Il ‘sofferto’ iter del ddl Zan

Il ‘sofferto’ iter del ddl Zan

Alba Vastano

Solita bagarre in Parlamento. Fra le varie è in scena il ddl Zan, il cui primo firmatario è il deputato Pd Alessandro Zan. Il disegno di legge intende ampliare la legge Mancino del 1993 che ha come principi base la tutela delle minoranze etniche, linguistiche e religiose e ne contrasta le discriminazioni. Il ddl Zan estende la tutela a tutto quel piccolo universo che ruota intorno al mondo dell’omosessualità, le persone LGBTQI (acronimo di lesbiche, gay, bisex, trans, queer, intersex). Inoltre estende la tutela alle disabilità. Il disegno di legge ha un carattere sanzionatorio e prevede 10 articoli che riuniscono i precedenti disegni di legge (Boldrini, Scalfarotto e Bartolozzi) contro l’omofobia.

Dopo essere passato alla Camera è stato stoppato in Senato. Sulla brusca frenata dell’iter ha inciso, oltre all’opposizione delle destre, la decisione di Italia Viva di ritirare il voto favorevole già espresso alla Camera. Non a caso è il partito del senatore Renzi, detto il guastatore fiorentino. La critica che muovono le destre al ddl è motivata dal presunto reato di opinione, mentre, proprio nel art.4 del disegno viene citato e fatto salvo come ‘pluralismo delle idee e libertà di scelta’. Nell’intervista che segue Antonello Ciervo, avvocato e ricercatore di Diritto pubblico presso l’Università “Unitelma-Sapienza” di Roma e Paola Guazzo, attivista LGBQTI, comitato ‘Dà voce al rispetto’ esprimono le loro opinioni in merito al sofferto percorso del ddl dalla Camera al Senato, fra innumerevoli emendamenti proposti e commissioni. I firmatari del ddl chiedono tempi stretti per far passare la legge, ma sembra che gli oppositori intendano affossarla.

La voce di Antonello Ciervo, professore di Diritto pubblico Università Unitelma-Sapienza


Antonello Ciervo

D: Avvocato, per una migliore comprensione del testo, può spiegare su cosa si basa, quali specifici temi tratta e quali minoranze intende comprendere e tutelare oltre le minoranze già contemplate dalla legge Mancino del 1993?

R: Il ddl Zan modifica gli artt. 604-bis e 604-ter del Codice penale, introducendo il reato di istigazione e propaganda di idee fondate sulla discriminazione per sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere o disabilità, sia da parte di singoli che di associazioni. Inoltre, il ddl estende i fatti oggetto di repressione della cd “Legge Mancino” anche ai delitti di cui sopra, prevedendo delle specifiche aggravanti.

D: L’art.3 della Costituzione che recita ‘Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge senza distinzioni di….. condizioni personali…’ quanto oggi viene proposto dal ddl attuale in discussione al Parlamento?

R: Certamente il principio di pari dignità sociale già tutela questa categoria di persone da eventuali forme di discriminazione: il ddl Zan del resto, all’art. 7, nell’istituire una Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia (il 17 maggio di ogni anno), stabilisce che tale giornata venga istituita proprio al fine di promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione contro ogni forma di discriminazione, “in attuazione dei principi di eguaglianza e di pari dignità sociale sanciti dalla Costituzione”. Il ddl, quindi, introduce norme di natura penale per dare attuazione a questo principio costituzionale, in una logica che vorrebbe essere quella di un’azione positiva volta a combattere le discriminazioni nei confronti di questa categoria di persone.

D: Nel ddl quali sono e a cosa si riferiscono nello specifico gli aspetti sanzionatori. Sembra che siano proprio le sanzioni sul reato di istigazione contro le diversità e discriminatorio delle minoranze ad essere volutamente e pretestuosamente male interpretate per far decadere il disegno di legge?

