Nuovo Cinema Franceschini

Nuovo Cinema Franceschini

di Stefania Brai

Quello che va onesta­mente riconosciuto a questo governo è la coerenza. Da quando si è insediato non ha fatto che lavorare con assiduità e tenacia alla “rottamazione” dei di­ritti, dello stato socia­le e delle forme democratiche di partecipazio­ne. Lo ha fatto con la Costituzione, con il lavoro, lo sta facendo con la sanità pubblica, lo ha fatto e lo sta facendo con la conoscenza e la cultura: con la scuola, finalizzandola al mer­cato del lavoro; con il servizio pubblico radio­televisivo, tentando di trasformarlo dalla più importante industria culturale del paese pub­blica e cioè di tutti, ad “impresa” gestita ma­nagerialmente da un solo uomo, il direttore generale, emanazione diretta del governo. Lo sta facendo sistematicamente anche con la produzione culturale. Il governo ed il mini­stro Franceschini, nel perseguire l’obiettivo dichiarato di “costruire una cultura del mece­natismo” non solo diventano essi stessi “me­cenati”, distribuendo a loro piacimento 500 euro ai nuovi “votanti” maggiorenni da utiliz­zare in consumi culturali – senza minima­mente curarsi a quali luoghi della cultura pos­sono permettersi di accedere tutti i giovani durante tutti i giorni dell’anno -, ma elabora­no leggi la cui reale impostazione è delegata al governo e cioè sottratta alla discussione pub­blica e le cui finalità sono lo smantellamento del ruolo sociale dello Stato.

È questa la filoso­fia di fondo del nuovo “Schema di disegno di leg­ge in materia di cinema, audiovisivo e spettacolo dal vivo”, presentato pomposamente in un pranzo di Renzi e Franceschini con i premi oscar del cinema italiano e raccontato ai me­dia in modo molto “approssimativo” e come se fosse già in vigore. Intanto una nota a margi­ne: nello schema di disegno di legge allo “spet­tacolo dal vivo” sono dedicate in realtà 4 pagi­ne sulle 27 complessive e sono anche troppe perché le sole cose reali che si dicono in quelle 4 pagine è da un lato che la riforma (dal pro­mettente nome di “Codice dello spettacolo”) dei settori della musica, della danza, della prosa, delle fondazioni lirico sinfoniche, del teatro e dei circhi è demandata al governo, che quindi deciderà in perfetta solitudine, e dall’altro che gli investimenti pubblici in quei settori dal 2020 andranno a diminuire. Ma di questo nessuno parla.

Per quanto riguarda le rimanenti 23 pagine dedicate al cinema e all’audiovisivo va detto che è talmente palese la funzione propagandistica ed elettorale dell’annuncio che lo “schema di disegno di legge” non avrà nessuna corsia preferenziale ma seguirà il normale iter parlamentare e vor­rei ricordare che al Parlamento è già in di­scussione la proposta di riforma del cinema presentata dalla senatrice Di Giorgi. Allora la contraddizione che salta agli occhi è che i disegni di legge sono tutte e due di esponenti dello stesso partito, il Pd, ma sono l’uno l’op­posto dell’altro.

Sorgono quindi spontanee al­cune domande e alcune osservazioni. Che ruolo ha il Partito democratico nell’elabora­zione delle proposte di legge? Se ha un ruolo, la responsabile cultura del Pd Lorenza Bonac­corsi di quale legge è promotrice, quella di Franceschini o quella della Di Giorgi? Oppure il partito non conta nulla e sono direttamente i parlamentari ad elaborare autonomamente le leggi, senza neanche parlarsi tra loro e sen­za parlare con i propri rappresentanti al go­verno? La Di Giorgi, quando in commissione cultura del Senato arriverà la proposta Fran­ceschini, cosa farà, rinuncerà alla sua e voterà quella del suo ministro? Possono essere do­mande forse poco interessanti e “fuori tema” ma a me sembrano utili per capire quale idea di democrazia ha il maggior partito italiano e quale ruolo questo partito attribuisce alla pro­pria organizzazione politica, quale al Parla­mento e quale al governo.

E la seconda cosa che va evidenziata prima ancora di entrare nel merito è che anche qui l’articolazione con­creta della proposta di riforma viene delegata direttamente al governo tramite moltissimi decreti attuativi che saranno in realtà appun­to dei veri e propri articoli di legge. Ancora una volta viene meno la possibilità di una di­scussione collettiva con le forze sociali, cultu­rali e professionali del settore.

