PER IL RILANCIO DEL PUBBLICO

PER IL RILANCIO DEL PUBBLICO

La pandemia ha rivelato, col suo carico di sofferenze e lutti, oltre al fallimento del mercato, gli effetti devastanti dell’arretramento del pubblico sulla vita delle persone e sul sistema paese. 

Se si è evitato un disastro peggiore lo si deve a ciò che di pubblico è rimasto e alle/ai  sue/suoi lavoratrici e lavoratori, che con il loro impegno hanno sopperito alle grandi carenze in termini di strutture e di personale prodotte da trent’anni di politiche neoliberiste e/o di austerità  e ai giganteschi tagli giustificati con i vincoli europei e il peso del debito. La devastazione del pubblico risulta evidente alla luce di alcuni dati.
-scuola e università 66 mld  di spesa pubblica contro i 120 della Francia e i 134 della Germania;
-sanità 150 miliardi contro i 250 della Francia e i 350 della Germania Germania
-in Italia 80 dipendenti pubblici per mille abitanti contro una media europea di 118, i 135 della Germania e i 170 della Svezia.
La pandemia ha  vieppiù evidenziato il disastro prodotto dalle gravi lesioni inferte al ruolo e all’importanza  del  pubblico nella sfera dell’insieme della  riproduzione sociale:  si è “scoperto” che cosa ha significato l’aver gravemente ridotto l’organico del personale medico e infermieristico e l’aver distrutto il sistema di prevenzione e medicina territoriale, o l’aver mantenuto la Scuola in stato di precariato, con patrimonio edilizio vecchio   e insufficiente,  classi sovraffollate, o ancora le grandi carenze del welfare con  insufficienti interventi  di sostegno al reddito e la mancanza di  ammortizzatori sociali universali.
Quello visibile oggi è un  disastro che viene da lontano :  anni di riduzione degli organici, di delegittimazione del lavoro pubblico, di svalorizzazione del suo ruolo sociale   conseguenze  della mercificazione di tutto ciò che era pubblico e comune; della privatizzazione di interi settori e servizi, accompagnata dalla progressiva aziendalizzazione del servizio pubblico. Si è trattato di processi su larga scala attraverso i quali il capitalismo ha perseguito il sostanziale smantellamento del  pubblico, in nome della espropriazione e messa a valore di ogni attività umana. Così i bisogni si sono trasformati in merci, mentre l’intero settore è stato sottomesso a rapporti gerarchici di comando di tipo aziendale, incentivando al massimo la competitività fra lavoratori, con la predominanza di misuratori di  tipo aziendalistico con scarse o nessuna considerazione per la qualità del lavoro e  dei servizi