R: Sul punto alla Camera si è già in qualche modo trovato un accordo tecnico, introducendo nel testo del ddl l’attuale art. 4 in base al quale “sono fatte salve la libera espressione di convincimenti ed opinioni” riconducibili al pluralismo delle idee, purché queste ultime non siano idonee a determinare “il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori e violenti”. Si tratta di una norma di compromesso politico assolutamente ridondante sul piano giuridico, perché recepisce nel testo del ddl un principio pacificamente riconosciuto dalla giurisprudenza ordinaria in materia di reati di opinione, a partire da una posizione costante nel tempo della Corte costituzionale.

D: Le parti contrarie al ddl ritengono che costituisca di per sé un ‘reato di opinione’(mentre all’art.4 si assicura il “pluralismo delle idee…) per chi vuole liberamente esprimere la sua contrarietà ai 4 punti indicati nell’art. 1 , ovvero tutto ciò che riguarda il modo LGBQTI. Lei cosa pensa riguardo il reato di opinione in tal caso? E’ un pretesto per non far passare il ddl?

R: Ritengo che si tratti di critiche giuridicamente fondate; un tempo, soprattutto a sinistra, si chiedeva di farla finita con i reati di opinione e di smetterla di utilizzare il diritto penale in maniera simbolica, al solo scopo di introdurre nel Codice e nella legislazione penale posizioni politiche o ideali che, seppur nobili, nulla hanno a che vedere con la funzione della pena nel nostro ordinamento costituzionale. Purtroppo negli ultimi trent’anni (cioè a partire dall’introduzione della “Legge Mancino”, nel 1993), anche la parte più progressista del Parlamento e della società ritiene di dover tutelare le minoranze introducendo nuovi reati di opinione.
Personalmente resto fedele all’idea di un “diritto penale minimo” e credo che sia sempre pericoloso introdurre norme penali che, seppur indirettamente, anche per motivi del tutto condivisibili come in questo caso, vadano ad incidere sulla libera manifestazione del pensiero dei singoli. Se vogliamo sconfiggere l’intolleranza e la violenza, a tutti i livelli, sia nella società che nelle istituzioni, bisognerebbe rilanciare la cultura democratica nelle scuole, nello spazio pubblico e soprattutto nel dibattito politico-parlamentare: ma i partiti, soprattutto a sinistra, oggi trovano più comodo e meno impegnativo introdurre norme penali a tutela delle minoranze, piuttosto che fare politiche di integrazione sociale e di rispetto delle differenze e delle diversità.

D: Vi sono, a suo avviso, punti di criticità nel ddl? Quali?

R: Al di là della scelta penale, tutto sommato si tratta di un ddl condivisibile nel suo impianto tecnico-giuridico. Certo, ritengo che non debba essere il legislatore a definire in via generale ed astratta che cosa si debba intendere per identità di genere. Del resto, a me pare di capire che chi rivendica una propria identità di genere, anche al di fuori della logica binaria, chiede agli altri di rispettare la propria personale scelta senza incasellamenti, perché la percezione che ciascuno ha di sé, anche se non corrispondente al sesso, deve essere rispettata, non giudicata e certamente non discriminata. Mi sembra però paradossale che chi rivendica il diritto ad essere sé stesso, con riferimento al genere, chieda poi che sia una legge – ripeto in maniera generale ed astratta, per tutti – a stabilire quale sia o non sia la sua identità, visto che ciascuno dovrebbe essere libero di percepirla e manifestarla pubblicamente come vuole.
Sul punto mi pare di capire che i punti di vista all’interno del mondo LGBTIQ siano molti ed articolati: non sono in grado di entrare nel merito di un dibattito che non conosco bene. Noto però, sul piano strettamente giuridico, questa contraddizione di fondo nel testo del ddl. Ciò detto, l’art. 1 con le definizioni di sesso, genere, orientamento sessuale e identità di genere ha inserito una norma necessaria per ragioni di tassatività delle fattispecie e delle circostanze penali introdotte che il ddl nel suo complesso introduce. Ripeto, non credo debba essere il legislatore a formulare definizioni di questo tipo, ma si tratta di un’aporia conseguente alla scelta di utilizzare lo strumento penale per sanzionare i crimini d’odio.

