Peppe Valarioti ovvero la tenerezza del comunismo!

Peppe Valarioti ovvero la tenerezza del comunismo!

Francesco Saccomanno*

Arriviamo al cimitero di Rosarno e dopo aver chiesto informazioni al custode – che, non appena sente la tomba che cerchiamo, si alza con premura mista ad ammirazione e ci fa strada, indicandoci la direzione verso cui andare – vediamo già un nutrito gruppo di compagne e compagni, richiamati dal meritorio appello dei compagni della Casa del Popolo Valarioti di Rosarno, stazionare nello spazio antistante la piccola cappella in cui riposano i resti di Peppe Valarioti. Riposano “in mezzo”, tra quelli del papà e quelli della mamma, “per loro espressa volontà”, quasi a volerlo proteggere per sempre, dopo che la mano armata dalla ‘ndrangheta della Piana glielo aveva rubato a soli trent’anni e dopo decenni che la visita ai resti del figlio era l’atto con cui Caterina ed Antonio iniziavano sempre la loro giornata.

Dentro, tre signore ed una giovane ragazza sono ferme in silenzio. Riconosciamo una di loro e scopriamo che tutte e tre sono le sorelle di Peppe. Ci presentiamo come militanti di Rifondazione comunista ed esterniamo loro l’ammirazione e la gratitudine che sentiamo per Peppe e Giannino Losardo, uccisi dai mafiosi a distanza di pochi giorni in quel terribile giugno del 1980. A quel punto, la voglia di raccontare e di parlare del “loro forte e grande punto di riferimento” prende il sopravvento e, quando nella cappelletta arriva Mimmo Lucano e si presenta loro, dilaga come un fiume in piena ma dolcemente, rallentato dalla tenerezza dei termini usati, dalla ‘devozione’ che esternano verso il fratello, dall’amarezza per l’impunità dei colpevoli dell’omicidio, dei mandanti e di chi li ha coperti, dalla sfiducia verso chi non ha saputo o voluto condannare i responsabili.

“Avevamo tentato di venire a Riace ma siamo capitate a Gerace per errore; presto verremo a farvi una visita, ci teniamo tanto” dicono a Mimmo mentre lui racconta della moneta locale riacese su cui è stampato il volto di Peppe.

Nel frattempo, nell’angusto spazio fa capolino Giovanni, giovanissimo pronipote milanese – “io ci tengo ad educare i figli al dovere della memoria”, ci dice la mamma che ogni anno ritorna apposta a Rosarno con i figli per portare un saluto allo zio – che si predispone, calmo ma vigile, ad ascoltare con la massima attenzione.

Ed il racconto delle sorelle, di Peppe ma che sentiamo quasi come nostre, scivola sulla famiglia, papà contadino comunista e mamma democristiana dal forte carattere (“noi ‘prima’ votavamo i ‘numeri’ che ci davano le suore”), sulle loro forti preoccupazioni connesse ai rischi dell’attività politica di Peppe (“lo invitavamo a non esporsi e mamma e papà erano molto preoccupati, visto che i segnali forti c’erano già stati!”), sulla capacità che aveva il fratello di saper comunicare da educatore e da amico ai giovani ed alle nuove generazioni (“faceva gratuitamente doposcuola a tutti e, a volte, anche in macchina in piazza”), su quel bravo ragazzo che divulgava una idea comunista nuova e dolce che riusciva a parlare ben oltre i tradizionali recinti politici: appunto, il comunismo della tenerezza.

Fuori, intanto, un bel gruppetto di compagne e compagni, quelli della Casa del popolo Valarioti e del Comitato 11 Giugno, il compagno Michele Tripodi sindaco di Polistena, rappresentanti di Libera e di Avviso Pubblico ed i familiari, si predispone a cerchio per ascoltare il riferimento più forte che la Calabria ancora ha di quella storia di Valarioti, colui che con l’autorità politica e morale intrise di coerenza (“ci è stato vicino in ogni momento, ci ha convinti a costituirci parte civile ed è stato presente ed al nostro fianco in tutti i passaggi importanti ed in tutte le udienze del processo”) rappresenta ancora un riferimento per tutti i comunisti calabresi dispersi in mille rivoli: lo stimatissimo compagno Peppino Lavorato.

Peppe gli morì tra le braccia e lui sa ancora parlare ai cuori di tutte le persone, attualizzando il messaggio che promana da quella vicenda con una modalità discorsiva chiara e segnata da poche, semplici e significative parole: pace, uguaglianza tra gli uomini ed i popoli, diritti universali e lotta contro lo sfruttamento, solidarietà con gli ultimi e con i nuovi braccianti della Piana; tenendo insieme quei braccianti calabresi che erano il chiodo fisso di Valarioti ai nuovi braccianti migranti e calabresi che sono il chiodo fisso di Mimmo Lucano, in un abbraccio necessario di lotte e di impegno con e tra quelli che stanno in basso contro i potenti ed i privilegiati.

Mentre andiamo via, rinfrancati e convinti dell’attualità, a distanza di 40 anni, di quel messaggio lanciato con le lotte, l’impegno ed il sacrificio della vita dai ‘nostri’ Valarioti e Losardo in quel terribile giugno di 40 anni fa (su cui a breve il compagno Enzo Ciconte pubblicherà il testo: “Alle origini della nuova ‘ndrangheta. Il 1980.”, Rubettino), ci accorgiamo affranti che l’ingresso del Parco archeologico di Medma, di cui pure si era occupato con studi e ricerche Peppe, è chiuso al pubblico ed è ricoperto di rifiuti ed erbacce. E questo parla ancor di più al nostro impegno di comunisti e calabresi oggi.  Ah, dimenticavamo che, invitato a parlare, il piccolo Giovanni una cosa covata a lungo alla fine, rivolgendosi a Mimmo ad alta voce, la dice: “nonna prima ha parlato del riferimento che lo zio ‘è stato’ io dico, invece, che è sbagliato perché è più giusto dire ‘che è e sarà’!”                                                *Segretario provinciale PRC-SE Cosenza


 

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