La scomparsa di István Mészáros (1930-2017)

La scomparsa di István Mészáros (1930-2017)

Lo scorso 1 ottobre è scomparso il filosofo marxista ungherese allievo di Lukács

Il pensiero vissuto di ISTVÁN MÉSZÁROS

di Giorgio Riolo

La statura intellettuale e quella morale, l’integrità umana, spesso non vanno assieme. Tuttavia abbiamo molti esempi di questa possibile integrità. István Mészáros è uno di questi. Allievo e collaboratore di Lukács, gli assomigliò molto. Grande capacità teorica e grandi qualità umane, grande modestia. L’“uomo buono”, come Cases definì il maestro. Così l’allievo. Nelle tragiche vicende dell’ottobre 1956 in Ungheria, Lukács fu internato per due mesi e poi liberato. Era intellettuale e comunista troppo conosciuto e stimato nel mondo, non lo si poteva uccidere come accadde a Nagy. Mészáros dovette abbandonare il paese e trovò in Italia un primo rifugio. In seguito ottenne una cattedra universitaria in Inghilterra, dove vivrà fino alla morte, il primo ottobre scorso. Il lavoro del filosofo ungherese correva parallelo a quello del maestro. Il marxismo non poteva essere ridotto a mera teoria di legittimazione di un socialismo sfigurato, gerarchico, dispotico. Occorreva ritrovare l’anima genuina di Marx e proseguire la sua opera. Il nesso di sempre, di Marx e di Lukács, tra filosofia, economia e politica. In Mészáros la progressione di Processo storico – Forme di coscienza – Azione sociale e politica. Lukacs creerà, dal 1956 alla morte, nel 1971, due monumenti del pensiero: l’ “Estetica” e la, non conclusa, “Ontologia dell’essere sociale”. Nella sua visione, potevano contribuire a riprendere la causa del socialismo, così minato dalle sue contraddizioni interne. Meszaros svilupperà il suo contributo dapprima con “La teoria dell’alienazione in Marx” del 1970 e poi con “Oltre il capitale. Verso una teoria della transizione”, nel 1995. Già nel 1971 richiamava l’attenzione sulla “distruzione ecologica” operata dal capitalismo, ancor prima del famoso rapporto “I limiti dello sviluppo” del Club di Roma. “Il sistema principale non è il capitalismo, ma il capitale. La sfida consiste nell’estromettere il capitale fuori dal metabolismo sociale. Questo è ciò che deve essere sradicato. E questo non è un ideale o una fantasia, ma un obiettivo. E non è impossibile”. La distinzione tra capitalismo e capitale per il teorico ungherese è cruciale. La Rivoluzione d’Ottobre ha semplicemente rovesciato le forme istituzionali del capitalismo, non la logica fondamentale del sistema del capitale. Questo malgrado il cambiamento delle forme di proprietà: non la collettivizzazione dei mezzi di produzione bensì la “statalizzazione”, con tutto quello che segue. Il capitale, come diceva Marx, non è una “cosa”, non è quantità materiale, ma è “qualità”, è un “rapporto sociale”, un rapporto di potere, è la gerarchia capitale-lavoro. È la netta separazione tra chi dirige e chi esegue, è dominio e comando sul “lavoro”. Qui risiede la fondamentale “alienazione del lavoro”, nelle formazioni sociali capitalistiche e nelle sedicenti società socialiste. Da qui una delle cause del rovinoso crollo del socialismo reale e il ritorno al luogo d’origine, al capitalismo, non realmente superato. Si tratta quindi di creare l’ “alternativa alla società del capitale”. Egli era ottimista, al pari del maestro, nel solco dell’ “ottimismo storico” della lunga storia del movimento operaio, socialista e comunista. Confidava in una ripresa della “offensiva socialista”. Anche e soprattutto in presenza della “crisi strutturale del capitalismo”, dal 2008 in avanti. Confidava nella autorganizzazione e nella autodeterminazione sociale, dei soggetti, delle classi subalterne e dei popoli, su forme di democrazia sostanziale e sulla eguaglianza sostanziale, non sulla esangue democrazia rappresentativa. A partire dagli anni ‘90, Mészáros rivolse l’attenzione all’America Latina e ai promettenti processi sociali e politici che vi si svolgevano. Chavez lo definì “precursore del socialismo del XXI secolo”, favorendo la pubblicazione in spagnolo di “Oltre il capitale”. Divenne uno degli interlocutori privilegiati, oltre che del Venezuela bolivariano, dei movimenti sociali e della sinistra in Brasile, dove molte sue opere sono tuttora diffuse e discusse. Mészáros ha parlato anche di “limiti assoluti” del capitalismo, nella sua riproducibilità come sistema. “Uscire a sinistra dalla crisi” rimane solo uno slogan. Importante, ma problematico. Oltre alle molte evidenze storiche per le quali si è piuttosto “usciti a destra”. Il problema consiste nel vedere quanta sia la forza o la debolezza del sistema e delle sue classi dominanti, ma anche e soprattutto nel capire la forza o la debolezza di chi contesta questo sistema. Sviluppo oggettivo e “forme di coscienza”, soprattutto nei paesi dei centri capitalistici, presentano divaricazioni importanti. Ha cercato di sviluppare questi complessi problemi con “Struttura sociale e forme di coscienza” del 2010, e con il lavoro teorico degli ultimi anni sullo Stato e sulla Politica, rimasto purtroppo incompiuto.

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István Mészáros, la critica radicale al capitalismo

di Antonino Infranca

La morte, avvenuta il primo ottobre, di István Mészáros, priva la cultura marxista mondiale di una delle figure più rilevanti.

