Sui fatti di Napoli del 23 ottobre. Con una modesta proposta di lavoro.

Sui fatti di Napoli del 23 ottobre. Con una modesta proposta di lavoro.

di Rino Malinconico e Rosario Marra

 

Sbaglia chi riduce ad una unica resa cromatica il corteo e il corollario di incidenti che si sono avuti nel pomeriggio e nella notte del 23 ottobre a Napoli.

Non è stata una piazza affollata come speravano gli organizzatori, che volevano un corteo deciso ma pacifico; e gli stessi incidenti non sono stati appariscenti come li avevano sperati i media, particolarmente famelici, in questi giorni, di notizie ad effetto. In sostanza, un corteo ed incidenti obiettivamente modesti. Si è trattato, tuttavia, di un episodio significativo: proprio in quanto spia un più profondo aggrovigliarsi di tensioni e pulsioni non solo nel seno della società campana, ma in tutta Italia. E probabilmente anche in tanti altri Paesi.

Sul piano della sequenza immediata degli avvenimenti, non c’è molto da dire. De Luca, il presidente della Regione, rieletto con oltre il 70% dei voti, ha pensato di dover continuare a fare “il primo della classe”: Ha chiuso ex abrupto le scuole, ha emanato l’ordinanza incomprensibile del blocco degli spostamenti tra le diverse province della Campania ed infine ha annunciato con faciloneria una chiusura totale già a partire da lunedì 26 ottobre. Non ha considerato che, come dice il proverbio, “il troppo storpia”.

Ovviamente, De Luca non è il principale protagonista di questi giorni. Il Covid19 resta, purtroppo, saldamente al centro della scena, e anzi ha accentuato la sua pericolosità. Difatti una nuova stagione di chiusura incombe in tutto il mondo, e anche in Italia. È all’ordine del giorno per la ragione obiettiva che l’epidemia si sta rivelando più insidiosa di quanto non si temesse durante la relativa tregua estiva. Chi ha responsabilità di governo non sbaglia a porsi il problema.

Ma come se lo deve porre? Alla maniera di De Luca, con la logica dell’ “io questo ho deciso e questo è”? Oppure, alla maniera del “buon senso”, costruendo dinamiche di coinvolgimento ed interlocuzione? E soprattutto: si può mai arrivare a una chiusura, parziale o totale che sia, senza mettere contemporaneamente in campo le misure di sostegno al reddito delle persone che vedono drasticamente ridursi le loro entrate, e diventare improvvisamente evanescente il loro futuro?

Se si chiude, bisogna intervenire – immediatamente, non un minuto dopo – affinché la chiusura non si traduca in una micidiale catastrofe per i laboratori artigiani, per i piccoli negozi, per gli studi professionali. Occorrerà mettere in sicurezza, prima ancora delle stesse “attività economiche”, proprio le persone: i titolari e i dipendenti.

Per le aziende medie e grandi, può valere il principio del “rischio di impresa” (coperto, almeno fino all’anno scorso, da facili polizze assicurative); e, per chi nelle aziende medie e grandi ci lavora, può intervenire il meccanismo della cassa integrazione (puntualmente versata, e non, come adesso, con mesi e mesi di ritardo). Ma per le situazioni che sono caratterizzate dal lavoro diretto del proprietario e da collaborazioni saltuarie ed occasionali, quando non regolarmente al nero, occorrerà prevedere uno specifico “reddito di quarantena”, integrando in modo serio lo stesso reddito di cittadinanza previsto per gli inoccupati ed estendendolo anche ai tanti titolari di partita Iva che lavorano in regime di mono-committenza.

Insomma, occorre procedere guardando “prima le persone”.

Poi bisognerà certamente avviare un secondo livello di interventi, che permetta la sopravvivenza della piccola impresa in quanto tale. Durante la prima fase, oltre alla opportuna moratoria sul pagamento delle bollette e delle tasse, era stato previsto (ma non per tutte le situazioni, ed in ogni caso ha funzionato malissimo proprio dal punto di vista della dell’effettiva e corretta erogazione) una contribuzione statale per le piccole aziende, quelle fino a 5 milioni di fatturato, che avessero denunciato 2/3 di calo del fatturato 2020 rispetto al fatturato 2019.

È la logica del “ristoro”, che però ha il rischio congenito di arrivare “a babbo morto” e di generare molti pasticci e molte opacità. Ma poiché altre vie (del tipo: non pagare affitti e fornitori) scaricherebbero semplicemente su altri le difficoltà, il “ristoro” è una soluzione che potrebbe essere ripresa, con gli opportuni aggiustamenti. Per es., prevedendo forme più incisive e tempestive di controllo, nonché anticipi trimestrali, da regolarizzare al momento del conguaglio 2021.

Il punto è che quando i provvedimenti di governo sono confusi e contraddittori – ed anzi intrinsecamente ingiusti perché si preoccupano anzitutto del macrosistema dell’economia in sé e non delle persone che l’economia la fanno funzionare – allora può succedere che, per reazione, le sacrosante proteste e le giustissime rivendicazioni si ritrovino a marciare assieme a chi davvero centra poco con la solidarietà e la giustizia sociale.

D’altro canto, l’attuale debolezza delle forze che si battono per un mondo più umano e più giusto (i comunisti, gli ambientalisti, tutti quelli che appunto si muovono con la logica del “prima le persone”) non aiuta le proteste a ritrovare il loro filo positivo, a sottrarsi alle suggestioni dello “scassiamo tutto” e ai messaggi reazionari di coloro che, mettendo in un unico calderone i padroni e i loro dipendenti, spingono per una torsione autoritaria e neo-corporativa della società italiana.

Non si fraintenda: non è all’ordine del giorno una battaglia per l’egemonia nelle dinamiche di protesta. Intanto, perché non c’è un movimento generale di protesta spontanea da nessuna parte; in secondo luogo, perché le soggettività che prospettano un’alternativa di società non sono oggi in condizione di ingaggiare alcuna battaglia generale per l’egemonia nei processi reali.

Qual è allora la proposta? In una battuta: la ripresa della pratica sociale.

Il che significa reprimere per qualche mese la voglia forsennata di commentare sui social (cui tutti noi della sinistra-sinistra indugiamo da alcuni anni) e provare a costruire reali dinamiche di organizzazione e resistenza nei singoli territori e nei singoli passaggi, con la logica di parlare a tutti delle questioni che interessano tutti e agitando parole d’ordine chiaramente percepibili come proposte di equità sociale. Ciò implica rilanciare, in tutti i modi possibili, i tre specifici “obiettivi di fase” che sono davvero all’altezza di questo tormentato passaggio storico: la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario, la piena salvaguardia dei beni comuni e l’imposta patrimoniale sulle grandi ricchezze.





 

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