Uscire dall’euro? Perché non è il nostro obiettivo

Uscire dall’euro? Perché non è il nostro obiettivo

di Roberta Fantozzi

Relazione della compagna Roberta Fantozzi al seminario interno del PRC USCIRE DA SINISTRA DAL NEOLIBERISMO. QUAL È IL CENTRO DELLA PROPOSTA? tenutosi a Roma lo scorso 14 maggio. La relazione di Domenico Moro la trovate qui.

Uscire dall’euro? Perché non è il nostro obiettivo

di Roberta Fantozzi

 

Parto da una premessa sulla natura di questa discussione. Noi non stiamo facendo una discussione in cui da una parte ci sono i No euro e dall’altra ci sono i SI’ euro, né siamo in un contesto segnato in nessun modo “dall’europeismo retorico”.

 Lo dico non solo per evitare qualsiasi caricatura del nostro dibattito, ma per ricordare tre passaggi politici che ritengo fondanti della nostra analisi e della nostra storia di cui è molto importante avere memoria e consapevolezza. E’ a partire da quella storia, inoltre, che ci siamo sempre mossi avendo l’obiettivo della costruzione di un fronte unitario di sinistra contro il neoliberismo, che non fa della posizione sull’euro il discrimine.

 Il primo passaggio è il voto del 1992 sul Trattato di Maastricht. Rifondazione Comunista fu la sola forza politica di sinistra a votare contro Maastricht, in un Parlamento che allora si schierò quasi nella sua interezza per il sì, Lega Nord compresa. Nella dichiarazione di voto esplicitammo che il trattato fissava “il funzionamento pieno di un’economia di mercato” nel senso della “radicale e sistematica riduzione di ciò che sussiste di non mercantile, cioè di tutti quegli strumenti attraverso i quali le democrazie europee nell’epoca keynesiana, cioè dopo gli anni ’30 e soprattutto dopo il 1945, avevano appreso a governare gli eccessi del gioco cieco del mercato”. Denunciammo il sommarsi di vincoli monetari e fiscali tali da far sì che non fosse “esagerato dire che disoccupazione e taglio dello stato sociale sono inerenti al contenuto del trattato, il prezzo scontato della linea di politica economica, in esso implicita ma molto rigorosa”. Sottolineammo come nella logica di questo tipo di unificazione europea fosse “non solo prevedibile, ma fatale, la prospettiva dell’aggregazione selettiva delle aree forti e dell’emarginazione ed esclusione delle periferie e semiperiferie” concludendo che non si era ad “un passo imperfetto e parziale verso l’unità europea, ma al rischio della sua crisi”[1]. Si tratta, come si vede, di valutazioni assolutamente attuali, assunte per altro quasi dieci anni prima dell’introduzione dell’euro.

 Il secondo passaggio importante che abbiamo compiuto è stato nello scorso Congresso, quando nel documento di maggioranza abbiamo fatto esplicita autocritica rispetto alla scelta di sostenere l’introduzione dell’euro, come avvenne negli anni seguenti il No al trattato di Maastricht,  con l’illusione che l’essere dentro la moneta unica avrebbe reso maggiormente possibile contrastare dall’interno quella costruzione europea, invece che essere, come è stato, la chiusura del cerchio dei Trattati, il compimento di quella costruzione.

 Il terzo passaggio è il 1998, con la rottura e l’uscita dal governo Prodi. E’ un passaggio importante per questa nostra discussione, perché Rifondazione Comunista fu il partito che fece la scelta politica giusta, proprio in relazione all’Unione Europea. Sebbene questo non fosse allora compreso dalla maggior parte dell’opinione pubblica, con un prezzo pesantissimo che pagammo per la scissione che ne seguì, quella scelta fu determinata esattamente dal fatto che avevamo chiari quali fossero le conseguenze del neoliberismo iscritto nella costruzione europea, e proprio per questo ritenevamo che fosse decisivo schierarsi con il principale tentativo allora in corso, di modifica di quell’impianto. Il tentativo era quello del governo francese di Jospin che nel 1997 aveva approvato la legge sulle 35 ore, mentre 13 paesi su 15 erano governati dai socialisti. La forzatura fino alla rottura di Rifondazione Comunista fu un tentativo tra i più significativi di modificare la costruzione europea. Fu sconfitto e nuovamente, dopo Maastricht, i partiti appartenenti al Partito Socialista Europeo, ribadirono il loro orientamento coerente con il neoliberismo dei trattati.

