Il Piano Trump è l’imbroglio del secolo

Il Piano Trump è l’imbroglio del secolo

di Rania Hammad *

Il piano del Presidente statunitense Donald Trump per risolvere la “questione palestinese”, il cosiddetto “affare del secolo”, è una grande trappola, un imbroglio, e ci vuole poco a capire il perché. Andiamo con ordine. 

Innanzitutto, non dimentichiamo che gli Stati Uniti non sono mai stati neutrali in questo conflitto ma hanno sempre agito nell’interesse di Israele e delle lobby ebraiche. Non dimentichiamo che Israele e Stati Uniti insieme hanno sempre mentito e diffuso storie completamente false, facendo pensare che fosse la parte palestinese a rifiutare generose offerte. In realtà nel frattempo Israele si annetteva grandi fette di territorio lasciando ai palestinesi sempre meno di quello che prevedeva il diritto internazionale, e lasciandoli totalmente dipendenti da Israele, nonché circondati dal suo esercito e senza accesso alla propria terra, al proprio mare o al proprio cielo. Fondamentalmente i vari piani (mai negoziati, ma sempre imposti ai palestinesi) hanno sempre mantenuto la stessa linea: imporre alla nazione palestinese di essere relegata in uno staterello con una totale dipendenza e soggiogazione politica, militare ed economica. Questa è sempre stata la strategia politica e ideologica sionista. E i cosiddetti “valori” di base, quelli morali o meno, sono evidenziati dalle loro azioni quotidiane, con le confische, la distruzione dei terreni, degli alberi, delle case e della vita. Gli stessi “valori” sono nei numeri dei bambini uccisi, 546 in 50 giorni a Gaza nel 2014. Anziché chiederci perché i palestinesi rifiutano il piano di Trump o qualsiasi altro piano, domandiamoci quale tipo di società non provi assolutamente nulla dopo l’uccisione di centinaia di bambini, così come si chiede il noto giornalista israeliano Gideon Levy. 

A dire il vero, l’affare del secolo non è l’affare di Trump, ma è l’affare del sionismo, che inizia nel lontano 1917, con la dichiarazione Balfour e che rimane fedele all’antico disegno colonialista. Si tratta di nuovi abiti per un vecchio progetto. E come nella fiaba, l’abito è fatto di nulla, e possiamo vedere cosa c’è sotto. 

È importante ricordare che nell’anno 2000, il premier israeliano Ehud Barak, aveva anche lui proposto un generoso accordo (secondo la stampa e l’immaginario collettivo ben alimentato dai media mainstream), quello di Camp David. Un piano altrettanto inaccettabile come riportò allora B’tselem, organizazzione israeliana per il rispetto dei diritti umani nei territori occupati. Anche allora, il mondo intero fu convinto che Israele avesse fatto delle concessioni eclatanti, sbandierando la “generosa” offerta, per convincere il mondo che i palestinesi fossero quelli irragionevoli e folli che lo rifiutavano. 

Sia Camp David, che l’affare del secolo di Trump, sono proposte indecenti, accompagnate da efficaci ed ingannevoli campagne mediatiche per demonizzare ed incolpare le vittime, i palestinesi. In realtà, a questi ultimi si chiede di accettare uno scambio di terra sbilanciato, la perdita della propria capitale, una colonizzazione ed un sistema di apartheid perenni. Un sistema di apartheid più sanguinario di quello del Sudafrica e con crimini infinitamente peggiori, come spesso dicono gli stessi sudafricani, e come ha sempre dichiarato il professor John Dugard, relatore speciale, nei suoi rapporti in sede ONU. Non c’è confronto tra Israele e Sudafrica, l’apartheid israeliano è di gran lunga più crudele e più spietato. 

Solo una attenta analisi e l’ascolto delle motivazioni e aspirazione del popolo palestinese, possono farci comprendere la vastità dell’imbroglio. 

