Sulla crisi politica in Bielorussia

Sulla crisi politica in Bielorussia

La crisi che si è aperta in Bielorussia viene da lontano e si colloca nel contesto apertosi dopo la fine dell’Unione Sovietica. In quell’area la Bielorussia per iniziativa del presidente Lukashenko si è presentata come il Paese in cui da un lato si rispettava anche sul piano simbolico l’eredità del “socialismo reale” e dall’altro resisteva alla forza attrattiva dell’Occidente, rafforzando il rapporto con la Russia.
La politica di Lukashenko, in carica dal 1994, ha evitato le terapie shock liberiste, le privatizzazioni e i tagli ai servizi pubblici che hanno caratterizzato la Russia e altri paesi dell’Europa orientale dopo il 1991. Per un lungo periodo ha salvaguardato e innovato le aziende e le industrie statali, ha garantito condizioni sociali favorevoli per la maggioranza della popolazione e ha goduto di un vasto consenso popolare. Questo modello, in buona parte fondato sulla raffinazione e la riesportazione del petrolio russo, ma venduto al Paese con un prezzo sussidiato, si è andato via via logorando. Determinante la caduta del prezzo del greggio sul mercato mondiale e la decisione di Mosca di aumentare i prezzi di gas e petrolio che ha aperto anche un attrito tra i governi dei due paesi. Pesano poi le conseguenze delle stesse difficoltà economiche della Russia.
 
Nonostante una solida base industriale e un indice di disuguaglianza molto basso negli ultimi anni si è registrato un forte rallentamento economico e l’abbandono da parte del governo Lukashenko della precedente tendenza agli aumenti salariali e alla salvaguardia del welfare.
 
Sono state adottate progressivamente misure economiche restrittive per fronteggiare la scarsità di riserve valutarie e il debito pubblico. Parallelamente sono state promosse norme di riduzione dei diritti dei lavoratori anche per attirare capitali stranieri.
 
Già nel 2017 una legge che introduceva una sorta di tassa punitiva sui disoccupati suscitò un’ondata di protesta sociale nel paese.
 
Nel 2019 è stato modificato in peggio il “Codice del Lavoro” aumentandone la precarietà e la possibilità di licenziamenti. Nel 2020 è stato annunciato un piano di privatizzazioni di diverse grandi imprese ancora statali, che si aggiungono a quelle già realizzate. Inoltre, sul tavolo c’è anche una “riforma delle pensioni” con l’aumento dell’età per ottenere la pensione e l’esclusione del servizio militare, del congedo di maternità e degli studi universitari dal conteggio.
 
La tradizionale opposizione liberale filo-UE e nazionalista – non certo priva di sostegni esterni al paese – ha trovato dunque maggiore spazio per incrinare il consenso intorno a una leadership caratterizzata da paternalismo burocratico e autoritario, mal sopportata ormai anche da quei settori sociali che pure avevano sostenuto a lungo il governo.
 
Attraverso social e media elettronici le forze di opposizione sono riuscite a incrinare il monopolio della comunicazione da parte del governo nonostante le limitazioni alle libertà sindacali e politiche.
 
E soprattutto negli ultimi mesi lo stile di Lukashenko è stato fortemente delegittimato da un’opposizione capace di raggiungere vasti settori della popolazione facendo leva sul malcontento derivante dal peggioramento degli standard di vita, dalla crescente disuguaglianza sociale e dall’attacco dello Stato ai diritti sociali e politici dei cittadini. Assai influente è stato il giudizio di inadeguatezza nella gestione dell’emergenza covid 19.
 
A scatenare l’escalation di manifestazioni di dissenso delle ultime settimane la palese quanto disinvolta violazione delle più elementari regole di correttezza da parte del governo in occasione delle elezioni. Le autorità bielorusse hanno scatenato una vasta campagna repressiva verso i loro oppositori con sanzioni amministrative, licenziamenti e arresti che hanno coinvolto persino i tre principali candidati. Anche a prescindere dalla mancata dimostrazione dettagliata di effettivi brogli che pure la stessa opposizione e gli organismi internazionali avrebbero dovuto fornire, l’arresto dei principali concorrenti dell’opposizione delinea un quadro assai lontano dalle regole riconosciute a livello internazionale per una corretta competizione elettorale.
 
Il risultato elettorale ufficiale dello scorso 9 agosto ha dato a Lukashenko l’80% dei voti (dopo 26 anni di governo sarebbe il 6° mandato presidenziale). Ma l’ampiezza delle proteste che si sono registrate in questi giorni, alle quali stanno facendo seguito scioperi in tutte le grandi fabbriche, dimostrano che l’opposizione al governo è assai più ampia di quella che risulterebbe dal dato fornito dalla Commissione Elettorale Centrale. Anche se precedenti esperienze in altri contesti insegnano che la denuncia strumentale di brogli (in genere falsi) è una tecnica consolidata per delegittimare risultati non graditi dall’Occidente sarebbe superficiale limitarsi a facili analogie.
 
Il governo ha risposto alle proteste, largamente pacifiche, con una repressione violenta che ha provocato quattro vittime, decine di feriti e migliaia di arresti con denunce di maltrattamenti e violenze pesantissime nei confronti degli arrestati. Ad oggi, questo comportamento violento delle forze dell’ordine sembra essere stato messo da parte di fronte al crescere delle proteste che sono caratterizzate da una presenza operaia. Il ricorso a una repressione dura di fronte a proteste di dimensioni inedite si è rivelata un boomerang per il governo accentuando l’indignazione popolare.
 
Il sostegno di forze esterne al paese all’opposizione non può essere sottovalutato, ma non pare la ragione motrice principale delle proteste popolari e degli scioperi operai. Ad oggi, il governo non ha offerto una soluzione pacifica al conflitto.
 