Vorrei fare però un’altra osservazione, più generale e più difficile. Quello che colpisce è la fretta con cui alcune associazioni e alcuni singoli operatori del settore hanno ritenuto – non richiesti – di dover mostrare pubblicamente il proprio con­senso a questa proposta. E nella maggior par­te dei casi basando il proprio parere non sulla lettura del testo di legge ma sul comunicato del ministero, che proprio oggettivo e preciso non è, e prima ancora di aver discusso all’in­terno delle proprie associazioni sui risultati e sugli effetti che una simile legge produrrebbe sull’intero settore cinematografico ed audio­visivo. Colpisce perché nella nostra storia non è mai avvenuto. Nella nostra storia è sempre esistito un tessuto associativo democratico e partecipato molto radicato e una autonomia, indipendenza e libertà della cultura molto dif­fusa e molto gelosamente custodita. Credo sia su questo che dobbiamo prima di ogni altra cosa ragionare e discutere tutti insieme, per­ché ogni volta che la cultura è subalterna alla politica o al potere è tutta la società che fa enormi passi indietro insieme alla stessa de­mocrazia.

Per quanto riguarda il merito del disegno di legge Franceschini si è già aperta una discussione. Provo allora a sintetizzarne i punti principali per poterne evidenziare la fi­losofia di fondo e i suoi esiti concreti. La fina­lità della proposta viene enunciata esplicita­mente là dove si dice “lo Stato contribuisce al finanziamento del cinema… allo scopo di faci­litarne l’adattamento all’evoluzione delle tecnolo­gie e dei mercati nazionali ed internazionali ”. Cre­do che non ci sia un modo più esplicito per dichiarare apertamente che questo governo ri­tiene che lo Stato debba investire nella produ­zione culturale non per liberarla dalle logiche e dai meccanismi del mercato ma per eliminare le poche resistenze culturali e artistiche che ancora riescono a sopravvivere e per far sì che sia la domanda a condizionare e determinare l’offerta. Peccato che si stia parlando di cultu­ra, cioè di libertà espressiva e di creatività, peccato che si stia parlando di ciò la cui ragion d’essere di fondo è quella di contribuire alla crescita delle persone, alla formazione di un pensiero autonomo e critico. Si sta parlando cioè di uno di quegli elementi “utili” a rimuo­vere gli ostacoli che “…impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”. E peccato che si stia parlando dello Stato, cioè dell’istituzione che per la Costituzione ha esattamente questo compi­to.

Per mettere in atto questa “finalità” viene istituito un “fondo per lo sviluppo degli investi­menti nel cinema e nell’audiovisivo”. In questo fondo affluisce annualmente il 12,5 percento delle entrate erariali derivanti dai versamenti Ires e Irap delle imprese di distribuzione cine­matografica e televisiva, dell’esercizio, delle televi­sioni, delle imprese di telecomunicazione e inter­net. Il ministero sostiene che si starebbe facendo come in Francia, sostiene cioè che in questo modo il settore cinema si “autofinanzia”. Non è vero, perché mentre in Francia esiste un prelie­vo di scopo, cioè un prelievo aggiuntivo su tutti quei soggetti che sfruttano economicamente i film, secondo questa proposta invece è lo Stato che rinuncia a una parte delle sue entrate pre­levando una quota dalla fiscalità generale per destinarla al cinema. Non si chiede ai colossi delle telecomunicazioni e alle multinazionali che fanno proventi con il cinema di versare al­cuna quota aggiuntiva. Il sistema cioè non si autofinanzia.

Ma il punto non è questo. Il punto è che la fiscalità generale serve non più a finanziare gli autori e le loro opere, ma per l’85 percento è destinata al credito d’imposta e al finanziamento automatico alle imprese. Di più: l’impresa non percepisce denaro pubblico sul film che vuole realizzare, ma sugli incassi ottenuti da tutte le opere che ha prodotto fino a quel momento. Cosa vuol dire tutto ciò? Vuol dire che se si sposta il sostegno economi­co pubblico dalle opere alle imprese si sposta il sostegno dalla cultura all’industria e non è co­sa da poco. Inoltre se le imprese riceveranno contributi in base agli incassi delle opere già prodotte vuol dire che non riusciranno a so­pravvivere tutti quei produttori indipendenti che con enormi sacrifici, spesso mettendo a rischio se stessi, hanno nella loro storia im­prenditoriale il cinema d’autore che può an­che non avere incassato ma che ha fatto gran­de nel mondo la cinematografia del nostro paese. Vuol dire che sopravviveranno e vi­vranno solo tutte quelle imprese che sono già forti, vuol dire che nessuno metterà a rischio la propria media di incassi producendo film “non garantiti” sul mercato.

