Il referendum anti immigrazione in Ungheria: intervista a G.M. Tamàs, intellettuale marxista a Budapest

Il referendum anti immigrazione in Ungheria: intervista a G.M. Tamàs, intellettuale marxista a Budapest

Quest’intervista a G.M. Tamaàs sul referendum anti immigrazione in Ungheria è stata realizzata da Mary Taylor e Agnes Gagyi e pubblicata su LeftEast prima del referendum voluto da Orban. G.M. Tamàs è un filosofo marxista ungherese di origine romena, intellettuale di sinistra e voce dissidente nei confronti del regime di Orbàn, che ha scritto più volte a proposito di temi come il post- fascismo ed il comunismo. 

Il 2 ottobre in Ungheria ci sarà un referendum sulle quote di migranti in Europa. Cosa significa questo referendum a livello di Stato/nazione ungherese? Come vede il rapporto tra il referendum e quello che accade a livello internazionale?

 Innanzitutto questo referendum è importante a causa della campagna che lo ha preceduto : una gigantesca ondata di propaganda di Stato razzista non si era più vista in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale. E’ dovunque : dai giganteschi manifesti ai libri di testo delle elementari, da internet alle centinaia di migliaia di telefonate personali che gli impiegati statali sono stati costretti a fare per mobilitare al “NO”. Non c’è alcun dubbio sul riscontro in termini di opinione, i no saranno probabilmente sopra all’80 % ma per avere il quorum necessario, oltre al lavaggio del cervello, ci si aspettano brogli elettorali su larga scala in quanto i partiti ” d’opposizione” non sono riusciti ad avvalersi del diritto di mandare degli osservatori in sede di conteggio dei voti. Intimidazioni, minacce, diffamazione, teorie di cospirazioni, stereotipi razziali e vere e proprie bugie sono diffuse dalla propaganda di governo in quantità mai viste prima. Persino l’estrema destra ufficiale (il partito Jobbik) è scioccata. Tutto ciò sta avendo un effetto: sul treno ho ascoltato la conversazione tra un lavoratore di paese ed alcune vecchie signore a proposito del complotto ebreo capeggiato dall’anziano miliardario e filantropo George Soros che si pensa stia portando degli arabi in Europa perchè si vendichino sulla Cristianità offrendo loro 20000 dollari a testa per attaccare l’Ungheria ed altri Paesi bianchi. Così quello che si ottiene è il cambiamento nel clima politico che va verso la xenofobia ed il razzismo e l’accettazione di misure autoritarie e dittatoriali da parte di una popolazione esausta, spaventata e sconcertata.

L’abile propaganda governativa non fa altro. Sposta la responsabilità dell’insoddisfazione generale creatasi coi risultati disastrosi della “transizione” o “cambiamento di regime” dopo il 1989, con i danni della deindustrializzazione, con l’incontrollata diseguaglianza e con il collasso del sistema previdenziale, sugli “stranieri”, in questo caso sull’Unione Europea. L’amalgama di dominio del mercato, di decadenza sociale e culturale, corruzione, povertà e incertezza insieme con la retorica dei diritti umani, del costituzionalismo, dei diritti delle minoranze, del pluralismo e della tolleranza, le vuote banalità “europee” e le tendenze pseudo-cosmopolite delle di elites liberali che stanno scomparendo (“pseudo” perchè i liberali di Budapest mostrano sintomi di ostilità nazionalista verso le nazioni ortodosse come quella russa, greca, rumena e croata)si combinano per creare un bersaglio eccezionale per le dissertazioni etniciste ed autoritarie.

Le massicce epurazioni nelle istituzioni statali (incluse l’istruzione superiore, le arti, la ricerca e cosi via) hanno reso gli intellettuali estremamente vulnerabili, poco inclini alla protesta ed alla resistenza. Larga parte della società civile, tra gli altri i sindacati ed il clero, hanno abbandonato il loro atteggiamento critico ed un numero crescente di oppositori annunciano il loro supporto al regime di Orbàn, se anche con qualche riserva formale. Il più popolare partito d’opposizione che è quello di estrema destra sta perdendo terreno sorpassato  in quanto a xenofobia, omofobia, sessismo e razzismo da un governo teoricamente “moderato”.

