Il «generale» femminista. Intuito e limiti di Engels

Il «generale» femminista. Intuito e limiti di Engels

di Marcello Musto

Friedrich Engels comprese la centralità della critica dell’economia politica prima di Marx. Quando i due si conobbero, egli aveva pubblicato molti più articoli di quelli dati alle stampe dall’amico destinato a diventare celebre in questa disciplina. Nato in Germania 200 anni fa, il 28 novembre 1820, a Barmen (oggi sobborgo di Wuppertal), era un giovane promettente, al quale il padre, industriale tessile, aveva negato la possibilità di studiare all’università per indirizzarlo alla sua stessa professione. Si era formato da solo, grazie a una vorace fame di sapere e, per evitare conflitti con una famiglia conservatrice e molto religiosa, firmava con uno pseudonimo. Divenne ateo e i due anni trascorsi in Inghilterra, quando ventiduenne fu mandato a lavorare a Manchester nel cotonificio Ermen & Engels, furono decisivi per la maturazione delle sue convinzioni politiche. Fu allora che osservò di persona gli effetti delle privatizzazioni, dello sfruttamento capitalistico sul proletariato e delle concorrenza tra gli individui. Entrò in contatto con il movimento democratico cartista e s’innamorò di un’operaia irlandese, Mary Burns, determinante per la sua formazione. Brillante giornalista, pubblicò in Germania resoconti delle lotte operaie inglesi e scrisse sulla stampa anglofona dei progressi sociali nel continente.

