Ma quanto cambieranno i “decreti Salvini”? Una riforma necessaria ma insufficiente

Ma quanto cambieranno i “decreti Salvini”? Una riforma necessaria ma insufficiente

Stefano Galieni*

 

Il Pd parla con trionfalismo di “cancellazione dei decreti Salvini”, il M5S di “risultato importante”, dal centro destra si tuona contro un governo “buonista” che mette il Paese nelle mani dei “clandestini”, come se nessuno avesse davvero letto la proposta di dispositivi sull’immigrazione, presentata dalla ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese e approvata in Consiglio dei Ministri.

Perché a leggere i 9 articoli di cui si compone il decreto legge viene da dire che semplicemente, hanno tutti torto.

Lamorgese interviene non soltanto sulle ormai leggi del suo predecessore ma va a modificare anche norme che risalgono a regi decreti del 1931 e del 1942, sul Testo Unico originale che ha portato nel 1998 alla cd Turco Napolitano e alle sue successive modifiche.

Alcuni aspetti delle modifiche sono senza dubbio positivi. Nel primo articolo si ampliano le opportunità per convertire una delle forme di protezione rimaste in vigore in permesso per motivi di lavoro. Calamità, attività artistica o sportiva, assistenza minori ed altri casi finora rimasti esclusi permetteranno ad una parte dei presenti di garantirsi possibilità di permanenza meno precarie.

Tale intervento probabilmente è conseguente al sostanziale fallimento della “regolarizzazione straordinaria” proposta quest’estate e che per i tanti vincoli frapposti ha lasciato fuori centinaia di migliaia di aventi diritto. Tra le prerogative positive di tale articolo, esplicitato al comma 2, c’è il divieto di rimpatrio e di respingimento in paesi dove si rischiano trattamenti inumani e degradanti. Sulla carta dovrebbe essere già garantito dalla Costituzione e dai trattati internazionali nonché dalle tante convenzioni a cui si sarebbe vincolati, ma il fatto che si sia dovuto ribadire fa comprendere come si siano disattesi negli anni tali obblighi.

Nello stesso articolo poi si interviene ribadendo l’obbligatorietà del soccorso in mare; si riducono le pene per le ong che salvano persone rendendole non perseguibile laddove si ravvisi che il soccorso è necessario, ma si mantengono le limitazioni per le imbarcazioni presenti nei pressi delle acque territoriali.

Un altro elemento positivo è quello che, nell’articolo 2 permette di ampliare i criteri per aver diritto alla protezione internazionale. Ma non si ripristina la “protezione umanitaria”, restano pericolosi elementi di discrezionalità e di interpretazione che ne rendono fragile la validità.

Con l’articolo 3 si interviene sui Centri Permanenti per il Rimpatrio (CPR) gli ex Cie. I tempi massimi di trattenimento vengono ridotti da 180 a 90 giorni (salvo per coloro che risultino provenienti da paesi con cui l’Italia ha stipulato accordi di riammissione per cui i termini saranno di 120 giorni).

Nello stesso articolo poi (il bastone e la carota) si cancella l’ignobile norma su cui si era già pronunciato il Consiglio di Stato che negava l’iscrizione anagrafica ai richiedenti asilo in attesa di risposta dalle commissioni territoriali. Almeno questo diritto viene ristabilito.

Sempre in detto articolo si riducono i tempi, raddoppiati da Salvini, per ottenere risposta in merito all’ottenimento della cittadinanza (resta il requisito dei 10 anni di permanenza continuativa). Ovviamente nessun cenno al testo blando ma almeno più estensivo che giace in parlamento da anni per riformare la legge vigente del 1992, mai modificata tanto per l’opposizione pretestuosa delle destre quanto per la scarsa volontà politica di osare del centro sinistra.

L’articolo 4 “Disposizioni in materia di accoglienza dei richiedenti protezione internazionale e dei titolari di protezione” ristabilisce formalmente alcune peculiarità del sistema di accoglienza diffusa che tanti risultati positivi aveva portato, si pensi all’esperienza Riace. Rapporti con gli enti locali, aumento delle categorie di possibili beneficiari di tale sistema, servizi che devono essere garantiti, durata dell’accoglienza ecc.. sono elementi senza dubbio positivi. C’è da capire se e dove verranno trovate le risorse economiche necessarie per rimettere in piedi tali servizi, smantellando la logica dei grandi centri prefettizi in cui ammassare le persone – che ha rivelato la sua enorme pericolosità con l’emergenza covid 19 ma da sempre inadeguata – per far ripartire le tante realtà territoriali che avevano dovuto, con i tagli imposti, chiudere i servizi.

