Banca Popolare Bari: per ora la solita storia. Le proposte di Rifondazione per una possibile svolta

Banca Popolare Bari: per ora la solita storia. Le proposte di Rifondazione per una possibile svolta

Nonostante le perplessità della vigilia, l’assemblea degli spolpatissimi soci della Popolare di Bari ha approvato, con una maggioranza bulgara del 97%, il piano di rilancio della banca proposto dai Commissari straordinari che prevede, innanzi tutto, la sua trasformazione in SpA. Come noto, il salvataggio è stato possibile grazie ad una ricapitalizzazione pari a circa 1,6 miliardi di euro che saranno sborsati dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (che in sostanza coprirà le perdite pregresse che ammontano a quasi 1,2 miliardi di euro) e da Mediocredito Centrale che con circa 430 milioni di euro otterrà il 97% del capitale della nuova banca. L’ennesimo intervento del Fitd (che è alimentato dalle contribuzioni di tutte le banche operanti nel nostro paese, quindi da risorse in larga misura private), di gran lunga il più oneroso della sua storia, non deve certo essere scambiato per un atto di generosità verso un concorrente in grave difficoltà. Occorre ricordare infatti che in caso di fallimento della banca, il Fondo avrebbe comunque dovuto intervenire a tutela dei depositanti (sino a 100 mila euro) con un esborso decisamente superiore e non facilmente digeribile per il sistema. Mediocredito Centrale, invece, tramite Invitalia, è partecipato al 100% dal Ministero dell’Economia. Di conseguenza, la nuova Popolare di Bari è ora di proprietà pubblica (o meglio statale). Naturalmente, rimangono in campo gli strascichi giudiziari della vicenda (fra pochi giorni dovrebbe partire il processo agli Jacobini, padroni incontrastati della banca per quarant’anni e ora accusati di una lunga lista di capi di imputazione) e la rabbia dei risparmiatori “traditi” che in questo caso, salvi gli obbligazionisti, sono i circa 70mila soci restati sostanzialmente con mucchi di carta straccia in mano. Eccetto il parziale indennizzo di chi ha partecipato agli aumenti di capitale del 2014-15 che riceverà 2,38€ per ogni azione acquistata a 9,50€. E, soprattutto, partirà ora la pesante cura dimagrante della banca che prevede, tra l’altro, la chiusura di una novantina di sportelli (su circa 350) ed una riduzione dei costi operativi di quasi 70 milioni di euro che saranno in gran parte a carico del fattore lavoro (con 650 esuberi sugli attuali 2700 dipendenti). L’accordo sindacale dello scorso 10 giugno è senza dubbio brutto, per quanto (come sostengono le organizzazioni sindacali firmatarie) necessario e sostanzialmente inevitabile. Senza entrare nei dettagli, si può comunque affermare che nemmeno l’applicazione di tutto l’armamentario disponibile in questi casi (esodi, prepensionamenti incentivati, contratti di solidarietà con meno orario e meno salario per tutti, sforbiciate varie a contributi previdenziali, premi di rendimento ed altre voci di busta paga) è stato sufficiente a far quadrare i conti. Sono infatti state introdotte alcune ulteriori misure sia per le lavoratrici ed i lavoratori coinvolti nel piano esodi sia per quelli privi dei requisiti per accedervi (trasformazioni forzose di rapporti di lavoro in part time, incentivi al licenziamento ed al collocamento in aspettativa parzialmente retribuita) che rappresentano per il settore un inquietante precedente. Venendo ad un giudizio più generale sulla vicenda, si può certamente affermare che la crisi ed il salvataggio della Banca Popolare di Bari si inseriscono, sin qui in piena continuità, in un canovaccio ormai ben noto. In primo luogo, siamo di fronte all’ennesimo fallimento di una banca privata “del territorio” (in molti casi basata sul “modello popolare” e protagonista negli anni precedenti di un vorticoso processo di crescita prevalentemente per linea esterna e cioè con fusioni/acquisizioni) guidata in modo dissennato, o per meglio dire criminoso, da banchieri e manager d’assalto circondati dai loro famigli e sodali. Scorrendo l’elenco di chi è stato complice e/o