La crisi sanitaria nella lunga recessione italiana

La crisi sanitaria nella lunga recessione italiana

di G. Forges Davanzati 

L’Italia è il Paese che con maggiore intensità è stato colpito dalla pandemia del COVID-19. Il dibattito politico ed economico ruota intorno a diversi problemi che questa ‘guerra contro un nemico invisibile’ ha posto nell’agenda dei decisori politici. Si tratta di numerose questioni, a partire da quella strettamente economica, che fa riferimento al come, nelle condizioni istituzionali date, sia possibile evitare un’ondata di fallimenti e di licenziamenti.

Le misure di distanziamento fisico e la chiusura per legge di molte attività produttive per oltre un mese configurano uno scenario inedito, a fronte del quale le scelte di politica economica non possono che essere di natura eccezionale. Tecnicamente, il coronavirus è uno shock esogeno che ha depresso contestualmente la domanda aggregata e l’offerta e lo ha fatto, con intensità diverse, nei Paesi europei.
Il coronavirus ha imposto la chiusura di attività produttive e il distanziamento fisico con l’immediato calo dei consumi.

Sul piano della politica economica, si discute intorno alla revisione dei principali assiomi sui quali è stata costruita l’Unione monetaria europea, a partire dalla convinzione per il quale il debito pubblico è un freno alla crescita e il dogma per il quale i Paesi della sponda mediterranea (Italia inclusa) usano le risorse comunitarie per usi improduttivi. In particolare, ci si sta rendendo conto che i vincoli posti all’espansione del rapporto deficit/Pil e del rapporto debito/Pil non hanno senso in una condizione di estrema gravità e intensità della crisi in corso. Si tratta di vincoli istituiti nel Trattato di Maastricht nel 1992 – rispettivamente al 3% e al 60% – e certificati successivamente dal Fiscal Compact nel 2012. Va da sé che i trattati europei possono essere rivisti – e dovrebbero essere rivisti – in condizioni di emergenza. Ciò consentirebbe di erogare liquidità alle imprese e alle famiglie ‘monetizzando’ parte del debito pubblico, ovvero consentendo alla Banca centrale europea di acquistare titoli del debito pubblico dei Paesi appartenenti all’Unione monetaria europea.

Non va poi sottovalutato quanto si è fatto (o non fatto) in Italia negli ultimi decenni. In sostanza, la pandemia del coronavirus si innesta in un’economia – quella italiana – che almeno dalla svolta dei primi anni novanta è entrata in una fase di lunga stagnazione. Si può ricordare, a riguardo, che nel 1992-1993 i governi Amato e Ciampi misero in atto politiche fiscali estremamente restrittive, con l’obiettivo di ridurre il rapporto debito/Pil, che non raggiunsero l’obiettivo desiderato e che fecero aumentare notevolmente il tasso di disoccupazione. Seguirono altri esecutivi ‘tecnici’ per avviare una serie di riforme nella direzione di crescenti privatizzazioni e di riduzione della spesa pubblica nel settore del Welfare. Si rinunciò a politiche industriali di lungo periodo finalizzate a far crescere la produttività del lavoro mantenendo invariato un tessuto produttivo fatto da imprese poco innovative, poco esposte alla concorrenza internazionale e collocate in settori tecnologicamente ‘maturi’. Si avviò, nel frattempo, una riforma fiscale che rese il nostro sistema tributario sempre più regressivo. Si creò dunque una condizione di dimagrimento del Welfare e di suo contestuale finanziamento a carico prevalentemente delle famiglie con più basso reddito.

Si avviò anche il processo di unificazione europea, almeno nel senso di unificazione monetaria: un processo che partì dall’unificazione monetaria e non (come avvertito da molti economisti di quel periodo) dall’unificazione politica.

L’Unione monetaria europea nasce dunque monca: dispone di una moneta unica ma non dispone di un bilancio unico sufficientemente elevato.
Al momento attuale, in fase di passaggio al piano B, si riscontrano tutte le contraddizioni dell’eurozona e della gestione delle politiche fiscali nazionali, con particolare riferimento all’Italia. Nel primo caso, si rileva il problema della mancanza di coordinamento e di meccanismi di mutualizzazione del debito: l’Unione è diventata sempre meno una federazione di Stati e sempre più un’area di concorrenza fra i Paesi membri per l’acquisizione di quote di mercato nel commercio estero, secondo un modello definito neo-mercantilista. In linea generale, ci può osservare che le crisi economiche rafforzano l’impianto competitivo dell’Unione monetaria europea (si pensi alle recenti crisi dell’economia greca).

Nel secondo caso, occorre rilevare che molti errori sono stati compiuti nei mesi invernali del 2020: in particolare, si è sottovalutato il problema del diffondersi dell’epidemia e non si sono adottate misure di potenziamento del sistema sanitario nazionale.
A ciò si è aggiunto il problema del mancato coordinamento delle regioni per far fronte all’epidemia. Ciò ha fatto emergere tutte le contraddizioni di un assetto istituzionale – quello italiano – nel quale vige un federalismo distorto che, alla prova dei fatti, si è rivelato fonte di sprechi e di corruzione, con ben pochi vantaggi per i cittadini.

Non vi dovrebbe essere dubbio in merito al fatto che, nelle condizioni date, serve un piano straordinario di finanziamento della ricerca scientifica, a partire da quella medica. E’ un dato di fatto, infatti, che il ritorno a una condizione di normalità presuppone la scoperta del vaccino di contrasto al coronavirus. Ben venga, dunque, un più incisivo intervento dello Stato in economia – soprattutto con fondi provenienti dalla Banca centrale europea – per il rilancio delle attività produttive, dei consumi e dell’occupazione.

fonte: La crisi sanitaria nella lunga recessione italiana, “Nuovo quotidiano di Puglia”, 21 aprile 2020 

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