Ungheria 1956: una rivoluzione socialista

Ungheria 1956: una rivoluzione socialista

di G.M. Tamàs

Pubblichiamo la traduzione di un articolo del filosofo ungherese G.M. Tamàs dalla rivista International Socialism. Dissidente prima del 1989, G.M. Tamàs è stato membro del parlamento (1990-1994) e direttore dell’Istituto di Filosofia dell’Accademia ungherese. Il suo libro più recente è Kommunismus nach 1989 (Il comunismo dopo il 1989)(Vienna,2015). E’ considerato il più importante intellettuale della sinistra ungherese, è in prima fila nell’opposizione a Orban e si dichiara marxista (un’intervista sul referendum anti-immigrati). Tamàs è iscritto al Partito della Sinistra Europea.

Siamo soliti dimenticare l’importanza dell’esperienza delle persone che hanno partecipato agli eventi storici. La letteratura politica corrente presenta il 1945 nell’Europa orientale come un’occupazione russa che impose gradualmente un sistema senza patria ad una popolazione riluttante e recalcitrante che obbedì per paura. Ma quasi nessuno si è preso la briga di spiegare perché anche i conservatori o monarchici contemporanei definirono il 1945 non solo “liberazione” ma “rivoluzione”. Il nuovo “sistema”, inizialmente pluralista e democratico, trovò l’adesione, in Ungheria, di decine di migliaia di volontari dell’Armata Rossa sopravvissuti nel 1919 e di centinaia di migliaia di partecipanti alla rivoluzione del 1919 ed alla Repubblica dei Consigli, di centinaia di migliaia di sindacalisti addestrati dal marxismo, leggermente rigido ed all’antica, insegnato dalla social democrazia.

 Quello che si enfatizza attualmente è che l’ex Partito Comunista illegale aveva solo poche centinaia di membri. Non ci si deve stupire visto che farne parte implicava lunghi periodi in prigione: due dei suoi principali leader furono reclusi per 16 anni. Ma l’ area comunista – e l’estrema sinistra indipendente protetta dei social democratici e dai sindacati più radicali dei metalmeccanici e dei tipografi – di simpatizzanti, dai manovali agli artisti d’avanguardia era enorme. A questi si unirono ben presto milioni di contadini mobilitati dalla riforma agraria. Gli elettori dei partiti rurali non erano anti-comunisti, tutt’altro.

Il 1945 significò la fine delle vecchie classi dirigenti e delle élite politiche, la fine dell’aristocrazia fondiaria, della Chiesa Cattolica immensamente ricca e piuttosto impopolare con le sue usanze feudali e le sue gigantesche tenute, la fine delle corporazioni dei funzionari e della burocrazia statale col personale composto da piccoli nobili, mise fine alle leggi razziali ed alle discriminazioni etniche e di genere.

Gli esperimenti spontanei di comunismo iniziati dai veterani della Repubblica dei Consigli (per non parlare degli ex prigionieri di guerra che si schierarono coi Bolscevichi nella guerra civile russa del 1918-1920) furono soppressi dalle autorità del partito e della milizia sovietici. Ma era chiaro che gli operai ed i contadini socialisti e comunisti volevano il socialismo e non una democrazia del popolo raffazzonata. Volevano un immediato ordinamento della Commune (questo era il nome popolare della Repubblica dei Consigli, pronunciato “Kommün”), la socializzazione totale dei mezzi di produzione, uguaglianza dei consumatori, educazione statale gratuita per tutti, aborto e divorzio a richiesta, esercito e polizia di civili ed un sistema consigliare nei luoghi di lavoro e nei paesi. Sappiamo cosa ne hanno fatto, gli stalinisti, di queste cose. Combattevano continuamente le sinistra – e si tende  a dimenticare che negli anni ’40  la social democrazia era alla sinistra del partito comunista, ecco perché fu cosi implacabilmente perseguitata.

Ciononostante, entro il 1950, le misure anti-feudali e anti-teocratiche erano al proprio posto e la ridistribuzione favoriva il proletariato urbano. Tirannia, polizia di Stato, censura, conformismo brutale, fanatismo e povertà, sì, ma anche evidenti benefici sociali a favore dei ceti più bassi. Ci fu anche una rivoluzione culturale di genere. Istruzione gratuita, libri a buon mercato, un’industria editoriale per la prima volta moderna, teatro abbordabile spesso gratuito, biglietti per il cinema ed i concerti, musei gratuiti, asili, molta modesta edilizia sociale, contemporaneamente a terribili carenze in una nazione malnutrita e malvestita, che appare orribile nelle foto in bianco e nero, sbiadite, di quel periodo, l’industrializzazione selvaggia ed altro. Si chiarì abbondantemente che il lavoro manuale era in cima alla scala dei valori sociali e morali, per la prima volta al mondo. (Non lo era più lo “spirito” rappresentato dalla Chiesa o l’eccellenza della casta “dal sangue blu” rappresentata dalla famiglia reale, dall’aristocrazia e dalla nobiltà o dalla superiorità borghese del denaro).

