I comunisti, il nazionalismo e il fantasma di Leo Schlageter

I comunisti, il nazionalismo e il fantasma di Leo Schlageter

di Franco Ferrari

Nel gennaio del 1923, la Francia, con l’aiuto del Belgio, occupa la Ruhr, il cuore industriale della Germania. Era la punizione per i ritardi nel pagamento delle riparazioni di guerra imposte ai tedeschi, attraverso il Trattato di Versailles, a seguito della loro sconfitta militare. L’iniziativa suscitò una forte reazione popolare che fece crescere il sentimento nazionalista che trovava la sua rappresentanza in un arcipelago di organizzazioni di destra. Ne furono contagiati anche settori operai e popolari. Il governo Cuno, sostenuto dal Presidente della Repubblica, il socialdemocratico Ebert, reagì proclamando la resistenza passiva. I gruppi più oltranzisti misero in atto azioni violente e sabotaggi nei confronti dell’occupante francese.

Tra gli artefici di questi atti di protesta vi era un certo Leo Albert Schlageter, che aveva già preso parte alle azioni militari dei Freikorps sul Baltico in sostegno ai controrivoluzionari bianchi contro la neonata Unione Sovietica. Catturato e giustiziato dall’esercito francese, divenne immediatamente un “martire” per le organizzazioni nazionaliste tedesche. La figura di questo militante anticomunista, è passata alla storia, più che per il suo ruolo specifico in quelle vicende, per effetto del discorso tenuto a Mosca, nel corso di una riunione dell’esecutivo allargato del Komintern, da Karl Radek.

Radek è stata una figura del movimento comunista internazionale non priva di fascino. Nato a Lvov (in italiano Leopoli) città della Galizia orientale, oggi ucraina ma allora parte dell’Impero austro-ungarico, ebreo di origine (il suo vero cognome era Sobehlson), militò nel movimento socialista polacco e fu poi inviato a seguire le vicende del comunismo tedesco dall’Internazionale Comunista. In Germania fu anche imprigionato per quasi un anno, nel 1919. Intellettualmente brillante, anche se forse non teorico profondissimo, sapeva cogliere certi cambiamenti di clima politico che richiedevano audacia di iniziativa e capacità di innovazione. Fu vicino a Trotsky nella battaglia interna al partito sovietico per poi prenderne le distanze e tornare a collaborare con la direzione del Partito bolscevico ormai dominato da Stalin. Finì nel tritacarne della repressione staliniana in uno dei “grandi processi” di Mosca.

Dal discorso di Radek tenuto alla riunione del Komintern nel giugno del 1920 si iniziò a parlare di una “linea Schlageter” perseguita dalla KPD (il Partito Comunista Tedesco). Attorno a questa iniziativa politica sono state costruite nel tempo varie leggende. Alle premesse e alle conseguenze dell’intervento di Radek ha dedicato un’accurata ricostruzione Stefano G. Azzarà con il suo libro “Comunisti, fascisti e questione nazionale” (Mimesis Edizioni).

La riunione del Komintern doveva affrontare il tema del fascismo alla luce dell’arrivo al potere di Mussolini in Italia e della preoccupante crescita delle forze nazionaliste di destra in Germania. All’inizio, dal punto di osservazione di Mosca e del comunismo internazionale, sembrava di essere in presenza solo di una riedizione di esperienze note, come il movimento russo di estrema destra e violentemente antisemita dei “Centoneri”. L’analisi privilegiava soprattutto il ruolo dei movimenti fascisti come strumento violento della controrivoluzione (le “squadracce”). Ci si rese ben presto conto, anche per l’apporto di analisi che veniva dai militanti dei paesi che stavano vivendo l’ascesa del fascismo, che si era in presenza di un fenomeno nuovo e più complesso.

Lo stesso Radek prese la mosse dalla relazione di Clara Zetkin, la prestigiosa militante comunista tedesca, che era stata amica di Rosa Luxemburg, e che invitava a guardare al fenomeno fascista con uno sguardo diverso.

