Lavoro, deindustrializzazione, crisi capitalistica: l’iniziativa DEI comunisti napoletani

Lavoro, deindustrializzazione, crisi capitalistica: l’iniziativa DEI comunisti napoletani

Rosario Marra*

Mercoledì 4 dicembre 2019 alla “Sala Cirillo” della Città Metropolitana di Napoli in Piazza Matteotti 1 – Assemblea pubblica unitaria indetta dalle sinistre di opposizione (PRC, PCI, S.A.)

 

 1.      La cosiddetta assenza di politica industriale nella crisi della “vecchia” industrializzazione attraverso il contesto regionale e meridionale.

La politica economica liberista genera quella che impropriamente viene definita “assenza di politica industriale” che, in realtà, è ben presente e consiste proprio nel diminuire fortemente gli investimenti pubblici, assecondare i processi di concentrazione e centralizzazione capitalistica, attrarre gli investimenti esteri che altro non è che favorire gli interventi delle multinazionali.

Questo tipo di politica industriale è particolarmente devastante nei Paesi deboli e nelle Regioni deboli di Paesi intermedi come il nostro.

Ad es., dalla sintesi del Rapporto SVIMEZ 2019, apprendiamo che le crisi aziendali non sono più numerose al Sud, ma la loro gestione incontra ostacoli molto più complessi; sui tavoli aperti “le imprese meridionali rappresentano poco meno del 40% del totale, percentuale che riflette la reale distribuzione territoriale delle imprese medio-grandi nel Paese solo che nella gestione di queste imprese i tempi di soluzione sono più alti, in media si raddoppiano, per due motivi: la scarsa attrattività del territorio meridionale per i nuovi investitori e le maggiori difficoltà nella ricollocazione dei lavoratori in eccesso”.

Insomma quelle che normativamente sono definite “aree di crisi industriale complessa”….sono ancora più complesse.

Questi dati vanno integrati con le specificità dell’apparato produttivo meridionale e soprattutto campano dove, come si sa, il tessuto manifatturiero vede una presenza di piccole  imprese particolarmente elevato, ad es., nella nostra Regione le unità locali con meno di 10 addetti sono l’87,19% del totale e in questo campo la crisi non è meno drammatica.

Nell’area napoletana sono concentrate circa il 50% delle imprese attive della Regione ed ancora più forte la presenza di microimprese che raggiungono il 96% del totale.

Nello specifico campano, sono state individuate con decreto del MISE tre aree dove gli effetti della recessione economica, con le relative ricadute occupazionali, sono particolarmente gravi e riguardano il polo di Acerra-Marcianise-Airola con 17 Comuni, il polo di Castellammare-Torre Annunziata completamente ricadente nell’area napoletana con tre Comuni e quello di Battipaglia-Solofra con 4 Comuni, complessivamente si tratta di 24 Comuni e la maggior parte (14) sono del napoletano perché è qui che c’era la maggior industrializzazione e ora i più numerosi punti di crisi.

I “progetti di riconversione e riqualificazione industriale” non decollano perché l’attuale modello di sviluppo impone, all’interno della gabbia europea, una vera e propria desertificazione industriale delle zone più deboli e le misure messe in atto dai vari Governi succeditisi negli anni sono del tutto ininfluenti per il semplice fatto che sono articolazione delle politiche liberiste che depotenziano l’intervento pubblico basandosi  essenzialmente su incentivi che o sono poco usati o servono a dare soldi alle imprese senza reali e duraturi ritorni in termini di maggior reddito e occupazione per il territorio.

Non a caso il 75% delle domande di agevolazione della “Nuova Sabatini” riguardano imprese del Nord e solo l’ 11% il Sud;

anche misure come il rafforzamento della clausola della riserva del 34% degli investimenti, prevista nel ddl di bilancio 2020, è destinata a scarsa efficacia se continua a riguardare prevalentemente la P.A. in senso stretto con il solo recente ampliamento ad ANAS e Ferrovie mentre il grosso delle imprese pubbliche ne resta ancora fuori, da notare, comunque, che nell’attuale stesura del citato ddl l’applicazione delle modifiche alle disposizioni in vigore sulla riserva d’investimenti a favore del Meridione è rinviata ad un DPCM di cui non viene indicata la data di scadenza entro cui va emanato insomma……”campa cavallo che l’erba cresce”.

A Napoli, di recente, abbiamo avuto agli onori della cronaca la vertenza Whirpool in essa si condensano elementi comuni a molte altre crisi: multinazionali pronte a delocalizzare sia per avere maggiori profitti in territori con più alte agevolazioni fiscali e minor costo del lavoro e sia per valutazioni geopolitiche.

Qui subentra ancora una volta il problema delle regole europee perché se è vero che la nostra Costituzione (art. 43) ci permette di ricorrere alla nazionalizzazione o a forme di socializzazione degli stabilimenti (art. 46) è altrettanto vero che il Trattato europeo (art. 63) prevede la completa libertà di movimento dei capitali e se non viene limitata quest’ultima sarà difficile contrastare i giganti multinazionali.

Su questi aspetti dovremmo avere un maggior attivismo anche nei nostri collegamenti internazionali per giungere a forme di specifico coordinamento politico anche perché molto scarsa è l’attività della C.E.S..