D: Riguardo le diverse identità di genere, nel nostro Paese la giurisdizione è pronta a riconoscerne i diritti o anche nell’aspetto giuridico vi sono difficoltà a riconoscerle pienamente, ad esempio nella concezione di famiglia con figli?

R: Sull’identità di genere, mi sembra che la giurisdizione negli ultimi anni abbia riconosciuto senza problemi questo concetto (penso soprattutto alle più recenti sentenze della Corte di Cassazione); terrei invece separata la questione del riconoscimento dell’identità di genere dal diritto di una persona lgbtqi a farsi una famiglia con il/la propri* compagn* e soprattutto la questione di avere figli.

D: A tal proposito,un aspetto molto importante  rispetto al riconoscimento e la tutela delle nuove famiglie gay, riguarda le adozioni.La legge Cirinnà n. 76 del 2016, garantisce una serie di importanti diritti per le coppie gay, ma non la possibilità di adottare il figlio del partner ( «stepchild adoption). Il ddl Zan non prevede  questo diritto.  Lei che ne pensa in merito al diritto di adozione delle nuove famiglie omosessuali?

R: Ritengo che se si vuole davvero uscire da ogni logica discriminatoria, dobbiamo considerare queste famiglie alla pari delle famiglie composte da coppie etero.
Per questo motivo io non capisco – proprio nell’ottica della pari dignità sociale di cui parla l’art. 3 Cost. – per quale motivo non si possa riconoscere a chiare lettere in una legge, il diritto per una coppia lgbtiq di adottare bambini, di fare la stepchild adoption, ma soprattutto di avere figli tout court (penso cioè alla cd “maternità surrogata” o “gestazione per altri”).
Purtroppo, in realtà quando si parla di questi temi nel nostro Paese, mi sembra che emergano tutta una serie di pregiudizi culturali e, diciamolo pure, cattolici che pensavamo di aver superato e invece non sono mai andati via dalla nostra testa: e non parlo soltanto di una certa mentalità retrograda e benpensante, che oggi mi sembra maggioritaria nel nostro paese, perché anche a sinistra (persino in una parte della sinistra “radicale” e femminista) talvolta su questi temi sembra di leggere o di ascoltare ragionamenti quasi giusnaturalistici.

Se posso fare una provocazione: a me preoccupa l’impostazione penalistica del ddl Zan, perché rischia di essere liberticida, di non eliminare le discriminazioni nei confronti degli LGBTIQ e di rendere qualche imbecille un martire del libero pensiero.
Vogliamo davvero farla finita con le discriminazioni? Riconosciamo per legge il diritto delle famiglie arcobaleno di adottare e avere figli: tempo vent’anni e sarà normale avere due mamme o due papà. Ovviamente sarà normale per le mie figlie e per le generazioni future, così come è (forse dovremmo dire dovrebbe) essere normale abortire, separarsi o divorziare .
Ma questo – intendo la gpa – non si può fare, non perché il diritto non lo consente, ma perché tutto sommato è ancora considerato peccato, una perversione o un’alterazione delle fondamenta naturali della società.

D: C’è bufera in Parlamento ed è possibile, dopo la bocciatura in Senato per le perpetue manovre del ‘bastian contrario’ leader di Iv, che il ddl torni alla Camera o addirittura venga cestinato. Sono le solite diatribe politiche o c’è anche un problema culturale radicato da sempre nelle destre che riconoscono solo le identità etero?

R: Chiaramente le forze politiche contrarie al ddl stanno facendo una manovra di ostruzionismo in Commissione. E’ probabile quindi che il ddl possa andare in aula senza relatore, perché le forze politiche a sostegno del ddl ad un certo punto vorranno accelerare, prima o dopo la pausa estiva, con tutti i rischi che questa scelta comporta, soprattutto se il passaggio in Aula avverrà in autunno, periodo in cui di fatto il Parlamento è completamente impegnato nella sessione di bilancio. Vedremo cosa succederà, ma è chiaro che al di là della tattica ostruzionista, le forze politiche di destra che siedono in Parlamento si caratterizzano sempre più per un approccio illiberale al tema dei diritti civili e della tutela delle minoranze. Non mi sembra tuttavia che sia una novità.