Lukashenko da una parte cerca di presentarsi come vittima della Nato, mentre dall’altra aveva dato segnali di volersi liberare dall’abbraccio russo, anche valutando l’acquisto di greggio da altri mercati. A febbraio scorso aveva cercato di stringere rapporti con l’amministrazione statunitense, invitando a Minsk il Segretario di Stato di Washington, l’ultrareazionario e guerrafondaio Mike Pompeo. E a metà maggio, gli Stati Uniti hanno generosamente provveduto ad inviare alla Bielorussia un rifornimento di petrolio per coprire la riduzione delle forniture da parte della Russia.
 
L’atteggiamento delle cancellerie occidentali, in particolare degli Stati Uniti (parallelamente alla crescente aggressività nei confronti di Paesi come Venezuela o Cuba), conferma che il principale interesse degli USA e della Unione Europea non è tanto la “democrazia”, ma è quello di arruolare la Bielorussia in uno schieramento antirusso. Uno schieramento di Paesi che già circondano Minsk, a partire dai governi dell’accordo di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) passando per Lituania e Ucraina e che si sono trasformati nell’avamposto della NATO verso Est.
 
Sotto questo aspetto, la Bielorussia ha una posizione geografica e geopolitica che la converte in un appetitoso bottino e in una terra di contesa aperta tra UE, Russia e Stati Uniti. Non va dimenticato che il controllo dell’economia e dell’apparato industriale pubblico della Bielorussia rappresenta un obiettivo non indifferente per i gruppi capitalistici occidentali, ma anche russi.
 
Ci opponiamo a ogni intervento esterno e le stesse sanzioni minacciate dall’Unione Europea rischiano di danneggiare le possibilità di un processo democratico e di uno sviluppo positivo della crisi in corso. Le sanzioni e le parole di condanna verso la brutalità della polizia contrastano con l’ipocrisia e il doppiopesismo della UE verso paesi come Turchia, Israele, Egitto o Arabia Saudita. Non abbiamo mai letto dichiarazioni di Bruxelles lo scorso anno di biasimo per la violentissima repressione in Francia costata 11 morti.
 
Nel movimento di protesta sono attivi le compagne e i compagni del partito “Un mondo giusto”, aderente al Partito della Sinistra Europea, che hanno subito anche arresti e ai quali rivolgiamo la nostra solidarietà.
 
Fin dall’inizio avevano denunciato il fatto che in Belarussia non vi erano le condizioni per libere e corrette elezioni.
 
Nell’ondata di mobilitazioni che si è sviluppata contro Lukashenko ha assunto in ruolo forte la mobilitazione della classe lavoratrice che in Bielorussia ha ancora un grande peso. Non ci facciamo illusioni su questa mobilitazione, perché abbiamo già visto all’opera negli ultimi decenni la nefasta egemonizzazione dei movimenti operai da parte di opposizioni nazionaliste o liberaldemocratiche, con programmi neoliberisti che poi hanno violentemente colpito le condizioni di vita e i diritti sul lavoro della classe lavoratrice. Da questo punto di vista la forza comunicativa di questi settori dell’opposizione – supportata da Unione Europea e USA – rischia di riprodurre il medesimo scenario in caso di un’eventuale uscita di scena di Lukashenko.
 
E’ un dovere da parte delle forze della Sinistra Europa, e in particolare dei comunisti democratici, rafforzare i legami con le forze di sinistra e settori del movimento dei lavoratori e sostenerli nella richiesta di libertà sindacale, associativa, di stampa e di opinione. I fatti di questi giorni ci ricordano quanto è ancora debole la nostra iniziativa – e anche la nostra conoscenza – dei paesi dell’Europa orientale
 
La lotta di lavoratrici e lavoratori e lo sviluppo democratico non deve essere sacrificata sull’altare delle strategie geopolitiche di chi conduce da anni una politica di espansione verso Est che può suscitare reazioni negative da parte della stessa Federazione Russa legata alla Bielorussia da rapporti storici e forme assai strutturate di integrazione. E’ evidente che vi sono in corso piani per “decomunistizzare” e privatizzare la Bielorussia come nelle vicine Polonia e Ucraina e, in prospettiva, aprire le porte alla Nato.
 
Non ci sembrano fondate né le esaltazioni acritiche della mobilitazione in corso, né quelle relative al “socialismo” e all’anti-imperialismo di Lukashenko. La riproposizione di facili schemi manichei si scontra con la realtà di forze etno-nazionalistiche e neoliberiste che cavalcano la promessa di sviluppo attraverso l’ingresso nell’UE, quanto con le caratteristiche autoritarie della lunga stagione di Lukashenko.
 
Lavoriamo affinché si apra immediatamente un dialogo con l’intero spettro delle forze politiche e sociali, sia sulle regole che garantiscano un processo elettorale libero, equo e trasparente, che sulle annunciate politiche economiche e sulla garanzia dei diritti elementari di parola, riunione, associazione e protesta democratica.
 
Il PRC-SE chiede l’immediata cessazione delle violenze e della repressione contro chi manifesta pacificamente, la liberazione degli arrestati e l’avvio di un vero dialogo tra il governo e le variegate forze di opposizione.
 
Solo un dialogo pacifico e realmente inclusivo tra bielorussi può risolvere la crisi politica nell’interesse del popolo, evitando pericolose ingerenze straniere. Invitiamo il governo italiano a operare in tal senso considerate le consolidate buone relazioni tra i due paesi. Giudichiamo negativamente le sanzioni annunciate dell’Unione Europea.
 
Sosteniamo le legittime richieste democratiche del popolo bielorusso e il diritto ad autodeterminare il proprio futuro.
 
Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

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