Le politiche liberiste basate sul modello dell’ “export oriented” favoriscono in tutti i modi l’intervento delle multinazionali nell’economia e i casi Whirlpool o Ilva non sono che la punta dell’iceberg: i dati provenienti dall’Eurofond segnalano che dal 2002 a oggi i casi che in Italia hanno visto riduzione di forza lavoro per delocalizzazioni sono 50 e i dipendenti colpiti sono stati 11.517 e si tratta di dati per difetto perché la fonte UE esclude le perdite occupazionali  inferiori alle 100 unità e quelle che colpiscono meno del 10% dell’occupazione in aziende con almeno 250 unità.

 

  1. 2.      Organizzare la risposta.

Occorre una riflessione sia sul modello di sviluppo che sulle forme organizzative perché le nuove tecnologie producono l’economia digitale che, a sua volta, genera nuove figure di lavoratori come quelli della “gig economy”.

Per il modello di sviluppo occorre che l’attuale baricentro, tutto spostato verso l’Europa centrale e soprattutto la Germania, venga riequilibrato da una politica mediterranea, quasi del tutto inesistente;

non a caso anche in documenti ufficiali della Regione Campania si nota che le esportazioni campane verso i Paesi dell’area mediterranea sono “molto modesti” attestandosi a 797 milioni nel 2016.

In questo senso, le richieste di regionalismo differenziato di alcune Regioni del Nord non fanno che aggravare la situazione sia perchè si richiedono trasferimenti di competenze in materia di mercato del lavoro che un’accentuazione della trazione mittleuropea delle Regioni più ricche che avrà inevitabili conseguenze sull’insieme del sistema Paese e, in particolare, sulle Regioni meridionali.

Per le forme organizzative, vanno facilitate nuove   alleanze sociali tra i settori tradizionali della classe e il vasto mondo del precariato che difficilmente si riconosce nelle organizzazioni classiche, non a caso le lotte dei riders di alcune città o contro il lavoro nero in un settore come quello del turismo hanno conosciuto momenti di appoggio in Centri Sociali come la Cavallerizza di Torino o Ritmo Lento di Bologna o, qui a Napoli, nella Camera Popolare del Lavoro.

Altro aspetto da non sottovalutare, è quello di una diversa politica creditizia, anche qui il Governo PD-Cinque Stelle si muove in perfetta continuità con i precedenti esecutivi perché, pur affermando nella relazione tecnica al ddl del bilancio 2020 che i tassi d’interesse bancari al Sud sono più elevati rispetto a quelli rilevati al Centro-Nord, non interviene sui meccanismi speculativi ma ricorre ad ulteriori incentivi per le imprese che investono nelle Regioni meridionali per il programma industria 4.0, in altri termini altri soldi pubblici alle imprese mentre sarebbe decisamente migliore la soluzione di una vera banca pubblica per il Mezzogiorno e questa funzione non può essere certamente assolta  dal Gruppo Intesa San Paolo, nonostante le dichiarazioni in proposito di Carlo Messina, in quanto questo gruppo bancario risponde anch’esso a criteri privatistici.

Nel nostro specifico, dobbiamo meglio mettere a punto aspetti di una piattaforma politico-programmatica al cui interno ci siano meglio focalizzati il ruolo della Città Metropolitana e della Regione che, attraverso l’Assessore al Lavoro Palmeri, è presente nei Tavoli di crisi del MISE.

In particolare, per la Città Metropolitana di Napoli, sulla base di esperienze già maturate in altre Città Metropolitane come Firenze e Bologna, va istituito quanto prima il Tavolo per la salvaguardia del patrimonio produttivo sfruttando le competenze in materia di sviluppo economico che la “legge Delrio” assegna alle Città Metropolitane, in particolare va compreso, in tempi brevi quale può essere il ruolo anche di questa istituzione rispetto ai 14 Comuni ricadenti nelle citate aree di crisi industriale complessa.[1]

In questo senso è sicuramente positivo l’odg approvato di recente dal Consiglio Metropolitano di Napoli che impegna l’Amministrazione ad avviare l’iter per la costituzione del citato Tavolo che noi non vediamo come una riproduzione su scala locale dei Tavoli del Mise perché, per quanto possa interessarsi anche delle crisi di aziende di medie e grosse dimensioni, deve riguardare soprattutto quelle crisi che a livello nazionale non giungono nemmeno e riguardano il vasto mondo delle piccole imprese che nel loro insieme hanno un impatto sociale non meno importante delle crisi nelle aziende maggiori.

Inoltre dovremmo valutare come lanciare parole d’ordine per la sperimentazione della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario a partire dalle aree di crisi anche per contrastare il principio della “neutralità tecnologica” – parte delle linee guida di Impresa 4.0 – una delle tante mistificazioni capitalistiche.

 

*Segretario provinciale del PRC di Napoli

 

 

 

 



[1] L’ elenco dei 13 Comuni è il seguente: Acerra, Arzano, Caivano, Casandrino, Casavatore, Casoria, Frattamaggiore, Grumo Nevano, Nola, Somma Vesuviana, Castellammare di Stabia, Napoli Orientale, Torre Annunziata, Solofra.

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