Il mito del “giudeo-bolscevismo” centrale nell’ideologia nazista

Il mito del “giudeo-bolscevismo” centrale nell’ideologia nazista

di Franco Ferrari

 Nel 1941, quando Hitler decide di aggredire l’Unione Sovietica, alle truppe tedesche viene impartito l’ordine di sterminare innanzitutto gli ebrei e i commissari politici dell’Armata rossa. Per i nazisti non si tratta di due nemici disgiunti bensì solo volti diversi dello stesso nemico. La minaccia che va combattuta è rappresentata dal “giudeo-bolscevismo”. La premessa di fondo consiste nell’idea che il comunismo sia solo uno strumento con il quale gli ebrei conducono il loro sogno secolare: la conquista del mondo e la distruzione dell’Occidente.

Nel 1943, quando le sorti della Germania hitleriana cominciano a vacillare, soprattutto per l’inaspettata resistenza sovietica, Goebbels, il principale artefice della propaganda nazista, nell’invitare il popolo tedesco alla resistenza rilancia la paura dell’invasione barbarica dall’Asia, ultima forma dello scontro mortale tra la civiltà e il comunismo giudaico. Difesa della civiltà, nella quale la Germania, si trova ad essere l’ultimo baluardo, visto che il resto dell’Occidente non avrebbe compreso quale sia il vero nemico e la posta in gioco.

Lo storico americano della Rutgers University, Paul Hanebrink ha dedicato un suo recente libro, “Uno spettro si aggira per l’Europa”, da poco tradotto per il lettore italiano da Einaudi, a ricostruire la storia del “mito del bolscevismo giudaico”. Naturalmente l’autore da per scontato che si tratti di un “mito”, ovvero che non esista né sia mai esistita alcuna cospirazione ebraica, né che il comunismo ne sia un suo prodotto. Non focalizza però la sua ricerca in una operazione di quello che si chiama “debunking”, ovvero la demistificazione di un mito a partire dalla realtà dei fatti, quanto alla sua evoluzione come  “codice culturale” attraverso il quale i suoi promotori “spiegano” eventi di cui non riescono a cogliere il vero significato o tendenze che vogliono ferocemente contrastare.

Il mito del “giudaismo bolscevico”, sottolinea Hanebrink, è centrale in tutta l’ideologia nazista dal momento della sua formazione, nella Monaco dei primi anni venti, fino a quando i primi soldati sovietici innalzano la bandiera rossa nel cielo di Berlino e Hitler si suicida nel bunker. Ma la sua formazione non è esclusivamente opera dei nazisti, anzi l’interpretazione i chiave antisemita della rivoluzione d’ottobre comincia già a circolare tra la fine della prima guerra mondiale e gli anni della guerra civile in Russia.

Quando, durante il conflitto tra Polonia e Russia rivoluzionaria, l’Armata Rossa sbaraglia l’esercito polacco e arriva fino ai dintorni di Varsavia, i vescovi polacchi lanciano un appello al mondo nel quale scrivono: “Il bolscevismo avanza a grandi passi verso la conquista del mondo. La razza che ha portato al bolscevismo è la stessa che ha già assoggettato il mondo all’oro e alle banche, e oggi, guidata dall’eterno desiderio imperialista che scorre nelle sue vene, si volge alla sua ultima campagna di conquista per costringere le nazioni sotto il giogo del suo regime”. Trasparente il riferimento alla “razza” (termine che non ha nessuna base scientifica) che ha assoggettato il mondo dell’oro e delle banche. Non solo si esprime in questo modo il pregiudizio antisemita ma si dà per scontato che esso trovi piena condivisione anche degli interlocutori a cui esso è rivolto.

Un ruolo importante svolge l’antisemitismo tra le file delle forze controrivoluzionarie, i cosiddetti “Bianchi”, che cercano di rovesciare il potere sovietico per ripristinare lo zarismo. In Ucraina si contano fra i 150.000 e le 200.000 vittime dei pogrom antisemiti, condotti in nome dell’anticomunismo. E dagli ambienti dei Bianchi sconfitti che viene diffuso in tutto l’occidente il noto falso “I Protocolli dei Savi Anziani di Sion”, le cui prime edizioni risalgono all’inizio del secolo ma che fino ai primi anni ’20 non aveva trovato grande credibilità. Mentre è certo che sia un falso, non vi è ancora certezza sugli autori. La tesi prevalente autorevolmente sostenuta da Norman Cohn nel suo famoso libro “Licenza per un genocidio”, sostiene che sia stato fabbricato nella sede francese dell’Okhrana, la polizia segreta zarista. Altri la attribuiscono ad ambienti dell’estrema destra pogromista russa.  Hanebrink vi accenna rapidamente ma è stato rilevato in modo più approfondito da altri storici come la diffusione dei Protocolli, nasca come parte fondamentale della campagna di propaganda antisovietica. Così come sono stati evidenziate le forti influenze degli gli esiliati anticomunisti russi e ucraini in Germania e il nascente nazismo.