 Dunque davvero l’europeismo retorico non alberga da queste parti, né la discussione è tra No euro e SI euro. La discussione è relativa a quale sia la proposta politica più efficace, per uscire da sinistra dal neoliberismo, come recita il titolo del seminario, in un contesto in cui ci sono quei trattati e siamo dentro l’euro. Quale strategia dunque, quali controindicazioni in ogni proposta.

 Le ragioni per cui la nostra posizione (dico nostra perché è quella che abbiamo sostenuto come partito) è critica rispetto all’assunzione della proposta di uscita dall’euro e ripropone invece la disobbedienza ai trattati, sono a mio avviso relativi ai seguenti ordini di problemi:

1.  l’analisi del rapporto tra le politiche economiche complessive e la moneta;

2.  l’obiettivo che consideriamo più desiderabile perché più progressivo;

3. le conseguenze economiche  ipotizzabili per l’uscita dall’euro, nella dinamica concreta che si determinerebbe;

4. la connessione tra la parola d’ordine dell’uscita dall’euro e l’analisi della natura della crisi;

5. le altre conseguenze che si determinerebbero oltre il terreno delle politiche economiche;

6. le conseguenze sul piano della soggettività dell’assunzione della parola d’ordine dell’uscita dall’euro.

1. Quale rapporto tra politiche economiche complessive e moneta.

Prendo in prestito intanto una citazione di Marx riportata in un articolo di Giovanni Mazzetti: è un errore far dipendere “tutto il male” di cui un sistema economico soffre dalla natura della sua moneta e bisogna invece entrare nel merito delle contraddizioni economiche di cui quel sistema soffre[2].

Con un salto un po’ ardito, rimando per altro verso, alle conclusioni di uno studio di Riccardo Realfonzo ed altri – su cui ritornerò più avanti – sulle conseguenze che nella storia degli ultimi trent’anni hanno avuto abbandoni di precedenti accordi o sistemi di cambio che si sono accompagnati a significative svalutazioni: “La lezione più importante che possiamo trarre dall’esperienza storica è che i risultati in termini di crescita, distribuzione e occupazione, dipendono da come si resta nell’euro, e più che dall’abbandono del vecchio sistema di cambio in sé, dalla qualità delle politiche economiche che si varano..”[3].

C’è una qualche risultanza empirica nell’analisi della storia recente, dunque, del fatto che non è la moneta in sé, l’elemento determinante.

Questo è dimostrato per certi versi dallo stesso ragionamento che faceva Domenico Moro nella sua relazione.  

Noi tutti pensiamo che l’accoppiata tra l’euro e i trattati accentui la divaricazione interna tra le aree, ma quegli esiti dipendono dal complesso dell’indirizzo di politica economica che viene fissato:

- sono i parametri del 3% di deficit (poi diventato, con il Fiscal Compact, il pareggio di bilancio strutturale), e del 60% del debito, i  vincoli che servono per  determinare indirizzi a favore delle privatizzazioni e contrari al rilancio di un ruolo pubblico in economia;

-e’ lo statuto della Bce fissato dai trattati che le attribuisce un ruolo di indipendenza fuori da ogni indirizzo democratico, che le assegna l’obiettivo esclusivo di controllo dell’inflazione, che esclude la possibilità di finanziamento diretto del debito;

-ed ancora sono i trattati che non contemplano politiche di investimento e convergenza fiscale e sociale.

È il complesso delle politiche economiche e non la sola moneta, perché se le politiche economiche non fossero quelle, nulla vieterebbe che in un’area anche segnata da rilevanti differenze si facciano politiche di investimenti, di convergenza fiscale e salariale, tale per cui quelle divergenze si superino progressivamente.