Queste pratiche e pensieri socialisti fondamentalmente non furono messi in discussione dall’instabilità che si creò col declino del regime stalinista dopo la morte del dittatore nel 1953.Il breve corso delle riforme condotte dal primo ministro Imre Nagy (un veterano comunista che tornò nel 1945 dall’esilio a Mosca) mirava al ripristino o alla creazione di un “vero socialismo” che includeva abbondanza di cibo, riscaldamento adeguato, negozi pieni, meno lavoro e nessun innocente in prigione. E soprattutto la fine delle falsità propagandistiche che dava ai nervi agli operai – la ” verità” era una delle richieste più importanti.

Dopo il XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica nel febbraio del 1956 il cosiddetto discorso segreto sui crimini di Stalin di  Nikita Krushchev fu letto a milioni di membri del partito durante riunioni riservate in tutta la Russia, e non solo, e disseminate dalla BBC ungherese nel programma The voice of America e da Radio Europa Libera e dalle trasmissioni in lingua ungherese della radio di stato jugoslava. Oltre a questo ed alle dimissioni del leader stalinista Màtyàs Ràkosi ed al reincarico del riformatore Imre Nagy come Primo Ministro (era stato licenziato nel 1955) l’evento più importante fu la riabilitazione e la risepoltura solenne di Làszlò Rajk, ex segretario del Comitato Centrale. Rajk era l’imputato giustiziato nel processo-spettacolo  del 1949. Fu risepolto il 6 ottobre 1956 a Budapest, con una plateale fiaccolata di centinaia di migliaia di persone. Il 6 ottobre è una data significativa in Ungheria: 13 generali dell’esercito ribelle ungherese furono giustiziati dalla controrivoluzione asburgica quel giorno nel 1849 (e, separatamente, il conte Batthyàny, uno dei primi ministri della rivoluzione del 1848, fu ucciso a Pest).

In questo modo il ripristino della verità, l’identificazione del vero socialismo con la giustizia, il rigetto totale dello stalinismo ed il giuramento solenne di fianco al catafalco di Rajk,”Mai più” , furono tutt’uno nel costruire l’ideologia della rivoluzione ungherese del 1956.

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La rivoluzione della cattiva coscienza

 Di nuovo, dobbiamo tenere in mente che la ribellione anti-stalinista fu iniziata e sostenuta dalla generazione del 1945, da coloro che volevano l’uguaglianza sociale, cioè la fine del regime semifeudale, e che desideravano la supremazia politica della classe operaia, la socializzazione dei mezzi di produzione, le banche di proprietà dello Stato, trasporti pubblici, abitazioni, ridistribuzione egualitaria, condivisione con gli operai della gestione delle imprese, un sistema multipartitico di forze antifasciste, pace con le nazioni orientali un tempo ostili, solidarietà antiimperialista, cooperazione internazionale, libertà di espressione, retribuzione egualitaria per le donne, istruzione e aggiornamenti gratuiti per gli adulti e cosi via. Queste richieste erano state negate dallo stato a partito unico stalinista e furono immediatamente riesumate non appena la repressione si attenuò.

Nelle cellule di partito, nei sindacati, nelle associazioni studentesche e nei circoli intellettuali una febbricitante ondata di dibattiti e discussioni prese il posto del silenzio mortale della dittatura. Uno degli aspetti che spicca di più di quei mesi fu il pentimento e l’autocritica degli intellettuali comunisti che respinsero il fervore servile, fanatico, acritico e quasi religioso del periodo stalinista e la loro stessa complicità nelle rappresaglie e nell’inumana ferocia del capitalismo di stato di Stalin.

Il “Mai più” del 6 ottobre fu reso possibile da questo straordinario riesame della coscienza rivoluzionaria, la ricattura di quel pathos di libertà caratteristico di entrambi i momenti di rivoluzione, 1945 e 1956. Poesie famose, saggi, confessioni, volantini – ricordati ancora oggi – infiammarono l’immaginazione della società. La responsabilità che si assunsero gli intellettuali comunisti autocritici si estese ai leader del partito e le persone di sinistra, innocenti, appena liberate delle prigioni staliniste riapparvero come fantasmi di liberazione che non chiedono vendetta ma giustizia.

