Il nostro no al “Giorno del Ricordo”

Il nostro no al “Giorno del Ricordo”

Ripubblichiamo l’intervento della compagna Tiziana Valpiana, a nome del gruppo parlamentare di Rifondazione Comunista, con cui dichiarava alla Camera il voto contrario alla legge istitutiva del Giorno del Ricordo. Le ragioni del nostro no risultano 16 anni dopo confermate da come la ricorrenza è diventata un’occasione di revisionismo storico su scala di massa.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l’onorevole Valpiana. Ne ha facoltà.

TIZIANA VALPIANA. Signor Presidente, colleghe e colleghi, ci siamo accinti a lavorare su questo provvedimento – che pure, per come è stato presentato, poteva essere, per noi di Rifondazione comunista, colmo di insidie non condivisibili – con serietà e serenità, con un atteggiamento privo di pregiudizi, con la più sincera predisposizione a lavorare per arrivare ad un risultato condivisibile, pur nella consapevolezza di quanto sia delicato affrontare un tema ancora troppo recente (cinquant’anni nella storia sono nulla) e ancora sanguinante.
Il fatto che, nel corso dell’istruttoria in Commissione, alcuni nostri emendamenti siano stati approvati e che tutti, così come quelli delle altre parti politiche, siano stati discussi costruttivamente testimonia la ricerca di arrivare a riconoscere e stigmatizzare vicende atroci, forse comprensibili, certamente ingiustificabili ed inaccettabili.
Ma la proposta emendativa oggi votata per l’istituzione della giornata del ricordo non ci consente più di condividere un provvedimento che diventa imposizione strumentale di un elemento fortemente simbolico, fatto proprio con eccessiva disinvoltura anche da chi sembra scoprire, all’improvviso, un valore ed un dramma su cui si compie una frettolosa revisione, quasi a voler fare di questa riconciliazione una nuova rimozione di responsabilità, legata ad esigenze politiche, da cui derivano semplificazioni inquietanti da un punto di vista culturale e politico.
Vorrei, a questo proposito, segnalare a tutti i colleghi un articolo molto bello pubblicato oggi su un quotidiano, a firma di Gabriele Polo, «La storia è in gioco», che ben corrisponde a quanto abbiamo voluto dire.
Non ci ritroviamo più in questo provvedimento perché vediamo, proprio come «carne da macello», «gettare i morti» su un piatto della bilancia nel tentativo di un impossibile ed inaccettabile bilanciamento tra stermini. Il vostro ragionamento – voi avete il vostro 25 aprile, il vostro 27 gennaio, noi vogliamo il nostro 10 febbraio – offende quei morti e ci offende. Sentire il presidente della regione Lazio parlare di olocausto italiano, dimenticando i tanti morti anche sloveni, ci fa capire quali siano i reali intendimenti di una rivalsa e le forzature propagandistiche che stanno dietro questa legge.
È un gioco a cui non vogliamo prestarci, perché non è un gioco innocente. È il gioco di una precisa parte che intende fare del riconoscimento concesso ai familiari dei cittadini nelle zone dell’Istria e della Dalmazia e soprattutto dell’istituzione della giornata del ricordo uno strumento di divisione e di propaganda.
Le foibe sono una pagina di storia italiana oscura sulla quale, ieri e oggi, si tenta un’interpretazione storica distorta, in chiave prevalentemente anticomunista, ma anche una pagina sulla quale è stata fatta una rimozione colpevole. Su questa pagina e su questo provvedimento vogliamo innanzitutto, senza arroganza alcuna ma con nettezza, ribadire che, se oggi siamo qui a discutere e ad istituire anche questo riconoscimento e questa giornata, lo dobbiamo al fatto che allora ha prevalso quella parte, grazie alla quale, nel nostro paese, è possibile anche ripensare e dare nuove valutazioni sulla storia recente.