Tutti i movimenti rivoluzionari che si registrano in Europa dopo la fine della grande e insensata carneficina della prima guerra mondiale (le brevi e sfortunate esperienze della Baviera e dell’Ungheria) vengono interpretate dalla destra alla luce dell’ideologia antisemita. In Ungheria, il terrore bianco che segue alla caduta della Repubblica guidata da Bela Kun (che poi perirà nelle repressioni staliniane), provoca 3.000 vittime di cui la metà ebrei, oltre a migliaia di arresti e decine di migliaia di esiliati.

Fra le due guerre mondiali, oltre a diventare dottrina ufficiale della Germania hitleriana, il mito del bolscevismo giudaico viene ampiamente diffuso in alcuni dei paesi dell’est Europa in coincidenza con l’affermarsi di dittature di tipo fascista (in particolare Polonia, Ungheria e Romania). Ma fa la sua comparsa anche nella Spagna della guerra civile nel campo dei franchisti. Con una variante, perché se in Germania viene accompagnato all’immagine della barbarie asiatica, nelle file falangiste lo si affianca alla denuncia della massoneria, che diventa la terza testa dell’idra.

In Francia, come documenta Hanebrink, due autori francesi vicini all’Action Française di Maurras, scrivono un rendiconto a fosche tinte della vicenda della rivoluzione dei Consigli in Ungheria, intitolandolo significativamente ”Quando Israele è Re”. Non rientra nell’ambito di ricerca dell’autore ma si può aggiungere che anche il fascismo italiano partecipò ad alimentare il mito. Mussolini ne scrisse sul Popolo d’Italia nel 1919, e il principale “teorico” dell’antisemitismo italiano Giovanni Preziosi pubblico nel 1941 (da Mondadori) il farneticante volume “Giudaismo Bolscevismo Plutocrazia Massoneria”.

Questa visione del comunismo come strumento della cospirazione ebraica non scompare del tutto con la sconfitta del nazifascismo. In alcuni paesi dell’est, gli ambienti di destra e anticomunisti diffondono l’idea che la liberazione, avvenuta in genere grazie al ruolo svolto dall’esercito sovietico, dia il via ad una “vendetta” degli ebrei per i crimini che hanno subito nel corso della guerra. In Ungheria, il fascismo locale resta alleato della Germania fino all’ultimo momento, mentre in Polonia esiste un movimento di resistenza nazionalista separato e a volte in conflitto con quello promosso dai comunisti. Anche in questi movimenti nazionalisti che pure si battono contro i tedeschi, come l’Armia Krajiowa polacca o gruppi lituani, sono ben radicati i pregiudizi antisemiti. E’ questa una delle ragioni per le quali l’insurrezione del ghetto di Varsavia, trovò qualche sostegno effettivo solo nelle organizzazioni partigiane comuniste. L’Armia Krajowa accusava il Comitato di Lublino (attraverso il quale operava la resistenza comunista) di rappresentare gli “interessi giudeo-bolscevichi”.

Dopo la fine della guerra, alla luce della generale condanna per il genocidio degli ebrei operato dalla Germania nazista, la diffusione del mito sul bolscevismo giudaico tende a restare patrimonio solo di gruppi di estrema destra. Hanebrink segue gli sviluppi determinati dallo scoppio della guerra fredda. Da un lato della linea divisoria dell’Europa ricostruisce il passaggio di diverse figure importanti della macchina di propaganda nazista nelle file delle organizzazioni semi-ufficiali di propaganda anticomunista. E’ il caso di Eberhard Taubert, alto funzionario della sezione di propaganda anticomunista di Goebbels e autore della sceneggiatura di un famigerato film di propaganda antisemita, “L’ebreo errante”, e poi fondatore nell’era della guerra fredda della Lega Popolare per la Pace e la Libertà (VFF), che poteva contare su rapporti di collaborazione e finanziamenti sia del governo tedesco occidentale che della CIA. Rimosso evidentemente il riferimento al “giudaismo” tutto il resto dell’impianto ideologico anticomunista di origine nazista veniva abbondantemente riciclato.

Al di là del caso, pur significativo, di Taubert, Hanebrink rintraccia più in generale i fili rossi di continuità tra il vecchio anticomunismo della destra anteguerra e il successo della categoria del “totalitarismo” che consente di recuperare alcune tematiche, come la natura “asiatica” e pertanto “barbara” del comunismo, rimuovendone il carattere antisemita, e sostituendo la difesa della civiltà cristiana dal giudeo-bolscevismo con la difesa della civiltà giudeo-cristiana dal comunismo.