“Evitare di vedere nel fascismo un fenomeno di natura agraria e premoderna e dunque di sostanziale ‘arretratezza economica’, come nelle primissime letture. Oppure il semplice braccio armato della borghesia capitalistica industriale”, sintetizza Azzarà (p. 25). In particolare la Zetkin evidenziava la capacità di questo movimento di esprimere il malessere della piccola borghesia e degli intellettuali, che si andava manifestando a seguito della crisi tedesca causata dalla sconfitta militare. Questi strati, che avevano perso le loro certezze economiche e sociali, e si erano perciò avvicinati alla condizione operaia, rifiutavano però di mescolarsi alle organizzazioni politiche di sinistra. Disprezzavano la socialdemocrazia ma erano anche ostili ai comunisti che vedevano come una forza antinazionale.

La Zetkin invitava quindi i comunisti a mettere in atto una politica che guardasse a questi soggetti sociali e a non restare rinchiusi nella difesa del solo fortino operaio. Nella sua analisi la rivoluzionaria tedesca sottolineava soprattutto la base di massa del fascismo nella piccola borghesia, così come il fatto che il movimento non andasse considerato come un blocco granitico sul quale non potesse intervenire l’azione dei comunisti. Per la Zetkin occorreva rispondere non solo al disagio economico espresso da questi strati sociali ma anche alla loro ricerca di “una nuova concezione del mondo”.

La successiva posizione dell’Internazionale Comunista che identificava il fascismo come espressione dei settori più reazioni e sciovinisti del grande capitale finanziario, divenne canonica, ma rischiava di perdere nell’analisi proprio la capacità del fascismo di trovare consenso anche tra settori popolari, i cui interessi erano realtà contrastanti con quelli del grande capitale. Tema che invece era ben presente nelle “Lezioni sul fascismo” tenute da Togliatti a Mosca nel 1935 e che venne affrontato seppure in modo diverso anche da altri esponenti sia del comunismo ufficiale che di quello dissidente (Trotsky, Thalheimer).

Radek, partendo dalla riflessione innovativa della Zetkin, richiamò la figura di Schlageter, battezzandolo “Viandante del nulla” (altri autori traducono il testo tedesco con “pellegrino”, aggiungendo un’intonazione quasi religiosa). Riconoscendo che si trattava di un nemico dei comunisti, affermava però il rispetto si doveva esprimere nei suoi confronti. Nello stesso momento denunciava però che il suo sacrificio e quello di altri come lui, sarebbe stato vano senza la consapevolezza che solo battendosi contro il ripristino del predominio delle classi dominanti, si sarebbe potuto cambiare il destino della Germania.

Di fronte alle contraddizioni che viveva il popolo tedesco e alle politiche punitive messe in atto dai paesi vincitori della guerra mondiale, la “questione nazionale” avrebbe potuto essere risolta solo se ancorata ad una visione classista. La masse piccolo borghesi tedesche avrebbero potuto trovare una soluzione positiva alle loro aspirazioni solo nell’alleanza con la classe operaia rivoluzionaria. Radek apriva una contesa sulla “questione nazionale”, che diventava così un “significante vuoto”, nel senso che a questa formulazione ha dato Ernesto Laclau, ripreso da Azzarà, e cercava di far uscire i comunisti dal loro isolamento (p.35).

Questo discorso tenuto a Mosca, abilmente formulato, trovò ampia eco in Germania e aprì un confronto con alcuni intellettuali appartenenti all’area nazionalista: Arthur Moeller van den Bruck e Ernst Reventlow. A rispondere, dalla parte di comunisti, intervenne anche un’altra figura di primo piano della KPD, Paul Frolich, che poi verrà espulso dal partito alla fine nel 1928 in quanto vicino alla cosiddetta “opposizione di destra” e sarà autore di una fortunata biografia di Rosa Luxemburg.

