Il padrone è padrone

Il padrone è padrone

di Maria R.Calderoni

Padrone. Quello. Una parola nota, antica, si perde nella notte dei tempi. Una parola di tante parole, decantata e famigerata, fregiata più spesso dall’aggettivo “cattivo” che da quello di “buono” (almeno così si narra…). Una parola storica. Già nota all’epoca degli antichi  greci, che avevano i δεσπότης, i possidenti; e all’epoca degli antichi romani, che avevano i patroni, appunto, anche proprietari di schiavi.

Gli schiavi, loro. Se uno va a leggere la storia della schiavitù (magari anche a rileggere “La capanna dello zio Tom”), scopre che ha anch’essa origini primordiali (appare già codificata nel babilonese codice Hammurabi, 1860 a.C); ma, vedi caso, ha un peso fondamentale nella nascita del capitalismo. Della cosiddetta era moderna, la “nostra”. Basti pensare che la data della legge Onu contro ogni forma di schiavitù, ivi compresa quella infantile (sic), porta la data del 1948 (sic). Ma, ad esempio, in Mauritania la schiavitù è benissimo ammessa sino al 1980…

Padrone. Uno che, nei secoli dei secoli, non si smentisce mai. Vediamo, ad esempio, come ė ai tempi di Roma antica.

Lui è Patrono e come tale è patrono-padrone di schiavi. Comunemente chiamati servi.

Da lui trattati né più né meno che come oggetti, da usare a proprio uso e consumo, e sopratutto oggetti di cui abusare. Servi-servitori-schiavi, persino col nome del patrono-padrone tatuato

sulla pelle.

Padrone. Vediamo dopo il 1000. Risulta che nel Medioevo molti contadini vivevano in uno stato di pesante soggezione. Avevano un signore al quale dovevano dare una parte del loro raccolto, giornate gratuite di lavoro, tributi di ogni genere. E del permesso del padrone avevano bisogno se volevano sposarsi, vendere un bene o allontanarsi dalla terra che coltivavano ed emigrare in un altro villaggio: per questo erano detti servi della gleba, che vuol dire, appunto, servi della terra.

Tutto ok, nel puro braccio della padronanza.

Facciamo un salto avanti, per esempio, nel 1700-800, sfogliando, per esempio, un libro di un certo Friedrich Engels, che si intitola “La situazione della classe operaia in Inghilterra”, pubblicato nel  lontano1845. Nel quale si mettono in luce svariati “difettucci” della grande rivoluzione industriale in atto, quella portentosa delle macchine, quella del vapore, quella delle grandi fabbriche.

Il libro di Engels è in assoluto la prima inchiesta al mondo sulle condizioni della classe operaia, ora chiamata proletariato. Si dà infatti il caso che la suddetta Rivoluzione Industriale, così come è accortamente messa in scena dall’astuto padrone, mentre a lui porta denaro e predominio, provoca invece un grave peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori (il libro di Engels ne fa un quadro impressionante, anche per la ricchezza dei dati forniti).

Ecco. Le grandi masse di uomini che, se vogliono sopravvivere, devono lasciare le campagne per andare nelle città industriali, devono abbandonare le loro vecchie abitudini per assumerne altre. La vita in campagna non era per niente agevole, ma si svolgeva secondo ritmi umani. I bambini incominciavano presto a lavorare nei campi assieme ai genitori; le bambine aiutavano in casa per preparare il pane ed i pasti. La famiglia alla sera si riuniva al caldo della stalla. Le feste e le fiere erano, per l’intera comunità, un’occasione per consolidare i rapporti.

Naturalmente in città tutto ciò non avveniva. La famiglia si trasformava profondamente, perché i salari erano talmente bassi che dovevano lavorare entrambi i genitori. E anche i loro figli, i bambini..

