Il 23 maggio, le mafie, l’antimafia e la pandemia

Il 23 maggio, le mafie, l’antimafia e la pandemia

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un intervento di Umberto Santino, fra i maggiori esponenti non solo italiani di un reale movimento antimafia e capace di cogliere le continue mutazioni che in tale contesto si verificano. Il testo pare dal 23 maggio, data importante non solo per il territorio siciliano.

 

Umberto Santino*

Quest’anno per il 23 maggio, nel ventottesimo anniversario della strage di Capaci, non c’è stata la nave della legalità, c’è stata una maratona online come risposta all’invito: “Palermo chiama Italia al balcone” e sono tornati i lenzuoli che erano comparsi subito dopo la strage. Li abbiamo esposti anche sulla facciata del No Mafia Memorial e abbiamo ricordato le vittime delle stragi di Capaci e Via D’Amelio e con loro i medici, gli infermieri, il personale sanitario impegnati a fronteggiare l’emergenza pandemia, a loro rischio e pericolo.

Non so fino a che punto la liturgia dei lenzuoli ai balconi sia stata accompagnata da una riflessione su quello che accade sul fronte della mafia e dell’antimafia. Sulle stragi non abbiamo ancora una verità compiuta ed è in corso l’ennesimo processo per la strage di Via D’Amelio, ma imputati per quello che è stato definito “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”, sono personaggi secondari. C’è pure l’appello del processo sulla trattativa Stato-mafia, conclusosi in primo grado con la condanna di capimafia e di rappresentati delle istituzioni.

L’idea di mafia, soprattutto di Cosa nostra, in circolazione è quella di un’organizzazione colpita duramente ma non vinta, che avrebbe rinunciato alla violenza e fatto ricorso alla corruzione. Ma le pratiche corruttive non sono una novità e la violenza, anche se non agita, ma potenziale ed eventuale, rimane l’aspetto costitutivo dell’associazionismo mafioso.

Oggi la riflessione dovrebbe mettere al centro la collocazione della questione criminale all’interno delle mutazioni della morfologia del potere e del modello di accumulazione, così come si configurano nella fase che stiamo vivendo. E la pandemia può offrire l’occasione per un ripensamento di moduli analitici il più delle volte datati e superati, perché porta a galla aspetti che la normalità teneva sotto traccia. È emersa l’indispensabilità della sanità pubblica sacrificata da politiche che hanno declassato il diritto alla salute a merce; si è riscoperta la centralità dello Stato e si sono evidenziati gli effetti prodotti dalla riforma del titolo V della Costituzione che ha creato sovrapposizioni e sgomitamenti. E c’è sempre il pachiderma della pubblica amministrazione che frena o paralizza. In un mondo globalizzato la crisi economica rischia di essere più grave di quella del 1929. E si ripropone una strategia di contenimento fondata sull’intervento pubblico. È il ritorno di Keynes, la sconfessione e l’archiviazione del neoliberismo o, sotto altre spoglie, se ne programma il rilancio?

Non occorre una grande “immaginazione sociologica” per prevedere come agiranno  le mafie, storiche e le nuove, per le quali il mio “paradigma della complessità”, i concetti di “borghesia mafiosa” e di “sistema relazionale” vanno sottoposti a verifica. Con ogni probabilità, le mafie si sono già prenotate per accaparrarsi i fondi pubblici previsti per le opere in programma, attraverso appalti e forniture di beni e servizi; data la loro liquidità, in gran parte derivante dal traffico di droghe, che a quanto pare non conosce flessioni, apriranno le loro borse alle aziende in difficoltà e sarà il primo passo per appropriarsene; praticano già un loro welfare per gli strati marginali ulteriormente impoveriti.

Se si vuole prevenire e non solo reprimere, bisogna controllare rigidamente appalti e forniture, la semplificazione non può significare il via libera incondizionato; sostenere e rafforzare l’economia legale, avviare un welfare diffuso capillarmente. Ma per avviare una politica così complessa e articolata è necessario rifondare il rapporto tra poteri centrali e locali e con i soggetti intermedi: i sindacati, il terzo settore, la società civile organizzata, le associazioni antimafia. Stipulare un patto sociale capace di governare una crisi che rischia di prolungarsi a tempo indeterminato e di creare alternative a una “normalità” che è la causa prima dei problemi che dobbiamo affrontare. L’emergenza affonda le radici in contraddizioni strutturali, legate a un modo di produzione e a uno stile di vita che saccheggiano la natura, producono disastri ambientali, mutamenti climatici, aggravano squilibri territoriali e divari sociali.

I terreni su cui si è sviluppata l’azione antimafia degli ultimi anni sono la scuola, l’antiracket, l’uso sociale dei beni confiscati e già su questi temi si dovrebbe verificare lo stato dei lavori. L’educazione alla legalità pesca nel vuoto in un contesto in cui l’illegalità è pratica quotidiana e risorsa di sopravvivenza per buona  parte della popolazione. Il movimento antiracket è in una fase di stallo e in ogni caso si è sviluppato solo nelle regioni meridionali, mentre estorsioni e usura sono diffuse su tutto il territorio nazionale. Le aziende confiscate sono dei gusci vuoti, una volta tagliate le fonti illecite di finanziamento e le modalità illegali di esercizio della concorrenza, non sono in grado di reggere sul mercato e non è facile ristrutturarle come imprese sociali e farne la base di un’economia alternativa e di nuove relazioni con il territorio.

All’interno dell’antimafia istituzionale la conflittualità ha raggiunti livelli ingovernabili. Si è cominciato con il “caso Palamara”, che più che un’eccezione sembra la regola, sono seguite le scarcerazioni dei capimafia e la retromarcia, si è continuato con attacchi al ministro della Giustizia e al procuratore nazionale antimafia, fino all’implosione dell’Associazione nazionale magistrati con pesanti riflessi sul Consiglio Superiore della Magistratura. All’interno della magistratura i conflitti hanno una sorta di ciclicità (chi ricorda  il Palazzo di giustizia di Palermo ribattezzato “palazzo dei veleni”?) e tra quelli che ne hanno subìto le conseguenze ci sono stati proprio Falcone e Borsellino, ma in momenti come questo le lacerazioni possono intercettare tensioni che mirano a far cadere il governo, che è debole già di per sé, per contraddizioni organiche alla sua nascita e alla sua composizione, con Renzi che gioca al ricatto. Se la prospettiva sono le elezioni anticipate e la vittoria di una destra impresentabile, ma che continua a godere consenso, sarà l’istituzionalizzazione dell’eversione sovranista, qualcosa di peggio della legalizzazione dell’illegalità che contrassegnò il berlusconismo. Lega e Fratelli d’Italia mordono il freno e hanno celebrato il 2 giugno a modo loro. Un’inquietante carnevalata, fatta di improntitudine e di selfie. La Sicilia gioca in anticipo, con un fascista dichiarato assunto al governo regionale in quota Lega, a rappresentare un’identità che è declinata tutta in negativo, dalla mafia al sicilianismo reazionario. Si è detto più volte che l’isola sia un laboratorio che anticipa scelte nazionali, ma questa volta sembra una cavia, arresa e sfiduciata. Andare controcorrente, come ha fatto Peppino Impastato, è obbligatorio, ma non è facile.

*Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato www.centroimpastato.com,

Pagina Fb Nomafiamemorialofficial


 

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