Perchè gli USA stanno perseguitando Assange

Perchè gli USA stanno perseguitando Assange

di Patrick Cockburn

Una decina di anni fa ero a Kabul quando WikiLeaks pubblicò un’enorme quantità di documenti del governo statunitense che riguardavano i conflitti in Afghanistan, Iraq e Yemen.

Il giorno della pubblicazione mi stavo accordando per telefono per un incontro informale con un ufficiale americano. Durante la conversazione gli dissi quello che avevo appena appreso dai mezzi di informazione.

Era molto interessato e mi chiese il grado di classificazione dei file.

Quando glielo dissi mi rispose in tono sollevato ” Nessun vero segreto, allora”.

Quando più tardi ci incontrammo all’hotel gli chiesi perché fosse così poco interessato alle rivelazioni che avevano causato così tanto putiferio in tutto il mondo. Mi spiegò che il governo americano non era tanto ingenuo da non rendersi conto che rendere accessibili questi documenti a così tanti civili e militari comportava fughe di notizie. Qualunque informazione che fosse veramente dannosa per la sicurezza degli Usa era stata eliminata. In ogni caso, disse, “non verremo a sapere i segreti più grandi tramite WikiLeaks perché sono già stati resi noti dalla Casa Bianca, dal Pentagono o dall’Ufficio Affari Esteri.” Mi sembrò un ragionamento persuasivo e più tardi scrissi un articolo dicendo che i segreti di WikiLeaks non erano per niente dei segreti.

Eravamo l’ufficiale statunitense ed io, però, ad essere ingenui, dimenticando che il vero scopo dei segreti di Stato è di permettere ai governi di fornire la loro egoistica e spesso mendace versione della verità attraverso un’attenta selezione dei “fatti” da far circolare in pubblico. Si inferociscono per qualunque rivelazione di ciò che davvero sanno o con qualsiasi fonte di informazione alternativa. Le minacce al loro controllo sull’informazione devono essere soppresse quando possibile e se non è possibile si devono perseguire  e punire i responsabili.

Abbiamo avuto due buoni esempi riguardo a fin dove possa spingersi un governo – gli Stati Uniti, in questo caso – per proteggere la propria corrotta versione dei fatti. Il primo sono le accuse di spionaggio al fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, per la pubblicazione nel 2010 di 750.000 documenti militari e diplomatici riservati.

Il secondo esempio è accaduto qualche giorno fa. I mezzi di informazione non hanno sempre brillato nella guerra in Yemen, ma alcuni giornalisti in gamba e nuove organizzazioni invece sì. Uno di loro è il reporter yemenita Maad al-Zikry che, insieme a Maggie Michael e Nariman El-Mofty, fa parte di una squadra di Associated Press (AP) che quest’anno ha vinto il premio Pulitzer per il reportage internazionale con l’eccezionale reportage sul campo nella guerra in Yemen. Le loro storie includevano delle rivelazioni sugli attacchi coi droni in Yemen e sulle prigioni là sovvenzionate dagli Emirati Arabi Uniti (UAE).

Al governo statunitense chiaramente non piace questo tipo di giornalismo critico. Quando lo scorso martedì si consegnarono i Pulitzer a New York Zykry non c’era perché gli era stato negato il visto per entrare negli USA. Non c’è più un’ambasciata statunitense nella capitale yemenita Sanaa, ma due mesi prima si era presentato all’ambasciata statunitense al Cairo per richiedere il visto che, anche se appoggiato completamente dall’AP e da molte altre prestigiose associazioni, gli fu negato.

Dopo che l’AP esercitò ulteriori pressioni, Zikry richiese il visto una seconda volta e stavolta incontrò un consulente dell’ambasciata. Lui riferisce di aver chiesto: “L’ambasciata degli Usa pensa che un giornalista investigativo yemenita che lavora per l’AP sia un terrorista? Mi sta dicendo che sono un terrorista?”.

Il consulente disse che avrebbero “lavorato” per il suo visto o, in altre parole, avrebbe chiesto ai poteri in carica a Washington cosa fare. “Allora ho aspettato e aspettato e aspettato,” dice. “E, fino ad ora, non ho sentito niente da parte loro”.