La vacillante leadership del partito esitò nello scegliere se unirsi al movimento o alla sua violenta repressione. Riapparvero tutte le grandi idee di una rivoluzione socialista. Ci fu una mobilitazione permanente di dibattito razionale – che ricorda le Nuit debout parigine di quest’anno ma su scala molto più ampia – che prometteva un autentico rinnovamento del socialismo.

Era perfettamente chiaro che nessuno che volesse farsi ascoltare avrebbe sostenuto la restaurazione reazionaria od il capitalismo: le masse non lo avrebbero ascoltato. Ci fu un appassionato interesse nei fenomeni paralleli in Polonia, una grande curiosità per le sperimentazioni di autogestione operaia in Jugoslavia e nelle idee di socialismo democratico del Terzo Mondo. Ma soprattutto era una rivolta morale, il rigetto dello stalinismo, dei privilegi della nomenklatura, del militarismo e dell’isolamento xenofobo dal resto del mondo. Quello che in seguito fu definito “nazionalismo” dagli osservatori esterni altro non fu se non il principio di uguaglianza tra le nazioni socialiste – che, naturalmente, voleva dire  ripudio del controllo russo – in altre parole internazionalismo. Ma essenzialmente esprimeva l’enorme disgusto per le bugie ufficiali, un forte desiderio di onestà, sincerità e responsabilità, di purezza rivoluzionaria.

Questo rinnovamento morale del socialismo ha comportato il perdono di coloro che furono fantocci innocenti della propaganda stalinista – ed infatti molti intellettuali ed attivisti, colpevoli di vergognosi atti di riverenza negli anni ’50 divennero eroi e martiri della rivoluzione antistalinista.

Il malcontento sociale ed il disgusto morale caratterizzarono questo primo episodio del 1956. Si trasformò in un movimento rivoluzionario completamente sviluppato solo dopo i tentativi di reprimerlo.

 

La rivoluzione democratica socialista 

Il 23 ottobre 1956 si tenne a Budapest un’enorme manifestazione. Le forze speciali spararono sulla folla e di conseguenza cadde il governo, tornò Imre Nagy, fu proclamato un sistema multipartitico e le truppe sovietiche si ritirarono. Il centro del potere era nelle mani del proletariato, dei consigli operai velocemente formati. Ma tutto si incentrava sulla libertà politica, il pluralismo, la libertà di espressione e su di una nuova repubblica costituzionale.

Si chiarì di nuovo che le imprese e le istituzioni nazionalizzate e socializzate sarebbero rimaste nelle mani della gente ma regolamentate dalla gente non dall’apparato. Forze insignificanti chiedevano di entrare nelle alleanze occidentali. Le privatizzazioni e l’introduzione dell’economia di mercato furono deliberatamente e decisamente rifiutate. Allo stesso tempo la gente chiedeva la partenza delle truppe russe ed una vera indipendenza nazionale. Anche lo spettro della contro-rivoluzione si manifestò con atti di giustizia sommaria e qualche caso di linciaggio di ufficiali di partito e forze speciali. Questi atti però furono accolti con indignazione e repulsione dalla maggioranza delle persone.

Il Partito Comunista si disperse e, anche se alla guida dello Stato, l’organizzazione sopravvissuta capì di non avere alcuna possibilità di vincere le prossime elezioni. Un partito socialdemocratico separato stava riprendendo forza e, dandogliene l’opportunità, poteva diventare la forza dominante della società. Il Politburo appena formato ed il governo Nagy – con membri del calibro del celebrato filosofo marxista Georg Lukàcs -  erano a favore di una democrazia socialista pluralista, basata sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione e sulla pianificazione democratica, soggetta alla libera decisione della nazione con elezioni multipartitiche e democrazia lavorativa.

Non sembravano esserci rischi di movimento verso il capitalismo da libero mercato in stile occidentale. Ciononostante il blocco sovietico aveva deciso che la rivoluzione ungherese non era tollerabile. Un attacco militare russo fu lanciato il 4 novembre ed il governo rivoluzionario ungherese abbandonò il Patto di Varsavia e dichiarò neutrale l’Ungheria. Il Paese fu occupato ed i capi rivoluzionari catturati e deportati. Formalmente aveva preso il controllo un governo Quisling  capeggiato da Jànos Kàdàr (che fino a quel momento era stato un membro fedele del governo Nagy e non era diverso dagli altri leader comunisti democratici) ma il vero potere apparteneva al KGB ed ai militari russi.

