Dino Frisullo, un’assenza che ancora pesa

Dino Frisullo, un’assenza che ancora pesa

Stefano Galieni
Capita di sentirlo dire spesso, soprattutto quando si ascoltano persone che hanno subito o stanno subendo ingiustizie. “Quanto ci manca Dino”. Damiano (Dino) Frisullo se ne è andato il giorno del suo cinquantunesimo compleanno, il 5 giugno del 2003 nell’ospedale di Perugia in cui era da mesi ricoverato. Chi ha avuto il privilegio di conoscerlo e di condividerne alcuni percorsi di vita, ne conserva preziosi ricordi, a volte personali, irridenti, come era spesso Dino, altre volte drammatici e duri, come sono stati gli anni del suo incredibile impegno, politico fino in fondo, se si vuole dare senso reale alla parola politica. Partito dalla Puglia, con una prima fase di impegno nel mondo ambientalista e pacifista, dagli anni Ottanta comincia ad agire a Roma ma, come attivista, giornalista, intellettuale, arrivava e spesso costringeva ad arrivare, prima di tanti altri. Allo scoppio della prima Intifada, nel dicembre del 1987, comprende con anticipo il valore morale della “rivolta delle pietre” scoppiata all’inizio nell’immenso campo profughi di Jabaliya, quasi nella Striscia di Gaza. In quei bambini strappati dalla scuola e pronti a combattere con i sassi contro uno degli eserciti più forti del pianeta, vedeva un futuro possibile, senza armi. Promosse insieme ad altri e altre compagni, sparsi nel variegato mondo della sinistra di alternativa, la nascita del “Comitato Al Ard” (La terra) che per 3 anni sostenne piccoli progetti di cooperative agricole palestinesi, in particolare gestite da donne. La Prima guerra del Golfo pose fine a questa esperienza di mutualismo dal basso che coinvolse buona parte d’Italia pur non avendo alcuna risorsa. Nel frattempo erano già esplose le prime contraddizioni in un paese come l’Italia che scopriva di essere divenuto luogo di immigrazione. La vicenda di Jerry Essan Masslo, (25 agosto 1989) richiedente asilo proveniente dal Sud Africa ancora sotto apartheid e a cui era stata negata protezione, ucciso nelle campagne di Villa Literno (Caserta) da camorristi locali, fece scoprire, sempre in ritardo, il volto di un Paese che sfruttava “gli immigrati” riservando trattamenti paraschiavisti e criminali che tutt’ora vigono quasi indisturbati. Ma il Paese ebbe un sussulto allora: il 7 ottobre dello stesso anno si svolse a Roma una immensa manifestazione antirazzista, almeno 200 mila le persone in piazza e grazie anche a questa mobilitazione si ebbe, ad inizio 1990, una prima normativa “legge Martelli” che in qualche maniera offrì maggiori garanzie a migranti e richiedenti asilo. Neanche a dirlo ma Dino Frisullo della mobilitazione fu uno dei principali animatori. Pochi mesi dopo a Roma, in un pastificio abbandonato, l’ex Pantanella, trovarono posto centinaia e centinaia di persone provenienti da mezzo mondo e che altrimenti sarebbero rimaste in strada. Divenne una sorta di spazio pluriculturale, autogestito, non privo di conflitti ma capace di costruire mutualismo e accoglienza, scambio e sicurezza per i più vulnerabili. Pochi gli autoctoni che sostennero l’occupazione. Fra questi Dino, ancora dirigente di Democrazia Proletaria e Monsignor Luigi Di Liegro. Nel 1991 l’edificio viene sgomberato e gli occupanti si disperdono, intanto nasce l’ennesima creatura, l’associazione antirazzista Senzaconfine, fondata insieme all’allora europarlamentare Eugenio Melandri ed ancora attiva. Ma le sue giornate non duravano 24 ore e nel frattempo un’altra scoperta, la dignità e la lotta per la libertà del popolo kurdo. Una passione piena e corrisposta al punto che quando alla fine degli anni Novanta arrivano le prime navi cariche di profughi, sulle coste calabresi, dove uomini, donne e bambini trovavano accoglienza il nome delle imbarcazioni era stato cambiato durante il viaggio, con una storpiatura che di per se è una metafora “Freezullo”. Intanto, nel 1907 con un mondo che ancora rifiutava di frammentarsi, aveva dato vita alla Rete Antirazzista, testimoni forti come Annamaria Rivera, ricordano giustamente ancora quel momento come uno dei più alti di tensione morale e di cultura politica di questo paese. E poi il carcere in Turchia, il tentativo di salvare in Italia Abdullah Ocalan, presidente del Pkk, l’iscrizione sofferta e vissuta con intensità a Rifondazione Comunista, dopo la giusta rottura col primo governo Prodi. E intanto anni vissuti di corsa in cui, se ti avvicinavi, dovevi correre con lo stesso passo, anni collettivi in cui ancora eravamo in tanti a poter cercare di cambiare il mondo e ad incazzarsi per gli orrori visti, nei Balcani o nei primi centri di detenzione per migranti realizzati con la volontà securitaria di un governo di centro sinistra, e con una legge come la Turco Napolitano, pessima in partenza e applicata soltanto nei suoi elementi peggiori e restrittivi. E poi Genova, tempi di vita e di militanza senza tregua ma in cui c’era sempre la possibilità di un momento di gioia, si sberleffo al potere, di bevute e di condivisione delle poche cose. Un modo di vivere che contaminava, incasinava la vita, faceva saltare abitudini e comportamenti, costringeva a rivedere il proprio agire ogni giorno. E gli articoli, lucidi ma scritti sempre con passione, a volte con una lirica micidiale che arrivava dentro, la voce degli ultimi, che non diventavano vittime da guardare con sguardo consolatorio ma compagni e compagne di strada, con cui, insieme, si risaliva la cima. Quando se ne è andato – e in tanti sapevamo che il momento stava per giungere – fu ugualmente un colpo basso. Impossibile per chi c’era in quella giornata. Passammo in tante e tanti in quel piazzale dove con il centro socioculturale Ararat era nato uno dei pochi avamposti di resistenza romana, passammo in tante e tanti provenienti da mezzo mondo e tutti col medesimo sguardo smarrito. Oggi capita spesso, girando per l’Europa, si per un’Europa che è rimasta priva di anima, di incontrare uomini e donne kurdi, del Bangladesh o di qualche altra periferia del mondo. E se conversando racconti di essere stato amico, compagno di lotta di Dino, le porte si spalancano, qualcuno si commuove, altri ti guardano perché ricordano ancora quel sorriso beffardo e malinconico, quegli occhiali spesso rotti, la sigaretta accesa. In Italia, Germania, Kurdistan, sono nati tanti bambini che si chiamano Dino. Oggi sono adolescenti, ma molti conoscono l’origine del proprio nome, qualcuno conserva una sua foto come quella di un anziano zio di cui tutti parlano con nostalgia. Si nostalgia, perché di lucidi, folli, casinari, determinati, indisciplinati e libertari come Dino, questo Paese e questo continente ne avrebbero tanto bisogno.


 

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