Il risultato in Serbia, le elezioni in Croazia, e un’ipotesi di rinnovamento in senso socialista ed ecologista.

Il risultato in Serbia, le elezioni in Croazia, e un’ipotesi di rinnovamento in senso socialista ed ecologista.

Gianmarco Pisa

Anche la scorsa domenica, 5 luglio, è stata una impegnativa giornata elettorale in due dei maggiori Paesi della ex Jugoslavia: in Serbia, dove si è svolta la ripetizione del voto in alcuni seggi contestati, e, soprattutto, in Croazia, dove si sono tenute le elezioni parlamentari. In Serbia, il risultato finale definitivo è dunque in attesa, lunedì, della validazione dello spoglio nei seggi nei quali si è dovuto procedere alla ripetizione del voto, a causa di irregolarità attestate dalla Commissione Elettorale Centrale: la ripetizione del voto, nel turno delle elezioni parlamentari e amministrative, ha dunque riguardato 234 seggi (sul totale di oltre 8.300) in tutta la Serbia, e, secondo i primi dati, si sarebbe ancora una volta ripetuto il copione dell’Election Day, per cui al Partito Progressista Serbo (SNS) del presidente della Repubblica Aleksandar Vučić, grande vincitore di questa tornata elettorale, sarebbe andato circa il 60% dei voti, al secondo partito, il Partito Socialista Serbo (SPS) del ministro degli esteri Ivica Dačić, sarebbe andato tra il 10% e l’11% dei voti, mentre sarebbe sul filo della soglia di sbarramento al 3% l’altro partito che pure è riuscito a conseguire una rappresentanza parlamentare, vale a dire il movimento Spas, l’Alleanza Patriottica Serba, di Aleksandar Šapić. Peraltro, la conferma di questo quadro politico, con una composizione del nuovo Parlamento serbo limitata a queste tre formazioni, più le organizzazioni politiche delle minoranze nazionali, con uno straordinario consenso al partito al potere e un forte consolidamento a destra, in senso nazionalista e conservatore, dell’asse del quadro politico serbo, è giunta nella serata della stessa domenica, quando la Commissione Elettorale ha comunicato i dati finali del voto del 21 giugno, confermando al SNS il 60,6% dei voti (il che comporta 188 sui 250 seggi del Parlamento serbo), al SPS il 10,4% (vale a dire 32 seggi in Parlamento) e al partito Spas il 3,8%, di poco sopra la soglia di sbarramento, che garantisce al movimento, tuttavia, 11 seggi. Saranno presenti, come detto, anche le rappresentanze delle minoranze nazionali, in particolare, l’Alleanza degli Ungheresi di Vojvodina (la regione della Serbia settentrionale in cui è presente una consistente minoranza magiara, insieme a diverse altre nazionalità), con 9 seggi, l’Alleanza SPP (Partito Giustizia e Riconciliazione, già noto come Unione Democratica Bosniacca del Sandžak) – DPM (Partito Democratico Macedone), sotto la direzione di Muamer Zukorlić, leader bosniacco, già presidente della Comunità Islamica di Serbia, con 4 seggi, l’Alternativa Democratica Albanese, con 3 seggi, e la lista del Partito di Azione Democratica del Sandžak, pure con 3 seggi. La Commissione ha comunicato anche il dato definitivo dell’affluenza, su cui pure si è giocata una sfida politica, la quale, sebbene di poco, risulta inferiore al 50% (49%). Anche in Croazia, del resto, i dati dell’affluenza sono poco confortanti, dal momento che, dai dati iniziali, la partecipazione al voto si attesta addirittura al 46%, la più bassa tra le ultime elezioni croate, circa sei punti in meno, rispetto alle precedenti legislative, datate 2016. Rispetto a quelle, il panorama politico croato, così come emerge dalle elezioni generali di domenica, mostra tuttavia un ulteriore consolidamento a destra: non solo il partito della destra nazionale croata, l’HDZ (Unione Democratica Croata), tradizionalmente egemone nella Croazia post-jugoslava, consolida la sua posizione di primo partito passando dal 36%, in coalizione, delle elezioni del 2016, all’attuale 37%, ma le forze social-democratiche, intorno al SDP, subiscono una vera e propria battuta d’arresto, passando dal 33%, in coalizione, del 2016, quando si erano presentate insieme ad altre formazioni politiche (liberal-democratici, pensionati, contadini), al 25% di quest’ultima tornata, nella ridenominata “Coalizione Restart”. In proiezione parlamentare, l’HDZ sembra accreditato di almeno 66 seggi (su 151), il che gli consentirebbe di formare agevolmente una nuova maggioranza di destra o di centro-destra, anche senza ricorrere ai voti della destra radicale, che pure ha avuto un notevole successo in questa tornata (il movimento ultranazionalista di Domovinski Pokret, Movimento Patriottico, di Miroslav Škoro, DPMŠ, avrebbe ampiamente superato il 10% e conquistato 15 seggi). Viceversa, le forze socialdemocratiche otterrebbero poco più di 40 seggi, 41, secondo i dati afferenti allo svolgimento dello spoglio nel pomeriggio di lunedì. In un panorama politico elettorale ancora una volta, dunque, segnato da una forte connotazione a destra (anche l’altro movimento politico della destra croata, Most, di Božo Petrov, supererebbe il 7% e otterrebbe 8 seggi), un dato da seguire tuttavia con grande attenzione è l’affermazione della coalizione della sinistra, la «Coalizione Rosso Verde», Možemo! (Possiamo!), composta da Nuova Sinistra (Nova Ljevica), Sviluppo Sostenibile Croazia (ORaH), il Radnička Fronta (Fronte dei Lavoratori), e piattaforme civiche come “Per la Città” (Za Grad o ZG, acronimo di Zagabria) e “Zagabria è Nostra!”, sul 7% e 7 seggi in Parlamento. Una proposta civica, progressista ed ecologista. Un segnale già visto altrove e che potrebbe fornire un’indicazione in prospettiva, anche per altri Paesi, di rinnovamento politico in senso socialista ed ecologista.


 

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