La pace non è un cerotto

La pace non è un cerotto

A chi ha meno di vent’anni bisognerebbe proprio raccontare di quel 15 febbraio 2003, quando l’intero pianeta si fermò e scese in piazza in più di seicento città. Si trattava di fermare la guerra, l’ennesima, dell’Occidente e dei suoi alleati all’Iraq. Mai nella storia una manifestazione era stata così globale. Oggi non abbiamo bisogno di celebrazioni né di restare ingabbiati a valutare l’esito di quella giornata: abbiamo bisogno di continuare a costruire ponti con chi cerca di mettere ogni giorno la guerra fuori dalla storia, con chi sostiene le comunità migranti, con chi pensa che il pacifismo non sia un traguardo ma un cammino. “La pace è edificazione di un vero ordine di giustizia – scrivono Alfio Nicotra e Martina Pignatti Morano di Un ponte per -, non un cerotto ipocrita sulle ferite della guerra…”

Foto di Oliviero Bettinelli per comune info

di Alfio Nicotra e Martina Pignatti Morano*

Sono trascorsi quindici anni da quel 15 febbraio 2003. Quel giorno l’intero pianeta si fermò e scese in piazza, in più di seicento città. Si trattava di fermare la guerra, l’ennesima, dell’Occidente e dei suoi alleati all’Iraq. Non ci fu angolo dei cinque continenti risparmiato da quella marea umana.  Due grandi maxi schermi in piazza San Giovanni a Roma, gremita all’inverosimile, proiettavano le immagini provenienti da diverse città del mondo. L’umanità o meglio la parte migliore di essa si prendeva idealmente per mano e in questo tenersi superava le diversità etniche, religiose, culturali e politiche. Il New York Times parlò degli 11 milioni di persone scese in piazza come della “seconda superpotenza del Pianeta”. Gli iracheni capirono quel giorno che non erano soli, al di là delle scelte dei governi, e che dopo quel terribile 2003 avrebbero potuto cominciare a costruire il futuro dell’Iraq in rete con i movimenti sociali del resto del mondo.

La guerra fu più forte della ragione. Le sue inconfessabili logiche, la sua macchina infernale, la sua sete di dominio e di profitto, soverchiarono quella marea umana sovranazionale. I potenti della terra, che avevano pianificato da tempo quell’operazione militare, persero però la guerra dell’informazione. La nauseabonda propaganda tesa ad abbellire di parole nobili quel conflitto, tanto da partorire l’ossimoro della “guerra umanitaria” (come se guerra e umanità fossero conciliabili), franò miseramente. Plasticamente, la provetta ostentata il 5 febbraio 2003 dall’allora segretario di Stato degli Usa Colin Powell al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, è rimasta nella storia come la menzogna globale. Le armi di distruzione di massa in Iraq non c’erano, ci arrivarono importate dai cacciabombardieri Usa con il fosforo bianco che bruciava la pelle, la carne e le ossa dei civili di Falluja. Chi a parole voleva sconfiggere il terrorismo diventò così il maggior costruttore di terrore.

Nell’Iraq sventrato, devastato, umiliato, prosperavano sotto le bombe dei “liberatori” Al Qaeda, la violenza settaria, il fanatismo religioso fino ad arrivare alla mostruosità di Daesh (IS). Ma in centinaia di migliaia, altri iracheni sceglievano l’attivismo in associazioni, sindacati, movimenti giovanili e femminili, spesso femministi, che costruivano dal basso un “altro Iraq possibile.  Scrivemmo che solo la pace era un buon investimento, che la guerra avrebbe aumentato a dismisura i bacini (diventati laghi e mari) di odio, che avrebbe reso insicuri anche noi, nei nostri Paesi ridotti a rampa di lancio dei caccia invisibili, gli “Stealth”.  La politica di palazzo perse l’occasione per tornare in sintonia con il popolo. Derise le bandiere arcobaleno – decine di migliaia – stese sui balconi e tirò dritto. L’Italia ha speso in quattordici anni di missioni militari in Iraq 2,6 miliardi di euro, che potevano invece contribuire ad arginare la crisi umanitaria e costruire istituzioni democratiche, come suggerisce il Forum Sociale Iracheno in un report che abbiamo pubblicato con MILEX.