 Aggiungo una considerazione rispetto all’analisi fatta da Domenico nella relazione, perché anche sul versante dell’analisi più circoscritta di quanto è accaduto tra il 2001 e il 2014, è un errore, a mio avviso, far dipendere “tutto il male” dalla moneta[4].

E’ del tutto vero infatti che il cambio che si determinò tra euro e marco, e tra euro e le altre monete ed in particolare la lira, abbia sottovalutato il marco e sopravvalutato la lira, concorrendo al surplus commerciale tedesco. Ed è vero,  come già detto, che la moneta unica in un area non omogenea, accoppiata a politiche neoliberiste, aumenta le divergenze. Ma se si assolutizza il ruolo della moneta, non si vedono gli altri elementi che hanno prodotto quegli esiti e si produce un’analisi che distorce i processi.

Il surplus commerciale tedesco è determinato almeno da altri due elementi, così come l’indebolimento dell’apparato industriale italiano risiede in una serie di scelte che furono fatte molto prima dell’introduzione dell’euro.

Per quel che riguarda il primo aspetto, non si può non vedere come le politiche di contenimento salariale introdotte in Germania siano state una parte rilevante della strategia neomercantilista tedesca. Un processo iniziato negli anni ’90 con la riduzione del numero dei lavoratori coperti dalla contrattazione e la crescita della contrattazione aziendale in deroga, e sviluppato poi negli anni 2000, con le leggi Hartz che hanno costruito un meccanismo di sotto-occupazione, di controlli degradanti per ridurre le garanzie in caso di disoccupazione,   volto a creare una pressione per la riduzione dei salari e aumentare la competitività delle merci tedesche. Sono circa 7 milioni le lavoratrici e i lavoratori tedeschi a 450 euro al mese.

Mentre per quel che riguarda l’Italia, non si può non vedere come l’indebolimento del nostro apparato produttivo sia di molto precedente all’introduzione dell’euro. In un recente articolo Joseph Halevi ricordava un’osservazione “in tempo reale” di Augusto Graziani sugli effetti delle svalutazioni differenziate degli anni ’70 (la lira svalutava rispetto al marco cioè alle aree in cui esportava e rivalutava rispetto al dollaro riducendo il costo delle importazioni di energia) che sebbene consentissero risultati sul breve termine positivi, facevano sì che le imprese potendo contare su di esse, riducessero gli investimenti tecnologici.

Le privatizzazioni degli anni ’90 che l’Italia ha attuato massicciamente – seconda tra i paesi Ocse per entità dei processi di privatizzazione-, sono state un ulteriore fattore profondamente negativo, che ha impoverito il paese perché nessuno ha sostituito il ruolo di ricerca che l’industria pubblica svolgeva per l’insieme del sistema economico, come sottolineato da Marcello De Cecco.

In un contesto in cui la quota delle produzioni ad alto contenuto tecnologico negli scambi commerciali è fortemente cresciuta negli anni ’90 , tutti i Paesi tra  1990 e 2014 hanno rafforzato e aumentato la spesa in ricerca e sviluppo: Germania più 10%, Spagna più 50%, UE più 13%.  L’Italia ha una crescita del 5%[5]. In termini assoluti, gli investimenti italiani pubblici e privati in ricerca e sviluppo sono  meno della metà di quelli tedeschi, e ci collocano al ventinovesimo posto nella classifica dei paesi Ocse.

Dunque il surplus commerciale tedesco e “la crisi nella crisi” dell’Italia hanno spiegazioni che non sono riducibili alla introduzione dell’euro. La moneta per l’appunto è una parte, non è il tutto.

2. E vengo al secondo punto su quale sia per noi l’obiettivo più desiderabile, riflessione che io ritengo assai rilevante. Posto che comunque c’è concordanza sul fatto che in una situazione caratterizzata da squilibri significativi, il combinato disposto tra una moneta unica e trattati che impediscono politiche di convergenza, produce una accentuazione di quegli squilibri, noi cosa consideriamo nostro obiettivo: quello che punta a scardinare i trattati, rendendo possibili politiche pubbliche di investimento e fiscali, che riequilibrino la situazione, o quello in cui il riequilibrio dovrebbe venire dalle “svalutazioni competitive”?

