Piazza Fontana 50 anni dopo. Storia di una democrazia fragile e secretata

Piazza Fontana 50 anni dopo. Storia di una democrazia fragile e secretata

Giovanni Russo Spena*


A piazza Fontana, il 12 dicembre, l’Italia si accorse della fragilità della sua democrazia. Lo stragismo italico del secondo dopoguerra aveva, certo, già colpito duramente, a partire dall’uso della mafia contro i braccianti in lotta per la riforma agraria a Portella della Ginestra. Ma tuttavia, nei poveri corpi dilaniati di Piazza Fontana come nella defenestrazione di Pinelli come nella carcerazione di Valpreda viene tracciato un solco profondo della storia d’Italia. Una tragica discontinuità, che dall’uccisione di Mattei, a piazza Fontana, giunge fino a Brescia, a Bologna, ad Ustica e sino alla uccisione di Ilaria Alpi e Hrovatin, vittime dei traffici di armi e droghe mascherate come cooperazione. Quale è il punto? Sono stragi ossessivamente accomunate dal sistematico “depistaggio” di organi dello Stato per impedire che si pervenisse alla verità sulle responsabilità delle stragi. Occultando il criminale intreccio tra servizi, fascisti (e, a volte, criminalità organizzata). Sono stato componente della commissione bicamerale del Parlamento che indagava sulle stragi; non a caso la Commissione, dopo approfondite ricerche, chiese al Parlamento di introdurre nel codice penale lo specifico reato di “depistaggio”. Invano. Nulla cambiò. Sono stato, successivamente, a cavallo del 2000, relatore, in Commissione Antimafia, per l’indagine sull’uccisione di Peppino Impastato, a 22 anni del suo assassinio da parte della mafia. Scrissi, a nome dell’intera Commissione, all’inizio della relazione:”Italiane e Italiani, a nome dello Stato italiano vi chiediamo scusa. Avremmo potuto, infatti, scoprire immediatamente che Impastato fu ucciso dalla mafia. L’abbiamo scoperto solo ora, 22 anni dopo, perché settori dei Carabinieri e della magistratura depistarono l’inchiesta non permettendo che si giungesse alla evidente verità”. Altro

grave vulnus democratico, collegato, fu l’apposizione sistematica del segreto di Stato. Di cui ancora oggi chiediamo la “desecretazione”. Quella molto parziale, avvenuta negli ultimi anni, è stata, spesso, una presa in giro. Ma chiediamoci: le bombe di piazza Fontana volevano destabilizzare, come, per autodifesa, propagandò il potere costituito? No, esse volevano proprio stabilizzare il potere, preservarlo dalla critica di massa. Ci ricordavano, con il massacro, lo stato di “sovranità limitata” del nostro paese nello scacchiere geopolitico di Yalta, che ci ingabbiava dentro la Nato e l’egemonismo USA. E, nelle dinamiche sociali interne, tentavano di far scattare il “riflesso d’ordine”, chiudendo il biennio rosso ‘68/’69, frantumando l’unità di classe che si era realizzata, rinchiudendo nuovamente gli studenti nell’ordine disciplinare delle scuole e lavoratrici e lavoratori nella disciplina gerarchica delle aziende, tentando di abbattere antagonismi ed autoorganizzazione. Che cosa, infatti, faceva paura alla borghesia? La saldatura, che solo in Italia si era realizzata, nel nostro “lungo’68 “, tra studenti e lavoratori contro i processi di valorizzazione del capitale, che cominciava a globalizzare se stesso con una forte torsione liberista ed una feroce ristrutturazione tecnologica. La sfida divenne aspra tra autonomia dei saperi operai e del lavoro da un lato e tentativo di sussunzione dei saperi dentro un capitale che non era restauratore ma anarchico (in senso marxiano). Si parlò (e si parla tuttora) di “servizi deviati”, di “Stato parallelo”. Non concordo. Furono organi dello Stato, suoi settori che si misero al servizio della ristrutturazione capitalistica diventandone braccio armato, attori della “strategia della tensione”. Oggi, quindi, 50 anni dopo, non intendiamo solo ripetere un rito, ma collegare memoria storica alla necessaria lotta democratica di oggi. Perché il filo nero delle tendenze autoritarie unisce, purtroppo, quel lontano 12 dicembre alla realtà politica attuale. Presidenzialismo di fatto, plebiscitarismo, emergenzialismo, distorsione nel rapporto tra Stato di diritto e formazione sociale hanno, a ben vedere, radici culturali ed istituzionali comuni con la “strategia della tensione”. Perché a piazza Fontana la democrazia italiana perse definitivamente la sua innocenza. Scrisse, con lucida ed aspra sintesi, Franco Fortini:” le bombe le mette chi vuol ridurre soggetti umani vivi, capaci di lotte e progetti, a carne di macello”. Ci volevano impauriti, gerarchizzati, omologati, schiacciati dalle bombe. Riuscimmo a resistere, invece. Reagimmo con l’azzardo della ribellione alla “verità di Stato” e addirittura con una coraggiosa e scientifica controinformazione. Riuscimmo a realizzare una splendida controinchiesta che osò gridare nelle piazze, nelle fabbriche, nelle aule, la “strage è di Stato”. Per noi questa è memoria, è metafora di una ferita aperta, di una negazione della politica, diventata ancella dell’economia, del pensiero unico del mercato. Qui siamo. Perché anche oggi la questione democratica allude alla irrisolta questione sociale: ai deserti di socialità delle nostre metropoli, alle guerre, alle iniquità ed alle crescenti disuguaglianze. Ancora come 50 anni fa, ci ribelliamo, ricerchiamo, osiamo.

