Le periferie, priorità nazionale: non è questo il modo

Le periferie, priorità nazionale: non è questo il modo

di SERGIO BRENNA

Vi proponiamo da Eddyburg, sito di ambiente e urbanistica, un articolo di Sergio Brenna, che critica il modo in cui la Commissione d’inchiesta della Camera dei Deputati propone di affrontare il problema delle periferie. Una questione che si riproporrà nel prossimo parlamento. L’urbanista Sergio Brenna è candidato al Senato con Potere al popolo nel Collegio uninominale di Milano 1 e proporzionale Lombardia 4

Il numero 48-49 di Edilizia e Territorio del 18/30 dicembre 2017, dà notizia che “La Commissione d’inchiesta della Camera dei Deputati (nata nel luglio 2016) ha concluso i suoi lavori, e nella relazione finale di 800 pagine (on line nei prossimi giorni su camera.it) propone otto linee di azione per fare delle periferie una priorità nazionale: un coordinamento unitario da parte dello Stato, programmi speciali per dieci anni con almeno due miliardi di euro a disposizione all’anno, il ritorno delle politiche pubbliche per la casa (anche qui con nuovi fondi), una riforma urbanistica nazionale, politiche della sicurezza che coniughino rigore (su occupazioni abusive, campi Rom, criminalità organizzata) e politiche di integrazione, politiche attive di inclusione sociale (con la creazione di Agenzie sociali di quartiere), incentivi per impiantare attività economiche nei quartieri difficili (sconti fiscali o finanziamenti), forme stabili di coinvolgimento dei cittadini”
 
La prima linea d’azione prevede una governance nazionale unitaria per dare centralità alle politiche urbane superando l’attuale frammentazione di competenze e politiche tra vari ministeri e creando un Dipartimento stabile presso la Presidenza del Consiglio, o un’Agenzia pubblica, ma anche di rivitalizzare il Cipu, il Comitato interiministeriale per le politiche urbane, creato nel 2012 e mai fatto funzionare. Si propone inoltre la creazione di una stabile Commissione bicamerale su città e periferie. Insomma, buone intenzioni con scarsi effetti pratici, ma – come dicono le vecchie volpi del Parlamento – una Commissione, un Dipartimento, un’Agenzia, un Comitato non si nega a nessuno e fanno sempre buona impressione di cambiamento di stile.
 
La seconda linea d’azione prevede un Programma pluriennale stabile da parte dello Stato per le periferie inteso come estensione e sistematizzazione di quello dei governi Renzi-Gentiloni (2,1 miliardi di euro stanziati nel 2016 e 2017), ma suggerendo la possibilità di superare il meccanismo della distribuzione a pioggia finora utilizzato (un po’ per ogni Comune capoluogo), o dei bandi per punteggi, a favore della individuazione di “aree bersaglio”, quelle cioè con i maggiori fattori di disagio sociale, economico, urbano, individuate dall’Istat con i nuovi parametri elaborati quest’anno.
Anche qui, un po’ ripetizione del dejà vu, un po’ promessa di novità, col rischio però di aumentare l’effetto “vincita della lotteria del disagio”.
 
La terza linea d’azione prevede di di investire risorse stabili per creare nei Comuni delle Agenzie sociali di quartiere, una sorta di “sportello unico” di tutti i servizi di inclusione sociale, come i fondi affitti, le domande di case popolari, il nuovo Reddito di inclusione (Rei), le politiche attive del lavoro, la formazione, i servizi per la disabilità, etc., usando personale nuovo, giovane e professionalizzato verso politiche di welfare innovative (co-housing, percorsi di inclusione attiva, estensione dell’esperienza “scuola al centro”, le scuole come punto di riferimento attivo del quartiere). Anche qui, a parte l’accenno al personale “nuovo e giovane” (ci manca solo che si dica “di bell’aspetto, altrimenti astenersi”: sarà l’esempio dell’ “ Effetto Bellomo” nei corsi CSM?) non mi pare si indichino novità sostanziali.
 