Le foibe ci sono state; sono stati orrendi episodi che vanno certo inseriti nel clima violento in cui sono avvenuti, ma che vanno studiati senza ipocrisie ed omissioni. Certo, si è trattato di vendette nate da un odio sedimentato in vent’anni di soprusi, persecuzioni, denunce, arresti, rastrellamenti, espropriazioni, negazione dell’identità culturale, oppressione e violenza del regime fascista contro le popolazioni istriane, ma che certo non danno giustificazione alcuna agli attentati ed alle vendette.
Quando, con l’8 settembre, tutto crolla, l’odio a lungo trattenuto esplode in una violenza ingiustificabile. Mi riferisco ad arresti, processi sommari, esecuzioni ed abusi non solo su chi aveva indossato la divisa del regime, ma su tutti coloro che si opponevano al nuovo ordine travolgendo persone diverse per etnia e per fede politica.
Anche se nati dal tentativo di sostituire un nuovo ordine al sistema nazifascista oppressivo che crollava, noi rifiutiamo alla radice ogni giustificazione alla cultura
della vendetta e dell’odio. Allo stesso modo, però, non accettiamo che si vogliano presentare le foibe e l’esodo come il corrispettivo degli eccidi fascisti, gli spietati slavo-comunisti come contraltare dei barbari nazisti. Non è accettabile, né dal punto di vista storiografico né da quello politico, mettere sullo stesso piano fatti storici così diversi: le foibe, l’occupazione nazifascista della Jugoslavia, la lotta partigiana, i battaglioni fascisti (vorrei che tutti leggessero la relazione del collega Menia che accompagna il provvedimento in esame, che parla disinvoltamente di battaglioni Mussolini, di X Mas, di Junio Valerio Borghese, e così via). Mettere sullo stesso piano il fascismo e l’Italia lascia il dubbio che la memoria delle foibe nasconda il rancore della destra sconfitta e che dietro al ricordo dell’esodo delle popolazioni istriane spunti quel concetto di italianità tradita, prima di tutto, dal fascismo e dalla difesa della Repubblica sociale italiana.
Rifiutiamo e ripudiamo le foibe considerandole un concentrato di violenza derivato dal crollo di un sistema oppressivo cui si voleva rispondere con la creazione di un nuovo ordine, ma a partire dalla sbagliata eliminazione fisica dell’oppressore. L’orrore non è giustificabile nemmeno se si tratta di risposta degli oppressi all’orrore degli oppressori, anche perché l’imitazione delle violenze subite instilla la logica e la cultura dell’avversario nel nuovo che si stava costruendo.
A noi non piace nemmeno – e lo rifiutiamo – il gioco della contabilità dei morti: è inaccettabile sia politicamente, sia moralmente. La differenza tra noi ed il fascismo non sta nell’entità della violenza, ma nella fondamentale diversità della visione del mondo. Oggi abbiamo il coraggio civile e l’onestà di fare i conti con la storia e di chiederci anche quale insegnamento traiamo dal fatto che, persino in un movimento nobile e giusto come quello della Resistenza, vi siano stati errori e vendette private proprio perché viviamo nella Repubblica italiana fondata sull’antifascismo e sulla Resistenza.
Vogliamo costruire un altro mondo possibile, rovesciare lo stato delle cose presenti e non ci appartengono né la guerra come igiene del mondo, né le retoriche patriottarde. Senza rinnegare tutto, siamo disponibili a tutto rielaborare alla luce della nuova identità che ci vogliamo dare. Tale operazione richiede rigore verso noi stessi e verso la storia, quello stesso rigore che, invece, non ritroviamo in un provvedimento che strumentalizza morte e dolore nel tentativo revisionista di voler disconoscere le differenze tra guerra di aggressione, liberatori e sofferenze di un popolo.
Per questo non siamo disponibili ad unire il nostro voto a quello di chi intende avvalorare la tesi che le due parti si equivalgono, o quasi, e mettere in un unico calderone fascismo e Resistenza. Il nostro antifascismo non è un ricordo. «Ora e sempre Resistenza» è per noi necessità attuale e credo fondante a partire dal quale siamo in grado di condannare, senza reticenze, la violenza che vi è stata.
Votiamo contro il provvedimento in esame perché siamo fortemente contrari all’uso politico della storia.


 

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