D: Concludendo con l’aspetto giuridico riguardo il ddl Zan, si può sperare, possibilmente con qualche miglioria rafforzativa su alcuni punti fondamentali, che possa passare alle Camere (in realtà alla Camera deputati era passato) e diventi legge o verrà definitivamente accantonato?

R: Nonostante le perplessità che ho espresso sull’impiego dello strumento penale, l’approvazione del ddl Zan sarebbe un importante passo in avanti per la tutela delle minoranze LGBTIQ. Certo non si tratta – in senso tecnico – di un ampliamento delle libertà civili di questa categoria di persone, ma di una tutela penale finalizzata a reprimere i discorsi d’odio che affollano i social e il dibattito pubblico in generale. Si tratta comunque di un traguardo politicamente importante, ma ripeto il progresso civile di una società non si misura dal numero di leggi penali che criminalizzano le opinioni di odio, quanto dalla capacità della cultura democratica di emarginare tali manifestazioni di pensiero nel dibattito pubblico, oltre che in quello politico-istituzionale.

La voce di Paola Guazzo attivista LGBQTI


Paola Guazzo

D: Paola, secondo te, rispetto a 40 anni fa, nella cosiddetta società civile, o meglio nella percezione comune, vi è una maggior apertura e meno pregiudizi verso il mondo dell’omosessualità?

R: Secondo me sono cambiate moltissime cose, sia sul piano sociale che su quello giuridico. Abbiamo comunque una legge, pur imperfetta, perché non riconosce la genitorialità e il matrimonio egualitario, sulle unioni civili. E abbiamo, cosa più importante, la possibilità di dichiararci e di vivere le nostre vite senza subire uno stigma sociale sistematico. Certo, esiste anche un fattore problematico, anche inquietante: l’avversione ad orientamenti sessuali e identità di genere non conformi è diventata il cavallo di battaglia ideologico della destra reazionaria e dell’ampio fronte che il sociologo Massimo Prearo ha definito “neocattolico”. Un fronte molto pericoloso sia sul piano della violenza, spesso non solo verbale, verso le persone che sul piano delle idee.

D: Perché, secondo te, se ci si riconosce in una diversa identità sessuale da quella del sesso di nascita si fatica a fare coming out anche in famiglia, fra gli affetti più cari che dovrebbero amare e accogliere a prescindere? E’ una questione di carattere psicologico, perché ci si sente diversi e in minoranza o è culturale, quindi un tabù?

R: Questa domanda così formulata non è chiara. Il mio orientamento sessuale è lesbico, ma non ho identità di genere diversa dal sesso di nascita. Orientamento sessuale e identità di genere sono fattori diversi. Per esempio una trans può essere lesbica ed amare le donne, oppure etero o bisex, restando fermo il fatto che la sua identità di genere non coincide con il sesso attribuito alla nascita.

D: I ripetuti attacchi violenti contro le persone gay e i fenomeni di dileggio pubblico sono il segnale di una rabbia contro le diversità di genere. Secondo te questa rabbia è fomentata e manipolata soprattutto da posizioni politiche di estrema destra,quindi di chi ritiene che la persona etero, la famiglia etero sia l’unica possibile?

R: Credo che la rabbia sia fomentata e in un certo senso creata in laboratorio nei social e su certi media. Molto più facile avere come capro espiatorio lesbiche, trans, donne, migranti e gay che ribellarsi a chi ti sfrutta. Questa rabbia deriva anche da una carenza di socialità ed apprendimento causata ad arte dalle classe dirigenti. Credo sinceramente poco che esista una “rabbia eterosessuale”, ma credo esista l’eterosessismo, che è uno dei volti del potere biopolitico che gli odiatori introiettano.