Nel campo dell’Unione Sovietica e delle “democrazie popolari” si registra, negli ultimi anni prima della morte di Stalin, un allentamento del tradizionale e rigoroso rifiuto di ogni concessione all’antisemitismo che aveva caratterizzato la guida di Lenin, ma in generale anche il periodo successivo. In Cecoslovacchia finisce sotto processo il segretario del Partito Comunista, Rudolf Slansky, di origine ebraica, e l’accusa tira in ballo un inesistente “complotto sionista”. In quasi tutti i Paesi dell’est Europa hanno luogo dei processi politici contro importanti leader comunisti, che vengono utilizzati per consolidare la stalinizzazione dei partiti al potere. In qualche caso, laddove i dirigenti perseguitati sono di origine ebraica, vengono lasciate circolare interpretazione tinte di antisemitismo più o meno larvato. Ma non si può parlare in modo indiscriminato di persecuzione dei dirigenti di origine ebraica, dato che in Ungheria, diversi di questi erano al contrario presenti nel gruppo più allineato a Stalin. Nel libro di Hanebrink c’è in genere un’identificazione acritica tra stalinismo e comunismo.

L’autore riscontra con un certo stupore una riemersione del mito del “giudeo-bolscevismo” dopo il crollo dell’Unione Sovietica e il ritorno al capitalismo nei paesi dell’est Europa. Questo avviene anche in realtà dove la presenza comunista è del tutto marginale. Ma non è così sorprendente se si pensa che sono tornate in campo correnti reazionarie che si ricollegano idealmente ai regimi autoritari o apertamente fascisti esistenti in questi paesi tra le due guerre. In nome dell’anticomunismo e dell’alleanza con settori di destra oltranzista in funzione anti-russa anche le forze politiche dominanti nell’Unione Europea hanno chiuso un occhio al riemergere di tematiche antisemite più o meno esplicite. Non c’è solo la demonizzazione di Soros in Ungheria quale presunto orchestratore del piano di “grande sostituzione” degli europei bianchi e cristiani con gli immigrati islamici.

Un caso tipico dell’ambiguità con cui le leadership dell’Unione Europea si pongono di fronte alle pulsioni esistenti in alcuni paesi dell’est è quello del cosiddetto Holodomor o genocidio ucraino. Si tratta della tesi secondo la quale Stalin avrebbe gestito gli effetti della carestia che ha colpito l’Ucraina, come altre parti dell’Unione Sovietica, all’inizio degli anni ’30 per sterminare il popolo ucraino in quanto tale. Se le responsabilità della direzione staliniana nel modo in cui venne gestita la collettivizzazione ed anche le conseguenze della carestie sono indubbie, la tesi di una volontà di genocidio di una specifica etnia non hanno trovato fondamento nelle ricerche più scientifiche, anche se non sono mancati storici che hanno cercato, per ragioni ideologiche, di dimostrare una tesi sostenuta da tempo dalla destra nazionalista più estremista.

Si è cercato inoltre di far lievitare in modo spropositato il numero dei morti fino ad arrivare ad un conto di 7 milioni. Perché era necessario arrivare a 7 e non di meno? Per poter superare il numero delle vittime del genocidio – questo sì reale –degli ebrei da parte dei nazisti. Nella ricostruzione di ambienti della destra nazionalista ucraina (che già durante la seconda guerra mondiale fu complice dei nazisti e responsabile di pogrom contro gli ebrei ma anche contro i polacchi) il principale responsabile del presunto genocidio era Lazar Kaganovitch, uno dei più stretti collaboratori di Stalin ed anche, qui il punto che interessa rilevare ai nazionalisti ucraini, di origine ebraica. Ecco allora che si può contrapporre al genocidio messo in atto dalla Germania “cristiana” la responsabilità ebraica in un genocidio ancora più spaventoso rivolto contro una popolazione cristiana. Alcuni governi hanno avallato questa reinterpretazione della storia proveniente dall’estrema destra. Si oppongono invece gli storici israeliani che pongono l’attenzione sull’unicità storica dello sterminio nazista degli ebrei.

Il libro di Hanebrink, pur insoddisfacente in qualche ricostruzione e a volte anche sul piano della interpretazione degli eventi, è comunque utile nel fare luce su alcuni aspetti della realtà storica, in particolare l’irriducibile ostilità del nazismo nei confronti del comunismo ma anche la complicità con il nazismo e con la persecuzione degli ebrei di alcune correnti politiche di destra alle quali si richiamano oggi i gruppi dominanti di alcuni paesi (Polonia, Ungheria, Lituania, Ucraina per citare i maggiori), in un momento in cui si cerca di ufficializzare (addirittura attraverso una votazione del Parlamento europeo) l’equiparazione tra nazismo e comunismo.

Le implicazioni di questa scelta di revisionismo storico non resta solo sul terreno dello propaganda perché, se nell’immediato favorisce la repressione delle forze comuniste presenti nei paesi dell’est Europa, contribuisce in generale a spostare a destra tutto il clima politico e sociale nel nostro continente. Salvo poi piangere lacrime di coccodrillo – soprattutto elettorali – quando avanzano le forze cosiddette sovraniste e populiste di destra.

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