IN MEMORIA DI LUCIEN SÈVE, RIFONDATORE COMUNISTA

IN MEMORIA DI LUCIEN SÈVE, RIFONDATORE COMUNISTA

Il grande filosofo marxista francese è morto lunedì 23 marzo 2020 di coronavirus all’età di 93 anni. Lascia dietro di sé un’opera intellettuale considerevole e troppo poco conosciuta. L’Humanité gli ha reso omaggio nella sua edizione di martedì 24 marzo 2020. 

Rileggiamo l’ultimo colloquio che aveva concesso a L’Humanité lo scorso 8 novembre.

IL «COMUNISMO» È MORTO, VIVA IL COMUNISMO !

In occasione dei trent’anni dal crollo del muro di Berlino, il filosofo Lucien Sève, che ha appena pubblicato Il Comunismo? (La Dispute[1]) , ritorna sull’esperienza sovietica definitivamente segnata dallo stalinismo e evoca le «già presenze di comunismo» per uscire dal capitalismo mortifero.

 Il crollo del muro di Berlino, il 9 novembre 1989, viene presentato dai media dominanti come «la morte del comunismo». Lei ha appena pubblicato Il Comunismo? dove afferma invece la sua piena attualità. Come capire allora che cosa è accaduto nel XX secolo?

Lucien Sève. Per riassumere all’estremo ciò che espongo in questo pesante libro, a partire da un vasto e inedito ritorno critico su Stalin e lo stalinismo, risponderò con una frase, ma che chiama lunghe giustificazioni: ciò che è morto sotto il nome fondamentalmente fraudolento di «comunismo» alla fine del 1989, con la caduta del muro di Berlino e poi, nel 1991, con il crollo dell’Unione Sovietica, non aveva nulla a che vedere con il comunismo nel suo autentico senso marxista. Nel 1917, la vittoria della rivoluzione bolscevica in Russia ha potuto far credere che l’era del comunismo stava per cominciare. Ma nel 1921, una volta vinta la terribile guerra civile scatenata dagli ufficiali zaristi con l’appoggio militare dei paesi capitalisti, Lenin ha la lucidità di comprendere che il passaggio della Russia al socialismo, inteso come prima fase del comunismo, non è possibile prima del tempo, a causa di prematurità storica. Noi abbiamo tutto il potere, dice, ma «siamo arretrati», «non siamo abbastanza civilizzati», e diventare «civilizzati» in modo sufficiente richiederà decenni. Da qui la scelta di una politica, la NEP («Nuova Politica Economica»), rivolta verso la lunga maturazione delle precondizioni materiali e culturali di un vero passaggio al socialismo. La morte di Lenin, nel 1924, è una catastrofe. Stalin si crede più forte. Liquidando la NEP, violentando i contadini e gli operai, brutalizzando i suoi oppositori prima di liquidarli fisicamente, farà vedere se il socialismo non è possibile a breve termine… In realtà, voltando le spalle a Lenin, che Stalin è giunto ad odiare, come dimostra il grande storico dell’URSS Moshe Lewin, impegna l’Unione Sovietica in un nazionalstatalismo estraneo all’obiettivo comunista marxista, che Stalin non ha mai veramente capito e che considera persino un’utopia – ne do le prove. Con la sanguinosa lotta contro tutta una parte dei contadini e il successo dei piani quinquennali pagati dai lavoratori, l’URSS si impegna in quello che Lewin chiama «uno sviluppo senza emancipazione».

 

La portata della rivoluzione di ottobre, pur essendo emancipatrice in tutto il mondo, si ritrova allora condannata?

Lucien Sève. L’origine rivoluzionaria del regime, l’eliminazione delle classi sfruttatrici, l’odio mortale del capitale internazionale, il sostegno abbastanza cieco delle forze rivoluzionarie di tutto il mondo, danno corpo a questo falso. Sembra drammatico che ciò che si costruisce all’Est sia proprio «il comunismo», alla cui scuola devono iscriversi tutti i partiti della III Internazionale – terribile errore. E che si estende ancora di più, dopo la seconda guerra mondiale: la funesta logica di stalinizzazione s’impone alle «democrazie popolari» d’Europa, alle rivoluzioni di Pechino, all’Avana, ai partiti comunisti di tutto il mondo, il che non impedisce i progressi sociali degli uni, né i combattimenti emancipatori degli altri, ma li limita e persino li contraddice molto gravemente. E cosa rende questa logica così implacabile? È l’accoppiata di una prematurità oggettiva e di un’incapacità soggettiva. Prematurità: nel secolo scorso, non solo la rivoluzione avviene nei paesi a basso sviluppo materiale e culturale, ma, anche nei paesi più avanzati, il mondo del lavoro è lungi dall’essere pronto a prendere in mano il destino di tutti. Incapacità: formati allo stalinismo, i comunisti non hanno mai imparato veramente a pensare e ad agire da comunisti nel pieno senso marxista della parola. Conclusione politica capitale, ahimè troppo poco compresa: ciò che è morto alla fine del secolo scorso, con il nome ingannevole di «comunismo», era profondamente estraneo al comunismo, ed è proprio a causa di questo che è morto.