Il dibattito che Azzarà esamina nella sua complessità e nelle sue diverse sfumature non solo politiche ma anche teoriche e che qui non si può ovviamente riprendere in esteso, terminò in un “dialogo tra sordi”. I contradditori di Radek e Frolich che l’autore definisce come neonazionalisti e che a loro volta si definiscono come nazionalisti o come volkisch (un termine pressoché intraducibile che mescola nazionalismo e populismo e che potrebbe essere reso anche come “sovranismo”, secondo l’autore) restano ancorati al loro organicismo e al loro particolarismo. Rifiutano la visione materialista del conflitto sociale e la stessa idea dell’esistenza delle classi. Reventlow non esclude la possibilità di un tratto comune tra volkisch e comunisti ma per compierlo chiede gli stessi comunisti di rinunciare alla lotta antifascista. Mentre Frolich risponde, poco diplomaticamente, che se i nazionalisti continueranno a schierarsi con i capitalisti non potranno che assaggiare il “pugno proletario”.

Risulta evidente che i due esponenti “neonazionalisti” guardano all’iniziativa di Radek soprattutto come espressione di un tentativo, da parte dei comunisti, di imprimere la loro visione sulle masse influenzate dal nazionalismo per avvicinarle ad una soluzione della questione nazionale che si intrecci indissolubilmente alla questione sociale.

Ed è proprio la natura di “iniziativa egemonica” che Azzarà vuole sottolineare in dissenso con altre interpretazioni che distorcono il significato della cosiddetta “linea Schlageter”. Gli storici di orientamento liberale o anticomunista la collocano dentro un’unica categoria quella del nazional-bolscevismo e la considerano una prova dell’inevitabile attrazione esistente tra i due “totalitarismi” (comunismo e nazismo). Classico in tal senso è l’articolo di Abraham Ascher e Guenter Lewy sul “nazional-bolscevismo nella Germania di Weimar”, pubblicato nel 1956 sulla rivista “Social Research”.

Con il termine di nazional-bolscevismo viene definita in modo spesso approssimativo una corrente che utilizza tematiche rivoluzionarie e socialiste proprie del bolscevismo con altre di impronta nettamente nazionalista. Gli stessi Acher e Lewy riconoscono che non si tratta di una dottrina ben definita, piuttosto di una serie di considerazioni generiche e nebulose alle quali ciascuno da la propria interpretazione secondo i propri obbiettivi politici particolari.

Nazional-bolscevico venne definito un gruppo di militanti comunisti basati ad Amburgo e guidati da Heinrich Laufenberg e Fritz Wolffheim che avevano ipotizzato la costruzione di un fronte con nazionalisti e parte della borghesia, finalizzato ad avviare una guerra popolare rivoluzionaria contro le imposizioni previste dal Trattato di Versailles. Tesi liquidate come assurde da Lenin nel noto testo sull’Estremismo e contro le quali si era espresso lo stesso Radek, il quale obbiettava che la borghesia tedesca avrebbe comunque preferito l’occupazione da parte degli Stati dell’Intesa piuttosto che una dittatura rivoluzionaria guidata dal proletariato. Espulso dalla KPD, Il gruppo dei nazional-bolscevichi partecipò alla formazione del Partito Comunista Operaio (KAPD, nato dalla scissione delle correnti estremiste della KPD). Per le loro posizioni, considerate in contrasto con l’internazionalismo marxista, vennero esclusi anche dalla KAPD in occasione del secondo congresso del partito, nell’agosto del 1920. Il tema del nazional-bolscevismo verrà poi ripreso da Ernst Niekisch, considerato tutt’oggi il vero precursore di questa corrente ideologica, alla quale si rifanno piccoli gruppi piuttosto ambigui nel mescolare tematiche e simboli di estrema destra e di estrema sinistra. In contrasto con la teoria del “totalitarismo” è bene ricordare che Niekisch non proveniva dal movimento comunista ma da una scissione della socialdemocrazia. Fu il principale ideologo del Partito del Vecchio Socialismo (ASP) sorto in Sassonia per iniziativa della destra dell’SPD che aveva come riferimenti nazionali Ebert e Noske. Sul piano storico rivendicava l’idea di socialismo nazionale di Lassalle contro quella internazionalista di Marx.