ha beneficiato di tali gestioni si trova tutto il meglio offerto dal capitalismo italiano: industriali e immobiliaristi più o meno noti; rappresentanti delle professioni; finanzieri senza scrupoli; politici, magistrati, giornalisti, sindacalisti, curiali, collusi o corrotti. E, naturalmente, quanto meno imbarazzante appare il ruolo svolto dagli organi di vigilanza. In secondo luogo, a crisi conclamate e per cercare di salvare il salvabile è dovuto intervenire lo Stato. Quel “pubblico” che, a partire dagli anni novanta dello scorso secolo, proprio le categorie così ben rappresentate negli elenchi di cui sopra hanno ritenuto dovesse uscire dal settore in quanto sospetto (e talvolta effettivamente protagonista) di gestioni inefficienti e clientelari… Il punto centrale è come e con quali obiettivi lo Stato sino ad oggi lo abbia fatto. Ebbene, sono stati diversi i tempi e le modalità tecniche ma la sostanza non è mai cambiata. La finalità è sempre stata quella di farsi carico della totalità o di gran parte delle perdite accumulate e delle sofferenze in essere e gestire il ritorno sul mercato ed ai privati delle parti aziendali cosiddette “in bonis”. Nulla di sostanzialmente diverso da quanto sintetizzato con la vecchia mirabile espressione “socializzazione delle perdite e privatizzazioni dei profitti”. Basti pensare al caso più clamoroso, la vendita a Intesa Sanpaolo delle due popolari venete per un euro, ed a quello più recente, l’intervento di Amco (società recupero crediti pubblica) per ripulire il bilancio di Mps in vista di un matrimonio privato che peraltro si stenta a combinare. Quindi, come dicevamo, se al momento la vicenda della Popolare di Bari non ha rappresentato una sostanziale novità nel panorama poco rassicurante del sistema creditizio nazionale quello che ci sembra lecito chiedere è che l’ennesimo “salvataggio” pubblico non si concluda, tra qualche mese o tra qualche anno, con il solito “scambio di cortesie” con qualche grande gruppo bancario. In altri termini, il ruolo dello Stato non deve essere, ancora una volta, ancellare e subordinato agli interessi del capitale privato ma rappresentare il ritorno consapevole, e di carattere strutturale, dell’intervento pubblico in un settore evidentemente strategico per l’intera economia. Occorre dunque voltare pagina. Lo abbiamo già detto con riferimento al Monte Paschi (la cui nazionalizzazione solo temporanea è stata “concordata” con l’Unione Europea in un’altra epoca… e deve essere ridiscussa) e lo diciamo con ancora maggior forza per quella che è la prima banca meridionale del paese, visto che in questo caso le finalità pubbliche, legate al rilancio del sistema creditizio e dell’economia del mezzogiorno, sono di carattere assolutamente prioritario. Persino nel suo nome completo (“Mediocredito Centrale – Banca del Mezzogiorno”) il nuovo azionista di controllo della ex-Popolare di Bari rappresenta la sintesi di vent’anni di tentativi, quasi sempre inconcludenti, di dare vita ad una banca (orientata in particolare al credito a medio-lungo termine) che potesse contribuire in modo determinante ad aprire una nuova fase di sviluppo del Sud. Sul principio di fondo Rifondazione Comunista si è sempre espressa favorevolmente purché l’impresa nascesse e si sviluppasse in un ambito pubblico senza ammiccamenti vari a cordate imprenditoriali locali (giusto per scherzare ricordiamo che Tremonti, nel 2006, indicò come presidente onorario della sua Banca del Sud il principe Carlo di Borbone…). E in secondo luogo che non venisse trascurata l’attenzione al mercato privati e cioè che fosse importante che la banca per il sud disponesse di una adeguata rete di sportelli in grado di garantire un’autonoma base di raccolta e di ricavi. Oggi queste condizioni “di partenza” ci sono e quello che manca è “solo” la volontà politica di muoversi in una direzione radicalmente diversa dal passato. Perché la “nuova Banca del Mezzogiorno” sia davvero “pubblica”, infatti, non bastano certo il controllo azionario e la missione che viene dichiarata. E nemmeno ci si può limitare ad auspicare, come