Naturalmente Washington era pienamente in grado di eliminare qualunque veto alla concessione del visto, ma scelse di non farlo.

Possiamo paragonare quello che fecero Assange e WikiLeaks nel 2010 con quello che fecero Zirky e l’AP nel 2019? Alcuni commentatori, per loro vergogna, asseriscono che il perseguimento di Assange e la sua attuale carcerazione in attesa dell’estradizione negli Usa o in Svezia non abbiamo nulla a che vedere con la libertà di espressione.

In realtà stava facendo quello che ogni giornalista dovrebbe fare e lo faceva con successo.

Prendiamo lo Yemen come esempio. E’ una storia di grande significato in questo momento perché recentemente alti funzionari statunitensi hanno denunciato l’Iran per avere presumibilmente guidato ed armato i ribelli Houti, che stanno combattendo i sauditi e le forze appoggiate dagli Emirati Uniti. L’azione di questi presunti delegati iraniani potrebbe essere un casus belli tra Usa ed Iran.

Mike Pompeo, il segretario di Stato degli Usa, dice che l’Iran ha fornito gli Houti del “sistema missilistico, le attrezzature e la capacità militare” che hanno acquisito.

John Bolton, il consigliere della sicurezza nazionale, mercoledì ha detto che l’Iran rischia una “risposta molto forte” da parte degli Usa, tra le altre cose, per gli attacchi dei droni da parte degli Houti sull’Arabia Saudita, per i quali ritiene responsabili gli iraniani.

Queste accuse da parte degli Stati Uniti, dell’Arabia Saudita e di chi sia l’alleato del giorno dello Yemen secondo cui gli Houti sarebbero i tirapiedi dell’Iran, armati di armi fornite dall’Iran, sono di lunga data. Ma cosa sappiamo di ciò che pensa veramente Washington di queste accuse che non sono cambiate molto nel corso degli anni?

Ecco dove WikiLeaks arriva in salvataggio.

L’ambasciata Usa a Sanaa oggi è chiusa, ma era aperta il 9 dicembre 2009 quando Stephen Seche, l’ambasciatore statunitense, mandò un rapporto dettagliato al Dipartimento di Stato dal titolo: ” Chi sono gli Houti? Come combattono?”. Citando numerose fonti dichiara che gli Houti “prendono le loro armi al mercato nero yemenita” e da accordi con comandanti militari governativi corrotti. Si riporta che un ufficiale di alto grado dell’intelligence yemenita avrebbe detto che “Gli iraniani non hanno armato gli Houti. Le armi che usano sono yemenite”. Un altro ufficiale dice che le forze militari anti-Houti “nascondono i loro fallimenti dicendo che le armi (degli Houti) provengono dall’Iran”.

Gli esperti  yemeniti del conflitto dicono che l’acquisizione di armi da parte degli Houti ha poco a che vedere con l’Iran. Lo Yemen ha sempre avuto un fiorente mercato nero di armi nel quale si possono trovare armi grandi e piccole in ogni quantità se si hanno i soldi necessari. Le forze anti-Houti, copiosamente rifornite dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti, sono felici di trarre profitto dalla vendita di armi agli Houti o a chiunque altro.

In un periodo precedente, lo studio dell’ambasciata cita “rapporti sensibili” – presumibilmente della CIA o di altre agenzie di spionaggio – che dicono che estremisti dalla Somalia che volevano missili Katyusha avevano semplicemente attraversato il Mar Rosso e li avevano comprati al mercato nero yemenita.

L’aver rivelato importanti informazioni sulla guerra nello Yemen, nella quale almeno 70000 persone sono state uccise, è la ragione per cui il governo degli Usa sta perseguitando sia Assange che Zirky.

Il giornalista yemenita ribelle dice che “uno dei motivi chiave per cui questa terra così impoverita si trova in questa situazione tragica è la punizione in  massa dello Yemen da parte dell’amministrazione statunitense”. Tutto ciò è dimostrabilmente vero, ma senza dubbio qualcuno a Washington lo considera un segreto.

articolo originale su Counterpunch

traduzione di Stefania Martini, per aderire alla brigata traduttori inviare una mail a traduttori@rifondazione.it

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