Il «neoliberismo ibrido» di Trump e Salvini

Il «neoliberismo ibrido» di Trump e Salvini

di Pierre Dardot e Christian Laval

Vi proponiamo un brano dall’edizione aggiornata di «La nuova ragione del mondo», in libreria per DeriveApprodi. Sul «nuovo neoliberismo» nazionalista e xenofobo di Trump e Salvini. 

Donald Trump segna incontestabilmente una data nella storia del neoliberismo globale. Una mutazione che non riguarda solo gli Stati Uniti, ma coinvolge tutti i governi – sempre più numerosi – che esprimono tendenze nazionaliste, autoritarie, xenofobe, fino al punto di assumere il riferimento esplicito al fascismo, come nel caso di Matteo Salvini. In effetti, la Lega – partito etno-regionalista che ha preso parte a diverse coalizioni di governo della destra negli anni Novanta e Duemila, prima di tornare al potere alleandosi con il Movimento 5 Stelle – è un esempio tipico di quello che chiamiamo «nuovo neoliberismo» o «neoliberismo ibrido». A partire da un identitarismo anti-immigrazione e un securitarismo altrettanto violento, la formazione di Salvini ha assunto una postura contemporaneamente nazionalista e neoliberista.

SUL FRONTE DEL NAZIONALISMO, la Lega si scaglia contro l’unione monetaria, l’euro e il libero scambio, nella misura in cui – stando ai suoi dirigenti – l’europeismo e il globalismo sono nocivi per l’economia del paese e il popolo italiano. Sul fronte del neoliberismo, invece, la Lega è fermamente contraria a qualunque logica di ridistribuzione della tassazione e della spesa pubblica – in particolare con la sua proposta di flat tax – e sostiene le piccole e medie imprese diminuendo gli oneri che irreggimentano la produzione e il mercato del lavoro. Alla stregua di Trump, si tratta di riaffermare una sovranità commerciale e soprattutto monetaria proprio mentre si liberalizza il mercato interno a vantaggio degli imprenditori, sventagliati come eroi nazionali. Ma ciò che, nel contesto specifico italiano, forse meglio caratterizza la Lega è la sua strategia di lungo corso di riorganizzazione interna dello Stato: si tratta di rafforzare l’autonomia delle regioni accrescendo le loro competenze e le loro risorse fiscali contro l’uguaglianza dei cittadini di fronte a servizi pubblici fondamentali. Questo neoliberismo, non privo di qualche somiglianza con il nazionalismo fiammingo, vorrebbe lasciare «libero gioco alla concorrenza» tra regioni all’interno di uno stesso paese, ovviamente a vantaggio di quelle che hanno acquisito più risorse e che sono già da ora le più ricche (nel caso dell’Italia le regioni del Nord). Cosa che ha giustamente fatto parlare di una «secessione dei ricchi». Quanto al «reddito di cittadinanza», misura adottata dalla coalizione per tentare di ripagare l’elettorato del Movimento 5 Stelle, rileva di un «neoliberismo paternalista», per riprendere l’espressione di Massimiliano Nicoli e Roberto Ciccarelli: lungi dal favorire la partecipazione attiva alla cittadinanza liberando del tempo, è accompagnato da condizioni drastiche (credito alle imprese che assumono i beneficiari del sussidio, limitazione per gli stranieri che devono avere una residenza di lungo corso a meno che non siano meritevoli, vincolo ad accettare offerte di lavoro con un massimo di tre rifiuti, controllo dell’uso del denaro per impedire spese immorali…) che ne fanno uno strumento di moralizzazione dei poveri e di disciplinarizzazione della manodopera a vantaggio delle imprese.

