Il guerriero Barack, tutt’altro che infelice
Pubblicato il 2 set 2013
di Bruno Steri – liberazione.it – Con l’enfasi e la durezza delle grandi occasioni – a smentire l’immagine del “guerriero infelice” (The Unhappy Warrior) appiccicatagli qualche giorno fa dalla rivista Time – Barack Obama ha confermato la volontà di attaccare la Siria. Ma ha anche ribadito che l’attacco sarà “limitato nel tempo e negli obiettivi”; e, da “buon democratico”, ha altresì annunciato la decisione di rinviare l’ordine di attacco, per provare a spuntare un’autorizzazione dal Congresso Usa. Gli “stop and go” del discorso presidenziale non esprimono indecisioni soggettive, ma raffigurano le difficoltà obiettive di un’impresa non certo concepita improvvisamente, sull’onda etico-emotiva del supposto uso di armi chimiche da parte delle truppe di Bashar-al-Assad. A giugno scorso, su queste stesse pagine on line, avevamo evidenziato il cambio di passo della strategia bellica statunitense nei confronti della Siria. Una nota della Casa Bianca ufficializzava la fornitura diretta di armi e l’impegno per l’addestramento militare dei “ribelli”, sancendo un livello di coinvolgimento degli Stati Uniti che faceva ritenere più vicina l’ora di un intervento diretto. Già allora l’escalation era giustificata con il superamento della “red line” rappresentata dall’uso di armi chimiche. Allora come oggi, tale giustificazione suscitava un diffuso scetticismo se non addirittura viva contestazione: da parte di autorevoli testate giornalistiche Usa, di esponenti delle Nazioni Unite; e della stessa Carla del Ponte – il magistrato ex procuratore del Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia, membro della Commissione Onu che indaga su eventuali crimini di guerra in Siria – la quale dichiarava alla Radio Svizzera Italiana di avere le prove che, ad utilizzare armi chimiche, a partire dal letale gas sarin, erano stati gli insorti e non gli uomini fedeli al regime di Assad. Allora come oggi, le “linee rosse” sembravano vincoli fissati ad hoc per predisporre una loro trasgressione.
Il percorso bellico di Obama si presenta sempre più accidentato. Russia e Cina, lasciano cadere la convocazione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza sbarrando questa volta la strada del consenso Onu; la Lega Araba è divisa e incerta: pesa come un macigno il precedente della Libia. Ma soprattutto è la credibilità di Cia e Dia, dell’intelligence chiamata a fornire le prove inoppugnabili del misfatto, ad esser crollata agli occhi dell’opinione pubblica internazionale e di alcuni suoi rappresentanti istituzionali. Ne sa qualcosa il premier Cameron, incapace di convincere il parlamento britannico a seguire l’alleato storico statunitense. Lo stesso Obama non ha meno problemi in patria, dove i sondaggi assegnano percentuali risicate all’opzione interventista e le voci di dissenso sono numerose e autorevoli: tra i conservatori (nel cui ambito spiccano i dubbi dell’ex segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, sciagurato stratega dell’attacco all’Iraq) e tra i democratici (dove è significativo il silenzio dell’ex Segretario di Stato Hillary Clinton, la quale lo scorso 27 marzo 2011 aveva peraltro definito Assad “un riformatore”). Contraddizioni interne piuttosto pesanti, che hanno convinto il Presidente a calmare i bollori bellico-umanitari e a prendere un po’ di tempo in più per provare a costruire consenso, anche attraverso il passaggio rischioso di un confronto preventivo nel Congresso. I cortigiani dell’impero si sono affrettati a tessere le lodi per una tale lezione di responsabilità democratica: l’Onu, trattato con arroganza imperiale a pesci in faccia, la pensa forse diversamente.
Le difficoltà maggiori riguardano tuttavia l’esito possibile dell’impresa. Un tracollo di Assad precipiterebbe la Siria nel caos, con la parte egemone della ribellione interna (la galassia jihadista filo-Al Qaeda, guidata dal gruppo Jabhat al-Nusra, già incluso dagli Usa nella lista nera delle organizzazioni terroriste) impegnata a fare della Siria un califfato islamico, nemico dell’Occidente. Una prospettiva apocalittica di esasperati conflitti inter-etnici e inter-religiosi, che darebbe fuoco alle polveri dell’intera regione mediorientale, contagiando i Paesi limitrofi a partire dal Libano e dalla Giordania. Un quadro involutivo che non potrebbe lasciare indenne la stessa Israele: non a caso, i dirigenti iraniani si sono affrettati a dichiarare che un’eventuale caduta di Assad avrebbe conseguenze che travalicano i confini della Siria.
L’ethos bellico di Obama rischia dunque di far pagare (non solo alla Siria, ma all’intero pianeta) prezzi insostenibili. Ben si comprende che non tutto il mondo capitalistico sia disposto a correre tali rischi. La Siria non è un grande produttore di petrolio come la Libia (tra l’altro, le sanzioni ne hanno azzerato l’export); né è luogo di transito per petrolio e gas. Certamente, ha un grande valore di posizionamento geo-strategico. Ma, per lorsignori, l’obiettivo di far saltare la Siria non vale il pericolo che si infiammi l’intero Medio Oriente: il capitale ha bisogno di stabilità, soprattutto se è in gioco quella parte del pianeta da cui proviene il grosso dei rifornimenti petroliferi (25 milioni di barili al giorno dal Medio Oriente verso l’Occidente). E’ chiaro che a tutto questo pensa Obama quando specifica che l’intervento sarà “limitato negli obiettivi e nel tempo”. Ci pensi bene tuttavia, Barack: la guerra non è un orologio svizzero. Per questo è bene che anche da noi in Italia, tutti i pacifisti di buona volontà (va da sé: in particolare la sinistra e i comunisti) comincino da subito a ricordarglielo.
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