La resistenza del popolo ungherese fu unanime; la cricca di Kàdàr fu completamente isolata; non vi era traccia di tradimento. In centinaia di migliaia attraversarono il confine con l’Austria. I fulcri di lotta armata erano difficili da sedare. L’esercito ungherese, addestrato ed armato dall’Unione Sovietica – molti ufficiali erano eroi della resistenza clandestina antifascista durante le guerra – rifiutò all’unisono di partecipare all’occupazione ed alla repressione. Le forze speciali furono smobilitate e la polizia fu passiva od ostile ai russi. La stampa semilegale mantenne la linea popolare di neutralità, indipendenza e democrazia socialista. Fu l’Unione Sovietica ad essere accusata di tradire il socialismo, come di fatto aveva. Il tranquillo eroismo e la pazienza della popolazione furono straordinari.

Ed il più fantastico capitolo della rivoluzione arrivò solo con l’inizio dello sciopero generale.

 

La rivoluzione dei consigli degli operai

Consigli operai furono creati in tutte le fabbriche, le imprese e le istituzioni statali prima del 4 novembre. Poi condivisero la loro influenza con il governo “di riforma comunista”, con i partiti democratici rinati od appena formati e con i sindacati. Poichè questi ultimi erano stati proibiti dalle autorità militari russe e dal governo marionetta locale, i consigli si ritrovarono ad essere le uniche istituzioni politiche legittime rimaste in Ungheria. La loro arma – un’arma veramente formidabile – fu lo sciopero generale che fu proclamato nonostante il coprifuoco e lo stato di assedio e milioni di operai ungheresi ed altri dipendenti semplicemente non si presentarono al lavoro.

In tutti i momenti rivoluzionari, dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione di Ottobre, Monaco e Budapest nel 1919, Barcellona, Canton e Shanghai la forma di stato proletario è sempre stata e rimane quella di democrazia diretta, non rappresentativa, sul luogo di lavoro. Solidarność, la resistenza polacca che si suppone abbia messo fine al socialismo di Stato in stile sovietico, non era un sindacato poiché non era organizzato in base ai mestieri ed alle professioni ma come una rete territoriale di consigli operai e di cellule nelle fabbriche, simili all’idea originale del partito comunista. Anche se Solidarność fu ideologicamente e retoricamente conservatore, il suo principio formale – democrazia diretta sul luogo di lavoro – era fondamentalmente proletario e comunista.

Ricordo di aver parlato, nel 1992, con Sàndor Ràcz, presidente del Gran Consiglio degli Operai di Budapest, uno dei leader della resistenza. Era diventato una figura pubblica profondamente reazionaria ed un onesto e coraggioso patriota ungherese. Gli chiesi se credeva che il suo ruolo fosse consono al suo passato. Disse, ridendo: “No, nel 1956 ero comunista; diventai cattolico e nazionalista solo in prigione”. Aveva 23 anni durante la rivoluzione, una figura di estrema sinistra convinta ed un intelligente, astuto negoziatore che fu in grado di bloccare per mesi lo scoppio della violenza di Stato. Per lungo tempo il proletariato ungherese ha tenuto in vita l’idea di proprietà sociale e di libero socialismo contro la potenza militare più forte al mondo – e contro l’indifferenza  e  la connivenza dell’occidente “liberale”.

E questa è quella che chiamano una rivoluzione anticomunista, la giustificazione di un passato autoritario, una rivolta nazionalista e persino, secondo lo storico di estrema destra David Irving, una ribellione anti-ebraica, quando molti dei rivoluzionari impiccati erano comunisti ebrei. Dopo la sconfitta dello sciopero generale il regime di Kàdàr giustiziò solo persone di sinistra – ai conservatori che sostennero la causa del popolo erano già stati dati premi letterari e medaglie nel 1957, quando le squadre armate erano ancora impegnate a pacificare l’Ungheria. Sapevano esattamente chi erano i veri nemici. Erano persone come te, caro lettore.

 

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Nota.

La Repubblica del Consigli ungherese fu fondata nel marzo del 1919 e rovesciata dall’esercito invasore rumeno in agosto.

 

Testo originale: http://isj.org.uk/hungary-1956-a-socialist-revolution/

Traduzione di Stefania Martini

per collaborare con Brigata traduttori scrivere a traduttori@rifondazione.it

 

 

 

 


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