CIÒ CHE CONTA È CAPIRE che questi governi non rappresentano affatto una messa in discussione del neoliberismo come forma di potere. Al contrario, diminuiscono l’imposizione fiscale per i più ricchi, riducono i sussidi, accelerano le forme di deregulation, soprattutto in materia finanziaria o di politica ambientale. Si tratta di governi autoritari, tra i quali l’estrema destra è sempre più protagonista, che di fatto assumono il carattere assolutista e iper-autoritario del neoliberismo.
Per cogliere questa trasformazione, occorre anzitutto evitare due errori. L’errore più vecchio consiste nel confondere il neoliberismo con l’«ultraliberismo», con il «libertarismo», con «il ritorno ad Adam Smith» o ancora con «la fine dello Stato»… Come ci ha già mostrato Michel Foucault, il neoliberismo è una forma attiva di governo, che non ha granché a che vedere con lo Stato minimo passivo del liberalismo classico. Da questo punto di vista, non è il grado di intervento dello Stato, né il suo carattere coercitivo, a rappresentare la novità. A essere nuova è la sostanziale antidemocrazia del neoliberismo – esplicita presso alcuni dei suoi grandi teorici come von Hayek -, che oggi si traduce attraverso una messa in discussione politica sempre più evidente ed estrema dei principi e delle forme della democrazia liberale. Il secondo errore, quello più recente, consiste nel pensare di avere di fronte un nuovo «fascismo neoliberale» o persino un «momento neofascista del neoliberismo». È quantomeno azzardato, per non dire politicamente pericoloso, definire come fa Chantal Mouffe un «momento populista» per poi presentare il populismo come un «rimedio» al neoliberismo. Che occorra smascherare l’impostura di figure come Emmanuel Macron, che si presentano come il solo contenimento contro l’avanzata della democrazia illiberale di Orbán e consorti, ecco una cosa certa, ma ciò basta a giustificare di confondere in uno stesso fenomeno politico «l’avanzata delle destre e la deriva autoritaria del neoliberismo»? L’assimilazione è evidentemente problematica: come identificare, se non attraverso un’analogia superficiale, lo «Stato totale» così caratteristico del fascismo e la diffusione generalizzata del modello di mercato e impresa all’insieme della società? In fondo, se questa assimilazione consente di mettere in luce un certo numero di aspetti del «nuovo neoliberismo», in particolare a partire dal «fenomeno Trump», essa ne nasconde anche la sua specificità storica.

L’INFLAZIONE SEMANTICA intorno alla parola «fascismo» ha certamente effetti critici, ma tende a «confondere» fenomeni insieme complessi e singolari con generalizzazioni poco pertinenti, che non possono che portare a un disarmo politico.
Per Henry Giroux, ad esempio, il «fascismo neoliberale» è una «formazione economico-politica specifica» che mischia ortodossia economica, militarismo, disprezzo per le istituzioni e le leggi, suprematismo bianco, machismo, odio per gli intellettuali e amoralismo. Giroux prende in prestito dallo storico del fascismo Robert Paxton l’idea che il fascismo si fondi su «passioni mobilitanti» che ritroviamo nel «fascismo neoliberale»: amore per il capo, iper-nazionalismo, fantasmi razzisti, disprezzo per chi è «debole», «inferiore», «straniero», per i diritti e la dignità degli individui, violenza nei confronti degli oppositori.

SE NEL TRUMPISMO ritroviamo effettivamente tutti questi elementi, non rischiamo comunque di non coglierne la specificità in relazione al fascismo storico? Paxton ammette che Donald «Trump riprende diversi motivi tipicamente fascisti», ma in esso vede soprattutto i tratti più diffusi di una «dittatura plutocratica». Poiché, rispetto al fascismo, esistono comunque grandi differenze: non c’è un partito unico, non c’è un divieto dell’opposizione e della dissidenza, non c’è una mobilitazione e un inquadramento di massa nelle gerarchie delle organizzazioni obbligatorie, non c’è corporativismo delle professioni, non c’è liturgia di una religione secolarizzata, non c’è l’ideale del cittadino soldato interamente devoto allo Stato totale… A questo proposito, ogni parallelismo con la fine degli anni Trenta negli Stati Uniti è ingannevole, nonostante la ripresa da parte di Trump dello slogan «America first», nome dato da Charles Lindbergh all’organizzazione fondata nell’ottobre del 1940 per promuovere una politica isolazionista contro l’interventismo di Roosevelt. Trump non è l’incarnazione della fiction immaginata da Philip Roth che vede Lindbergh trionfare su Roosevelt alle elezioni presidenziali del 1940. Non si tratta solo del fatto che Trump non sta a Clinton o ad Obama come Lindbergh stava a Roosevelt e che in questa cornice qualunque analogia è zoppa. Se Trump non fa che rincarare la dose nell’escalation contro l’establishment per compiacere il proprio elettorato, non cerca comunque di suscitare sommosse antisemite, diversamente dal Lindbergh del romanzo direttamente ispirato dall’esempio nazista. Ma, soprattutto, non stiamo vivendo un «momento polanyano», per riprendere l’espressione di Robert Kuttner, caratterizzato dal ritorno dei mercati sotto poteri fascisti a fronte delle devastazioni del laisser faire. In questo senso, è l’esatto contrario e proprio qui sta il paradosso. Trump si presenta come il campione della razionalità d’impresa, ivi incluso per il suo modo di portare avanti la propria politica estera e interna. Il momento che stiamo vivendo è quello in cui il neoliberismo produce dall’interno una forma politica originale che mischia autoritarismo antidemocratico, nazionalismo economico ed estesa razionalità capitalistica.

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