombardia Unione Popolare si comincia a strutturare per divenire presenza stabile, con elementi di ricchezza e di criticità: «Siamo, come nel resto d’Italia credo, un laboratorio in costruzione. I soggetti principali sono Rifondazione Comunista e Potere al Popolo, ManifestA è assente e scarsa è la presenza di DeMa, per partire dalle forze fondatrici. Stiamo lavorando per allargare il coordinamento regionale che abbiamo aperto, a persone che non appartengono a nessuna organizzazione ma sono riconosciute. Sono convinta che UP sopravvive solo se si allarga e se riesce a divenire espressione di quella sinistra popolare e di classe di cui c’è bisogno. Le elezioni rappresentano un passaggio chiave e, riprendendo il discorso iniziale, noi dobbiamo essere il luogo in cui trovano spazio coloro che cercano alternative senza le quali non andrebbero neanche a votare. Abbiamo poco tempo per farci conoscere ma ci proviamo. Ed è vero che a volte siamo percepiti come respingenti. Credo che al di là di nostri limiti – che pure ci sono – c’è un problema generale di diffidenza verso tutto ciò che si presenta sotto l’idea di partito. Questo probabilmente è nato da tangentopoli, il M5S è riuscito a starne fuori finché ha rappresentato lo spazio “anti casta”, ma ora non può più. Soprattutto noi di Rifondazione veniamo percepiti, anche se non ci conoscono, come chiusi e vecchi. Per questo credo sia importante UP. È fondamentale per combattere il pregiudizio, aiuta noi a rompere recinti identitari e ad aprirci ad una comunicazione esterna. I ragazzi e le ragazze più giovani manifestano maggior interesse. C’è un giro largo che ci ha votato alle politiche e che intende continuare a farlo, anche fra coloro che avevano rinunciato a partecipare alle elezioni. So bene che la parola “comunista” non attira più ma sui punti programmatici che ci identificano come comunisti, veniamo considerati avanti. Temo che UP sia l’ultima carta che ci sia rimasta anche per Rifondazione Comunista. Si tratta di uno spazio prezioso per aggregare più giovani non pensando solo ai tempi brevi. C’è da lavorare ma non partiamo da zero». E allora in bocca al lupo Mara. La strada è in salita ma almeno abbiamo iniziata a percorrerla nella chiarezza.

*Da www.Transform Italia.it


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