Il progressivo disimpegno dello Stato in termini di disinvestimento  e di rinuncia alla gestione diretta dei settori pubblici (a partire da quelli principali , quali sanità, istruzione, assistenza, ma non solo) ha contribuito ad amplificare le differenze di classe e le disuguaglianze prodotte dalle politiche degli ultimi 30 anni, aumentando il numero di persone  a rischio di povertà (economica e culturale), generando categorie di cittadinanza differenziate, diseguali, ingiuste e tendenzialmente disgregatrici dell’intero contesto sociale.
Pesantissime le conseguenze su lavoratrici e lavoratori pubblici che hanno sofferto la  riduzione  progressiva degli stipendi causato dal blocco della contrattazione  e il peggioramento delle condizioni normative e dall’introduzione di  forme di precarietà del lavoro prima inesistenti. Il risultato è che oggi ci troviamo di fronte a un personale invecchiato, malpagato, insufficiente, sfiduciato.
Tutto ciò ha platealmente smentito le promesse del neo-liberismo, che prospettavano  maggior efficacia,  maggior efficienza e maggior qualità dei servizi, raggiungibili  grazie all’introduzione dei meccanismi connessi all’aziendalizzazione  e alla  concorrenza fra pubblico e privato. 
Anzi! La realtà odierna mostra  ben altro: maggiori costi per gli utenti, minor qualità dei servizi erogati, grandi diseguaglianze nell’accesso. Per tacere dei “danni collaterali” rappresentati, ad esempio, dalla corruzione che si è sviluppata  grazie alle commistioni pubblico-privato e al sempre più esteso sistema degli appalti  e subappalti, oppure  dai costi in termini di maggior precarietà per i lavoratori e le lavoratrici, a seguito dei processi di esternalizzazione.
Va inoltre sottolineato che uno Stato Sociale indebolito e residuale, quindi con una sempre più ridotta azione di redistribuzione della ricchezza, favorisce una cittadinanza diseguale e questa, intersecandosi con l’asimmetrica divisione  del lavoro riproduttivo, determina  una condizione di illibertà, costrizione, repressione e violenza  in particolare per le donne; sotto questo aspetto, ragionare di lavoro pubblico, con il corollario di estensione dei servizi alla persona, di risorse per le politiche di assistenza e di promozione sociale, significa  avere ben presente che bisogni e necessità non si declinano in modo neutro e paritario e che i compiti devono essere almeno equamente distribuiti fra i generi in termini di tempi e carichi di lavoro. Ma quando si affronta il tema della cittadinanza è fondamentale assumere il principio che il riconoscere la differenza delle donne e la sua piena declinazione nella sfera dei diritti apre la porta a una nozione di cittadinanza progressivamente capace di assumere tutte le differenze che si articolano nella società umana.
Non meno rilevanti sono stati  gli effetti negativi  della ritirata del pubblico sull’insieme dell’economia  prodotti dalle scelte che hanno impoverito tutti i settori quanto a  strutture e  dotazioni tecnologiche,  ridotto  gli organici, impedito il ricambio generazionale, la formazione e l’innovazione. 
Basti pensare agli effetti economici di lungo periodo dei bassi livelli di scolarizzazione o dell’arretramento della ricerca o ai costi umani ed economici della mancata prevenzione sanitaria ed ambientale; o ancora alle amministrazioni pubbliche  rese incapaci di progettare e spendere i fondi disponibili per la drammatica perdita di competenze provocate da tagli e esternalizzazioni; ai costi giganteschi provocati dall’abbandono della manutenzione del patrimonio  pubblico e del territorio; ai costi economici  dei ritardi e delle disfunzioni della giustizia per le carenze di organici, di mezzi e dotazioni tecnologiche.
Che fare?
Alla luce di quanto detto, diventa  chiara a molti la necessità di una maggiore presenza del pubblico nella società , ma questo non basta; per noi è  fondamentale definire una  diversa idea di Pubblico, che corrisponda al nostro più generale modello alternativo di Società ed  esprima una nozione  più avanzata di riproduzione sociale, non funzionale alle esigenze del profitto, ma al benessere di tutta la popolazione, all’allargamento della sfera dei diritti, alla tutela dei beni comuni.
Un pubblico nuovo, sottratto ai vizi su cui aveva fatto leva l’attacco neoliberista, un pubblico accogliente, in cui la ripresa di protagonismo delle lavoratrici e dei  lavoratori si sposi con la partecipazione dei cittadini, in cui l’allargamento della democrazia nella gestione  si intrecci con il miglioramento della qualità dei servizi.
Una tale trasformazione può avvenire solo all’interno di una battaglia politica e culturale all’insegna della demercificazione dei bisogni per ricondurne il soddisfacimento nella sfera del diritto, per il valore universale dei diritti contro le disuguaglianze.
E’ una lotta che riguarda tutte le componenti sociali, ma che può trovare gambe  in modo particolare tra i lavoratori pubblici  che rappresentano una quota consistente degli occupati.
Lavoro Pubblico, nel nostro Paese, vuol dire ancora, nonostante i tagli e riduzioni d’organico (165.000 unità in meno dal 2009 ad oggi), 3.200.000 lavoratori e lavoratrici fra Scuola, Sanità, Enti Locali, Ministeri ed altri Enti e servizi. Questi lavoratori e lavoratrici sono  per noi un riferimento fondamentale per una proposta di  rilancio del pubblico  in quanto vivono doppiamente, sia come cittadin* che come lavoratrici e lavoratori,  tutte le contraddizioni indotte dall’ attacco neoliberista a tutto ciò che è pubblico; perfino in questo momento subiscono ancora attacchi ai loro “privilegi” alle loro tutele e al contratto di lavoro a tempo indeterminato.