 Ciononostante, il probabile trionfo di Orbàn al referendum (sto scrivendo il giorno prima delle votazioni) con tutta probabilità rappresenterà il picco dell’egemonia ideologica della destra: ciò potrebbe significare il rafforzamento dei metodi della polizia e l’ulteriore indebolimento della legalità, della responsabilità e della trasparenza in assenza di una vera opposizione e di media liberi, per non parlare della crescente corruzione che va di pari passo con la sostituzione di un’amministrazione pubblica politicamente neutra e professionale con gruppi oligarchici ingordi ed incompetenti che già controllano le amministrazioni locali. Allo stesso tempo lo Stato ungherese è attento ad intrattenere buone relazioni con le corporations transnazionali, mantiene bassi debito e deficit, ha introdotto la tassa unica, ha praticamente soppresso quasi ogni tipo di assistenza sociale (fatta eccezione per alcuni settori ben selezionati della classe media) perciò è uno studente modello del neoliberalismo occidentale, contro il quale i suoi leader hanno l’abitudine di tuonare alla televisione statale. Fintanto che questo regime non lancerà una sfida al sistema economico e militare influenzato dei poteri occidentali ( e non lo farà), è piuttosto al sicuro. Dopotutto la sua campagna di odio anti-islamico, in assenza di una qualunque minoranza musulmana e con l’immigrazione a zero, non è poi cosi diversa da quelle che sentiamo provenire da forze politiche e leader politici occidentali ben più influenti sebbene suoni molto più radicale. E’ raro che i politici occidentali siano d’accordo in pubblico con Oriana Fallaci e Thilo Sarazzin, resi popolari qui dalla stampa e dai media di Stato, ma molti lo sono in cuor loro. Ciononostante sembrerebbe che la popolarità del regime etnicista abbia raggiunto il picco più alto ed ora ne vedremo la lenta e brutta dissoluzione. Poichè avverrà in concomitanza con una simile dissoluzione dell’Europa (e di molto altro), l’incombente sconfitta locale di Orbàn (non in termini elettorali ma di egemonia) potrebbe passare inosservata.

 

 A proposito del lancio della campagna elettorale per le elezioni del 2018 in Ungheria, lei ed altri commentatori avete sottolinato 1) la mancanza di una stampa di opposizione significativa e 2) l’accomodamento dei partiti e dei politici dell’opposizione al regime di Orbàn. Può commentare nei dettagli queste situazioni ed il loro significato?

 E’ vero che i media d’opposizione sono estremamente deboli, specialmente riguardo alla televisione ed alla radio che sono ancora dominanti (le stazioni private sono state derubate degli introiti pubblicitari poichè le aziende non vogliono essere associate con la Sinistra esterofila ed antipatriottica, che è in effetti il centro destra, e poi sono state comprate da oligarchi di destra, vicini al Governo o da esso creati. La stampa ed internet sono in un certo modo più liberi ma tattiche simili hanno cominciato ad intaccare anche i loro numeri. Similmente alcuni partiti dell’opposizione sono stati intimiditi o parzialmente comprati, a politici ex Socialisti e Verdi sono stati dati sfarzosi impieghi nella diplomazia, persone vicine ai partiti d’opposizione hanno rapporti stretti con ambigue agenzie parastatali  e con iniziative imprenditoriali promosse dallo Stato. La voce dell’opposizione, con l’eccezione di un piccolo numero di micro partiti quasi invisibili, è sempre più bassa e “patriottica” o quasi svanita. I leader delle organizzazioni non-governative e dei movimenti sociali sono impegnati ad annunciare che non sono di sinistra, che vogliono solo migliorie tecniche e professionali in alcuni campi e cosi via. Anche la paura gioca un ruolo perché le epurazioni nell’ambito culturale ed accademico, le nomine a posizioni di comando di militanti di estrema destra e di ignoranti più il licenziamento di massa di impiegati statali (specialmente in provincia) minacciano la sicurezza lavorativa della classe media. Il supporto dall’estero a varie istituzioni della società civile, specialmente ai gruppi per i diritti civili sono costantemente sotto l’attacco dello Stato e dei media di Destra e di funzionari, inclusi i ministri. Le ONG finanziate da Soros sono tra gli obiettivi principali. Tutto ciò assomiglia molto ai regimi di Erdogàn e Putin ma senza gli arresti e gli omicidi. Gli intellettuali sono atterriti. Hanno protestato più persone in Ungheria nel 1977 e nel 1979 (cioè sotto un sistema definito da tutti, anche da se stesso, una dittatura) contro l’arresto di Vàclav Havel che, nel 2015 e nel 2016, contro la persecuzione ai nostri confini dei rifugiati. Sebbene questa sia un’altrettanto grave violazione dei patti e trattati internazionali sui diritti, come lo era quel caso, soltanto che le vittime sono più numerose oggi.

Persino le celebrità del mondo liberale di sinistra come lo scrittore Gyorgy Konràd annunciano il loro supporto alle recinzioni di filo spinato volute dal signor Orbàn alle frontiere dell’Ungheria. Ma paura e corruzione non sarebbero sufficienti. Ed il signor Konràd non è un codardo e nemmeno è corrotto. E’ una persona coraggiosa ed onesta. Ma come lui sempre più persone un tempo all’opposizione si convincono che il regime abbia ragione. In parte per conformismo: ad alcune persone piace sentirsi in accordo con quella che percepiscono essere la loro comunità. La pressione dell’opinione pubblica è enorme. Inoltre è la genuina paura di ciò che è sconosciuto, impersonato dai migranti musulmani, dalla minaccia terrorista e dall’antica paura dell’Oriente, rafforzata nel 1989 dall’identificazione della libertà con l’occidente.