Faccio un esempio concreto che mi rendo conto possa sembrare una provocazione, tuttavia coerente con il ragionamento che viene proposto: i dati economici del sud Italia rispetto a quelli del centro-nord Italia, hanno tassi di divergenza tali, che se noi assumiamo la logica per cui la soluzione alla divergenza è che ognuno si faccia la propria moneta per poter fare le “svalutazioni competitive”, il sud Italia dovrebbe fare la propria moneta per uscire attraverso le svalutazioni competitive da quella condizione.

Noi vogliamo uscire dalle divergenze con un meccanismo che investa su un ruolo pubblico di riequilibrio e su un meccanismo cooperativo, oppure sull’enfatizzazione della messa in competizione, per cui  ogni territorio si fa la propria svalutazione competitiva e questo produce la spirale delle svalutazioni competitive? La moneta è una parte ed è più desiderabile perché progressiva l’altra via: quella del cambiamento complessivo delle impostazioni di politica economica e dell’obiettivo di politiche perequative. 

 3. Ma si può dire che questo è un ragionamento astratto, di obiettivi astrattamente preferibili ma concretamente non fattibili e che bisogna invece confrontarsi con il concreto.

Passiamo dunque al piano concreto e interroghiamoci su quali sarebbero le conseguenze concrete dell’uscita dall’euro, quale piano di fattibilità per realizzare quell’obiettivo. Ovviamente sarebbe molto diverso il caso di un’uscita concordata da quella di un uscita unilaterale, ma se l’analisi è quella per cui l’euro è lo strumento principale da cui transitano le politiche neoliberiste a dominanza tedesca, non si capisce perché si dovrebbero consentire uscite concordate dall’euro. Quindi mi confronto con la tesi assunta per altro nella stessa relazione di Moro, cioè quella dell’uscita unilaterale dall’euro, affrontandone le possibili dinamiche e conseguenze.

 Parto da quello studio già richiamato di Riccardo Realfonzo. Come già detto non si tratta di uno studio che affronta il cambio della moneta, ma che partendo dalla considerazione della grande difficoltà di produrre simulazioni per la debolezza intrinseca dei modelli previsionali e la conseguente divergenza delle diverse simulazioni, si rivolge alle esperienze storiche che più si avvicinano, cioè a “quelle crisi valutarie che nella storia recente hanno comportato ampie svalutazioni del tasso di cambio e che si siano accompagnate ad abbandoni di precedenti accordi o sistemi di cambio”.

Lo studio valuta le conseguenze che si sono prodotte in 28 casi dal 1980 ad oggi, relativamente a svalutazione, inflazione, saldi della bilancia commerciale, occupazione e disoccupazione,  salari reali e quota salari sul PIL- differenziando tra paesi ad alto e basso reddito.

E’ utile la lettura integrale del testo che registra conseguenze diversificate dei parametri di valutazione assunti. C’è tuttavia un dato che è invece omogeneo e che vale tanto per i paesi ad alto che per i paesi a basso reddito. E’ quello relativo ai salari reali e alla quota salari sul PIL.  In tutti i 28 casi considerati nei primi tre anni successivi alla svalutazione “si assiste ad un calo drastico dei salari reali e della quota salari sul pil, che appare essere principalmente la conseguenza dei processi inflazionistici che generano una redistribuzione dei salari ai profitti e alle rendite”. L’effetto è pesante anche solo nei paesi ad alto reddito dove “i salari reali dopo tre anni continuano ad essere inferiori rispetto al valore registrato nell’anno della crisi valutaria. Soprattutto nei paesi ad alto reddito cade la quota salari del 7,8% in soli tre anni, con un repentino e massiccio effetto redistributivo a danno dei lavoratori.

Allora intanto possiamo fissare che non solo le svalutazioni non sono di per sé buone, ma che i casi concreti che si sono avuti dagli anni ’80 ad oggi, sono stati coerenti con le politiche neoliberiste.