Autore di decine di libri, di cui solo alcuni sono stati tradotti e pubblicati in italiano, era particolarmente conosciuto in America latina.

Mészáros, nacque il 12 dicembre 1930 a Budapest e fu allevato dalla sola madre, operaia in una fabbrica di motori aerei. A dodici anni, falsificando la sua data di nascita, riuscì a farsi assumere dalla stessa fabbrica in cui lavorava la madre, così da migliorare le condizioni economiche della piccola famiglia.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale e l’instaurazione del regime comunista in Ungheria, poté frequentare l’università e diventare prima allievo e poi assistente di Lukács, nella cattedra di Estetica. Fece parte di quella che si può definire la Prima Scuola di Budapest, insieme a Agnés Heller, Ferenc Feher, István Hermann, Dénes Zoltai, Miklos Almasi.

A causa del «Dibattito Lukács», che costrinse il vecchio filosofo ad abbandonare la vita pubblica e, quindi, anche l’insegnamento, subentrò nella cattedra del maestro. Rimase sempre legato affettivamente a Lukács e non lo abbandonò, nonostante il regime stalinista di Rakosi, lo considerasse «persona non gradita».

La Rivoluzione del 1956 e la sua partecipazione nelle file anti-staliniste, lo costrinsero a lasciare l’Ungheria.

LA SCELTA DELL’ESILIO cadde sull’Italia, soprattutto potendo usufruire dell’aiuto pratico di Cesare Cases e dell’aiuto economico di Lukács, che gli mise a disposizione i fondi dei suoi diritti d’autore, infine Norberto Bobbio riuscì a fargli avere una cattedra di Letteratura Ungherese all’Università di Torino.

In quegli anni pubblicò il suo primo libro in italiano, Attila Jozséf e l’arte moderna, seguito da La rivolta degli intellettuali in Ungheria, dove poté esporre sia la sua personale esperienza che quella del suo maestro Lukács durante i concitati giorni della Rivoluzione del ‘56.

E sempre in Italia conobbe l’amatissima moglie, Donatella.

PURTROPPO L’UNIVERSITÀ italiana non seppe offrirgli le condizioni adatte, affinché rimanesse nel nostro paese.

Fu così costretto a trasferirsi in Scozia, prima presso l’Università di St. Andrew, poi in Canada presso l’Università di York e infine in Inghilterra presso l’Università del Sussex, di cui era professore emerito dal 1991, quando ha lasciato l’insegnamento.

I suoi legami con la cultura italiana sono sempre rimasti stabili, pubblicando diversi libri nella nostra lingua, quali La teoria dell’alienazione in MarxSocialismo o barbarieAlternative alla società del capitaleLetteratura, storia, coscienza di classe, dedicato al suo maestro Lukács.

Infine l’anno scorso la casa editrice Punto Rosso ha pubblicato la sua grande opera: Oltre il capitale (recensita qui).

Sfortunatamente in italiano non sono state tradotte altre opere fondamentali di Mészáros, soprattutto i volumi sull’ideologia, sull’educazione, sulla coscienza di classe e la struttura sociale e una grande monografia su Sartre.

Aveva iniziato a scrivere una critica allo Stato, di cui aveva pubblicato un primo volume in portoghese, opera che rimane incompiuta.

IN AMERICA LATINA, e in particolare in Brasile, aveva trovato una vasta ricezione, come è diventato consueto in questi decenni a proposito della diffusione del pensiero marxista.

Chavez lo aveva insignito del premio «Libertador» per il pensiero critico, facendone un punto di riferimento della sua rivoluzione politica.

A differenza degli altri membri della Scuola di Budapest, che hanno abbandonato il pensiero di Lukács, Mészáros ha mantenuto sempre un legame speciale con il suo maestro, criticandone alcune concezioni man mano che andava assumendo una propria fisionomia intellettuale, eppure rimanendo sempre sia dentro l’universo teorico del marxismo, sia riferendosi costantemente al pensiero di Lukács.

Con lui conservò rapporti affettivi e umani che andavano oltre le critiche, dando la dimostrazione di essere umano intero, con un proprio pensiero sempre più originale, ma anche cosciente che il suo stesso pensiero aveva, a sua volta, un’origine, il pensiero di Lukács.

A chi lo ha conosciuto personalmente, dava la netta sensazione di avere appreso dal maestro la caratteristica più importante per un pensatore: essere un uomo buono.

MÉSZÁROS è stato un critico radicale del capitalismo, riuscendo a sviluppare una critica non eurocentrica, ma aperta alle tematiche della neo-colonizzazione, dello sfruttamento del Terzo Mondo usato, a sua volta, come strumento di sfruttamento anche del Primo Mondo.

Si è schierato per una sempre maggiore democratizzazione dei sistemi sociali ed economici, spingendo verso un crescente controllo sociale sulla produzione economica, cercando, quindi, di superare la logica del profitto.

Nella sua opera magna, Oltre il capitale, ha sviluppato anche una critica al socialismo realizzato nei paesi dell’Est Europa, considerandolo come un capitalismo di Stato, asservito alla logica del profitto.

In questa opera ha ritenuto insufficiente la critica del suo maestro non accettando l’idea lukacsiana che il socialismo realizzato potesse essere riformabile. Nella sua critica al capitalismo e al socialismo realizzato ha ripreso molti temi del Marx dei Grundrisse, per mostrare come la logica del profitto sia ancora il fondamento di ogni relazione sociale di lavoro nel mondo di oggi.

Ha posto, quindi, la necessità di creare alternative a questa logica relazionale per superare lo sfruttamento dell’essere umano.

Non c’è dubbio che la perdita di un pensatore della sua levatura sia enorme e difficilmente colmabile.



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