fanno i sindacati aziendali, che si apra una fase nuova nelle relazioni sindacali che sia caratterizzata dal rispetto delle persone e degli accordi (cosa che ovviamente sottoscriviamo in premessa). A nostro parere, sia per dare credibilità al rilancio della banca in tempi brevi (cosa che implica una radicale cesura con il passato) sia per rappresentare davvero un modello alternativo rispetto ad un sistema dominato in fotocopia dal mantra della creazione di valore per l’azionista e dallo strapotere di manager e interessi privatistici vari, appare necessario: – Un significativo ricambio nei ruoli chiave aziendali, allontanando quella parte dell’alta e media dirigenza più direttamente compromessa e corresponsabile della disastrosa gestione precedente e sostituendola con nuovi manager che si impegnino espressamente a sostenere il cambiamento di rotta e che siano individuati sia valorizzando le risorse interne disponibili, sia ricorrendo a dirigenti esterni a “vocazione” pubblica. – La fissazione di tetti a retribuzioni ed emolumenti di consiglieri e top management ancorandone la dinamica a quella del livello medio impiegatizio. Gli eventuali “premi di risultato” (sia per i manager sia per il lavoro dipendente) devono avere come riferimento obiettivi quali-quantitativi legati alle finalità di interesse pubblico dell’azienda e non alla redditività di breve periodo. – La drastica riduzione delle spese per la consulenza (già prevista dall’accordo sindacale) e l’avvio di una nuova politica degli appalti e delle commesse privilegiando committenti che offrano le migliori garanzie sul piano del rispetto delle normative fiscali e delle politiche del lavoro. – Un piano di razionalizzazione della rete sportelli che accanto alle chiusure già ipotizzate preveda anche nuove aperture finalizzate ad una migliore copertura del territorio, anche approfittando dei tanti spazi lasciati liberi dalla concorrenza in questa fase di mercato. – Non appena finita la fase emergenziale, una revisione dei contenuti dell’accordo sindacale del 10 giugno cercando ogni spazio possibile per un primo risarcimento alle lavoratrici ed ai lavoratori della banca. Di fondamentale importanza appare la ripresa di un piano di assunzioni attraverso procedure concorsuali pubbliche e con esenzione dei neoassunti dagli effetti del Jobs Act. – La definizione e la comunicazione all’opinione pubblica di un “patto” tra azienda, organizzazioni sindacali e associazioni dei consumatori finalizzato alla cessazione delle pressioni commerciali e della vendita di prodotti inadeguati per livello di costi, profilo di rischio, caratteristiche speculative. – La revisione della gamma di prodotti/servizi offerti che, oltre agli obiettivi di cui sopra, punti a sfruttare ogni possibile sinergia operativa e commerciale con gli altri soggetti pubblici del settore finanziario (da Poste Italiane alle società del gruppo CdP). – Il rilancio delle politiche creditizie verso privati, imprese ed enti locali facendo della rete della “banca pubblica” il veicolo preferenziale per la canalizzazione delle attività di Cassa Depositi e Prestiti e del flusso di finanziamenti agevolati di matrice nazionale o europea diretti verso il Mezzogiorno. Quello che vogliamo sottolineare è che il nostro pacchetto di proposte non si scontra con alcun vincolo europeo o di bilancio (costa pochissimo…), non lede diritti costituzionali e neppure richiede il cambiamento di alcuna delle attuali regole di mercato… Se può sembrare un “libro dei sogni” piuttosto che un’alternativa praticabile è solo perché gli attuali rapporti di forza politici, economici e sociali del nostro paese sono tutti a favore di chi si arricchisce gestendo le banche in un certo modo, di chi se poi va in difficoltà reclama l’intervento dello Stato e dei nostri soldi, di chi governa il Pubblico e lo fa agire come un privato qualsiasi. Ed è per questo che lottiamo per cambiarli.

Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea Ufficio Credito ed Assicurazioni Luglio 2020


 

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