Le quarta linea d’azione è destinata al ritorno delle politiche abitative con nuovi fondi per la casa. Come riporta Edilizia e Territorio: «Dall’abolizione dei fondi ex-Gescal nel 1998 non esiste più un fondo nazionale per l’edilizia sociale (sovvenzionata e agevolata, la vecchia Erp), ma con la crisi il problema è esploso. Su circa 900mila alloggi pubblici esistenti, le domande di famiglie per la casa popolare sono esplose a circa 650mila, con 49mila alloggi occupati abusivamente. Gli alloggi di edilizia sociale sono solo il 4% del totale in Italia, contro il 17% della Francia, il 23% in
Germania, il 32% in Inghilterra. La commissione propone, quindi, di ristabilire «nuovi e regolari finanziamenti», «almeno 200 -250 milioni all’anno solo per la manutenzione straordinaria del patrimonio esistente: molti alloggi sono inutilizzati per mancanza di manutenzione». Ora -  a parte che sembrano essere stati quantificati solo i fondi per la manutenzione straordinaria per il ripristino di alloggi inutilizzabili, ciò che non consentirebbe certo di recuperare lo scarto di dotazioni di alloggi pubblici e sociali rispetto agli altri paesi europei – c’è da rilevare che, sia per il diffondersi degli strumenti di “urbanistica contrattata”(di cui  parlerò in relazione al punto sesto) sia per scarsa attenzione e disabitudine dei Comuni nei confronti del problema, le aree incluse nei Piani di Zona che dovevano coprire dal 40% al 70% del fabbisogno abitativo decennale previsto nei PRG si sono oggi pressochè completamente esaurite e non si sa bene dove i nuovi fondi  per nuovi alloggi (se effettivamente ci saranno) potrebbero essere rapidamente investiti.
 
Sorvolo sul quinto punto d’azione che riguarda le politiche di maggior sicurezza che qui c’entrano come i cavoli a merenda [si, ma Marco Minniti è sembre presente, vigile e …armato - n.d.r], e vengo al sestopunto d’azione che prevede nuove politiche per la rigenerazione urbana tramite una riforma urbanistica nazionale (solo di principi, in base al dettato costituzionale sulla ripartizione di compiti con le Regioni) “che renda omogenee ed effettive su tutto il territorio nazionale alcune innovazioni regionali degli ultimi anni (piano urbanistico strutturale e operativo, perequazione- compensazione, piani di area vasta, etc…), aggiungendo poi due proposte innovative: rendere stabile il contributo straordinario sulle trasformazioni urbanistiche private, non solo per le varianti come oggi, ma come quota fissa di extraoneri calcolata sulla valorizzazione economico- immobiliare, una sorta di nuova tassa di costruzione (non quantificata) per finanziare “la città pubblica” (spazi, edifici, case); e la riforma degli standard urbanistici, fermi dal 1968, introducendo tipologie di servizi nuove per anziani, integrazioni immigrati, altre politiche sociali necessarie).”
 
E qui bisogna intendersi bene per non rischiare di far passare per “innovazione” quella che per alcuni vorrebbe essere una vera e propria “controriforma” rispetto alle conquiste della Legge “Ponte” n. 765/67 e alla Legge Bucalossi n. 10/77 (oltre che – come accennato più sopra – a quelle della 167/62 e 865/71 per la disponibilità di aree per l’Edilizia Residenziale Pubblica): le Regioni hanno svolto una prima fase “progressiva” rispetto a quelle leggi – a partire dalla “gloriosa L.R. della Lombardia  n. 51/75 – chiedendo che gli “standard” di dotazioni pubbliche dei singoli Piani di Lottizzazione  salissero dai 18 mq/abitante imposti nei PRG dal D.M. n.1444768 che attuava la Legge “Ponte” ai 24-28 mq/abitante di tutte le regioni più socio-economicamente sviluppate (Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto, Emilia-Romagna, Lazio, Umbria, Campania, sino alla Basilicata nel 1989) che uniti agli standard “territoriali” di parchi e grandi servizi, sommavano a 40-45 mq/abitante complessivi. I primi (gli standard “di zona”) sono stati nel tempo via via in gran parte realizzati dai Comuni, i secondi (gli standard “territoriali”), pur disegnati nei PRG, non sono quasi mai stati “messi in carico” ai Piani Attuativi e  rischiano via via di scomparire sotto la pressione dei ricorsi delle proprietà private su cui gravano, per ottenere  la decadenza ultraquinquennale dei vincoli pubblici inattuati (il caso più clamoroso a me noto – ma certo non l’unico e non l’ultimo -  è l’ex Trotto attiguo allo stadio di calcio di S. Siro a Milano, trasformato da verde pubblico sportivo ad area edificabile con una Determina Dirigenziale del 2014 all’insaputa del Consiglio Comunale, per timore del minacciato ricorso della proprietà, la società di scommesse SNAI).
 