Azzarà contesta, giustamente, che si possa attribuire a Radek la volontà di costruire un “fronte rosso-bruno”. La ricostruzione della dibattito aperto in Germania dal discorso di Radek è finalizzata proprio a chiarire la netta distinzione tra un’operazione di egemonia ed una ipotetica costruzione di alleanze trans-politiche, ovvero commistione tra destra e sinistra. Per sintetizzare tutta la vicenda e considerato che l’applicazione della cosiddetta “Linea Schlageter” durò nei fatti solo qualche mese, si possono riprendere le parole di Edward Hallet Carr, il grande storico della rivoluzione russa: “non un tentativo di alleanza con i fascisti contro il Trattato di Versailles ma il tentativo di spaccare le loro fila dimostrando che alla lunga un’effettiva opposizione ad esso poteva essere fornita solo dai comunisti” (cit. p. 111).

L’esito di questa iniziativa fu però alla fine un fallimento. Benché si fosse aperto un ampio dibattito che coinvolse anche altre forze politiche, come i socialdemocratici che accusavano strumentalmente i comunisti di volersi alleare con l’estrema destra, o la stampa conservatrice che invece sollecitava i nazionalisti a non cedere alle sirene comuniste, non ci fu reale spostamento di forze.

Azzarà, pur premettendo che le ragioni dell’esito dello scontro fra le forze politiche e sociali in Germania “sono molteplici”, ne individua una rilevante nella “filosofia della storia che in quegli anni era ancora ampiamente dominante nel campo marxista”. Questa filosofia è identificata nel “messianismo utopistico”, basato sull’idea di una “palingenesi morale e politica che avrebbe dovuto purificare in profondità la natura umana e la storia del mondo”. “Ottimismo ostinato” e “dogmatismo” che solo la storia avrebbe corretto. Da questa stessa filosofia della storia deriva la convinzione che la rivoluzione sia un processo che “si svolge in maniera simultanea su scala mondiale” (p.122). E’ un’argomentazione che non risulta del tutto convincente, sembrando collocare le contraddizioni e le sconfitte del movimento comunista sul terreno filosofico piuttosto che dei reali processi materiali.

Il vero motivo terorico del fallimento dell’operazione promossa da Radek potrebbe invece essere cercato in una premessa analitica più ravvicinata, ovvero la considerazione che la Germania dopo la sconfitta militare fosse diventata una “colonia”. In questo modo, secondo l’impostazione che prevaleva nel movimento comunista, il nazionalismo, che aveva un segno negativo nei paesi capitalisti più forti (colonizzatori e imperialisti), assumeva una valenza positiva in un paese dominato. In realtà la Germania, anche nelle condizioni difficile seguite alla guerra, restava un paese capitalistico avanzato e per questo il nazionalismo, una volta diventato egemone e vittorioso, diventò inevitabilmente razzista e finalizzato all’oppressione, fino allo sterminio, di altri popoli.

E’ evidente, anche da quanto già accennato che l’intento di Azzarà non è certamente di tipo filologico, anche se molto scrupoloso è l’esame e l’interpretazione dei testi che vengono riportati per esteso nella seconda parte del libro. Nel mirino dell’autore c’è il “sovranismo” odierno “che è totalmente incapace di individuare le vere ragioni della crisi della sovranità popolare e democratica”, che è semmai da individuare “nel venir meno del conflitto politico-sociale da parte delle classi subalterne (che) ha portato con sé l’esaurimento della democrazia moderna”. Anche se la prospettiva della transpolitica (il superamento della divisione tra destra e sinistra o l’ipotesi di alleanze tra sinistra e “destra anticapitalista” come quella avanzata dal politico Giorgio Galli) viene vista come elemento di confusione ideologica piuttosto che un pericolo reale. Così come non viene considerato realistico il timore di un ritorno del fascismo e per questo ipotizzare la necessità di fronti antifascisti si traduce nel “capitolare” di fronte all’egemonia liberista. Si tratta, secondo Azzarà, di due forme di subalternità.

Il fantasma di Schlageter e il dibattito che seguì alla provocazione di Radek presenta sicuramente elementi utili alla riflessione odierna, visto che la questione del rapporto tra la sinistra e la questione nazionale è tema complesso e non risolto, come ha dimostrato anche un recente convegno organizzato dalla sede fiorentina della Scuola Normale Superiore. Ciò a cui non si può in ogni caso rinunciare è la nostra ispirazione internazionalista.

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