Noi di Un Ponte per… che in Iraq c’eravamo fin dalla “Tempesta nel deserto”, la guerra che lo devastò nel 1991, cercammo fino al 2003 di spiegare  che la società irachena era qualcosa di più complesso del dittatore Saddam Hussein (un tempo paladino degli occidentali contro l’Iran sciita). Già un embargo criminale aveva colpito la popolazione civile tanto da registrare il ritorno di malattie un tempo debellate e della fame, che uccideva come mosche i bambini dei quartieri popolari. La nuova guerra avrebbe aggiunto crimine agli altri crimini. I Cruise nella loro “intelligente” ferocia si abbattevano non solo sui ponti veri ma anche su quelli tra le persone, tanto da far regredire al Medioevo città un tempo culla di civiltà millenarie, multietniche e plurireligiose. Dal 2003 ad oggi abbiamo continuato a chiedere più attenzione a quella società civile irachena che ricostruisce i ponti giorno per giorno, imperterrita ma inascoltata.

Molti opinion leader dalle scrivanie dei loro salotti buoni, non hanno più perso il vizio di dire o scrivere, davanti alle nuove guerre che si sono aperte a cascata dal 2003 ad oggi: “dove sono i pacifisti?”. Nel domandarlo essi danno per scontato che quelle grandi mobilitazioni fossero nient’altro che un abbaglio generale, che quelle masse erano volutamente manovrate o, nel miglior dei casi, afflitte dall’ingenuità. Eppure i pacifisti li abbiamo incontrati in questi anni in tutti i luoghi del dolore attraversati da un’umanità sofferente ma, nonostante tutto, ancora carica di speranza e di voglia di vita. Quando i pacifisti poi sono diventati più visibili, magari raccogliendo in mare migliaia di persone lasciate alla deriva, ecco partire da lor signori l’accusa dei “taxi del mare”, delle ONG conniventi con le cosche o al soldo di Soros.

Invece noi non siamo al soldo di nessuno, abbiamo deciso di essere di parte, abbiamo scelto di stare dalla parte dell’umanità contro la barbarie. Eravamo con gli iracheni che nel 2016 a Baghdad hanno fatto crollare con manifestazioni pacifiche i muri della Zona Verde, che stanno salvando il fiume Tigri dalle grandi dighe, che hanno spinto il parlamento ad approvare leggi per i diritti dei lavoratori e i diritti delle donne. Mentre le cancellerie occidentali e i governi autoritari in Medio Oriente programmano bombardamenti e missioni militari, inchinandosi alle pressioni dell’industria bellica, questa guerra permanente genera dovunque il risorgere dei nazionalismi, dei razzismi e delle barriere. Il disordine mondiale è funzionale a mantenere lo status quo di chi si trincera dentro una zona rossa. Noi invece vogliamo essere, come ci disse padre Ernesto Balducci nei giorni della prima guerra del Golfo, dei pacifisti perché eversori dello stato delle cose presenti. La pace è edificazione di un vero ordine di giustizia, non un cerotto ipocrita sulle ferite della guerra.

Come edificare case più solide e grandi, accoglienti, è un dibattito che dobbiamo riaprire ogni giorno, scambiandoci gli attrezzi, fermandoci ogni tanto per un pasto collettivo. Approfittiamo di questo anniversario, a quindici anni dal 2003, per riflettere sul pacifismo del nuovo millennio, che non finisce ma inizia a Roma con tre milioni di persone in piazza. Facciamolo con le irachene e gli iracheni.

*Un ponte per…

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