*Resp. Area democrazia, diritti, istituzioni, PRC-S.E.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

grave vulnus democratico, collegato, fu l’apposizione sistematica del segreto di Stato. Di cui ancora oggi chiediamo la “desecretazione”. Quella molto parziale, avvenuta negli ultimi anni, è stata, spesso, una presa in giro. Ma chiediamoci: le bombe di piazza Fontana volevano destabilizzare, come, per autodifesa, propagandò il potere costituito? No, esse volevano proprio stabilizzare il potere, preservarlo dalla critica di massa. Ci ricordavano, con il massacro, lo stato di “sovranità limitata” del nostro paese nello scacchiere geopolitico di Yalta, che ci ingabbiava dentro la Nato e l’egemonismo USA. E, nelle dinamiche sociali interne, tentavano di far scattare il “riflesso d’ordine”, chiudendo il biennio rosso ‘68/’69, frantumando l’unità di classe che si era realizzata, rinchiudendo nuovamente gli studenti nell’ordine disciplinare delle scuole e lavoratrici e lavoratori nella disciplina gerarchica delle aziende, tentando di abbattere antagonismi ed autoorganizzazione.Che cosa, infatti, faceva paura alla borghesia? La saldatura, che solo in Italia si era realizzata, nel nostro “lungo’68 “, tra studenti e lavoratori contro i processi di valorizzazione del capitale, che cominciava a globalizzare se stesso con una forte torsione liberista ed una feroce ristrutturazione tecnologica. La sfida divenne aspra tra autonomia dei saperi operai e del lavoro da un lato e tentativo di sussunzione dei saperi dentro un capitale che non era restauratore ma anarchico (in senso marxiano). Si parlò (e si parla tuttora) di “servizi deviati”, di “Stato parallelo”. Non concordo. Furono organi dello Stato, suoi settori che si misero al servizio della ristrutturazione capitalistica diventandone braccio armato, attori della “strategia della tensione”. Oggi, quindi, 50 anni dopo, non intendiamo solo ripetere un rito, ma collegare memoria storica alla necessaria lotta democratica di oggi. Perché il filo nero delle tendenze autoritarie unisce, purtroppo, quel lontano 12 dicembre alla realtà politica attuale. Presidenzialismo di fatto, plebiscitarismo, emergenzialismo, distorsione nel rapporto tra Stato di diritto e formazione sociale hanno, a ben vedere, radici culturali ed istituzionali comuni con la “strategia della tensione”. Perché a piazza Fontana la democrazia italiana perse definitivamente la sua innocenza. Scrisse, con lucida ed aspra sintesi, Franco Fortini:” le bombe le mette chi vuol ridurre soggetti umani vivi, capaci di lotte e progetti, a carne di macello”. Ci volevano impauriti, gerarchizzati, omologati, schiacciati dalle bombe. Riuscimmo a resistere, invece. Reagimmo con l’azzardo della ribellione alla “verità di Stato” e addirittura con una coraggiosa e scientifica controinformazione. Riuscimmo a realizzare una splendida controinchiesta che osò gridare nelle piazze, nelle fabbriche, nelle aule, la “strage è di Stato”. Per noi questa è memoria, è metafora di una ferita aperta, di una negazione della politica, diventata ancella dell’economia, del pensiero unico del mercato. Qui siamo. Perché anche oggi la questione democratica allude alla irrisolta questione sociale: ai deserti di socialità delle nostre metropoli, alle guerre, alle iniquità ed alle crescenti disuguaglianze. Ancora come 50 anni fa, ci ribelliamo, ricerchiamo, osiamo.

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