Ex Ilva, finale di partita?

Ex Ilva, finale di partita?

di Salvatore Romeo*

Dopo i toni concilianti dei primi mesi, Mittal ha deciso di spingere il livello dello scontro col governo vicino al punto di rottura, minacciando il fermo dello stabilimento di Taranto. L’annuncio dell’amministratore delegato di Arcelor Mittal Europe, Geert Van Poelvoorde, sembra giungere come un fulmine a ciel sereno, scagliato contro una comunità già scossa da anni di alta tensione. A ben vedere però si tratta dell’erompere di un conflitto che cova sottotraccia da circa un anno, da quando il governo ha trasferito nelle mani della multinazionale il più grande stabilimento industriale del paese.

La scorsa estate, al momento del suo insediamento, Luigi Di Maio si è trovato fra le mani la patata bollente del dossier Ilva, con un contratto di assegnazione già firmato dal suo predecessore e una vertenza sindacale in stallo. Il ministro dello Sviluppo, dopo aver verificato l’impossibilità di impugnare il contratto, ha dovuto ingoiare il rospo e tentare di salvare il salvabile, almeno sul piano occupazionale. Il Movimento ha pagato un duro prezzo in termini di credibilità: agli occhi di una parte del suo elettorato e dei suoi militanti quella scelta è sembrata un “tradimento” delle istanze ambientaliste propagandate per anni. Da quel momento Di Maio e i suoi hanno cercato di recuperare terreno su quel piano, annunciando una serie di importanti misure: il riesame dell’Aia, la riscrittura del decreto Balduzzi-Clini sulla Valutazione del danno sanitario, la revisione della norma sulla cosiddetta “immunità penale”. Nell’insieme queste decisioni prefigurano per l’azienda un orizzonte di compatibilità più rigido rispetto a quello stabilito con l’addendum all’accordo sindacale dello scorso settembre.

Mittal ritiene queste condizioni insostenibili. Il rischio che dal riesame dell’Aia emergano prescrizioni più restrittive – sulla base della nuova Vds “predittiva” – si somma all’obbligo di rispettare le scadenze dei singoli interventi, pena la decadenza dell’immunità. In sostanza, l’azienda reclama un criterio di flessibilità nella realizzazione del Piano ambientale all’interno di un arco temporale di medio termine. Si scontrano qui due esigenze: quella dell’impresa, che deve modulare i propri investimenti guardando anche all’andamento del mercato, e quella della collettività, che vuole che il problema ambientale venga risolto nel più breve tempo possibile. Le circostanze che si sono determinate negli ultimi mesi – l’inasprimento della concorrenza nel mercato europeo, da una parte, e la crisi politica dei 5 stelle, dall’altra – rendono questo scontro quanto mai aspro.

Difficile dire come andrà a finire; per il momento si può solo registrare lo stato delle forze in campo. Le iniziative assunte dai 5 stelle – per quanto apprezzabili in linea di principio – appaiono velleitarie: per dare forza a quei provvedimenti sarebbe necessaria la disponibilità del governo ad “andare a vedere” il bluff di Mittal. Sarebbe necessario, cioè, un “piano B” immediatamente operativo nel caso in cui la multinazionale decidesse realmente di ritirarsi. Qualcosa di simile alla minaccia di nazionalizzazione che qualche anno fa il presidente francese François Hollande paventò per fronteggiare il rischio di chiusura del sito di Florange. Ma evidentemente oggi in Italia non ci sono le condizioni politiche per un’opzione del genere. Le parole del CEO di Arcelor Mittal Europe vanno lette alla luce di questa circostanza: Van Poelvoorde ha potuto sparare alto perché sa di poter contare sul sostegno del principale alleato del Movimento 5 Stelle. Si ripropone così uno schema che abbiamo visto manifestarsi in tante altre occasioni, con i grillini stritolati dall’abbraccio fra la Lega e i suoi potenti alleati esterni (dalla Casa Bianca alle grandi imprese), e abbandonati al proprio destino da un Partito Democratico che sembra aver fatta propria la massima maoista “bastonare il cane che affoga”.

Intanto gli esiti della probabile sconfitta di Di Maio sono prefigurati da un’altra notizia giunta ieri dal fronte ex Ilva, e quasi del tutto sovrastata dalle dichiarazioni di Van Poelvoorde: l’apertura della procedura di cassa integrazione per 1.400 lavoratori senza accordo sindacale. E’ una decisione che conferma – dopo la controversa gestione della Cigs – l’indirizzo che Mittal intende dare alle relazioni industriali nello stabilimento ionico: delegittimazione dei sindacati e affermazione di un potere pressoché assoluto. La multinazionale sembra voler ripercorrere le orme dei Riva, imponendo una ferrea restaurazione padronale con l’obiettivo di gestire la manodopera (e la produzione e gli investimenti) con la massima flessibilità. Una prospettiva che può sconcertare solo chi non conosceva lo “stile” manageriale adottato da Mittal nei suoi stabilimenti. Ma fra questi si fa fatica a credere ci fossero anche coloro che hanno consegnato la più grande fabbrica italiana al principale produttore d’acciaio del mondo.

* PRC Taranto. Autore del libro «L’acciaio in fumo. L’Ilva di Taranto dal 1945 a oggi», Donzelli 2019

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