Il piano-complotto del presidente Trump, rivendicato come “affare del secolo” e pensato insieme al suo genero-consigliere Jared Kushner, prevede una serie di inaccettabili presupposti. Gerusalemme indivisa ed eterna capitale dello Stato d’Israele, in contraddizione con le risoluzioni ONU e contro i diritti inalienabili del popolo palestinese. Il luogo sacro e spirituale per i palestinesi, la moschea di Al Aqsa a Gerusalemme, diverrebbe proprietà dello Stato ebraico e i fedeli musulmani potrebbero accedervi solo con il permesso delle autorità israeliane. 

I palestinesi comprendono bene il significato di una tale condizione, vale a dire, lo strapotere dello Stato israeliano. Nella pratica significherebbe che, come già avviene anche per i malati di tumore e per le partorienti, la burocrazia israeliana con i suoi “permessi” può uccidere, come di fatto uccide. Dipendere dalla benevolenza israeliana per i permessi speciali, è l’umiliazione più grande per i palestinesi, e la dimostrazione che la loro stessa vita è nella mani di Israele, uno Stato che commette un genocidio silenzioso, come ammette lo storico israeliano Ilan Pappe. 

L’affare del secolo vuole che i palestinesi accettino di far sorgere sul 11% di quella che era una volta la loro Palestina storica, questo staterello, che sarebbe diviso in ghetti-bantustan, circondati da insediamenti e strade a uso esclusivo dei cittadini ebrei. Realtà già concretizzata sul territorio palestinese con la costruzione di insediamenti israeliani in tutti questi anni di falsi processi di pace. Fino a questo momento infatti si erano create le basi pratiche, la Linea verde era stata cancellata e i territori dei palestinesi erano de facto già annessi da tempo. La funzione degli insediamenti, sempre riconosciuti come illegali, ma condonati da tutte le amministrazioni statunitensi, è quella di eliminare la soluzione dei due Stati. Con il piano di Trump, la destra israeliana vuole rendere questa occupazione irreversibile in maniera permanente, legalizzandola e fermando qualsiasi tipo di opposizione all’annessione. 

I confini del cosiddetto “mini-Stato” andrebbero sotto il controllo di Israele che non concederebbe un briciolo di sovranità effettiva, né indipendenza. Neanche un possibile futuro esercito per lo Stato palestinese che, secondo Israele, non avrebbe il diritto di difendersi dalle aggressioni. Perché la sicurezza vale per un popolo e non per l’altro. La stessa Amnesty International ha dichiarato che si tratta di un piano “squallido” che aggraverebbe le violazioni e sancirebbe l’impunità. 

Mentre l’amministrazione Trump enfatizza il principio degli scambi di territorio, il piano mira solo a consolidare le conquiste coloniali. In decenni di occupazione militare, Israele ha di fatto imposto un sistema di discriminazione istituzionalizzato contro i palestinesi sotto il suo dominio. Infatti, lo scambio di territori prevede anche il trasferimento dei residenti palestinesi in Israele verso zone del futuro Stato palestinese. Una sorta di pulizia etnica, con la necessaria separazione delle popolazioni, pretendendo che i palestinesi lascino le loro terre e case “liberando” le città per i soli cittadini ebrei. 

Ai palestinesi è chiesto di dare una risposta entro 4 anni e di riconoscere Israele come Stato “ebraico” con Gerusalemme capitale. Solo che i palestinesi avevano già riconosciuto Israele con gli accordi di Oslo e con quell’accordo avevano stabilito che Gerusalemme non era la loro capitale indivisibile, ma che Gerusalemme est, occupata da Israele nella guerra del 1967, avrebbe fatto parte delle trattative finali, e che avrebbe dovuto essere la capitale del futuro Stato palestinese. Cosa è rimasto allora di quell’accordo? La proposta, quindi, è in aperta violazione delle risoluzioni Onu come anche la risoluzione 194, che riconosce il “Diritto al Ritorno” a più di 7 milioni di profughi palestinesi che dal 1948 (data di nascita dello Stato d’Israele) sono stati cacciati dalle loro case. Il Piano chiede loro di dimenticare e rinunciare ai loro diritti, violando la legge internazionale che prevede questo diritto umano individuale e che non può essere trasformato in una concessione politica. Ai profughi palestinesi, che vivono tutt’oggi nei campi profughi dei Paesi arabi limitrofi, si impone di rimanere lì, come profughi. Invece di garantire loro il diritto al ritorno, si chiede ai palestinesi di accettare una compensazione monetaria per i rifugiati e a quelli fuggiti o espulsi di dimenticare la propria patria per sempre. 

