Non è un partito per donne

Non è un partito per donne

Ci siamo chieste se fosse opportuno prendere parola in un momento così drammatico, per il contesto storico e per il nostro (eh sì, il nostro) partito. Ci siamo risposte, tra tanti dubbi, che dal silenzio delle donne non viene mai nulla di buono. Anzi. La forza del movimento femminista mondiale ci impone di dare sempre il nostro contributo, per quanto piccolo possa essere. Anche affinché si apra un percorso di verità sullo stato del nostro partito, sulla sua utilità sociale, sulla sua funzione storica. Ne avvertiamo un disperato bisogno, che non può essere tamponato con formule rassicuranti, autoconsolatorie o autoassolutorie, o con rimozioni. E che il legame politico e affettivo che ci unisce a questa comunità non può più esprimersi attraverso “sassi che il mare ha consumato”.

“No, non vai bene, non hai il profilo”, oppure “No, non vai bene, quando intervieni non si capisce cosa dici”. Sono alcuni dei giudizi lapidari su di noi, su ognuna di noi, in cui ci è capitato di imbatterci, e che ci sono rimasti nella mente, perché si sa: le negazioni restano in memoria.

E’ ovviamente del tutto possibile che siano valutazioni veritiere, ma non si può non vedere come siano sempre pronunciate da corpi giudicanti di uomini. Uomini disposti invece a farsi molti sconti, a “coprirsi” quando in ballo ci sono loro, le loro capacità e il loro operato, il loro “andar bene”, sempre e a prescindere, il loro essere misura delle cose.

Carla Lonzi ci ha insegnato a rifuggire dalla trappola del bisogno di riconoscimento maschile. Ma quando i meccanismi di funzionamento di un gruppo di dirigente coincidono con il riconoscimento, la complicità, l’affidamento tra maschi ci chiediamo con dolore quale sia la possibilità reale che questo partito incroci e si faccia attraversare dalla intersezionalità dei femminismi di oggi, che sia uno strumento realmente utile per quei processi di rivoluzione e liberazione per cui spendiamo le nostre vite.

E allora il problema non è solo che in questi anni i riconoscimenti di un lavoro fatto, di una fatica, di una passione o di una qualche intelligenza politica, della utilità del nostro contributo sono sempre venuti “da fuori”. Dobbiamo proprio chiederci quale utilità abbiamo in quello che ostinatamente vogliamo continuare a chiamare il nostro partito.

Nulla di nuovo sotto il sole, ovviamente. Il sessismo segna la società e la politica, i meccanismi di riconoscimento o negazione ne sono parte costitutiva,  le complicità maschili nel detenere ruoli di potere – anche di micropotere – sono storia antica.

Solo che siamo stanche, e se decidiamo di prendere parola e non più individualmente, non lo facciamo con leggerezza. Lo facciamo perché in questi anni abbiamo sempre cercato di collocare i conflitti, persino di “rinviarli”, in modo tale da caricarci prima di tutto della tenuta del corpo collettivo, e forse in questo abbiamo sbagliato. Abbiamo sbagliato perché la nostra valutazione è che il sessismo che segna questa collettività, in particolare nei suoi gruppi dirigenti nazionali, sia peggiore di quello che alberga fuori da noi. E questa è davvero consapevolezza amarissima. Non siamo idealiste, non pretendiamo che lo strumento partito possa qui ed ora prefigurare l’alternativa di società per cui lottiamo, ma pretendiamo che sia almeno un passo più avanti e non più indietro, di ciò che contrastiamo nella società.

Abbiamo affrontato quest’ultimo periodo legato alle elezioni europee, a partire da collocazioni diverse, parlamentare uscente l’una, esponente della segreteria l’altra. Analoghi sono stati però i meccanismi con cui abbiamo dovuto fare i conti, quelli di sempre, negli ultimi dieci anni.

Meccanismi che si sono tradotti in una serie di microepisodi, ognuno in sé preso persino trascurabile, se non fosse che sono stati gli ultimi per l’appunto, che molti ne abbiamo vissuti in questi anni, e che dunque per noi è inequivoco il loro segno: di svalutazione, inferiorizzazione, uso.

Avremo tempo e modo per raccontare i tanti episodi, per farne storie di vita e politica. Ma sappiamo che queste storie e queste vite si intrecciano con la nostra storia collettiva. Una storia che racconta di (micro)poteri che debbono rimanere saldamente nella rete delle complicità maschili, di una “naturale” e costante svalutazione, inferiorizzazione, negazione, del lavoro e del ruolo delle compagne: di “pallini” che vanno tenuti, di mandati che vanno dati con “le virgolette” quando si tratta delle compagne.  Dell’uso, cioè della riduzione a strumento se ritenute utile per i propri fini, a cui far seguire la cancellazione se per quei fini non si serve più.  La riduzione a strumento, a cosa, cioè il fondamento della violenza e del dominio maschile. Insieme a questo la costante copertura, giustificazione, complicità maschile a prescindere dalle molte inadeguatezze.

Dal Congresso di Chianciano in poi abbiamo assistito a un feroce svilimento dei percorsi femministi dentro il nostro partito.

Tre anni fa in apertura del Congresso di Spoleto, il segretario uscente propose la Conferenza degli uomini, per aprire un percorso vero di riflessione sul sessismo nel partito.

Lo fece, omettendo di citare che non era un’idea sua, ma nostra, ribadendo in questo modo ancora un volta un tratto sessista: quello che Lidia Menapace chiama la cancellazione dei nomi delle donne anche dalle note a piè di pagina. Ma il guaio principale, è che quell’idea, su cui si soffermò allora a lungo l’ex segretario, era finta. Serviva per far bella figura al congresso, ma non aveva alla base nessun fondamento, nessuna reale convinzione. Come avviene oggi con le citazioni del femminismo del 99%  fatte nella costanza degli affidamenti al maschio alfa.

Rifondazione in questi anni non ha fatto la Conferenza degli uomini, ed è rimasta quella che era, anzi forse è peggiorata,  con i suoi microriti di micropotere maschile, come con i suoi 20 segretari regionali, tutti maschi.

Siamo stanche davvero di spendere così il nostro impegno che è stato pieno, ed alla fine la nostra vita. Ovviamente questa non è una sottrazione all’impegno politico dentro e fuori questo partito, animato da compagne e compagni straordinari che abitano comunque questa collettività. Ma certo, o si realizzerà una vera e propria rivoluzione, nella nostra composizione, nei nostri meccanismi di funzionamento, nelle antropologie e nelle culture, o per quel che ci riguarda non c’è una prospettiva sensata, e meno che mai, purtroppo, la possibilità di essere strumento di trasformazione della realtà.

 

Roberta Fantozzi

Eleonora Forenza

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