Clara tra utopie e guerre immobiliari. Nelle sale «Aquarius» di Kleber Mendoc Filho

Clara tra utopie e guerre immobiliari. Nelle sale «Aquarius» di Kleber Mendoc Filho

di Cristina Piccino

Al cinema. Nelle sale «Aquarius» di Kleber Mendoc Filho che dalla prima proiezione allo scorso festival di Cannes è diventato subito il film evento del 2016. Sonia Braga è splendida protagonista in una lotta di resistenza contro i soprusi di corruzione e neoliberismo in Brasile. Nel film è una giornalista che combatte contro un’immobiliare che vuole comprare la sua casa per trasformare il quartiere in un complesso residenziale di lusso

Arriva oggi in sala, grazie alla lungimiranza di Teodora distribuzione, Aquarius che dalla prima proiezione allo scorso festival di Cannes (dove era in corsa per la Palma d’oro) è diventato subito il film-evento di quest’anno. Il suo autore, Kleber Mendoça Filho è alla seconda prova anche se è un nome già affermato, almeno nei circuiti festivalieri grazie al bell’esordio (premiatissimo) con Neighboring Sounds, il che tra l’altro rendeva questo ancora più difficile. Anche perché Aquarius è opera «fuoriclasse» connessa al proprio tempo e insieme antagonista nel modo di affrontarne le discrepanze e le tensioni reinventando una narrazione politica vitale e appassionata.

Nella storia della protagonista, e nella sua tenace e solitaria resistenza contro i soprusi di corruzione e neoliberismo, si possono rintracciare le vicende legate al’attualità del Brasile (e a Cannes sul tappeto rosso l’equipe intera si è schierata a sostegno della presidente Dilma Roussef), e forse si tratta di qualcosa in più che una «coincidenza» (ovviamente è stato girato prima). Esprime cioè la natura di un cinema capace di guardare dentro ai dettagli, di precedere nelle sue intuizioni la realtà.
Siamo a Recife, che è anche la città dove è nato il regista e dove era ambientato il film precedente, Clara con la bellezza divina di Sonia Braga, icona brasiliana mondiale, è una giornalista musicale, che vive in una bella casa di fronte al mare. È sempre stata lì, ci sono cresciuti i suoi figli, ci sono i suo ricordi, i segni di una vita intera: ogni angolo racconta qualcosa, il volto di chi ha amato, i segreti, la complicità, il marito, la zia ribelle,la malattia che è riuscita a sconfiggere anni prima. Tutto è racchiuso in quelle stanze, tra gli scaffali pieni di oggetti, i dischi di vinile che sono l’incanto del suo giovane e amatissimo nipote, a cui regala le canzoni di Maria Bethania per aiutarlo a sedurre la ragazza di cui si è innamorato.

sonia braga

Clara adora quel luogo, e l’oceano in cui nuota ogni mattina, anche se è rimasta sola, gli altri inquilini del palazzo sono andati via cedendo alle proposte di una grande immobiliare che vuole trasformare il quartiere in un complesso residenziale di lusso.Il giovane e rampantissimo ingegnere della società sorride e offre molti soldi ma Clara non cede: resiste ai milioni e alle subdole minacce camuffate da gentilezza di chi si vanta del suo master di business economy in America.

Il film è costruito su questa tensione, costante e continua, che oppone la protagonista a un «esterno» che le sfugge, a cui si scopre sempre più estranea, persino la figlia l’accusa per le sue decisioni. Ed è uno scontro che si misura sugli spazi del’individuo, sociale e privato, di chi come lei cerca dei margini e degli alleati in una realtà che non ne lascia: media, politica, affari, desideri si intrecciano e si coprono a vicenda. La scrittura del film, però, spiazza radicalmente la semplificazione sociologica mettendo al centro le esperienze della protagonista e la sua fisicità, un corpo sentimentale che il regista filma con amore, e la sua lotta diviene anche una sfida allo stereotipo femminile dell’età. Madre conflittuale, moglie innamorata, vedova, nonna, seduttiva e sfacciata: il piacere del mare e di un ragazzo, il gusto del vino e della sensualità.

Sonia Braga è splendida complice in questa relazione che si dipana piano piano coinvolgendo ciò che sta intorno. Tra gentrificazione e piccoli riti quotidiani, le paranoie borghesi (anche la classe della protagonista non è risparmiata pure se il regista mantiene il sguardo fermo qui) e l’arroganza dei poteri, il corpo magnifico di questa donna intreccia infiniti motivi, storie, epoche narrando il sentimento di un’utopia perduta. Fino a diventare quasi una cartografia del contemporaneo a cui con la sola presenza Clara insinua un disagio, una crepa, frattura.

La sua non è soltanto  la testardaggine di una «vecchia folle», che peraltro di appartamenti ne possiede altri cinque, e comunque non andrebbe in miseria visti i milioni che le offrono. È piuttosto qualcosa che riguarda la qualità della vita, e soprattutto il rifiuto dell’arroganza e della rassegnazione che prova a trasmettere – in un doppio salto generazionale – ai suoi giovani amici. Quel suo corpo che è stato attaccato dal cancro è lo stesso Brasile divorato dall’interno, ed è la sua casa minata da temibili roditori. Ma la metafora, fin troppo limpida, si sorprende nella sua attuazione, sfugge alla drammaturga, prende direzioni inattese che respirano del tempo e dell’andamento della vita, dei suoi languori e delle sue rotture improvvise. E nell’alternanza tra dettagli intimi e macrocosmo, il «dentro» e il «fuori» compongono la scintilla di un immaginario che riesce ancora a reinventare il mondo.

fonte: il manifesto, 15 dicembre 2016

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