Non solo. Ai palestinesi viene chiesto di accettare lo smantellamento e la fine degli aiuti dell’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, creata dall’ONU nel 1949. Cosa più assurda ed ingiusta, il Piano di Trump prevede l’annullamento di tutte le risoluzioni dell’ONU riguardanti la questione palestinese ed il conflitto mediorientale.

Ai palestinesi è chiesto anche di disarmare la Striscia di Gaza e di consegnare le armi, affidandosi alla benevolenza del loro vicino Israele che possiede ed usa armi sofisticate e perfino proibite, come hanno ammesso loro stessi, usando la popolazione di Gaza come cavia nella sperimentazione degli armamenti. Dettaglio non indifferente e che vede Autorità Nazionale Palestinese e Hamas d’accordo nel rifiutare tali proposte.

Dinanzi a queste richieste, i palestinesi con le loro leadership di ANP in Cisgiordania e di Hamas a Gaza, fino a questo momento separati fisicamente e geograficamente, nonché politicamente, hanno detto NO al cosiddetto “affare del secolo” di Trump e della sua amministrazione. Perché Il governo statunitense non è in grado di contribuire ad una risoluzione del conflitto mediorientale, anzi lo aggrava. Anche per questo motivo, i palestinesi hanno dichiarato di non volere nessuna relazione con una amministrazione che viola la legalità internazionale e rinnega i diritti del popolo palestinese, riconosciutici dalle Nazioni Unite. Il Presidente Palestinese Abu Mazen dunque chiede di rompere ogni relazione con il governo di Israele, compresa la collaborazione in materia di sicurezza, anche perché Israele ha di fatto violato tutti gli accordi stipulati con i palestinesi. 

Israele oggi ha scelto l’annessione e l’occupazione. Dovrà assumersi la sua responsabilità in quanto potenza occupante e rispettare i suoi doveri nei confronti della popolazione civile. La lotta dei palestinesi è anche una lotta per i diritti civili. Diritti inalienabili, che obbligheranno Israele a guardarsi allo specchio e a scegliere se essere una democrazia o uno Stato ebraico colonialista. 

L’Europa e l’Italia possono aiutare, ma solo se difenderanno e tuteleranno i diritti umani e la legalità internazionale. Non viviamo in una giungla, ma in una società di nazioni, e quello per cui abbiamo lottato dopo la grande guerra, e sancito in legge dopo la seconda guerra mondiale, è stato proprio il rispetto del diritto internazionale e la difesa dei diritti umani. Abbiamo scritto “mai più”. Mai più genocidi. Quindi non possiamo permettere alle lobby, e nemmeno a quella israeliana di silenziare l’Europa, criminalizzando l’opposizione all’occupazione israeliana della Palestina con accuse di anti-semitismo. Cercare di mischiare le carte in tavola non farà altro che confondere e creare più violenza e odio. Se l’Europa vuole davvero aiutare, si deve scrollare di dosso il suo senso di colpa rispetto al passato e guardare al presente. Per farlo non può certo fermare il piano di annessione di Trump parlando gentilmente con Israele, tentando di persuaderla. È arrivato il momento di agire, sanzionando un paese responsabile di crimini contro l’umanità, e che resta il paese colonialista con la più lunga occupazione militare in epoca moderna.

* Rania Hammad è rappresentante della Comunità palestinese di Roma e attivista per i diritti umani

 

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