Qualificare, estendere, retribuire adeguatamente il Lavoro Pubblico significa difendere e rafforzare lo Stato Sociale, di cui il Lavoro Pubblico rappresenta la realizzazione concreta; significa corrispondere a bisogni sociali crescenti, i quali, se non ricevono adeguata risposta pubblica, finiscono irrimediabilmente per essere esposti all’intervento del Privato, che li vede esclusivamente come terreno di ricerca del profitto (specie in fase di difficoltà di remunerazione del capitale) e inevitabilmente li distorce in un’ottica di accentuata diseguaglianza.
Facciamo in particolare nostro lo slogan: “Prendersi cura delle persone che curano”, con lo scopo di “riabilitare” insieme  il ruolo sociale del lavoro pubblico e l’idea di pubblico in quanto tale.
Una proposta di sviluppo e di riqualificazione comporta necessariamente un grande investimento in risorse economiche e umane, esteso all’insieme dell’amministrazione pubblica e ai suoi fabbisogni, a partire dai settori maggiormente in sofferenza.  Chiediamo che i fondi di next generation    siano innanzitutto utilizzati per  un grande piano di potenziamento delle strutture, delle dotazioni e del personale dei settori pubblici.
Proponiamo all’interno di un più generale Piano Nazionale per il Lavoro, un piano di assunzioni stabili nella P.A., adeguato alle necessità reali della popolazione (identificando quindi bisogni fondamentali e servizi corrispondenti), abbandonando i criteri di mero “risparmio economico” che hanno dominato in questi anni;  che siano attribuiti  a lavoratrici e lavoratori pubblici (a fronte di un blocco salariale decennale)  consistenti aumenti salariali; che siano riconosciute, valorizzate e promosse  le competenze; siano reinternalizzati i servizi che in questi anni sono stati conferiti all’esterno, con l’obbiettivo di ricondurre tutti i servizi pubblici al perimetro pubblico, con piena parità di trattamento contrattuale dei lavoratori e delle lavoratrici coinvolti.
Le risorse necessarie dovranno essere reperite attraverso una diversa politica fiscale, fortemente progressiva ed orientata a far pagare il dovuto alle grandi ricchezze, introducendo una tassa patrimoniale sui redditi superiori a 1 mln €, colpendo col necessario impegno l’evasione fiscale.
Nell’organizzazione dei servizi, dovrà essere conquistato il potere di intervento e di contrattazione dei lavoratori e delle lavoratrici, superando i blocchi che gerarchia e burocrazia frappongono all’autonomia e auto-organizzazione degli operatori. Così come occorrerà lavorare per costruire forme efficaci di partecipazione della cittadinanza al funzionamento della cosa pubblica.
A fronte della campagna di denigrazione svolta negli anni scorsi verso i/le dipendenti pubblici/che, ribadiamo  che non esiste alcuna contraddizione di principio fra lavoratori/lavoratrici del servizio pubblico e cittadini/cittadine, stante il loro interesse comune al buon funzionamento del servizio pubblico, sia che esso si occupi di lavoro di cura (Scuola, Sanità, Welfare dei Comuni), sia che si occupi di “benessere generale” (cantonieri, addetti al piano regolatore, ecc.).
Sono questi gli assi generali su cui poter poi articolare, calandosi nella notevole complessità della nostra Pubblica Amministrazione, tutta una serie di obbiettivi più specifici e dettagliati quali:
-Assunzione di 500 mila lavoratrici e lavoratori stabili  e consistenti aumenti salariali in tutti i settori della pubblica amministrazione per avvicinare l’Italia agli standard europei.
-Reinternalizzazione dei servizi esternalizzati e ritorno nel  Pubblico dei servizi dati in appalto  con riassorbimento  del Personale coinvolto, nell’ottica di garantire la piena parità di trattamento di tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici che concorrono all’erogazione del servizio pubblico.
-Cancellazione di tutte le forme di precarietà e ripristino del contratto a tempo pieno e indeterminato come norma in tutti i comparti della P.A
-Rigetto dei tentativi di rendere strutturale la “didattica a distanza” con la sua assimilazione allo smart working e al tele-lavoro.
-Eliminazione nella P. A. di tutti gli ostacoli occupazionali, professionali e  salariali alla piena parità di genere
-Partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici all’organizzazione di uffici e servizi, prevedendo forme certe di partecipazione degli utenti.  
Infine  essendo assolutamente prioritario sostenere il valore universale del servizio pubblico, non possiamo che ribadire la nostra ferma opposizione verso le varie  ipotesi di “autonomia regionale differenziata”  e pertanto l’immediato ritiro del ddl sull’autonomia collegato alla legge di bilancio; anche la tragica esperienza della pandemia, con i conflitti di attribuzione che sono sorti fra le diverse articolazioni dello Stato, ha  evidenziato la necessità di rivedere profondamente la riforma del Titolo V introdotta negli anni scorsi, così come le varie “riforme” introdotte in diversi settori della P.A. (Province, ecc.), tutte tendenti alla riduzione del servizio pubblico. Ribadiamo inoltre l’estrema pericolosità dell’introduzione di forme di “welfare aziendale”, particolarmente perniciose laddove si parla di lavoro pubblico.

documento elaborato dal Dipartimento nazionale lavoro del Prc e approvato dalla direzione nazionale 

 

 

 

 





 

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