D: Su questa caduta di civiltà e umanità nel non riconoscere dignitosa ogni forma di amore ha influito e influisce anche la religione, oltre a un retaggio culturale di infimo spessore?

R: Certamente sì, nella sua parte neocattolica alla quale ho accennato prima, ma il cattolicesimo è fenomeno complesso, non solo moralistico e reazionario. Ho riscontrato tante aperture nel mondo cattolico dei credenti e delle credenti. Inoltre, la religione non è solo cattolica: i cristiani evangelici, detti “valdesi”, ci sono vicini da molti anni.

D: Il disegno di legge Zan, secondo te, farà coincidere il carattere normativo con quello culturale, ovvero la legge con carattere sanzionatorio potrebbe aiutare a superare atavici tabù verso le minoranze?

R: Non si può chiedere a una legge di sopperire alle mancanze sociali, ma di interpretare ed aiutare una trasformazione. Il ddl Zan va in questa direzione.

D: Puoi parlarci, se lo ritieni sentendoti libera anche di non farlo, delle tue esperienze personali nel mondo della omosessualità e se, frequentandolo, hai incontrato dei pregiudizi nel mondo del lavoro o delle relazioni? Quale è stata l’esperienza che ti ha provocato maggiore sofferenza e quale la più gratificante?

R: Come lesbica subisco una doppia discriminazione, come donna e come omosessuale. La mia sofferenza non è legata a particolari episodi di violenza o discriminazione, ma ho la coscienza netta di essere una cittadina di serie B. Mi sono unita civilmente, ma non mi è riconosciuto il diritto al matrimonio, per esempio. Se avessi avuto dei figli con la mia compagna questi non avrebbero avuto il diritto ad essere considerati figli di entrambe, in nome di un biologismo familistico inaccettabile. Per quanto riguarda l’espressione delle lesbiche nei luoghi sociali mi sembra chiarissima la nostra marginalizzazione assoluta. È già un miracolo se in una conferenza non ci sono solo uomini, figurarsi.

D: Da militante del partito della Rifondazione comunista pensi che per il prossimo futuro il partito potrebbe affinare alcuni aspetti del ddl promuovendo campagne di sensibilizzazione parallele e specifiche in merito?

R: Certamente sì, a me piace una Rifondazione che ha un concetto intersezionale dei problemi dell’oppressione.

D: Sei una portavoce del comitato “Dà voce al rispetto’. Quali sono le iniziative messe in campo e quali fini si propone il comitato?

R: Abbiamo fatto una campagna di un anno, con incontri, materiali sociali e culturali, webinar e manifestazioni dal vivo quando possibile, e abbiamo anche dialogato con istituzioni e Parlamento. Il fine è ovviamente stato quello di aiutare l’approvazione della legge Zan con una campagna di sensibilizzazione.

D: Tornando infine alla politica e nello specifico all’iter del ddl Zan. Cosa ne pensi del reato di opinione sollevato subdolamente dalle destre per non far passare il ddl e ostacolarlo in Senato?

R: Penso sia pretestuoso, come altre argomentazioni usate anche da Italia Viva e da una parte minoritaria del Pd. Voglio ricordare che recentemente in Francia c’è stato il riconoscimento dell’aggravante di lesbofobia in un processo per stupro. La lesbofobia non è un’opinione, è un movente

D: E del ribaltone di Italia viva, che prima vota sì alla Camera e poi ritira il voto al Senato, cosa ne pensi? Le solite manovre accentratrici del pinocchio fiorentino?

R: Mi avvalgo della facoltà di non rispondere. No, scherzi a parte: se Italia Viva va più a destra della parte liberal di Forza Italia se ne assumerà le responsabilità storiche e morali.

Alba Vastano
Giornalista. Collaboratrice redazionale di Lavoro e Salute

Interviste pubblicate sul numero 6 di giugno del mensile

Foto di Paola Guazzo, Antonello Ciervo, Il Fatto Quotidiano





 

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