 

In che modo il comunismo, in ciò che chiamate «l’obiettivo comunista marxiano», risponde alle condizioni di oggi?

Lucien Sève. Questa è tutta la domanda, il problema a cui si sforzerà di rispondere la seconda parte del mio libro. Se l’insuccesso generale di ieri ha come ragione di fondo la premessa del passaggio alla società senza classi, genialmente annunciato dal Manifesto comunista, ma con due secoli di anticipo sulla storia, allora la prima e decisiva domanda da porsi è questa: il movimento verso il comunismo sta finalmente raggiungendo la maturità storica, sia a livello locale che globale? Ritengo che vi siano validi motivi per dire di sì, il che ha enormi conseguenze pratiche. Non posso fare di più, in questa sede, che indicare la logica dell’argomentazione. In primo luogo, avviare senza indugi l’uscita dal capitalismo diventa un compito maturo, nel senso che non abbiamo letteralmente più altra scelta. La dittatura mondiale del profitto finanziario ci conduce ad una catastrofe ecologica, percepita da tutti, e a una non minore catastrofe antropologica, incredibilmente poco discussa. Il passaggio al post-capitalismo sostenibile è diventato una questione di sopravvivenza per il genere umano civilizzato. A ciò si aggiunge il vero e proprio scivolamento verso la follia suicida del sistema: il capitalismo della «nuova economia» e delle piattaforme web distrugge il lavoro sociale, sacrifica l’economia reale alla sua bulimia di ricchezza virtuale, in costante minaccia di esplosione, confessa sempre più apertamente il suo carattere parassitario e la sua perdita di giustificazione civile, spinge l’ideologia californiana fino alla pretesa di reggere tutto il futuro umano, senza l’ammissione di nessuno – il gigantesco pericolo del XXI secolo non è tanto la rinascita del fascismo di ieri, quanto la terrificante onnipotenza dei nuovi miliardari. Queste due ragioni per giudicare matura l’esigenza di comunismo sono anche, ahimè, ragioni per considerare il peggio: il capitalismo non crollerà da solo, ha ancora la forza di condurci tutti alla morte, come quei piloti di aerei che si suicidano con i loro passeggeri. Dobbiamo entrare nella cabina di pilotaggio e prendere i comandi insieme. Ma qui appare il terzo dato, ancora subalterno ma in crescita, e molto sottovalutato: si formano ovunque dei «presenti di comunismo» potenziale o anche effettivo.

 

Dei «presenti di comunismo»? Che cosa intende con questo ?

Lucien Sève. Possibili tecnologici giganteschi di benessere per tutti, molteplice germogliamento di rapporti post-classe, irresistibile spinta di emancipazione umana che domina l’entrata in scena delle donne, abbondanza di iniziative degli individui e dei popoli per prendere in mano il loro destino, e il nostro di tutti. Siamo ancora lontani dall’obiettivo, eppure, in un certo senso, è a portata di mano. Cosa manca tragicamente? Dirò: l’audacia intellettuale di giudicare che è giunta l’ora di avviare una volta per tutte il passaggio al comunismo, a niente di meno che al comunismo. L’ostacolo decisivo non è nell’avversario, ma in noi. Il compito veramente cruciale di oggi è la presa di coscienza. Un mese prima della caduta del muro di Berlino, Mikhail Gorbaciov disse ai dirigenti della DDR: «La vita punisce severamente chi è in ritardo in politica». Discorso di grande attualità anche per noi.

 [Trad. it. di Paolo Quintili]

Vi proponiamo anche questo video del 2013 in cui Lucien Seve in cui ricorda il suo percorso militante e di aver proposto negli anni ’80 dentro al PCF la necessità della rifondazione comunista. 


[1] Penser avec Marx aujourd’hui. Tome IV, «Le Communisme?» Première Partie, Paris, La Dispute, 2019; Vedi anche: Capitalexit ou catastrophe. Entretiens, Paris, La Dispute, 2018; L’opera di Sève è poco tradotta in italiano, a parte vecchie edizioni (esaurite) dei suoi primi capolavori: Marxismo e teoria della personalità, Torino, Einaudi, 1969; con M. Godelier: Marxismo e strutturalismo: un dibattito a due voci sui fondamenti delle scienze sociali, Torino, Einaudi, 1970; con A. Schaff: Marxismo e umanesimo. Per un’analisi semantica delle “Tesi su Feuerbach” di K. Marx, Bari, Dedalo, 1975; con C. B. Clément et P. Bruno: Per una critica marxista della teoria psicoanalitica, Roma, Editori Riuniti, 1975.

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