 Per rispondere a questo problema, noi abbiamo sempre detto che un eventuale uscita dall’euro avrebbe dovuto essere accompagnata da due interventi: un meccanismo di indicizzazione dei salari all’inflazione che contrasti gli effetti redistributivi regressivi della svalutazione e di controllo dei prezzi, un meccanismo di controllo dei capitali.

Sul primo punto: se  questo avviene, se i salari vengono giustamente protetti, è evidente che il vantaggio che ti dà la “svalutazione competitiva”, cioè una manovra che tu fai per aumentare la tua capacità di esportazione e per questa via, agendo sul solo versante della moneta, riequilibrare i rapporti e le divergenze commerciali, vede un pezzo della propria efficacia spuntata, perché le tue merci nel momento in cui tieni i salari più alti, una parte di quel vantaggio lo perdono. E’ anche evidente che il vantaggio nelle esportazioni dovrebbe comunque fare i conti con uno svantaggio nelle importazioni, obiezione superabile solo nel caso di un paese che sia solo esportatore, il che non è il caso dell’Italia.

Lo sto dicendo perché tutto è più complesso di come viene rappresentato.

Ma soprattutto l’altra manovra necessaria e cioè il controllo dei movimenti di capitali, pare assai difficile: perché è evidente che se tu svaluti la moneta chiunque abbia capitali in euro sapendo che quando saranno convertiti in lire si svaluteranno perdendo valore, quei capitali li porta fuori, li tesaurizza o li porta fuori.

Facciamo un’ipotesi di percorso, uno studio di fattibilità: ammettiamo che una formazione di sinistra, consapevole che bisogna fare il blocco dei movimenti di capitali, l’aggancio dei salari all’inflazione, che non abbia contraddizioni al proprio interno perché non è parte di un blocco in cui siano presenti forze di destra, si presenti con un proprio programma che ha come centrale l’uscita dall’euro, su questo accumuli forze e vinca le elezioni al 51%, e vada al governo. Quanto tempo passa? Passa tempo. Io trovo assolutamente pertinente e francamente difficile da contrastare il problema che ha sottolineato Varoufakis[6].  Noi, diversamente dagli esempi fatti da Realfonzo,  non avremmo solo una moneta da svalutare, con una modifica del cambio, avremmo una nuova moneta da introdurre.

Mettiamo che quel percorso prima delineato richieda un anno di tempo: questo sarebbe lo stesso che annunciare la svalutazione con dodici mesi di anticipo. Se si dà un simile preavviso alla speculazione finanziaria, ma anche ai piccoli risparmiatori, anche a chi ha 20.000 euro in banca, “questi liquiderebbero tutto, si porterebbero via i soldi nel periodo che gli si è offerto in anticipo rispetto alla svalutazione, e nel paese non resterebbe nulla.” In sostanza, un punto centrale dell’idea dell’uscita da sinistra dall’euro, cioè il controllo dei movimenti di capitali, potrebbe essere realizzato solo ex- post, dopo che il danno si è prodotto.

 Come solo ex-post si potrebbe realizzare un altro punto decisivo,  cioè una modifica dello statuto della Banca Centrale, per cui la Banca Centrale torni ad essere prestatrice di ultima istanza e a finanziare il debito, rompendo le conseguenze dell’infausto divorzio tra Tesoro e Banca Centrale, poi trasferitasi nello statuto della BCE. Anche questo si potrebbe fare dopo, e ci sarebbe una fase in cui si danno fuga dei capitali, tesaurizzazione, speculazione sul debito pubblico, senza avere gli strumenti che da sinistra ti consentano di gestire la situazione perché non abbia impatti potenzialmente devastanti.

 Né si può non chiedersi cosa accadrebbe con il ritorno alla lira, che certo non sarebbe moneta di riserva internazionale. Questo significherebbe la necessità per essere solvibili nei pagamenti internazionali, di accumulare riserve valutarie, cioè di fare in modo che le esportazioni siano costantemente eccedenti sulle importazioni. E la deflazione salariale, uscita dalla finestra rientrerebbe dalla porta.

