Scuola: nuovo ministro, vecchio copione

Scuola: nuovo ministro, vecchio copione

Loredana Fraleone*

 

C’è da scommettere che il ministro Bianchi metterà o cercherà di mettere un ulteriore tassello al puzzle, che è stato disegnato alla fine del secolo scorso da Luigi Berlinguer, in consonanza con gli obiettivi per l’istruzione di Confindustria. I danni provocati dall’autonomia scolastica dovrebbero essere sotto gli occhi di tutti, per l’abbandono e la confusione di cui hanno sofferto le scuole, eppure per alcuni sindacati si vorrebbe ancora puntare su questo “rimedio”, che suggeriscono al nuovo governo, per rispondere alle difficoltà prodotte ancora dal Coronavirus. Per tutti coloro che riponevano speranze di discontinuità sulle politiche per l’istruzione, col nuovo governo, la nomina di Patrizio Bianchi rappresenta una palese smentita, essendo già presente, come consulente di quello precedente, in una posizione chiave, come quella di presidente del comitato di esperti per il rilancio della Scuola nel contesto della pandemia.

C’è da pensare ad esempio che possa essere stata sua l’idea dei banchi a rotelle,  che tanto malumore e al contempo umorismo ha suscitato nei confronti dell’Azzolina, e che risponde non tanto all’esigenza del distanziamento, apparso appunto come provvedimento ridicolo per lo scopo, quanto alla serissima concezione di una trasformazione del gruppo classe in senso “flessibile”, attraverso una rottura di quella piccola comunità nelle diverse fasi di apprendimento, verso il modello anglosassone fondato prevalentemente sull’addestramento, rincorso affannosamente da qualche decennio, nonostante i suoi evidenti fallimenti. È una delle idee presentate nel documento “La scuola del futuro”, della Commissione coordinata da Bianchi e istituita dall’Azzolina.

L’organicità del nuovo ministro all’impresa e al mercato è apparsa subito palese e viene da alcune parti più accorte segnalata, ma va più evidenziato, a mio avviso, il ruolo giocato dal nostro da più tempo. Per stare a quelli recenti, lo troviamo tra gli estensori della “Buona Scuola” del governo Renzi, dove è emersa chiaramente la filosofia della subordinazione all’impresa, con l’alternanza Scuola/Lavoro e non solo, ma anche la necessità, per mantenerne e rafforzarne l’egemonia di disciplinare l’intero mondo dell’istruzione, con la riduzione dei poteri degli organi collegiali, l’accentuazione del ruolo dell’INVALSI per espropriare il corpo docente di una sua fondamentale prerogativa, come quella della valutazione e guidarne così a monte l’azione educativa nei contenuti e metodi d’insegnamento, verso l’acritica acquisizione di “competenze” slegate tra loro.

Alcuni aspetti della “Buona Scuola” sono stati a suo tempo moderati da una forte quanto sconfitta reazione di un mondo da troppo tempo lasciato solo sulle barricate. Sono saltati infatti alcuni provvedimenti della legge tra i più difficili da digerire in quel momento, come l’incarico diretto del personale da parte dei dirigenti scolastici, la cui principale associazione guarda con favore al nuovo ministro, non a caso. Questione che potrebbe tornare in campo insieme al contentino di qualche stabilizzazione in più e di un concorso per titoli e servizio, come richiesto da tempo dalle Organizzazioni sindacali.

La discesa in campo diretta dei più organici rappresentanti dell’impresa e del mercato, come Draghi e il suo ministro dell’istruzione, disvela molto anche dell’uso che verrà fatto dei fondi europei, già indirizzati, dalle linee guida del PNRR del precedente governo, verso un più stretto legame tra scuola superiore e Università con le imprese. Anche il bluff pentastellato verrà presto smascherato, a prevalere sarà la concezione di uno sviluppo quantitativo, funzionale ai profitti, a scapito di ogni idea di riconversione ecologica dell’economia.

 

*Responsabile Scuola Università Ricerca PRC-S.E.





 

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