Già, i bambini, quelli poveri, s’intende. I bambini, loro, venivano assunti in fabbrica. Per alcune operazioni, la loro piccola taglia e l’agilità delle loro dita erano il migliore ausilio per le macchine. La loro debolezza era una garanzia di docilità. Nelle prime filande, la sorte di questi bambini fu particolarmente penosa. Alla mercé dei padroni erano sottoposti ad una schiavitù disumana. I caporeparto non permettevano un momento di pausa. Spesso, per non fermare le macchine, il lavoro continuava giorno e notte. Gli infortuni erano molto frequenti e la disciplina selvaggia. Nessuna scuola, nessuna educazione, nessuna istruzione. Sapevano eseguire soltanto l’operazione alle macchine cui erano stati incatenati. Piccoli schiavi della gleba, ora chiamata industria.

Non basta. La concentrazione di più fabbriche in uno stesso luogo determinò la trasformazione di villaggi in città. E lì dove abitavano i lavoratori? Bella domanda. Sempre Engels documenta come il problema delle abitazioni fu una delle più drammatiche conseguenze della rivoluzione industriale. Così come il vitto, pane e acqua, quando c’era.

Non basta. Il lavoro degli operai era reso ancora più duro dalle condizioni in cui si svolgeva. Capannoni dai soffitti bassi, dalle finestre strette e quasi sempre chiuse.

L’ammassarsi di tante persone in ambienti chiusi provocava spesso febbri contagiose.

E infortuni, dita e mani stritolati alla grande dagli ingranaggi.

Non basta. Entravano dai cancelli delle filande alle cinque del mattino e ne uscivano verso le otto di sera, compreso il sabato. Tutto questo temp rinchiusi con una temperatura variante dai 26 ai 30 gradi. I pasti venivano consumati nell’unica sosta di mezz’ora per la prima colazione e di un’ora per il pranzo. Ogni mancanza e ogni ritardo venivano puniti con abbondanti bastonature.

Quei minatori, per esempio. Le miniere di carbone potevano essere sempre più profonde, ma si rendeva necessario garantire l’areazione. Si cercava di fare in modo che l’aria entrasse da un pozzo e uscisse da un altro. Per regolarne il flusso, si dividevano le gallerie con tramezze di legno. Spesso un bambino era addetto ad aprire e chiudere la porta al passaggio dei minatori. La ventilazione era necessaria anche per evitare all’interno della miniera la formazione di gas, cioè la morte per i disgraziati che vi lavoravano. E pazienza se le frequenti esplosioni provocavano decine o anche centinaia di vittime (si trattava solo di minatori, suvvia…).

Padrone. Se otto ore vi sembran poche, già. Fu una battaglia mondiale, la conquista delle otto ore.

Scioperi, cortei, polizia che spara, morti.

Il primo accordo per le 48 ore viene stipulato in Italia il 20 febbraio 1919; riguarda il solo settore dell’industria metalmeccanica, e porta le ore lavorative settimanali da 72 a 48; successivamente, con un regio decreto in data 1923, le otto ore vengono “generosamente” concesse a tutte le categorie.

Padrone. Per esempio, il 1969. Lo Statuto dei lavoratori, ovviamente conquistato, e poi difeso, a carissimo prezzo, scioperi, cortei, polizia che spara, morti…E via dicendo; tra padroni e operai non fu mai un invito a pranzo…

Siamo giunti al 2019, molto è cambiato, ma non lui, il padrone. Per esempio, dalla semplice ultima statistica, siamo informati che sul pianeta, oggi come oggi, l’1 per cento possiede l’80 per cento della ricchezza totale (e sempre sul pianeta circa un miliardo patisce ancora un piccolo fastidio chiamato fame).

Teniamolo a mente, ce lo spiegava anche Dario Fo, in quella sua commedia: <L’operaio conosce 500 parole il padrone ne conosce 1000 è per questo lui è il padrone>.

Per non parlare di un certo Karl Marx, che ci ha informato su come il padrone tira fuori per sé un proficuo plusvalore dal lavoro operaio…

Siamo giunti al 2019, non fa male ricordarci ogni tanto della lunga e dura strada subita. Siamo giunti al 2019, sbrighiamoci.

Avanti Popolo.

 

 

 

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