Nakba: il giorno dopo.

Nakba: il giorno dopo.

di Rania Hammad *

Dal 15 maggio del 1948 ad oggi, sono passati 72 anni ed è come se ci fosse stata una nascita ed una morte, quel giorno. Come due facce di una stessa medaglia. Da un lato una faccia con una storia, e dall’altra un’altra faccia con un’altra storia. Una di queste storia è conosciuta dal mondo, e l’altra, non solo non lo è, ma è ignorata, nascosta, dimenticata. La Nakba.

Su di un unico piccolo fazzoletto di terra, nota come terra santa, ma più comunemente come Israele, e quasi mai col suo nome originario, Palestina, gli israeliani festeggiano il 15 maggio, la loro festa di indipendenza, o meglio la creazione dello Stato di Israele, e non l’indipendenza, perché parlare di indipendenza è oggettivamente storicamente ambiguo e ingannevole. Perché viene da domandarsi da chi? Dagli inglesi che avevano il mandato sulla Palestina dal 1918 fino al 1948 e che hanno emanato la Dichiarazione di Balfour nel 1917, regalando la Palestina al movimento sionista e stringendo un accordo politico con gli ebrei europei che miravano a colonizzare la Palestina e che avevano anche considerato altre nazioni, ma che alla fine hanno scelto di creare il loro focolare nazionale sulla terra dove vivevano i palestinesi, la popolazione autoctona?
Oppure dagli Ottomani, che avevano governato la Palestina dal 1517 fino al 1917 e da dove si esportavano le arance palestinesi di Jaffa verso l’Europa e dove l’agricoltura palestinese aveva ormai stabilito legami profondi, inestricabili con il mercato mondiale e dove i commercianti da tutto il mondo andava per instaurare rapporti economici con i palestinesi?
O l’indipendenza l’hanno avuta da chi c’era ancora prima, i mamelucchi, i persiani e i bizantini? Un fattore viene spesso dimenticato nel racconto di questa storia, si dimentica la popolazione locale che era sempre li, ed era sempre la stessa.

I festeggiamenti di alcuni sono dunque la disperazione di altri, nello stesso identico giorno, sulla stessa identica terra. I palestinesi commemorano la Nakba, il giorno della catastrofe, la perdita della terra, e della patria, ma poco si sa del significato reale e drammatico di quell’evento, e cioè che il giorno dopo l’autoproclamazione dello Stato di Israele, i palestinesi hanno perso il diritto al ritorno alle proprie case, diritto sancito dalle leggi internazionali e dalla risoluzione Onu 194 del 1948.

Bisogna sapere che la demografia di questa terra inizia a cambiare aspetto molto prima del famoso “Piano di spartizione” o del conflitto del 1948. Il cambiamento ha avuto inizio con l’avvento del mandato britannico sulla Palestina, quando iniziano ad arrivare i colonizzatori, coloro che si sarebbero organizzati con le potenze europee per concretizzare un piano sconosciuto alla popolazione araba della Palestina. Il piano prevedeva la conquista della terra attraverso l’esproprio e atti di terrorismo volti a far fuggire la popolazione a punta di massacri.
Le prime azioni ai danni dei palestinesi sono iniziate infatti prima della nascita dello Stato di Israele, già nel dicembre del 1947, subito dopo la Risoluzione Onu 181, adottata dalla Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 29 novembre del 1947. Il piano prevedeva la spartizione della Palestina mandataria in due Stati, uno ebraico al 56% e l’altro palestinese con il resto del territorio, che fino a quel momento però era popolato da maggioranza palestinese di fede cristiana e musulmana. In realtà, il piano di spartizione non piaceva nemmeno ai sionisti perché loro invece erano fedeli al “Piano Dalet”, che conteneva i dettagli dei metodi da utilizzare per la sistematica espulsione dei palestinesi dal territorio assegnato dall’Onu al futuro Stato di Israele. La ricerca storica inconfutabile e ben documentata di vari storici israeliani (tra i quali il noto Ilan Pappe), afferma anche che il movimento sionista era determinato ad avere una esclusiva presenza ebraica in Palestina. Non solo, Ilan Pappe chiama la politica sionista espansionistica una vera e propria pulizia etnica.

Il 15 Maggio dunque gli israeliani festeggiano il loro Stato. Quest’anno lo hanno festeggiato dalle loro finestre nell’ era del Covid19, sventolando le loro bandiere e cantando allegramente mentre al contempo i palestinesi dai campi profughi hanno urlato grida di sofferenza e rammarico, li dove abitano i rifugiati e i loro discendenti dalle guerre del 1948 e del 1967. E i palestinesi delle città della Cisgiordania circondati da insediamenti ebraici illegali, quelli di Gaza sotto assedio, e tutti i palestinesi nei Paesi arabi circostanti dove si sono rifugiati dopo la Nakba. Nonché i palestinesi in Israele che hanno commemorato di nascosto, al chiuso e al buio, come facevano i cristiani durante l’era romana quando potevano essere crocefissi se venivano individuati, perchè Israele vieta per legge ai palestinesi di ricordare la loro storia e la Nakba.

Israeliani e Palestinesi insieme, ma separati, hanno ricordato il loro 15 maggio. I palestinesi cantando i loro inni nazionali e sventolando le loro bandiere, con un nostalgico amarcord di un destino tragico, per le ingiustizie subite ed il sopruso che è iniziato anni prima della storica data del 15 maggio del 1948, e che va avanti ancora oggi, in piena violazione dei diritti umani e della legalità internazionale.

La Nakba riassunta in una semplice parabola è la storia di un palestinese che un giorno dopo il 15 maggio fa ritorno alla casa dei propri genitori portandosi dietro le chiavi di casa, trovando la serratura di casa cambiata, bussando alla porta e trovando ebrei europei, che però occupano la sua casa. Mentre l’ebreo originario dalla Polonia sopravvissuto all’Olocausto e cacciato dalla sua casa dai nazisti può invece tornare nella sua vecchia casa, bussare alla porta. E se lo volesse potrebbe anche riprendersela dato che le leggi della Polonia conferiscono ai loro cittadini ebrei il diritto di chiedere la restituzione dei loro beni confiscati dai nazisti. La clamorosa ingiustizia fatta al popolo palestinese è che con la Nakba i palestinesi hanno perso la loro terra e le loro case ma, come profughi, hanno anche perso il diritto al ritorno. Questo è il nocciolo della tragedia della Nakba.

*Vicepresidente della Comunità palestinese del Lazio


 

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