Dal 1990 in poi, con sempre più frenetica susseguenza, la legislazione urbanistica è andata sfrangiandosi in una serie di provvedimenti contingenti e disorganici (Accordi di Programma, Patti Territoriali, Contratti di quartiere, Programmi Integrati di Intervento, Piani evento occasionali: Colombiadi, Mondiali di calcio, Giubileo, legge sugli stadi, ecc.), dove, in nome della rapidità attuativa e delle contingenti necessità economiche, si è consentito agli Enti pubblici di pianificazione il sempre più pervasivo ricorso ad interventi proposti direttamente dagli operatori privati in deroga a qualunque obiettivo generale pubblicamente condiviso (come già era accaduto dal dopoguerra sino al 1967 con le “convenzioni contro o senza PRG”), incentivato negli ultimi decenni dal meccanismo finanziario-immobiliare delle dismissioni di fabbriche e grandi servizi otto-novecenteschi (officine e scali ferroviari, ex caserme, ospedali, manicomi, sanatori, ecc)  indotte nei paesi ad economia matura dalla globalizzazione tecnico-economico-produttiva.
 
L’urbanistica, quindi, dopo essere stata al centro di grandi aspettative e rivendicazioni sociali negli anni Sessanta-Ottanta, negli ultimi decenni non gode ormai più di buona fama e il suo posto nell’immaginario sociale collettivo dell’aspettativa di un futuro migliore è stato preso dall’ambientalismo ecologista o dal liberismo dalle regole insediative al fine di incentivare l’attività economica imprenditoriale o le esigenze familiari private (liberalizzazione d’uso di seminterrati, sottotetti, box, ecc.), col rischio che ciò si riveli alla fine un obiettivo illusorio e succube del neoliberismo economico, oggi prevalente, che ritiene un lusso insostenibile mantenere le regole di un progetto di territorio e città, pubblicamente individuato e condiviso, ciò che è stato il pensiero fondante dell’urbanistica moderna, e alimenti, invece, una sostanziale sfiducia negli esiti di un progetto collettivo di lungo periodo prodotto dall’applicazione delle norme sui rapporti tra densità edificatorie e spazi pubblici, faticosamente conquistate fra il 1967-’68 (Legge Ponte e DM sugli standard) e il 1975-’77 (prime leggi regionali di Lombardia, Piemonte, Emilia, Liguria, Toscana e, infine, Legge Bucalossi sul regime dei suoli).
 
Infatti, la Relazione finale della Commissione, sotto l’egida delle larghe intese che ha portato alla quasi unanimità nel voto di approvazione (con la sola astensione dell’ex picchiatore missino Rampelli, oggi Fratelli d’Italia, forse insoddisfatto dell’approccio non abbastanza “securitario”), non rinuncia ad usare a pretesto “l’innovazione”  per dare un ulteriore colpo al quadro delle minimali conquiste strappate a fatica e non senza residue contraddizioni tra il 1967 e il 1977 (dotazioni minime di 18 mq/abitante di spazi pubblici nei PRG e PPE, distanza tra gli edifici pari all’altezza di quello più alto con un minimo di 10 metri tra pareti finestrate, densità fondiaria massima di 7 mc/mq se si interviene senza Piano urbanistico attuativo o senza realizzarne tutte le aree pubbliche prescritte), anche se surrettiziamente non deroga  ai contenuti del DM n. 1444/68, ma recepisce dalle regioni l’avvenuto utilizzo sporadico di norme derogatorie (a quantità per legge definite minime e inderogabili!) senza alcun limite minimo alla derogabilità.
 