Nel 1845 pubblicò il suo primo libro, “La situazione della classe operaia in Inghilterra“. Nel sottotitolo tenne a sottolineare che era stato basato su «osservazioni dirette e fonti autentiche» e che aveva avuto come intento «una necessità imprescindibile per dare solide fondamenta alle teorie socialiste»: la reale conoscenza delle condizioni lavorative e di vita dei proletari. Fu un precursore delle inchieste operaie. Nelle pagine introduttive del suo scritto affermò che la sua realizzazione l’aveva aiutato a «comprendere la realtà della vita» ed espresse il suo riconoscimento verso i lavoratori inglesi che non  l’avevano «mai trattato come uno straniero» né mai discriminato, poiché su di loro non ricadeva la «terribile maledizione dei pregiudizi nazionali». In quello stesso anno, dopo la pubblicazione della “Sacra famiglia“, la prima opera scritta assieme a Marx, Engels si recò in Inghilterra con l’amico, al quale ebbe modo di mostrare quanto aveva visto e compreso prima di lui. Marx abbandonò la critica della filosofia post-hegeliana per intraprendere il lungo viaggio che, nel 1867, si sarebbe compiuto con la pubblicazione del Capitale. Poi i due amici scrissero il “Manifesto del partito comunista” (1848) e parteciparono ai moti del biennio 1848-1849 in Germania, terminati con il successo della reazione.
Nel 1849, Engels ritornò in Inghilterra e, come Marx, vi rimase fino alla morte. Divenne il «secondo violino», come lui stesso si definì, e per sostenersi e poter soccorrere l’amico, frequentemente senza lavoro, accettò di dirigere la fabbrica del padre, a Manchester, fino al 1870. Anche durante questo ventennio, però, non smise mai di scrivere. Nel 1850 pubblicò “La guerra dei contadini in Germania“, storia delle ribellioni avvenute nel biennio 1524-1525, per mostrare quanto il comportamento della classe media del tempo, fosse stato simile a quello della piccola borghesia durante la rivoluzione del 1848-49 e responsabile delle sconfitte. Redasse, inoltre, quasi la metà dei 500 articoli firmati da Marx per il «New-York Tribune» tra il 1851 e il 1862, raccontando al pubblico americano le guerre in Europa di quel decennio. Non di rado seppe anticiparne alcuni sviluppi e prevedere le strategie militari usate dai fronti in lotta. Ciò gli valse il soprannome con cui era noto a tutti i compagni di partito: «il generale». La sua attività di pubblicista continuò a lungo e le sue “Note sulla guerra franco-prussiana del 1870-71“, una cronaca analitica in 60 articoli degli eventi militari che precedettero la Comune di Parigi, uscita sul quotidiano inglese «Pall Mall Gasette», gli procurarono numerosi apprezzamenti e testimoniano la sua perspicacia.
Nel quindicennio che seguì, Engels realizzò i suoi principali contributi teorici, esponendo le sue idee anche attraverso scritti occasionali, per contrastare le tesi di avversari politici all’interno del movimento operaio o fornire delucidazioni in merito a controversie insorte nel dibattito teorico. L’Anti-Dühring, apparso nel 1878, da lui definito l’«esposizione più o meno unitaria del metodo dialettico e della visione comunista del mondo», divenne un riferimento cruciale per la formazione della dottrina marxista. Seppure occorra distinguere tra la polarizzazione compiuta da Engels, in aperta polemica con le scorciatoie semplicistiche in voga allora, e la volgarizzazione operata dalla successiva generazione della socialdemocrazia tedesca, il suo ricorso alle scienze naturali aprì la strada a una concezione evoluzionista dei fenomeni sociali che sminuì la più poliedrica analisi di Marx. “L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza“, rielaborazione a fini divulgativa di tre capitoli dell’Anti-Dühring, ebbe ancora maggiore fortuna del testo originario. Nonostante i pregi di questo scritto, che circolò quasi quanto il “Manifesto del partito comunista“, le definizioni di «scienza» e «socialismo scientifico» proposte da Engels possono essere considerate come un esempio di autoritarismo epistemologico e furono poi utilizzate dalla vulgata marxista-leninista per precludere ogni discussione critica delle tesi dei «fondatori del comunismo».
La “Dialettica della natura“, un progetto rimasto in frammenti al quale Engels lavorò, con numerose interruzioni, dal 1873 al 1883, fu oggetto di una grande diatriba. Per alcuni si trattò della pietra angolare del marxismo, per altri dello scritto reo della nascita del dogmatismo sovietico. Oggi va riletto nella sua incompiutezza, mostrando i limiti di Engels ma anche le potenzialità contenute nella sua critica ecologica. Se il metodo dialettico da lui utilizzato ha certamente semplificato e ridotto la complessità teorica e metodologica di Marx, non è corretto, però, come è stato superficialmente e ingenerosamente osservato in passato, ritenerlo responsabile di tutto quello che non piaceva degli scritti dell’amico e scaricare soltanto sulle sue spalle le cause degli errori teorici e delle sconfitte pratiche.
Nel 1884 Engels pubblicò “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato“, un’analisi degli studi antropologici condotti dall’americano Lewis Morgan. Questi aveva scoperto come i rapporti matriarcali fossero anteriori a quelli patriarcali. Per Engels questa rivelazione era importante per la storia delle origini dell’umanità tanto quanto lo erano state la «teoria dell’evoluzione di Darwin per la biologia e la teoria del plusvalore di Marx per l’economia politica». Nella famiglia erano già contenuti gli antagonismi che si sarebbero sviluppati in seguito nella società e nello Stato. Secondo Engels, la prima oppressione di classe comparsa nella storia «coincide con quella del sesso femminile da parte di quello maschile». In materia di eguaglianza di genere, così come rispetto alle lotte anticoloniali, non esitò mai a prendere parte e sposò, convintamente, la causa dell’emancipazione.
Nel corso dei 12 anni che sopravvisse a Marx, si dedicò alla pubblicazione del suo lascito e alla direzione del movimento operaio internazionale. Nono solo riuscì a dare alle stampe i manoscritti dei libri Secondo e Terzo del Capitale, ma ristampò diverse riedizioni di opere già note di Marx. Nella nuova introduzione a una di queste, “Le lotte di classe in Francia“, composta pochi mesi prima di morire, Engels elaborò una teoria della rivoluzione che si adattava al nuovo scenario europeo. Il proletariato era divenuto maggioranza e la presa del potere per via elettorale, grazie al suffragio universale, avrebbe consentito di difendere, al contempo, la rivoluzione e la legalità. Questo non voleva dire – come suggerito dai socialdemocratici tedeschi, che manipolarono il testo in senso legalitario e riformistico – che la «lotta di strada» non aveva più alcuna funzione. Significava che la rivoluzione non poteva essere pensata senza la partecipazione attiva delle masse e che ciò richiedeva «un lavoro lungo e paziente». Leggendo Engels e osservando lo stato in cui versa oggi il capitalismo, nasce la voglia di ricominciarlo un simile lavoro.

pubblicato sull’inserto del Corriere della Sera La Lettura del 22/11/2020





 

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