Da Jerry Masslo a Eris Petty, trent’anni di lutti, trent’anni di lotte. Lunedì in piazza a Felandina per la Dignità

Da Jerry Masslo a Eris Petty, trent’anni di lutti, trent’anni di lotte. Lunedì in piazza a Felandina per la Dignità

Stefano Galieni*

Non aveva ancora compiuto 30 anni Jerry Essan Masslo quando, dopo esser fuggito dall’apartheid sudafricano si ritrovò ad essere ucciso dall’apartheid italiano dello sfruttamento. Dopo un lungo peregrinare era giunto in Italia e aveva chiesto asilo politico. Gli venne negato, allora lo status di rifugiato veniva concesso solo a chi fuggiva dai regimi dell’Est e, al massimo ai pochi che riuscivano a lasciare il Cile o gli altri paesi oppressi dell’America Latina. Ma per lui nessun riconoscimento, tanto che potette restare in Italia solo grazie al fatto che Amnesty International se ne assunse la responsabilità e il sostegno economico. Ma Jerry Masslo voleva essere libero e finì nelle campagne di Villa Literno, dove già da anni, il mercato delle braccia, per la raccolta della frutta, era sotto il controllo della criminalità. Non bastava sfruttarlo, la notte del 24 agosto una banda di rapinatori provò a riprendersi armi alla mano quello che Jerry aveva guadagnato. Venne ucciso nei campi. Accadeva esattamente 30 anni fa. L’omicidio scatenò una indignazione enorme, pochi mesi dopo, il 7 ottobre, si realizzò in Italia la più grande manifestazione antirazzista che vide insieme tutte le forze sindacali, sociali e politiche. In pochi mesi si giunse anche alla promulgazione di una legge, (Legge Martelli) che con tutti i limiti, tentò di aprire spazi di inclusioni, nuove modalità per l’accesso all’asilo. Anche in parlamento e nel governo ci si rese conto che erano arrivati negli anni passati centinaia di migliaia di invisibili che svolgevano gran parte dei lavori più faticosi e malpagati, in condizioni di vita e di sfruttamento senza eguali. Da quella manifestazione nacquero movimenti e vertenze in tutto il Paese, presero la parola gli sfruttati e chi non voleva essere complice e, con tante difficoltà, si imparò a lottare insieme. Le vicende si susseguirono con velocità, chi ricorda a Roma l’occupazione dell’ex pastificio Pantanella, dove, fino allo sgombero, vissero insieme 1500 persone provenienti da tutto il mondo ma senza casa, le prime lotte contro il caporalato in Campania e in Sicilia nel frattempo erano cominciati a giungere in Italia, soprattutto sulle coste ioniche, uomini e donne dall’Albania in disfacimento e, all’inizio, anche lì emerse una parte di cultura solidale che oggi sembra impossibile. Nel 1998 si giunse all’approvazione di un Testo Unico sull’immigrazione (Turco – Napolitano) che divise radicalmente il fronte antirazzista. Per alcuni bisognava utilizzare gli elementi migliori e funzionali all’inclusione del testo, per molti altri se ne intravedevano immediatamente i limiti, politici, culturali e sociali. Di fatto fu il primo esempio di come le leggi sull’immigrazione sono leggi sul mercato del lavoro, le persone diventano merce con bassissimo potere contrattuale, la dotazione di strumenti per detenere e poi espellere i non graditi (gli allora CPT, poi CIE, ora CPR), faceva già il paio con i vincoli imposti per l’ottenimento di un permesso di soggiorno, legato ad un contratto di lavoro e con gli ingressi contingentati da “quote” di persone che potevano essere “regolarizzate”. Di uomini e donne invisibili, come Jerry Masslo, ne continuavano ad arrivare e le maglie del loro sfruttamento poterono tranquillamente peggiorare. L’ultima grande vittoria di un movimento antirazzista che non parlava soltanto di solidarietà ma di eguaglianza, fu quella promossa dalla Camera del lavoro Brescia e che portò a Roma migliaia di lavoratori che ottennero regolarizzazione. Poi fra frantumazione dei movimenti e offensiva neoliberista che non voleva trovare ostacoli nel proprio bisogno di braccia a basso costo, per molti le condizioni sono soltanto peggiorate. Non solo la legge Bossi – Fini, oggi attaccata anche da destra perché “troppo permissiva”, ma una strutturale assenza di proposta politica alternativa in grado di fermare la crescita di una risposta xenofoba, tanto nelle istituzioni che fra le persone. E i 30 anni trascorsi sono uno spazio temporale utile per guardare una trasformazione sociale del paese che malgrado tutto, si è prodotta. In Italia ci sono circa 5 milioni di persone, di origine straniera che vivono e lavorano cercando di costruirsi un futuro, oltre 900 mila minorenni nelle scuole, che ormai dovrebbero poter godere, ma non accade dei diritti sociali e politici spettanti agli autoctoni. Ma l’altra faccia della medaglia è composta dai tanti e dalle tante costretti, da leggi infami e da politiche prive di prospettiva, che continuano a finire nelle maglie dello sfruttamento. Negli ultimi 15 anni, il salario di chi lavora nei campi si è ridotto del 30% in un contesto dove il lavoro nero è la norma. Una forte sindacalizzazione dei lavoratori, con episodi che hanno fatto storia, come gli scioperi di Castelvolturno e di Nardò, le rivolte come a Rosarno, le vertenze come quelle aperte nell’Agro Pontino, il tentativo di proporre, anche attraverso il conflitto, diversi rapporti di forza che affrontino anche i temi legati al peso della grande distribuzione, dei latifondi, delle monoculture. Un nuovo percorso si va realizzando in questi giorni. Un episodio tragico ne ha segnato la nascita, il 7 agosto scorso morta fra le fiamme Eris Petty una ragazza che dormiva nel ghetto di Felandina, presso Metaponto, in Basilicata. Uno dei tanti ghetti come San Ferdinando in Calabria o Borgo Mezzanone nel foggiano, dove la politica interviene unicamente con sgomberi senza soluzioni abitative quando un invisibile perde la vita. A Felandina lo sgombero avverrà nei prossimi giorni ma intanto braccianti migranti e autoctoni, attivisti di associazioni, forze politiche non compromesse come Rifondazione Comunista, saranno lunedì 26 agosto, alle 9 del mattino in piazza. Si è costituito nei giorni passati il “Forum delle terre di dignità”, uno spazio plurale in cui la mobilitazione mira a modificare radicalmente le condizioni di vita e di lavoro delle persone. Trenta anni dopo, ancora dalle campagne, vuole partire quella che i promotori hanno chiamato “La rivolta della dignità”. Rifondazione Comunista ci sarà e si considera al servizio di percorsi come questo che potrebbero invertire la rotta in tutto il paese.

*Resp nazionale immigtrazione PRC-S.E.

 

 

 

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