Accettare di istituzionalizzarne “a regime” quella progressiva demolizione a fronte della promessa di edifici “intelligenti”, “verdi”, energeticamente autosufficienti” e “riciclabili” (insomma, l’ideologia delle “smart cities”), in uno scambio ineguale tra liberismo pubblico e virtù privata, o cedere alla lusinga di una “città pubblica” con nuove tipologie di servizi destinati ad anziani, integrazioni immigrati, altre politiche sociali, rimanendo però fermi o tornando ai 18 mq/abitante del 1968 (come ha fatto la Lombardia formigonian-leghista con la L.R. 12/2005  - e in fieri si propone il progetto di legge urbanistica regionale dell’ex rossa Emilia Romagna – che addirittura già ora considera l’edilizia residenziale pubblica come assolvimento di una quota dei servizi a “standard”) anziché puntare ai 45-50 mq/abitante delle più moderne società europee, credo sarebbe la resa ad un “pensiero unico”di privatismo cui è colpevole che la sinistra si rassegni.
 
Se ancora appare accettabile l’introduzione della separazione tra Piano strutturale a tempo indeterminato e Piano operativo di durata 3-5 anni (per far fronte alla decadenza quinquennale dei vincoli pubblici, illogicamente sancita dal Parlamento in recepimento di una sentenza della Corte Costituzionale che fissaa solo la ecessità di un termine temporale, e su cui – quindi – occorrerebbe tornare a riflettere), su tutto il resto occorre, invece, una visione alternativa volta a superare i limiti delle conquiste ottenute  nel ’67-’77 (come noto, importanti, ma parziali per la feroce opposizione conservatrice che i iniziativa pubblica, alla messa in carico ai piani attuativi di standard non solo di zona, ma anche generali; all’obbligo di destinare gli oneri a opere pubbliche e non a spese correnti e le “monetizzazioni” ad acquisizione di nuove aree pubbliche; all’uso specifico del contributo “Bucalossi” distintamente dagli oneri, ecc), e  all’abbandono dei “pastrocchi”’procedurali  introdotti dal 1990 in poi (PII, AdP, PRU, ecc. in deroga allo strumento generale; standard “s-qualitativi”, urbanistica “contrattata” simil anni ’50-’60, ma in più accattivante e perniciosa versione 2.0 finanziarizzata e globalizzata, ecc.) che rinnovano le “convenzioni ad personam” degli anni ’50-’60, anzichè istituzionalizzarli con una “controriforma urbanistica” già lumeggiata in primis dalle “controriforme” regionali (in essere o in fieri) di Lombardia ed Emilia-Romagna. postilla di Eddyburg


Le proposte di intervento per restituire umanità e vivibilità alle periferie, puntualmente criticate da Sergio Brenna, sono di fatto decadute con lo scioglimento del Parlamento e l’indizione delle elezioni del nuovo Parlamento. Ma restano una eredità “culturale” alla quale sarà difficile sottrarsi se non si avranno le idee chiare sul cosa fare. Per assicurare un’effettiva soluzione del problema drammatico delle periferie e soprattutto dei loro abitanti, occorrerà seguire un percorso radicalmente diverso. 
Questo percorso dovrà iniziare con le elezioni del 4 marzo, portando in Parlamento persone che conoscano dall’interno le condizioni di vita delle periferie, persone competenti sulle questioni dell’abitazione, della città e del territorio, persone  non coinvolte con le politiche in materia che hanno dominato  fino a oggi nel parlamento e nel governo: politiche orientate a difendere e agevolare l’abbandono della pianificazione e l’aumento dell’affarismo immobiliare, a promuovere e accrescere “la città della rendit”a, non a costruire, come è necessario e possibile, “la città dei cittadini”.
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