Sto dicendo in sostanza che ci si deve confrontare con le interdipendenze, non si può far finta che non esistano, né che non  siano andati avanti in questi anni i processi di globalizzazione.

 Io credo che questo sia l’insieme di valutazioni per cui da più parti, anche da parte di chi è stato sempre radicalmente critico rispetto a questa costruzione europea e alla stessa introduzione dell’euro, si sottolinei che uscire non è come non essere entrati e che c’è il rischio che l’uscita dall’euro possa produrre un di più e non un di meno d’austerità.

 Infine molto rapidamente sugli ultimi ordini di questioni.

4. in che connessione sta la parola d’ordine dell’uscita dall’euro con l’analisi della natura della crisi che facciamo?

Se prendiamo sul serio il fatto che questa è una crisi di sovrapproduzione, in una dimensione anzi che non ha precedenti,  che per questo siamo ad un punto di crisi strutturale del capitale, a me pare evidente che la logica della svalutazione competitiva, non farebbe altro che produrre la spirale delle svalutazioni competitive. Se un paese svaluta per trovare sbocchi alle proprie produzioni, altri farebbero altrettanto. La guerra commerciale, in parte già in atto si enfatizzerebbe enormemente, cioè si enfatizzerebbero  i meccanismi di competizione distruttiva.

 5. Quali altre conseguenze si determinerebbero non solo sul terreno delle politiche economiche?

Parlo dell’immigrazione perché mi pare evidente che sia un punto particolarmente rilevante. E’ innegabile che siamo davanti ad un peggioramento complessivo del quadro, al rischio che venga archiviato da destra Schengen e che si moltiplichino i muri dentro l’Europa. Questo ad oggi però è un terreno di contesa, non è un processo compiuto. A me pare evidente che l’uscita dall’euro non farebbe che chiudere il cerchio, rafforzando la logica della costruzione di muri. Si rafforzerebbero le logiche più regressive, peraltro scaricando su un paese esposto come l’Italia, contraddizioni significative.

6. Quali sono le conseguenze sul piano della soggettività dell’assunzione della parola d’ordine dell’uscita dall’euro?

Io credo che sia innegabile che queste politiche europee stiano producendo meccanismi xenofobi, razzisti, nazionalisti.  Ma scegliere l’ordine del discorso della nazione, quei meccanismi li rafforza  o li contrasta? Perché a me pare evidente che porre l’accento sulla moneta, su “la lira al posto dell’euro” evochi immediatamente l’ordine del discorso della nazione.  Io penso che i nazionalismi sarebbero drammaticamente rafforzati, a partire dal fatto che quell’ordine del discorso fa velo, cioè nasconde il neoliberismo insito nei trattati. Non è un caso che le destre lo assumano perché assolutamente coerente con il loro impianto. Penso invece che denunciare il neoliberismo dei trattati – il loro contenuto di distruzione dei diritti del lavoro e del welfare, di privatizzazione e mercificazione di ogni ambito della società – significhi evidenziare immediatamente il carattere classista di questa costruzione europea e dunque produrre soggettività e accumulazione di forze sul nostro terreno.

 

 



[1] Dichiarazione di voto di Lucio Magri, capogruppo alla Camera di Rifondazione Comunista, 29 ottobre 1992

[2] Giovanni Mazzetti “Una sinistra di alchimisti? L’illusione dell’uscita dall’euro come panacea sociale.”

[3] Riccardo Realfonzo e Angelantonio Viscione “Gli effetti di un’uscita dall’euro su crescita, occupazione e salari” 22 gennaio 2015.

[4] Questa parte, inserita alla fine del punto 1, è stata in realtà un pezzo della discussione successiva, che si è svolta dopo le relazioni.

[5] Roberto Romano , “Se l’Italia esce dall’élite dei Paesi industrializzati”. Gennaio 2016.

[6] Intervista a Yanis Varoufakis “Fare l’euro è stato un errore ma ora non possiamo tornare indietro.” Gennaio 2016.

USCIRE DA SINISTRA DAL NEOLIBERISMO. QUAL È IL CENTRO DELLA PROPOSTA? (PDF)

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