Riflessioni su Piazza Fontana

Riflessioni su Piazza Fontana

 L’attentato del 12 dicembre 1969 alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano, con il suo bilancio di 17 morti e 105 feriti, non solo interviene, con la piu’ estrema e subdola delle violenze, quella contro civili ignari e inermi, nel pieno dell’autunno caldo, ma rappresenta un autentico atto di guerra in tempo di pace. Nella stessa giornata vengono collocati altri quattro ordigni: uno, inesploso, sempre a Milano, presso la Banca Commerciale; altri tre a Roma, con il ferimento di 17 persone. Piazza Fontana segna uno scarto nella tipologia della violenza, che pure costituisce una presenza costante nel panorama del dopoguerra italiano: una violenza anonima e apparentemente impersonale, una violenza che annichilisce. Terrore, insomma, terrore assoluto e integrale. Terrore fascista. Gli attentati milanesi sono compiuti dall’ organizzazione neofascista di Ordine Nuovo, quelli romani dall’altra organizzazione neofascista di Avanguardia Nazionale. Per Piazza Fontana la Corte di Cassazione, con la sentenza del 3 maggio 2005, riconosce la “responsabilita’ materiale” di Franco Freda e Giovanni Ventura, che tuttavia non vengono condannati perche’ precedentemente assolti in via definitiva per lo stesso reato. Quindi e’ sbagliato parlare di una strage senza colpevoli. Una giornata di guerra, si e’ detto. Ma voluta da chi? Da un vasto schieramento di forze, unite dall’anticomunismo e dall’avversione nei confronti della democrazia: neofascisti, alte gerarchie militari (gia’ implicate, con il generale dei carabinieri De Lorenzo, nel “Piano Solo” del 1964), settori dell’oltranzismo atlantico internazionale (agenzia Aginter Press), strutture dello spionaggio statunitense e dell’amministrazione Nixon, che sperano di replicare in Italia il successo del golpe del 1967 in Grecia. Il tutto con l’avallo, o con il complice silenzio, dei settori piu’ conservatori della DC, saldamente insediati soprattutto nei ministeri dell’Interno e della Difesa. L’obiettivo e’ quello di chiudere definitivamente con la stagione del centro- sinistra, di impedire l’avanzata del PCI e di blloccare il processo di trasformazione sociale in atto. E’ la strategia della tensione, teorizzata apertamente fin dal ’65 (convegno dell’ Istituto “Pollio”). Immediatamente scatta dopo la strage il depistaggio, in cui si distinguono l’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, il SID e le Questure di Roma e Milano. Il depistaggio e’ parte integrante di Piazza Fontana. Senza di esso Piazza Fontana non ci sarebbe stata. In realta’ i colpevoli erano stati designati da tempo. “Dovevano” essere anarchici. La sequenza di attentati, fortunatamente senza vittime, che colpisce la Penisola nella primavera – estate del 1969 (diretti per lo piu’ contro banche, stazioni ferroviarie e tribunali) costituisce la prova generale di Piazza Fontana non solo dal punto di vista tecnico – organizzativo, ma anche politico – giudiziario. Vengono posti sotto accusa alcuni gruppi anarchici, la cui evanescenza ideologica ed inconsistenza organizzativa che li renderebbero al di sotto di ogni sospetto – finiscono in realta’ per farne dei capri espiatori perfetti agli occhi di chi conduce le indagini con un pesante velo di pregiudizio o, peggio, con esiti gia’ scritti in partenza. Valpreda in carcere e Pinelli “suicidato” negli uffici della Questura di Milano diretta dal fascista Guida. Questo il risultato di quelle che Deaglio ha definito “72 ore di golpe politico-giudiziario”. Una tremenda stretta repressiva, auspicata dallo stesso Presidente della Repubblica, Saragat, si abbatte all’ indomani della strage sul movimento studentesco e sindacale. Non solo nelle metropoli, ma anche in provincia. Un piccolo esempio: ad Avellino i lavoratori della Societa’ Filoviaria, in lotta da mesi per il proprio posto di lavoro, vengono pedinati dalla squadra politica della polizia fino a casa. Una manifestazione del MSI, CONVOCAT A per il 14 dicembre a Roma con lo scopo di sollecitare un sollevamento militare, viene vietata all’ultimo momento dal ministro degli Interni. E tuttavia, dopo una fase di legittimo smarrimento, comincia a prendere corpo la controffensiva democratica. Nasce la controinformazione (che sfocera’ nella realizzazione del fortunato pamphlet “La strage di Stato”), sorgono i collettivi dei giornalisti democratici, la cui attivita’ di ricerca della verita’ sara’ fondamentale nel sostenere le nuove indagini dei giudici Stiz, Calogero, Alessandrini e D’Ambrosio, che scoperchieranno la pista nera. L’ eversione non vincera’ grazie agli operai che continueranno a lottare dentro e fuori le fabbriche, agli studenti che continueranno a promuovere il conflitto sociale, ai sindacati e ai partiti di sinistra che continueranno a presidiare le istituzioni e a promuovere riforme dal forte impatto sociale. Di li’ a poco sarebbe cominciato un nuovo decennio, ingiustamente identificato con “gli anni di piombo”, segnato dal coesistere della strategia della tensione e di una nuova stagione di conquiste sociali. Si sarebbe accentuata la particolarita’ del caso italiano. La bomba, dimostrazione della barbarie a cui possono giungere l’anticomunismo e l’odio per il movimento operaio, comunque, non aveva vinto. Luigi Caputo -
Comitato Politico Provinciale PRC  Avellino

 

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