Il governo delle banche di governo

Il governo delle banche di governo

L’argomento dell’audizione del 26 aprile scorso (“le partecipazioni dello Stato nel settore bancario”) era decisamente stimolante. Ma le risposte del Ministro dell’economia e delle finanze, Daniele Franco, alla “Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario e finanziario” non hanno fatto che confermare ciò che ben sappiamo. Questo Governo non ha alcuna intenzione di rafforzare la presenza pubblica nel settore e nemmeno ne intravvede la necessità.
Le attuali partecipazioni di controllo in Monte Paschi di Siena (64%) e Popolare di Bari (97% tramite Mediocredito Centrale) vengono considerate una contingenza di mercato spiacevole, quasi un fastidio cui porre fine il prima possibile.

Dello sviluppo di un progetto strategico che coinvolga queste banche e gli altri operatori pubblici del settore (da Cassa Depositi e Prestiti a Poste) nemmeno a parlarne.
Stante queste premesse, del tutto fuori dal perimetro concettuale (e dalle pratiche concrete) sono poi i ragionamenti su come qualificare e differenziare l’operato delle banche pubbliche rispetto alle logiche privatistiche che dominano il sistema (in termini di rapporti con la clientela, relazioni sindacali, politiche commerciali, strategie distributive e via discorrendo).

Particolarmente gravi sono le dichiarazioni sulla Popolare di Bari (tra l’altro in un momento di nuova forte turbolenza della sua vita aziendale). Si dice espressamente che, anche se su tempi lunghi, l’auspicato risanamento della banca potrebbe determinarne la “rimessa sul mercato”. Tramonta così l’idea di costruire attorno ad essa ed a Mediocredito quel polo creditizio (pubblico) del e per il Mezzogiorno.

Del resto, la mancata dotazione a Mediocredito dei finanziamenti inizialmente previsti per avviare il percorso di rilancio (nemmeno mungendo dal PNRR) era un segnale chiaro. La stessa propedeutica possibilità di rilevare gli sportelli di MPS del centro-sud viene ridotta, nelle parole di Franco, ad un’eventualità da valutare in base alle reciproche convenienze aziendali!

E per quanto riguarda il Monte Paschi si ripete la solita tiritera condita da slogan di stampo elettoralistico come la salvaguardia dei livelli occupazionali, la tutela del marchio, il rispetto dei legami con il territorio. Promesse ridicole, fatte da chi ha trattato per mesi con Unicredit (su ben altre basi) e pronte a finire tra le ortiche quando si presenterà un nuovo principe azzurro, solo un po’ meno arrogante e, forse, un po’ più straniero.
Niente da fare. Né le lezioni economiche della pandemia, né gli sconquassi geopolitici in atto possono convincere il “governo dei migliori” a non fare, innanzi tutto, gli interessi del capitale finanziario nostrano ed internazionale (di cui è in larga parte espressione).

I profitti dei grandi azionisti e i guadagni stellari dei top manager (e della folta platea di accoliti) devono rimanere l’esclusivo driver (“elemento trainante”) cui affidare le dinamiche del sistema bancario e assicurativo; lo Stato può intervenire quando qualcosa va storto (un po’ troppo spesso ci permettiamo di dire) per rimettere gli ingranaggi a posto. Poi la giostra può ripartire.

Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea
Ufficio Credito e Assicurazioni


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