Il maestro Jean ha preferito la morte all’offesa

Il maestro Jean ha preferito la morte all’offesa

*Loredana Fraleone

Alcuni scelgono di fare l’insegnante per necessità, a volte come ripiego per la mancanza di sbocchi professionale in certe discipline, soprattutto tecnico-scientifiche; altri lo scelgono per amore di un lavoro complesso, impegnativo e che richiede una riflessione costante, a volte persino inconsapevole, sulla sua efficacia. All’esterno del mondo della scuola si pensa sia un lavoro certo malpagato, ma poco impegnativo e che lascia tanto tempo libero. Non si ha consapevolezza, spesso non ce l’ha neanche chi lo svolge questo lavoro, di quanto l’impatto con i problemi dei bambini o degli adolescenti sia faticoso e a volte logorante. Solo da pochi anni, infatti, si parla di burnout degli insegnanti, cioè di quel fenomeno generatore di stress che provoca manifestazioni psicofisiche patologiche in alcune persone che hanno a che fare con lavori di relazione.

Il mestiere d’insegnante comunque sia ti modifica, generalmente ti migliora, perché t’impone riflessione, equilibrio, capacità d’ascolto, ti mette di fronte alla grande responsabilità di educare le nuove generazioni.

Nel contesto in cui oggi il mondo della scuola si trova ad operare, non solo in Italia, gli elementi di stress s’intensificano: svalutazione professionale, scarsa considerazione sociale, esposizione alle reazioni, a volte anche fisiche, di allievi “educati” all’arroganza da parte di famiglie che si sentono in diritto di difendere i propri figli a prescindere dal loro impegno e dai loro comportamenti.

E’ emblematica da questo punto di vista la vicenda del maestro francese Jean Willot, suicida per non aver retto all’accusa di maltrattamento di un suo piccolo alunno, che aveva semplicemente preso per un braccio, per spostarlo dall’occupazione di uno spazio dove dovevano passare i suoi compagni e che lui si ostinava ad occupare nonostante i ripetuti richiami del maestro.

So pochissimo del maestro Jean, insegnante elementare in una località nei pressi di Parigi; i suoi colleghi lo descrivono come persona equilibrata e amabile, ma un gesto estremo come il suo si spiega solo come quello di un uomo colpito brutalmente da un’opinione pubblica disposta a giustificare atteggiamenti prevaricanti e a condannare chi vorrebbe correggerli, tradito nell’idea di una funzione educatrice che la scuola è rimasta la sola a perseguire, spesso contro corrente.

Il suicidio penso che sia un atto possibile in una situazione di totale svuotamento di ciò che può dare senso a una vita. La solitudine del maestro Jean rischia di rappresentare quella di tutta la scuola, l’istituzione che per sua natura non può accedere alla barbarie che sta avanzando in tutta Europa.

E’ questo un motivo più che valido per non lasciarla sola.

 

Responsabile Scuola Università eRicerca PRC/SE

 

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