Con l’articolo 5 si definisce la volontà di reintrodurre i percorsi di “integrazione e accoglienza” tagliati da Salvini mentre con l’articolo 6 si torna a parlare di CPR. Si dispone la facoltà di arresto e di processo per direttissima di chi, all’interno dei centri, è considerato responsabile di violenze contro cose o persone anche se queste emergono senza flagranza di reato. Insomma un regime di fatto inasprito che si accompagna alla decisione già programmata, ma fermata unicamente dalla pandemia, di aprire ulteriori CPR. Ha già riaperto quello di Milano, (150 posti) ed a Gennaio dovrebbe tornare operativo quello di Caltanissetta. Il tutto per provare ad aumentare il numero di persone da rimpatriare.

Unico punto in cui si esula dalle questioni connesse all’immigrazione è nell’articolo 7, intervenendo non direttamente sulle leggi Salvini 2 ma addirittura su un articolo del Codice penale del 1931. In sintesi, per il “regime” come pubblico ufficiale si intendeva qualsiasi figura in divisa, con questa modifica si specifica che “si esclude la non punibilità per offesa, oltraggio, resistenza, violenza a funzionari e agenti di pubblica sicurezza e di polizia giudiziaria.

Per il resto, va ribadito, tutte le parti della riforma ai decreti che riguardano il conflitto sociale, le manifestazioni di dissenso, in pratica le parti più direttamente liberticide per ogni cittadina o cittadino che osano contestare il potere costituito, non vengono minimamente intaccate.

Il testo si conclude sancendo l’applicazione di quanto detto a “invarianza economica”, lasciando cioè presagire che non ci sono ad oggi risorse per trasformare le proposte in fatti concreti e da ultimo che le normative entreranno in vigore all’atto della conversione in legge del decreto quindi entro 60 giorni

Pur prendendo atto di alcuni piccoli passi in avanti – era difficile indietreggiare – restano due critiche di fondo.

In materia di immigrazione non si può continuare a procedere ignorando il problema di fondo che è nella legge vigente, la Bossi Fini, testo antiquato e fallimentare, basato sulla volontà di mantenere in condizioni di subalternità qualche milione di lavoratrici e di lavoratori. Da troppo tempo è connaturata l’equazione immigrazione = sbarchi e ci si è dimenticati dei 5 milioni di uomini e donne presenti regolarmente anche se in condizioni precarie, che ormai fanno parte della società italiana ma a cui sono preclusi diritti sociali, politici e civili. Continua il legame fra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, permangono gli ostacoli a stabilizzarsi, peggiorano le forme di sdoganamento della xenofobia divenuta in troppi contesti ormai sentimento diffuso.

Da ultimo, ma non per ordine di importanza e mantenendo l’approccio che da anni caratterizzano anche il centro-sinistra, le riforme non vanno minimamente a toccare tutti gli aspetti repressivi dei due decreti leghisti. Le norme che puniscono pesantemente ogni forma di dissenso sociale restano inalterate, blocco stradale, occupazione di case, uso sociale di spazi in disuso, forme di sciopero non concordate, restano punibili in maniera grave e considerate alla stregua della criminalità organizzata.

Ci si permetta un giudizio di merito: a chi si affanna ad affermare che sono le normative anticovid, le mascherine, il distanziamento sociale a limitare la libertà personale va ricordato che le reali distorsioni dello Stato di diritto che limitano gli spazi democratici di ognuna e ognuno hanno origini ben più lontane, si sono sedimentate con dispositivi diversi messi in atto da governi di alterno orientamento politico e gravano come un macigno su chi prova ad opporsi ad ogni forma di sfruttamento ben più di una mascherina che spesso invece può salvare la vita.

*Responsabile nazionale immigrazione PRC-S.E.

 

 


 

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