Per una forte e rinnovata presenza pubblica nel sistema bancario e finanziario italiano

- E’ il momento per riaffermare che nell’ambito di un piano complessivo di rilancio dell’intervento pubblico nell’economia, che sia funzionale ad un nuovo modello di sviluppo antitetico a quello basato sul profitto capitalistico, la costruzione di un forte polo pubblico nel settore creditizio rappresenta un obiettivo strategico ed un punto di passaggio imprescindibile.
- Paradossalmente, lo Stato italiano, già oggi, attraverso il suo sistema di partecipazioni dirette ed indirette, è uno dei principali attori del sistema creditizio e finanziario nazionale ma il suo ruolo è subordinato e succedaneo a quello del grande capitale privato. Le nostre proposte, quindi, non si scontrano con l’assenza di strumenti e non richiedono nemmeno onerose acquisizioni di mercato o improbabili nazionalizzazioni senza indennizzo. Quello che manca è la volontà politica.
- Il necessario cambio di rotta deve partire dall’assunto che tutte le attuali partecipazioni pubbliche nel settore (compreso il Monte Paschi) devono essere considerate strategiche e sottoposte ad unica “cabina di regia” che ne indirizzi e coordini le attività, ridefinendone nel contempo gli obiettivi di fondo, anche di carattere economico, in senso contrario rispetto a quelli di un sistema privato guidato dalla necessità di massimizzazione del profitto.
- Le politiche pubbliche in campo creditizio dovranno essere oggetto di uno specifico percorso di informazione, discussione e controllo quanto più possibile democratico e partecipativo.
In particolare, nel breve-medio periodo, risulta necessario:
- Razionalizzare e rilanciare l’attuale presenza (territoriale ed operativa) nel comparto bancario avviando la costruzione di un “polo” in grado di rappresentare un’alternativa “di mercato” alle principali banche private e che sia basato su di un modello di funzionamento radicalmente diverso per pratiche manageriali, politiche commerciali, relazioni di clientela e via discorrendo.
- Avviare un piano straordinario e pluriennale di investimenti in Poste Italiane, per adeguarne strutture distributive ed organici (dimensionamento, formazione, condizioni normative e salariali).
- Sviluppare una piena complementarità di offerta tra le reti di BancoPosta e della “banca pubblica” con le società assicurative controllate e gli istituti specializzati (CDP, Sace-Simest, Sia-Nexi, …) rivedendo tutti gli accordi commerciali e distributivi attualmente in essere con operatori privati.
- Utilizzare la “banca pubblica” quale veicolo privilegiato per il rilancio delle politiche creditizie verso privati, imprese ed enti locali canalizzando le attività di CDP ed il flusso di finanziamenti agevolati di matrice nazionale o europea, in particolare verso il Sud del paese (“Banca del Mezzogiorno”).
- Istituire e promuovere un Fondo Pensione Complementare pubblico.
- Riorientare l’intero ciclo economico-finanziario che fa capo alla “gestione separata” di CDP alla finalità di finanziamento degli Enti Pubblici a condizioni fortemente agevolate e sulla base di precisi indirizzi sociali (riappropriazione dei beni comuni, riconversione ecologica, tutela del territorio…).
Al di là del rispetto delle politiche di indirizzo stabilite dalla “cabina di regia” e dal riassetto strutturale sopra accennato, la “banca pubblica” (o il gruppo bancario pubblico) dovrebbe caratterizzarsi per modalità operative e politiche commerciali che differiscono radicalmente da quelle seguite dagli operatori privati anche per fornire un modello alternativo di funzionamento di un sistema oggi strumento esclusivo di logiche neoliberiste e di interessi privatistici.

In particolare sono da prevedere:
- Un significativo ricambio nei ruoli chiave aziendali, allontanando quella parte dell’alta dirigenza più direttamente compromessa e corresponsabile delle disastrose gestioni precedenti e sostituendola con nuovi manager che si impegnino espressamente a sostenere il cambiamento di rotta e che siano individuati sia valorizzando le risorse interne disponibili, sia ricorrendo a dirigenti esterni a “vocazione” pubblica.

- Una forte riduzione dei “posti di vertice” e della catena gerarchica e di comando
- La rigorosa fissazione di tetti a retribuzioni ed emolumenti di consiglieri e top management ancorandone la dinamica a quella del livello medio impiegatizio.
Gli eventuali “premi di risultato” (sia per i manager sia per il lavoro dipendente) devono avere come unico riferimento obiettivi quali-quantitativi legati alle finalità di interesse pubblico dell’azienda e non alla redditività di breve periodo.

- La drastica riduzione delle spese per la consulenza ad ogni livello e l’avvio di politiche di insourcing, entrambe finalizzate al sostegno dei livelli occupazionali del settore bancario (con applicazione piena del CCNL di categoria).
- La ripresa di un piano di assunzioni attraverso procedure di concorso pubblico con il controllo formale della regolarità degli atti da parte di una commissione eletta da lavoratrici e lavoratori. I neo-assunti vanno esentati da tutti gli effetti del Jobs Act.
- L’inizio di una nuova politica degli appalti e delle commesse che superi l’imperante logica del “minor costo”, privilegiando committenti che offrano le migliori garanzie sul
piano del rispetto delle normative fiscali e delle politiche del lavoro.
- La definizione e la comunicazione all’opinione pubblica di un “patto” tra aziende, organizzazioni sindacali e associazioni dei consumatori finalizzato alla cessazione delle pressioni commerciali e della vendita di prodotti inadeguati per livello di costi, profilo di rischio, caratteristiche speculative.

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