A qualcuno piace precaria

A qualcuno piace precaria

Loredana Fraleone*

Della cura della Scuola e dell’istruzione in generale se ne occupano in pochi, divisi grosso modo tra chi le vorrebbe in sintonia con i principi costituzionali e chi le vorrebbe sempre più legate all’impresa e al mercato. In questo periodo si è allargata la platea degli interessati, infatti abbondano i commentatori da bar, che rimanendo alla superficie dei problemi sparano sentenze sugli insegnanti, sulla loro preparazione, sull’incapacità di usare i mezzi di comunicazione on line e quant’altro. Non mi riferisco alla strombazzata “sorpresa” dei risultati negativi registrati dal carrozzone INVALSI, che rappresenta uno degli artefici dell’indirizzo regressivo preso dal sistema scolastico, ma a commenti che, eludendo i problemi di fondo di una realtà in sofferenza da decenni, se la prendono con chi ne patisce quotidianamente tutte le contraddizioni.

Bisognerebbe che costoro riuscissero almeno a considerare che neppure nei confronti dei problemi sollevati dalla pandemia sono stati presi i provvedimenti necessari. Non si è voluto investire per l’istruzione da decenni; non si è voluto recentemente spendere neanche le risorse arrivate dall’Europa per fronteggiare i problemi prodotti dalla pandemia sulla Scuola, come invece hanno fatto molti paesi europei; non si vogliono destinare risorse per ridurre il numero di alunni e studenti per classe, adeguare il sistema dei trasporti, reintrodurre il medico scolastico, provvedere alle strutture inadatte o pericolanti, affrontare il problema del precariato, parte talmente consistente del personale da produrre quel fenomeno diffuso della discontinuità didattica, che certo non giova alla qualità del percorso educativo.

La condizione del precariato della Scuola, come quello dell’Università e della Ricerca, è significativamente rappresentativo di come sia trattato tutto il sistema, un luogo dove vige lo “speriamo che me la cavo”, sempre più esposto a quella che bisogna tornare a chiamare selezione di classe. Vale per gli studenti, ma vale sempre più anche per gli insegnanti, che si trovano ormai nel “mercato” dei titoli, per cui chi più ne può usufruire più ha la possibilità di accedere all’agognato ruolo.

Emblematico, da questo punto di vista, il prossimo concorso da tenersi entro il 31 dicembre, chi avrà superato la prova di ammissione dovrà partecipare a un corso di formazione, “a proprie spese”, che costerà qualche migliaio di euro, una specie di balzello a beneficio di qualche Università o agenzia accreditata.

L’istruzione, come la sanità e tutti i servizi che rispondono ai bisogni fondamentali devono e possono essere gratuiti. Ci hanno abituato a pensare l’Italia come un paese in difficoltà economica, ma i soldi ci sono eccome, in un paese in cui la ricchezza è distribuita sempre peggio, ma per pochi persino aumentata. L’Italia è collocata nel G7, cioè tra i sette grandi del mondo, non dimentichiamolo.

 

 

*Responsabile Scuola Università Ricerca – Rifondazione Comunista/SE





 

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