Settori fondamentali: li stiamo identificando nel modo giusto?

Settori fondamentali: li stiamo identificando nel modo giusto?

di Matteo Gaddi* e Nadia Garbellini* 

Il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 22 marzo elenca le attività economico-produttive per le quali non è prevista la sospensione durante l’emergenza Covid 19. Il provvedimento del Governo mescola attività fondamentali e attività industriali e di servizio che, pur non essendo fondamentali in sé, dovrebbero costituire un supporto alle prime in termini di forniture.

L’errore metodologico è enorme.

Esiste una differenza sostanziale tra attività che producono i beni finali – le teste delle filiere, cioè le catene produttive – e attività che forniscono, direttamente o indirettamente, beni e servizi strumentali – gli anelli delle catene.

L’elenco del governo, dicevamo, include le attività che chiameremo qui fondamentali (sanità, agroalimentare, ecc.) – vale a dire le teste delle catene – e alcune attività al loro servizio – la filiera associata. Inoltre, l’art. 1, comma 1, lettera D del DPCM precisa che “restano sempre consentite anche le attività che sono funzionali ad assicurare la continuità delle filiere delle attività di cui all’All. 1”, previa comunicazione al Prefetto – in sostanza, si è data alle imprese la possibilità di autocertificare che le loro produzioni sono a servizio delle attività elencate.

Ciò apre la strada ad una liberalizzazione completa di tutte le attività economico-produttive: chiunque infatti può dichiarare di essere a servizio di uno dei tanti codici Ateco dell’elenco e proseguire indisturbato la produzione. Tutto ciò mentre, come vedremo, si fallisce anche nel garantire la piena operatività delle filiere fondamentali.

Viceversa, la procedura corretta sarebbe stata quella di partire dai settori fondamentali e, a cascata, individuare con puntualità tutti i loro fornitori diretti ed indiretti, indipendentemente dalla branca di afferenza.

Questa scelta del Governo, già di per sé dissenata, è stata ulteriormente peggiorata dal lavoro di lobbying di Confindustria, che ha preteso, e ottenuto, l’inserimento di un gran numero di attività diverse da quelle fondamentali.

Per comprendere meglio il fenomeno di cui stiamo parlando, e stimarne la portata, possiamo svolgere un semplice esercizio empirico.

In primo luogo, definiamo i servizi fondamentali:

1. Agricoltura e agro-industria (Codici Ateco: 01, 03, 10, 11)[1]

2. Sanita` e assistenza sociale (86, 87, 88)

3. Ricerca scientifica e istruzione (72, 85)

4. Pubblica Amministrazione (84)

5. Telecomunicazioni (61)

6. Servizi pubblici (energia, gas, acqua, rifiuti, trasporti terrestri) (35, 36, 37, 38, 39, 49, 53)

Tutte le altre attività considerate essenziali dal governo, invece, sono al servizio di quelle fondamentali (ad esempio, la produzione di macchinari per ospedali per la filiera della sanità, quella di fertilizzanti per la filiera agro-alimentare, e così via).

In altre parole, la distinzione da effettuare è tra attività fondamentali e tutto il resto: tutte le attività sono essenziali, nella misura in cui partecipano alle catene produttive fondamentali.

In quanto segue, useremo le seguenti diciture:

• Fondamentali: i settori fondamentali, elencati sopra

• Essenziali: i settori identificati come essenziali dal Governo, ma diversi da quelli fondamentali

• Altri: tutti gli altri settori

Veniamo ai numeri. Le stime sono state effettuate utilizzando le tavole Input-Output del 2016, l’anno più recente per cui Istat fornisce i dati.

Utilizzando le tavole, è possibile riclassificare le attività in base alle filiere a cui partecipano.  Se ad esempio l’attività 2 vende il 70% della sua produzione alla filiera 1 e per il 30% produce beni finali, il suo output sarà collocato per il 70% nella filiera 1 e per il 30% nella filiera 2.

Calcolando le proporzioni per colonna, laddove ogni colonna rappresenta una filiera e la sua capacità produttiva, possiamo quindi calcolare il peso di ciascuna attività nelle filiere fondamentali.

I risultati sono esposti nella tabella 1.

Tabella 1 – Composizione delle filiere per attività che vi partecipano

  Fondamentali Essenziali Altri
Fondamentali 41.0 20.9 20.9
Essenziali 25.8 42.7 27.2
Altri 33.2 36.4 51.9
Tot 100.0 100.0 100.0

Come si puo` vedere, solo il 25.8% della capacità produttiva delle filiere fondamentali è costituito da attività essenziali. Quelle non essenziali (tutte le altre), pesano per il 33.2%.

