Perché Kaczynski e Orban non discendono dalla cortina di ferro: alcune precisazioni sull’autoritarismo e l’uso pubblico della storia in Europa orientale

Perché Kaczynski e Orban non discendono dalla cortina di ferro: alcune precisazioni sull’autoritarismo e l’uso pubblico della storia in Europa orientale

In un articolo dedicato alla memoria di Rossana Rossanda, Marco Bascetta scrive: ‘i regimi dell’Est, poi autoproclamatisi «democrazie illiberali», non dovevano forse la loro affermazione politica più all’eredità del socialismo reale che alle lusinghe e allo scintillio del libero mercato? Gli Orbán, i Putin, i Kaczynski non rappresentano forse (non solo, certamente) il detestabile lascito del sistema di potere e di controllo sociale cresciuto al riparo della cortina di ferro?’
Il ragionamento di Bascetta contiene due elementi problematici: in primo luogo sottovaluta la portata della transizione dal socialismo di stato al capitalismo neoliberale, ne enfatizza le continuità e finisce con lo scagionare da responsabilità le scelte politiche degli ultimi trent’anni; in secondo luogo edulcora gli elementi nazionalisti e illiberali dei movimenti anticomunisti dell’89 e le conseguenze politico-culturali di questi elementi.
Probabilmente la poca conoscenza dell’area, dove all’anticomunismo si sono via via aggiunte xenofobia, omofobia e politiche antidemocratiche in una sorta di timore per tutto ciò che ha connotazioni progressiste e di emancipazione, porta a leggerne le contraddizioni e le questioni in campo adottando un’ottica datata e fuori fuoco. Un grande peso, in Europa orientale, lo ha il recupero dei miti politici precedenti il 1945 (e nel caso russo, pre1917), miti spesso usati dai regimi autoritari, antisemiti e antidemocratici di quei paesi. Risulta difficile trovare una continuità tra Kaczynski, attivo promotore dell’Istituto nazionale per la memoria, istituzione che di fatto vieta ogni discussione sull’antisemitismo nella Polonia della prima metà del Novecento, e il regime da lui combattuto negli anni Ottanta.
Certo, ogni sistema politico (ed economico) si innesta su delle infrastrutture ereditate, ma le utilizza e altera adattandole ai propri fini. Nel 1999, l’ex agente del Kgb Vladimir Putin viene scelto come successore di Eltsin non da un gruppo di nostalgici che volevano rifondare l’URSS, ma da oligarchi arricchitisi con le privatizzazioni post-1991 e da riformatori ‘liberali’ che avevano come modello una sorta di ‘Pinochet moderato’, in grado di consolidare le riforme liberiste degli anni precedenti reprimendo il dissenso e il conflitto sociale. Gli oligarchi erano in buona parte figure che si trovavano in posizioni in qualche modo privilegiate (ad esempio dirigenti d’azienda o del Komsomol) prima del 1991, ma a trasformarli in élite economica era stato il capitalismo eltsiniano. Ad oggi resta ben poco dell’esperimento sovietico in Russia, se non la continuità in alcune zone dell’apparato, e si vedano i giudizi tranchant di Putin contro la rivoluzione d’Ottobre e Lenin, considerati né più né meno come traditori in periodo di guerra e fattori destabilizzanti. Ancor più difficile risulta trovare continuità nell’Ungheria di Orban con il regime di Janos Kadar, o tra Jaruzelski e Kaczynski. L’uso pubblico della storia in quei paesi (discorso a parte per la Russia e le memorie della Seconda guerra mondiale) anche permette di vedere come la riflessione di Bascetta cozzi con quanto avviene nella realtà quotidiana della politica nazional-conservatrice promossa dai governi polacco e ungherese.
E’ vero che il tardo socialismo reale, soprattutto nei paesi satelliti, ha cercato di sopperire all’afflato ideologico in crisi del marxismo-leninismo con una retorica sempre più nazionalista; e si può dire in un certo senso che i movimenti dell’89 si sono appropriati di questa retorica anche in modo tattico-strumentale. Questo tuttavia non spiega perché la retorica nazionalista (e anticomunista) sia rimasta dominante ad Est anche dopo il crollo del socialismo reale, sia al fine di far digerire le riforme strutturali e lo smantellamento del welfare, sia per indirizzare in senso ‘culturale’ anziché socio-economico il malcontento susseguente alle suddette riforme e per marginalizzare ogni proposta politica orientata a sinistra. In questo senso gli esempi di continuità proposti da Bascetta sono sconcertanti. Il conservatorismo illiberale e social-populista di Kaczynski è figlio della sua ideologia cattolico tradizionalista e fortemente anti-comunista. L’ultranazionalconservatore Viktor Orban nasce come anticomunista libertario (e depositario di una borsa della Fondazione Soros, esempio significativo di come certo progressismo occidentale abbia sottovalutato il carattere illiberale di una parte della dissidenza). Che senso ha connettere queste due figure e la loro politica all’eredità del socialismo reale?
Il regime sovietico e quelli dei suoi paesi satelliti vanno studiati senza fare sconti, ma studiarli non equivale a liquidarli con frasi apodittiche e rassicuranti. Questo fa il gioco di chi, come detto sopra, brandisce il socialismo reale come una clava per screditare ogni proposta politica di sinistra, a Est e non solo; inoltre, rappresentare i paesi ex socialisti come afflitti da un’eredità non solo politico-economica, ma anche culturale, in cui non c’è niente su cui riflettere e niente da salvare, potrebbe dare adito a interpretazioni orientaliste e para-coloniali, nonostante le buone intenzioni, che non dovrebbero trovarsi sulle pagine di un giornale devoto al marxismo libertario ed antidogmatico.

Giovanni Savino, Mosca (Russia)
Guido Sechi, Riga (Lettonia)

 


 

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