L’occidentalizzazione del recente liberalismo non è stata abbastanza universalista ed autentica da offrire armi intellettuali e morali contro la nuova ondata di razzismo ed etnicismo. E la vera sinistra è troppo debole. Dobbiamo anche dire che il coraggio civile della piccola sinistra indipendente è stato pochissimo. C’è uno spostamento generale verso destra, indipendentemente da Orbàn e dalla sua squadra, che gli sopravviverà politicamente.

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 Lei ha coniato il termine post-fascismo in riferimento al degrado dell’idea di cittadinanza universale all’interno dell’attuale crisi del capitalismo globale. Ci può spiegare come si applica questo termine in Ungheria e quali sono le sue ripercussioni più ampie che riguardano le attuali politiche europee e globali ?

 Si riferisce anche all’Ungheria dove, come in altri posti, la cittadinanza è chiaramente un privilegio e non un “diritto di nascita”. Ho scritto quel saggio nel 2000 e si è dimostrato esatto, purtroppo, dalla crisi dell’immigrazione  e dei migranti, in modo chiarissimo. La cittadinanza – anche nella sua forma rachitica di permesso di soggiorno ed una minima possibilità di sopravvivenza in un dato territorio, in un dato punto di uno spazio sociale abitato – è negata a masse la cui salvezza dipende solo da essa. La discriminazione razziale, etnica, confessionale(religiosa) e di genere è peggiorata ovunque rispetto al 2000. Quando Jeremy Corbyn riconferma la sua fiducia in un principio cosi banale come quello del libero movimento della persone all’interno dell’Europa, persino dopo il distacco dell’Inghilterra dall’UE, viene ancora considerato dal Guardian un ingenuo novellino che non ha ancora capito.

L’ineguaglianza tra gli Stati poveri e quelli ricchi, tra Stati e popolazioni senza Stato, tra gruppi riconosciuti e quelli marginali all’interno degli stati-nazione è la classica causa e motivo di guerra. Non è la “guerra civile europea” del passato (vale a dire tra socialismo e capitalismo o, se preferite, tra comunismo e “civilizzazione europea”, per citare Goebbels) è il declino finale del sistema statale internazionale moderno dove non c’è un nemico comune unificante per il “capitalismo liberale” come c’era tra il 1945 ed 1989.

La vera cittadinanza (cioè pieni diritti,”empowerment” civico) non è venduta dagli Stati ma dalle grandi aziende capitaliste. La cittadinanza – come-privilegio probabilmente finirà come nessuna cittadinanza per nessuno. La soggettività  politica si sta appannando, è vaga, incomprensibile. Stupide etichette come “populismo”  e simili non le renderanno giustizia, la simultanea disintegrazione dello stato politico e della società civile, predetta da Marx, finirà in matrici regressive col risveglio di forme arcaiche. L’attacco violento, quasi universale alla libertà e dignità delle donne, l’odio per la sessualità femminile, dall’India al mondo islamico alla Polonia è un esempio emblematico. Quando senti che il Papa è definito comunista ( e, naturalmente, sul libro paga degli ebrei) ti rendi conto dell’estensione del caos. E tutto ciò può, e lo farà, coesistere pacificamente col capitalismo neoliberale globale, come lascia intendere il concetto di post-fascismo.

 

A proposito del governo di destra ungherese e di come gestisce l’immigrazione, i commentatori tendono a riferirsi alternativamente al “governo ungherese” ed agli “ungheresi”. Come vede il rapporto tra gli “ungheresi” ed il regime nel contesto attuale ?

 Nessuna nazione può essere identificata con un sistema governativo. I governi sono istituzioni regolate da determinate idee e, storicamente, si identificano con esse. La maggior parte dei tedeschi hanno fatto la loro pace col nazismo, un tempo, e la Germania oggi è il Paese modello di un autentico liberalismo, sebbene sulle difensiva. La maggioranza degli ungheresi, oggi, appoggiano certamente il regime semi-dittatoriale, autoritario, sciovinista, etnicista e sessista di Orbàn, regime basato su politiche palesemente classiste che favoriscono gli strati medi, anche se quella maggioranza si sta ingiallendo ai bordi. Il signor Orbàn rimarrà il signor Orbàn ma cambieranno gli ungheresi. Il post-fascismo non è un incidente mortale, poichè nessun governo e nessuna ideologia di Stato sono eterni, ci si chiede solo quanto durerà.

 Post scriptum:

 La destra non ammette sconfitte, parlano di trionfo, modificheranno la Basic Law (legge base ndt) (non è chiamata Costituzione perchè sarebbe uno schiaffo all’illuminismo: è ufficiale !) & c. L’odio reciproco ed il malumore continuano. Si potrebbe trovare divertente che recentemente il termine usato dalla propaganda di Stato per definire i nemici, dopo Giudeo-Liberali dal cuore straniero, sia “Marxisti culturali” e che, all’indomani, gli editoriali deliranti nella stampa di governo e di estrema destra si occupino tutti del 1968, considerato ancora L’Avversario. Suona familiare.

articolo originale sul sito della Verso Books

traduzione di Stefania Martini

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