Utilizzando la stessa metodologia, ma calcolando le proporzioni per riga – e includendo non solo le transazioni inter-industriali, ma anche quelle finali – possiamo a questo punto domandarci quanta parte della produzione di ciascuna attività è destinata a filiere fondamentali, e quanta no. In altre parole, fatto 100 l’output di ciascuna attività, andiamo a vedere quanta parte è al servizio delle filiere fondamentali, e quanta no.

I risultati sono esposti nella tabella 2.

Tabella 2 – Composizione del prodotto delle attivita` per filiere a cui partecipano

  Fondamentali Essenziali Altri Tot
Fondamentali 78.9 4.0 17.1 100.0
Essenziali 15.5 50.9 33.5 100.0
Altri 7.6 4.1 88.3 100.0

Ne emerge che solo il 15.5% delle attività essenziali è al servizio delle filiere fondamentali. Il rimanente 84.5% è destinato a filiere assolutamente non fondamentali.

Gli stessi risultati possono essere “convertiti” in ore lavorate invece che in valore dell’output. I risultati sono illustati nelle tabelle 3 e 4.

Tabella 3 – Composizione delle filiere per attività che vi partecipano (ore lavorate)

  Fondamentali Essenziali Altri
Fondamentali 42.9 20.7 20.6
Essenziali 22.6 39.9 27.6
Altri 34.5 39.5 51.8
Tot 100.0 100.0 100.0

Tabella 4 – Composizione del prodotto delle attività per filiere a cui partecipano (ore lavorate)

  Fondamentali Essenziali Altri Tot
Fondamentali 81.9 3.3 14.7 100.0
Essenziali 16.9 45.5 37.6 100.0
Altri 7.7 3.6 88.6 100.0

Può essere utile riesprimere l’ultima tabella facendo 100 l’occupazione totale. Lo facciamo nella tabella 5.

Tabella 5 – Composizione degli scambi inter-industriali per filiere e attività fornitrici (ore lavorate)

  Fondamentali Essenziali Altri Tot
Fondamentali 25.0 1.0 4.5 30.5
Essenziali 2.7 7.3 6.0 16.0
Altri 4.1 1.9 47.3 53.3
Tot 31.8 10.2 57.8 100.0

Le celle in grassetto+corsivo e grassetto corrispondono alle ore lavorate necessarie al funzionamento delle attività fondamentali: il 31.8% del totale. Le celle grassetto+corsivo e corsivo, invece, indicano le ore lavorate in base alle disposizioni del Governo: ben il 46.5%, e per giunta mal distribuite. In pratica, il 40.3% di chi lavora oggi dovrebbe in realtà essere a casa.

È importante sottolineare che questi risultati sono sottostimati in quanto, ad esempio, non abbiamo considerato l’aero-spazio (attivita` non elencata nell’All. 1 del Decreto, ma comunque consentita previa autorizzazione del Prefet- to) o quella degli impianti a ciclo continuo (sostanzialmente petrolchimica e siderurgia, consentite qualora dalla loro interruzione possano derivare pericoli – e qui esiste un reale problema di sicurezza).

Non solo: anche nei codici Ateco fondamentali esistono attività che non lo sono, poiché includono un gran numero di sotto-codici. Il Governo quindi bene farebbe a individuare le imprese che producono beni e servizi fondamentali, e pianificarne centralmente le catene di fornitura, magari attraverso Invitalia, e riconvertendo le produzioni esistenti al loro servizio. In altre parole i numeri da noi forniti, già impressionanti, sono in realtà ancor più pesanti.

Inoltre, se non si fosse affermato il modello nefasto del just-in-time, che per ridurre i costi delle imprese ha cancellato scorte e magazzini, forse ci sarebbe una necessità inferiore di tenere aperti stabilimenti produttivi.

Mutuando un infelice slogan, per Confindustria e il Governo #litalianonsiferma: profits must go on, sempre e comunque.

A fronte della spietata logica di classe di Confindustria fanno bene, quindi, i lavoratori a scioperare con l’appoggio del Sindacato.

*Fondazione Claudio Sabattini


[1] Il codice Ateco 12, corrispondente alla produzione di tabacco, nelle tavole è accorpato ai settori 10 e 11 (industrie alimentari e delle bevande) e non è stato quindi possibile scorporarlo.

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