Resterà un 15 per­cento per i contributi selettivi alla produzio­ne, alla distribuzione e all’esercizio che saran­no attribuiti in base alle valutazioni di cinque “esperti” – individuati in un successivo decre­to governativo – in base a modalità applicative anche queste decise con un futuro decreto. Anche per quanto riguarda la “promozione” il disegno di legge non dà alcuna certezza ma è tutto rimandato ad un decreto ministeriale che dovrà individuare “le specifiche tipologie di attività ammesse”, definire “i criteri e le modalità per la concessione dei contributi” e la ripartizione delle “risorse disponibili fra le varie finalità” (cioè le associazioni di cultura cinematografica, la promozione del cinema italiano all’estero, i festival, le rassegne, la conservazione e il restauro delle opere, eccete­ra).

Solo altri tre punti e considerazioni. Il pri­mo. Viene istituito il “Consiglio superiore del cinema e dell’audiovisivo” che sostituisce la attuale sezione cinema della Consulta dello spettacolo e che ha tantissimi compiti, ma tut­ti consultivi o propositivi. È composto da dieci membri tutti designati dal ministro d’intesa con altri ministeri, di questi dieci membri uno solo è scelto su una rosa di nomi proposta dal­le associazioni di categoria. Le decisioni sono quindi tutte in mano al ministero, cioè al go­verno. Naturalmente del Centro nazionale per il cinema richiesto da anni da tutte le catego­rie non si fa neanche cenno.

Il secondo. La leg­ge equipara sotto tutti gli aspetti l’opera cine­matografica e quella audiovisiva, compresi i videogiochi. Il problema non è solo che i fondi dovranno essere divisi tra i due settori, il pun­to è anche che non si fa distinzione nei criteri tra ciò che ha per destinazione la sala e ciò che è prodotto per il piccolo schermo, e quindi soggetto a logiche di palinsesto e destinato a pubblici completamente diversi da quello ci­nematografico (e che inoltre riceve già finan­ziamenti dalle emittenti televisive).

Il terzo. La finta eliminazione della censura. Nel co­municato si dice trionfalmente che “finisce la censura di Stato” (ammettendo che c’era fino ad ora, comunque). In realtà l’operazione vera è quella di introdurre un meccanismo di auto­censura. Mi spiego. Si delega ancora una volta il governo ad emanare uno o più decreti legi­slativi per il riassetto delle norme di “tutela dei minori” in base ai seguenti principi: rispetto naturalmente sia del­la libertà d’espressione che della protezione dell’infanzia; introduzione del principio di re­sponsabilizzazione degli ope­ratori cinematografici; istitu­zione di un organismo di controllo della classificazione dei film e del suo rispetto. Vuol dire che sarà l’operatore cinematografico (il produtto­re, il distributore, l’esercente) a stabilire a quale “classe” cor­risponde il proprio film e poi­ché se sbaglia classificazione sono previste delle sanzioni, chi correrà il rischio per esem­pio di mandare in onda in prima serata un film che forse l’organismo di controllo giudi­cherà invece vietato ai minori? E quale sala lo proietterà senza divieto?

Qualcuno dà per cer­to che la legge che passerà sarà questa e in questa versione. Io non credo, o perlomeno spero di no. Penso che ci sia ancora la possibi­lità di incidere sulle scelte del Parlamento e penso che ci sia tutto il tempo per farlo. Penso che bisognerebbe mettersi intorno a tanti ta­voli per discutere tutti insieme e per elaborare tutti insieme le proposte che si ritengono più utili per il cinema e per la cultura in generale. Ma penso anche che perché questo accada bi­sognerebbe avere la forza di prescindere dai muri delle appartenenze, avere la forza di uscire dalla propaganda renziana per cui chi si oppone alle sue politiche o si piange addosso o ostacola il cambiamento, come se il cambiare fos­se di per sé certezza di progresso e miglioramen­to. Avere la forza di uscire dal “conformismo cul­turale” che rischia di uccidere questo paese.

 Stefania Brai è responsabile nazionale cultura PRC-SE

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